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Per l'italianità nelle iscrizioni d'albergo

Una serie di decreti del regime fascista, a partire da luglio 1923, portarono all'eliminazione delle parole straniere nella toponomastica e in molti altri campi della vita quotidiana. La legge n.2042 del 23 dicembre 1940 (G.U. 76/1941) stabilì che "E' vietato l'uso di parole straniere nelle intestazioni delle ditte industriali o commerciali e delle attività professionali." e che "E' vietato l'uso di parole straniere nelle insegne, nei cartelli, nei manifesti, nelle inserzioni ed in genere in ogni forma pubblicitaria, con qualunque mezzo effettuata. Gli avvisi, i cartelli, le liste ed in genere ogni scritto, esposti nell'interno dei locali pubblici o di commercio, devono essere redatti in lingua italiana." "I contravventori alle disposizioni della presente legge sono puniti con l'arresto fino a sei mesi o con l'ammenda fino a lire 5000. Indipendentemente dall'applicazione della sanzione penale, qualora si tratti di attività soggetta a licenza od autorizzazione amministrativa, potrà essere sospesa o, nei casi più gravi, revocata la licenza od autorizzazione."
La battaglia linguistica contro l'esterofilia era però iniziata vent'anni prima, quando molti avevano sollevato il problema della titologia degli esercizi pubblici.
Pubblichiamo in merito due articoli della "Rivista mensile del Touring Club Italiano" di febbraio e di marzo dell'anno 1906.


Il Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio on. Ravasup>1, con una circolaresup>2 diramata poco prima di lasciare testata il Ministero, ha richiamato l'attenzione delle Camere di Commercio sul fatto che, specialmente nelle grandi città, nella intitolazione degli alberghi o si fa uso soltanto di lingue straniere, e, se pur si fa uso della lingua nazionale, la denominazione in italiano è messa al secondo posto e scritta in caratteri meno appariscenti di quelli usati per la denominazione nelle altre lingue.
Questo fatto - nota il prefato Ministero, in una lettera ai Presidenti delle Camere di Commercio – costituisce evidentemente un esempio pubblico e continuato di poco riguardo verso la lingua nostra all'interno del Regno, mentre benemerite associazioni intendono con ogni sforzo allo sviluppo all'estero della coltura e della lingua italiana; epperò non v'ha chi non possa convenire nella opportunità, anzi nella necessità che ad esso si ponga adeguato rimedio.
La circolare è opportunissima; perché in qualche città, in qualche vallata, su qualche lago italiano lo scandalo ha passato ormai i limiti della tolleranza.
Lo scrivere, in Italia, i nomi degli alberghi in lingua straniera, è un vero atto di servilità, un atto indecoroso, commesso nella fiducia di attirare, colle diciture straniere, qualche straniero di più: come se gli stranieri fossero così semplicioni da aver bisogno di simili piccoli allettamenti: come se essi fossero così ignoranti da non comprendere che birra significa Bier e che vino significa Wein.
Eh! via! Non è con questi mezzucci che si tiene alto il decoro di un albergo, ma bensì col buon trattamento, colla pulizia, coi prezzi onesti!
Da per tutto, e specialmente verso il confine, il nome degli alberghi a casa nostra deve essere italiano. Se gli albergatori del regno sono Italiani, si ricordino che sono… Italiani; se sono stranieri si ricordino che sono… in Italia.
Ed i signori sindaci pensino che essi, se non riescono colla persuasione, hanno i poteri di far cessare lo scandalo in base alla legge sulle pubbliche inscrizioni.
Intanto, un plauso sincero all'on. Rava, ex ministro d'agricoltura, industria e commercio; e che la sua voce, la quale viene d'oltre tomba, possa venire ascoltata!

A questo argomento Angiolo Orvieto dedica nel Marzocco un notevole articolo, da cui togliamo il seguente brano:

A Firenze c'è il Savoy Hôtel. E due passi più in là si legge "Tea Rooms" dove dovrebbe essere scritto "Sala da tè" e "Restaurant" invece di "Trattoria" vocabolo non ancora sceso tanto in basso da non poter risalire. E' un atto di cordialità, di ospitalità, di praticità. E sia, ma può anche sembrare un atto di servilità; ed è sopra tutto una cosa inutile. Si poteva capirla e giustificarla cinquant'anni sono, quando la parola "albergo" o "locanda" doveva sonare agli Inglesi, i soli turisti d'allora, come sinonimo di scannatoio ove convenisse dormire con un occhio solo e con la pistola sotto il capezzale. Chiamare "hôtel" l'albergo e aggiungervi "d'Europe" o "de la Grande Bretagne" era un mezzo semplice ed efficace per tranquillare il cittadino d'Albione, che giungeva in Italia con la testa piena di paurose storie di brigantaggio. Doveva certo sembrargli meno probabile veder sbucare la grinta d'un Passatore, d'un La Gala o d'un Gasparone di sotto al letto d'un "Hôtel de Londres" che di sotto a quello d'un "Albergo del Gambero". Per una consimile ragione psicologica, il nostro olfatto più ancora che il nostro occhio, preferisce, su certi usci, un W. C. ad altra sigla più italiana, ma meno rassicurante. Ma se per il W. C. non è ancor sonata in tutta Italia l'ora dell'italianità, per hôtel e suoi aggiunti quella del "Va fuori d'Italia, va fuori, stranier" è forse vicina.

L'on. Rava, inviando la sua già nota e molto applaudita circolare alle Camere di Commercio, ha ottenuto lo scopo di chi parla a suocera perché nuora intenda; e infatti, se le Camere di Commercio non si sono mosse, si sono mossi i sindaci; e fra essi quello di Roma ha preso il saggio provvedimento di rendere obbligatorio, per gli albergatori, negozianti ed industriali, di scrivere le loro insegne in lingua italiana, e di scrivere sotto, ma in carattere più piccolo, la traduzione in lingua straniera.
Il sindaco di Genova ha diramata la seguente opportuna circolare:

Conformemente alle istruzioni impartite da S. E. il Ministro di Agricoltura, Industria e Commercio, rendo noto ai signori proprietari di alberghi, ristoranti, caffè ed analoghi stabilimenti in questa città, non essere permessa l'intitolazione dei medesimi in lingua straniera.
Ove però all'intitolazione in lingua italiana si voglia aggiungere quella in lingue straniere, dovrà essere assegnato alla prima il posto principale e più importante.
Non saranno quindi concessi né rinnovati permessi per intitolazioni in sole lingue straniere, e ciò anche in osservanza dell'articolo 30 del vigente regolamento di polizia municipale.

Il Consiglio comunale di Firenze ha fatto di più: ha votato una tassa sopra le insegne in lingua straniera, e una parte dei proventi di questa tassa andrà alla Dante Alighieri.
Al Consiglio comunale di Milano svolse un'interpellanza su questo argomento il consigliere prof. Ferrari, al quale rispose l'assessore Candiani.
E, oltre che le nuore sindaci, hanno capita la predica anche le nuore giornali; moltissimi di essi si occupano della questione; e sono fra essi una minuscola eccezione quelli che non approvano la circolare dell'on. Rava.

Nella Lombardia di Milano il signor Rinaldo Caddeo finisce un suo notevole articolo sull'argomento colle seguenti parole:

Io credo che per la prossima Esposizione Milanosup>3 non potrebbe dimostrare meglio la sua gloriosa italianità che bandendo risolutamente dai muri delle sue case ogni insegna che non sia italiana.

Il Marzocco di Firenze continua la sua rigorosa campagna in appoggio della circolare Rava, considerando l'argomento sotto tutti gli aspetti; e in quel periodico Mario Morasso, in un articolo intitolato "Come si denominano gli alberghi" scrive fra altro:

Non solo l'italianità è offesa dai nomi che la moda impone ai principali alberghi delle città italiane più frequentate dai forestieri, ma la logica, il buon senso e il buon gusto sono maltrattati dai nomi imposti dalla moda istessa a tutti i grandi alberghi moderni… E gli albergatori sono persuasi di dar prova di acume industriale, di spiegare la loro avvedutezza negli affari e la loro esperienza di conoscitori della clientela e di agire infine per il loro tornaconto denominando oggi i loro alberghi Splendid Hôtel, Palace Hôtel, Modern Hôtel, Regina Hôtel, Excelsior Hôtel, come li denominavano ieri Grand Hôtel, Eden Hôtel, Hôtel Continental, Savoy Hôtel, Hôtel Bristol, Hôtel Terminus, come li denominarono ancora prima Hôtel d'Europe, Hôtel de France, Hôtel d'Angleterre, Hôtel de Londres, Hôtel Rebecchino, Hôtel de la Ville, ecc. In una quarantina circa di anni, sono questi, e non più di questi, gli appellativi che, non simultaneamente, ma in tre frasi successive, quelle appunto in cui io li ho distinti, sono stati inscritti sulle insegne degli alberghi di tutti i paesi civili del mondo… Le denominazioni degli alberghi non sono adunque divenute che indicazioni convenzionali per distinguerne il grado? Per tanto così non sarebbe meglio fare per gli alberghi quello che gli americani hanno fatto per le strade? Dire albergo di prima categoria, di seconda, ecc.? Sarebbe più comodo e sopratutto più ragionevole. Se questa riforma sarà adottata non passeranno molti anni che anche i Palace, gli Splendid, i Bristol, ecc. andranno a raggiungere nei borghi, nei villaggi, nelle fortunate cittadine dormenti, lontano dalla ferrovia, quei bei nomi ingenui e pittoreschi della Corona d'oro, del Falcone, delle Due Spade, dei Tre Re, di Santa Barbara, della Campana, dell'Aquila rossa, del Sole, della Luna, del Cavallino che erano per i nostri nonni sinonimo di un bel fuoco scoppiettante nel caminetto, di un desco odoroso di pietanze del paese.

L'articolo pubblicato dall'Orvieto nel Marzocco, ed al quale accennammo nel numero precedente, ebbe largo plauso. Un signore straniero, fra altri, quale amico dell'Italia scrive al Marzocco:

Il Wirt del Savoy-Hôtel e i suoi colleghi, saranno buoni uomini di affari, ma sono certissimamente cattivi psicologi. Egli dice: gli Hôtels sono per gli stranieri: è naturale quindi, che si diano ad essi nomi stranieri. Allora, se vuole essere conseguente, perché dà il titolo solo in inglese? e non anche in francese? e tedesco? e magari giapponese? come le intestazioni delle cartoline illustrate? La cordialità, la ospitalità, la praticità va così in favore di una sola nazione, e a danno di tutte le altre. Se il ragionamento del proprietario fosse giusto, allora otterrebbe l'effetto opposto: richiamare cioè gli inglesi e respingere i figli degli altri paesi. Voglio dire ancora che se fossimo in Turchia si capirebbe scrivere sulla porta dell'albergo un nome in una lingua europea, ma in Italia, nella terra del latino, è fare ingiuria non modesta alla cultura dei forestieri.

Un altro bel articolo sullo stesso argomento scrive Enrico Corradini nel Giornale d'Italia di Roma, e da esso togliamo il seguente brano:

E' indubitato che gli albergatori hanno bisogno di stranieri per i loro alberghi; ma non avrebbero affatto bisogno di scrivere le loro insegne in lingua straniera; per lo meno, soltanto in lingua straniera, e potrebbero benissimo aggiungervi anche l'italiano, e nel posto d'onore, con un po' del vecchio patriottismo che non guasta gli affari, santo Dio! Se non lo fanno, è per un oblio della dignità nazionale, non tanto proprio di loro quanto dell'opinione pubblica che li circonda. E tale oblio di noi medesimi nasce appunto dal sentimento contrario, cioè dal sentimento di servilità verso gli stranieri.

E cominciano a muoversi anche i Comitati della Dante Alighieri; e quello di Milano, affermando il dovere che incombe a tutti gli italiani di tutelare il loro patrimonio linguistico, oltreché fuori, anche entro i confini dello Stato fece voto che il Comune di Milano si valga della facoltà concessagli dalla legge, per por termine al deplorato inconveniente, e affidò l'incarico al dott. cav. Vittorio Ferrari, consigliere della Dante Alighieri e del comune, di farsi interprete di tal voto in una delle tornate del Consiglio comunale; il che è già avvenuto, come più sopra abbiamo detto.
La Rivista degli Alberghi (che si pubblica a Genova, e che è organo ufficiale della Società Italiana degli Albergatori), dedica all'argomento alcune delle sue alte colonne.
Il signor F. R. se la prende molto calda anche colla nostra Rivista, ed usa paroloni che sono grossi… ma che non provano proprio nulla, sino a che non sia dimostrato che il dare del buffo, del ridicolo, dell'ubbriaco, sia un ragionamento.
E non è un mezzo di onesta polemica il far dire all'avversario quello che egli non si è sognato di dire.
Noi abbiamo scritto (e lo ripetiamo sapendo di ripetere una verità nota a tutti) che "in qualche città, in qualche vallata, su qualche lago italiano lo scandalo ha passato ormai i limiti della tolleranza"; e quel signore ci fa dire "che gli albergatori italiani danno un esempio scandaloso!" Dichiariamo candidamente che con chi opera così non crediamo possibile una polemica serena ed oggettiva.
Anche si scandalizza, quel signore, perché il Touring Club si chiama… Touring Club, cioè si intitola con "parole esotiche." Prima di tutto notiamo che il Touring Club si chiama Touring Club Italiano, e non Italienischer Touring Club o Touring Club d'Italie, e che perciò, se esso fosse un'insegna d'albergo, sarebbe in piena regola colla… circolare Rava; e poi osserviamo che 1'uso dei Touring e dei Club ci venne dall'Inghilterra; e colla cosa ci venne anche la parola. Quello scrittore, così facile a scandolezzarsi… quando non si tratta delle insegne degli alberghi, dovrebbe protestare anche perché in Italia, per le stesse ragioni, si adoperano le parole vagone e tranvia, per la ragione che i vagoni e le tranvie furono inventate in Inghilterra.

Lo stesso numero della Rivista degli Alberghi, porta una lettera, molto cortese e calma, che il sig. Federico Fioroni, presidente della Società degli Albergatori, inviò al Municipio di Genova.
In quella lettera troviamo delle affermazioni alle quali non sapremmo sottoscrivere.
Il signor Fioroni afferma che a Genova "non sosterebbe più alcun viaggiatore, se i forestieri non sapessero che vi si trovano degli Hôtels, e, non solo degli Alberghi" ed aggiunge che "sopprimendo il titolo di Hôtel, si sopprimerebbe quasi l'industria del forestiero". Francamente, noi abbiamo maggiore stima dell'intelligenza dei forestieri, della bontà degli alberghi italiani, e delle attrattive del nostro paese!
In ogni modo, il signor Fioroni non insolentisce, ma ragiona; alle osservazioni del Municipio di Genova, oppone altre osservazioni, degnissime di essere discusse; e per conto nostro auguriamo che discutendo, come si usa fra persone intelligenti ed educate, si possa trovare quella soluzione che concilii il decoro del paese cogli interessi, rispettabilissimi, degli albergatori ; e per conto nostro saremo ben lieti se potremo contribuire a raggiungere un tale risultato.
Il dott. Ettore Candiani (assessore comunale a Milano, e benemerito presidente del Comitato Lombardo e Laghi della Società per il concorso dei forestieri) è proprio in quest'ordine d'idee; e confidiamo che l'egregio uomo (del cui patriottismo e della cui deferenza per gli interessi degli albergatori nessuno può dubitare) saprà trovare quella via media che conduce all'equità; ed egli sa bene di poter contare su tutto l'appoggio del Touring.


1 Luigi Rava (1860-1938) fu ministro dell'Agricoltura, Industria e Commercio da novembre 1903 a dicembre 1905, negli esecutivi Giolitti e Fortis
2 Nel novembre 1905 il ministro Rava inviò una circolare alle Camere di commercio, raccomandando il conveniente rispetto ala lingua nazionale nelle insegne degli alberghi ed in tutte le altre scritte pubblicitarie
3 L'"Esposizione internazionale del Sempione" che si tenne a Milano dal 28 aprile all'11 novembre 1906

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