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    Pezzi di storia

Questi "americani" non hanno più milioni
di Pier Angelo Soldini

Stampa Sera – 29 marzo 1948

I loro calcoli, quando ancora erano oltre oceano, li avevano fatti abbastanza bene. Tanto denaro per il viaggio di ritorno, con famiglia al completo, scimmia e emigranti pappagallo. Tanto denaro per costruire la casa in riva al mare o per rifar la facciata a quella vecchia, possibilmente in stile fiorentino o veneziano. Tanto denaro per dare un titolo di studio ai figli maschi e per corrispondere un'adeguata dote alle femmine. Infine tanto denaro da convertire in buoni fruttiferi per poter vivere, senza troppi crucci e senza troppi sacrifici, il rimanente dei loro giorni.
Poi, a uno a uno, messa faticosamente da parte la somma occorrente per far fronte a coteste esigenze, dissero addio alle ospitali terre dell'Argentina e del Brasile, della Columbia e del Perù, del Cile e del San Salvador, per far ritorno, fieri ed alteri come tanti generali che avessero vinta una strenua battaglia, al loro paesi d'origine.
Certo, per poter arrivare onoratamente sino all'estremo limite della vecchiaia - senza correre il rischio di dover emigrare una seconda volta - bisognava che non si lasciassero prendere la mano dall' ambizione e tantomeno che si mettessero idee troppo grandiose per la testa. Ma spese pazze e avventate risulta che nessuno d'essi ne abbia mai fatte, come risulta che nessuno d'essi abbia mai tentato speculazioni audaci e azzardate.
Conoscendo, dopo tanti anni di duro lavoro e di costanti privazioni, il prezzo del loro riscatto, continuarono anzi, come gli autentici pensionati in confidenza con le matematiche, a controllare le uscite e a pesare ogni loro atto con la stessa meticolosa bilancia con cui, soldo per soldo e sospiro per sospiro, laggiù in America erano riusciti a mettere assieme la cosiddetta «fortuna».
Senonchè, nonostante la loro avvedutezza e la loro prudenza - ma una cosa è fare dei calcoli con delle cifre e un'altra è farli con i sentimenti - era pur fatale che in un qualche errore, essendo anche essi simili a ogni altro comune mortale, dovessero egualmente incorrere. E fu quello di volersi ostinatamente mantenere estranei agli avvenimenti che si verificarono dopo il loro ritorno, considerandosi - fors'anche per mantenere un certo distacco, adesso che avevano il conto in banca, dal vecchio ambiente che avevano lasciato prima di emigrare - un poco alla stessa stregua di stranieri in Patria.
Con tutto ciò non è detto, intendiamoci, che non amassero il paese dei loro padri. Anzi, prove di affetto e di attaccamento glie ne fornirono in più di una occasione. Ma purtroppo avviene di frequente che chi comunque si elevi non sappia poi resistere alla ingenua tentazione di guardare le cose dall'alto al basso.
Chi sia stato una qualche volta da queste parti e abbia conosciuto qualcuno di questi don Josè e di questi don Francisco, di questi don Pablo e di questi don Juan imborghesiti sino al midollo, ricorderà ad esempio d'averlo udito esprimersi - appunto sulla falsariga degli inglesi e dei tedeschi che venivano quaggiù a svernare - quasi unicamente in «gallego»1, come se non avesse avuto dimestichezza in vita sua con altra lingua o altro dialetto all'infuori di quell'ibrido connubio, tra il castigliano e l'indio che è l'idioma corrente di molti Paesi del Sud America. Come sicuramente ricorderà, chi sia stato qualche volta da queste parti, di averne visto persino taluni ostentare all'occhiello - anche quando non s'era ancora giunti all'inflazione dei distintivi viaggiatori - la bandierina di qualche repubblica o repubblichetta sudamericana, illudendosi magari di stendere in tal modo una specie di velo sulle loro modeste origini.
Ed è appunto a cagione di questo atteggiamento, che talvolta andò oltre a simili manifestazioni esteriori, più ancora che per il denaro che tennero piuttosto prudentemente celato che furono chiamati «americani», con il loro palese orgoglio, dalla gente del luogo. Questo orgoglio lo dovettero poi pagare a caro prezzo. E fu come una vendetta di quel destino con il quale si ritenevano sicuri di aver regolati i conti in anticipo.
Venne infatti la prima guerra mondiale. E mentre altri, forse con meno beni di fortuna da difendere, cercarono di adeguarsi ai tempi essi la considerarono come un temporaneo accidente. Il bastoncino tra le gambe e il panama in testa, attesero, seduti sulle panchine in riva al mare, che la bufera passasse. Come se la cosa non li riguardasse tanto da vicino: anche perché, più d'uno, aveva provveduto a dare ai figli cittadinanza straniera.
Però questo temporaneo accidente durò più tempo del previsto ed ebbe quelle conseguenze, per la distribuzione della ricchezza, che tutti conosciamo. Sì che essi, non bastando più le rendite per far fronte all'aumentato costo della vita, dovettero incominciare a dar leva ai buoni fruttiferi, rassegnandosi nel contempo a decurtare la dote delle figlie rimaste ancora in casa e limitandosi a dare, invece che la laurea, unicamente un diploma ai figli ancora agli studi.
Il Sud America aveva cessato, nel frattempo, di essere quella fonte di facili guadagni che era stato nel passato, perché valesse la pena di tentare una seconda avventura. Comunque, rifatti i conti e stretti ancor più i cordoni della borsa, videro che potevano egualmente resistere. E tennero duro.
Poi venne la seconda guerra mondiale e, ancora una volta, nonostante la passata esperienza, ritennero che si trattasse di un altro temporaneo accidente. Anzi, con maggiore ragione di prima, dato anche che gente più esperta di loro - tra cui fiori di uomini politici e fior di strateghi - si era illusa che dovesse concludersi nel breve giro di una stagione. Poi, fallita la guerra lampo, furono costretti a vendere, oltre agli ultimi titoli, anche la roba che avevano in casa. E mai, come in questi ultimi tempi, si son visti in giro tante coperte di pelliccia, tanti scialli e amuleti, tanti mobili e sopramobili.
Pesti e mesti come quei tali generali che, a furia di ritirate strategiche, si son trovato il nemico dietro le spalle, i vari don Josè e don Juan della riviera pare che ora abbiano capito a quali passi conducono i famosi accidenti temporanei. In crocchio davanti alle edicole e seduti sulle loro solite panchine in riva al mare, sfogliano il giornale fresco di stampa a cuor sospeso. Poi, a lettura finita - lo comprano, di consueto, in tre o quattro assieme, e impiegano quasi l'intera mattinata a compulsarlo e a commentarlo - si guardano in faccia come per dire: «Adios amigo. Se stavolta scoppia la bomba sono i quattro muri della casa che se ne vanno». Allora sarà troppo tardi per riprendere il lungo viaggio al di là dell'oceano e ancora troppo presto per quell'altro viaggio dal quale non si ritorna né con la «fortuna» in tasca né con il pappagallo impagliato. Ma speriamo che la bomba non scoppi.


1 In realtà il gallego è una varietà linguistica parlata nella comunità spagnola della Galizia e nelle confinanti province portoghesi; più simile al portoghese che allo spagnolo.

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