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    Pezzi di storia

N.S. di Monte Allegro Patrona del "Capitaneato" di Rapallo
di Gio. Bono Ferrari

Il Mare – 15 luglio 1939

L'antico territorio rapallese, chiamato prima «Podesteria» e poscia, dal XVI secolo «Capitaneato», era il più importante e forse il più esteso della Riviera levantina.

S. Stefano La prima Plebana di Rapallo: Santo Stefano

La sua giurisdizione civile comprendeva Portofino, il comune di Corte, S. Lorenzo, S. Margherita, Rapallo ed i suoi estesissimi «sestieri» o parrocchie; Zoagli, Semorile ed i paesi chiamati d'oltremonte, che erano Canevale, Coreglia e Dezerega fino al ponte di Pianezza sul fiume Lavagna. Per la parte religiosa poi era ancor più esteso, se si pensa che lo arciprete della plebana di S. Stefano di Rapallo aveva il diritto, tassativo, di battezzare soltanto nella sua chiesa tutti i nati da Portofino a Cicagna. Vantava inoltre diritti di pesca fin quasi alla penisola di Sestri Levante e diritti di una «decima» da essere pagata da tutti coloro che non essendo rapallini, navigassero su barchi di Rapallo da e per i porti di Corsica, Sardegna e Sicilia. (Concessione dell'Arc. Siro a Giberto, arciprete di Rapallo, anno 1152).
L'importante territorio, che i mercatanti forestieri chiamavano anche «Marca» all'uso nordico, subì verso il mille le saltuarie ma terribili invasioni saracene che apportarono alla Liguria un regresso di secoli. Fiaccata poi la loro potenza nella giornata di Roncisvalle, Rapallo ebbe una tregua d'assestamento e di pace. Ma nel XII secolo vi fu l'offesa dei pisani, che tutto incendiarono. Più tardi la città conobbe le atroci, lunghe e sanguinose contese fra guelfi e ghibellini. Lotte a coltello fra casato e casato, con giornaliere ripercussioni nelle estese terre del «contado», ove i tanti «manenti» dei due partiti si azzuffavano a loro volta per qualunque quisquilia. Quasi un secolo dopo vi fu l'offesa delle tante navi veneziane che nelle acque del Tigullio erano venute per dare battaglia alla squadra della Repubblica genovese. E poscia ancora anni grigi, durante i quali un rapallese di parte guelfa, Ibleto Fieschi, pur di poter sfogare il suo rancore contro i ghibellini di Rapallo non esitò d'allearsi con dei mercenari napoletani e con dei fuorusciti genovesi, per piombare di notte sulla città natia. Quando più tardi, dopo molti decenni, le lotte fra guelfi e ghibellini ebbero fine, grazie forse alla caduta del grande ma iroso casato dei Fieschi, Rapallo ebbe anni di pace e di prosperità. Il suo porto del Langano era molto frequentato da legni mercantili che a Rapallo portavano granaglie dalla Sicilia e prodotti dall'Arcipelago che cambiavano con manufatti e con cuoia lavorate. (Rapallo aveva, già nel 1400, delle rinomate concerie).

seconda La seconda Plebana di Rapallo

E la strada mulattiera che da Coreglia e per Monti scendeva a Rapallo era continuamente frequentata da mercanti della Valle Padana, che nella città dei Santi Gervasio e Protasio avevano ingenti interessi. In piena floridezza vi fu, è vero, la terribile zannata del corsaro Dragutte, che in una notte del 1549 approdò di sorpresa con molte fuste e sciabecchi, facendo scempio dell'indifesa popolazione. Ma anche questa volta i rapallesi - aiutati dai contadini viciniori - seppero scrollarsi di dosso i feroci pirati di Barberia. Pochi anni dopo, il 2 luglio 1557, scese sulla martoriata Podesteria di Rapallo la vivida luce, e la benedizione, della soave Madonnina apparsa al Chighizola sulla vetta del Monte Leto. E da quel giorno cessarono le pagine tragiche della capitale dei Tigullio. Andrea Doria, il grande ammiraglio di Genova, venne espressamente un giorno a Rapallo per fondare sulla sua spiaggia la prima «salina» della Liguria. (La bella porta delle Saline è un ricordo di quei tempi). Dopo della salina Rapallo ebbe i cantieri navali e molte e rinomate fabbriche di sapone, che per la fabbricatine dello stesso utilizzavano i sottoprodotti dei tanti frantoi villerecci. (Il sapone di Rapallo era smerciato e conosciuto persino in Adriatico, nell'Arcipelago greco e sulle coste dell'Asia Minore). Affiancata alle patriarcali industrie di terraferma, fiorì allora anche l'industria del mare, rappresentata dai numerosi e grossi leudi coperti, che equipaggiati da marinai di Rapallo, e di Santa Margherita, si dedicavano alla pesca del corallo sulle coste di Sardegna, di Sicilia e persino della Tunisia. I pescatori di corallo del Tigullio furono nei secoli XVII e XVIII forse i più intraprendenti ed agguerriti di tutta la Riviera di Levante. La Repubblica di Genova volle premiare Rapallo per la sua fedeltà, il suo attaccamento e il suo altruismo (ricordare sempre che Rapallo, la fedele e nobile Rapallo, quando Genova, nel 1656, fu colpita da quel terribile colera che ne dimezzò quasi la popolazione, non si peritò di mandare alla Dominante ingenti soccorsi di viveri, derrate e medicinali. E non paga di ciò inviò ancora a Genova i suoi volontari infermieri ed i suoi cerusici. Il dr. Giuseppe Cherubini, volontario rapallese, morì assistendo i colerosi). Il premio, ambitissimo per quei tempi, era riconoscere al territorio del'antica Podesteria, il grado politico di «Capitaneato», con tutti i diritti e gli onori inerenti.

capitaneato L'antico palazzo del Capitaneato

Il Capitano del Popolo veniva nominato dal Doge, stava in carica un anno e non poteva assentarsi da Rapallo se non per un decreto del Senato. Amministrava la giustizia civile e criminale ed aveva l'obbligo, una volta al mese, di riunire il popolo a pubblico parlamento onde ascoltare i desiderata e le lamentele dei singoli.
Nella seconda plebana di Rapallo, situata ove oggi si eleva la maestosa nuova basilica, ascoltava ogni domenica la messa con i suoi gentiluomini ed armigeri, assiso sotto un baldacchino situato nella navata sinistra del tempio. E anche alle processioni v'assiteva con l'emblema del suo grado, che era un orifiamma dalla croce scarlatta. Ormai la piccola primitiva plebana di Santo Stefano, quella dell'arditissimo e bel campanile, era diventata sede di una confraternita. E nei muri del suo alato piazzaletto vi erano infissi i grossi anelli, attaccati ai quali stavano, sempre sellati, i cavalli degli armigeri del Capitano di Giustizia.
Rapallo, bisogna riconoscerlo, ebbe la fortuna d'avere quasi sempre degli ottimi Capitani del Popolo, usciti quasi tutti dalle migliori famiglie nobiliari di Liguria. E poté così assurgere ad importanza.
Nel 1700 era già rinomata stazione di posta. Nobili famiglie vi convenivano a trascorrere i mesi dell'estate e passeggeri di levatura vi sostavano, attratti dalla agreste bellezza dei dintorni e dalle comodità che offrivano le secentesche «locande». Molti Capitani del Popolo lasciarono nei muri del vetusto palazzo del Capitaneato il ricordo del loro anno di governo. Trattavasi di una lapide, generalmente di marmo, qualche volta d'ardesia, che portava scolpito nella parte superiore l'agnello con il labaro, a dritta lo stemma di Genova e a sinistra lo stemma gentilizio del Capitano. (Mentre che invece le lapidi chiamate «governative», ossia del Governo della Repubblica, avevano scolpito in alto l'agnello con il labaro, a dritta le tre torri di Genova, ed a sinistra il grifone, antico sigillo della Dominante).
Dovevano essere molte e forse anche belle, le targhe marmoree che ricordavano i nomi dei vari Capitani che a Rapallo diedero pace e buon governo. Ma durante la bufera rivoluzionaria, quando Rapallo diventò sede di «tappa» delle truppe francesi del generale Myollis prima e del generale Hugo poi, le belle targhe, che per noi rappresentavano un'era di pace e di glorioso buon governo, furono rotte e spezzate in omaggio ai principi che erano arrivati di Francia…
Proprio negli anni di buon governo nostrano e addì 1° gennaio 1739, il Capitano del Popolo ed i maggiorenti del Comune, riuniti a pubblico parlamento, domandavano ed ottenevano da Nicolò Maria de Franchi, Arcivescovo di Genova, il permesso di proclamare la Madonna di Montallegro Patrona di Rapallo e del suo Capitaneato. Autorizzazione confermata dal Sommo Pontefice in data 31 gennaio 1739. Due secoli di «Patronato». E quante cose, da allora! Quanti avvenimenti
Le insegne e i bei marmi araldici, ricordanti le nostre imprese, scalpellati e distrutti dai «sanculottes». Gli ori e argenti delle chiese, anche di quella di Monte Allegro, requisiti e usati per le paghe delle truppe straniere. Le impareggiabili opere d'arte dell'impareggiabile genio italiano rubate e trasportate in Francia per fondare il grande museo del Louvre. La bella e progredita istituzione del Capitaneato soppressa. E Rapallo, che aveva sempre saputo comandarsi da sola, chiamata a far parte della Sottoprefettura francese di Chiavari.
Gli anni grigi, con il continuo flusso e riflusso di milizie foreste, che nulla o ben poco rispettavano. Eppoi il colpo di grazia, dopo la parentesi dell'epoca Napoleonica. La nostra gloriosa Repubblica di Genova, che assieme alla gloriosissima di Venezia era stata quella che aveva insegnato gli ardimenti nautici e la scienza del buon navigare a tutti i popoli del mondo, tradita dall'Inghilterra, dalla Francia e dalla Russia al congresso di Vienna del 1815…
Interessi, ambizioni e mire regionali cozzanti fra di loro. Un mondo che finiva; un mondo che sorgeva. Ma sopra quel fermento e quello smarrimento di tante passioni umane scendeva, e giorno e notte, dalla vetta di Monte Leto, la luce protettrice della dolce Madonnina di Monte Allegro, sempre Guardiana e Patrona dell'antico e fedele Capitaneato di Rapallo.

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