Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Le rappresentazioni sacre in Chiavari e Rapallo1
di Arturo Ferretto

tratto da "Giornale Ligustico – Gen/Feb 1898"

Nell'Umbria mistica e pittoresca, che alternata da valli profonde e da erte montagne sembra chiamare alla chiusa meditazione e all'estasi contemplativa, all'ombra delle torri di Assisi e dei boschi lussureggianti, dove, al dire dell'Ozanam, dovea nascere il canto d'un amore migliore, umili fraticelli avevano intonata la laude sacra, inneggiando a Dio, alla Madonna, ai Santi e alla natura, così splendida colà nelle sue stesse ruvide bellezze montane.
Una poesia, malata di misticismo, ma pur sempre poesia, vergine e serena, si elevava nell'inizio di quel periodo medievale, mare sempre misterioso e profondo, di cui, nonostante le fatiche di tanti studiosi, non si sono scoperte se non che poche spiaggie e queste eziandio non bene descritte, ne v'è speranza si possa mai conoscerle appieno.
Un poverello glorioso, serafico in ardore, nato a pensieri contemplativi ed a sensi di universale amore, celando sotto la scorza del Santo l'eroe che amava, benediceva e soffriva, dotato d'un cuore schiuso alle più vive impressioni, errava per l'Italia, elemosinando e cantando «povero ed umile fraticello che ristorò, ripulì, rimise in fiore la disciplina cristiana trascorsa e arrugginita dalla barbarie dell'età precedenti, richiamando i cristiani istituti alla santità dei principii».

Chiavari, che come la vicina Rapallo, erano stazioni di romeaggio2 ed attraversate dalla strada romana, ebbe l'onore di ospitare per ben due volte questo benemerito campione della religione e della patria, poeta dell'amore e del sentimento, santo dalle idee cavalleresche, che volle avere una dama, cui servire, e si scelse la povertà, il trovatore di Cristo, nel quale si confondono insieme e cavalleria e misticismo, e che chiama i suoi compagni giullari del Signore e paladini della Tavola Rotonda. Il Buschi, che terminò di scrivere gli Annali Chiavaresi nel 1671, afferma che S. Francesco andò due volte in Chiavari, che nel 1219 fondò il suo primo convento nelle Cadè, e che poi la ristrettezza e povertà ne faceva desiderare uno più capace, onde nel 1223 ripassando, trovò inoltrata la fabbrica e vi istituì il terzo Ordine.
Chiavari riconoscente prese a protettore detto Santo, onde il 5 giugno del 1520 il Doge Ottaviano Fregoso confermava le regole del Monte di Pietà chiavarese, fatte «al nome e laude dello onnipotente Dio e de la sua madre Vergine Maria e de li Beati Io. Baptista e Francesco patroni e protectori de Clavaro». E, quando il 25 agosto del 1612 il Consiglio maggiore dei trenta e il Consiglio minore dei cinque di Chiavari, supplicò il Senato genovese di far mutare i Francescani in Riformati, ricordavano che il monastero «in questo luogo ha havuto principio dal proprio santo».
Anche Guglielmo Fieschi dei Conti di Lavagna, avendo assistito in morte S. Chiara in Assisi nel 1253 insieme con suo zio Papa Innocenzo IV, volle erigere un altro monastero, per monache francescane dette di S. Damiano, sul territorio di Bacezza in Chiavari, che intitolò dalla sua diaconia di S. Eustachio e al quale prepose per abbadessa la cugina Cecilia Sanvitale, venuta espressamente da Parma.
Inoltre la chiesa di San Salvatore di Lavagna, ora monumento nazionale, era stata edificata d'ordine d'Innocenzo IV per i frati minori, avvisandomene uno squarcio dell'annalista parmigiano Fr. Salimbene. Questi, discorrendo del pontefice sullodato, che tolse origine dalla fiumana bella, che Intra Siestri e Chiaveri s'adima dice:
«Liberalis homo fuit valde ut patet in regula fratrum Minorum quam declaravit et in aliis multis. Fratres minores semper tenebat secum in magna quantitate quibus et pulcrum locum fecit et pulcram ecclesiam in qua apud Lavaniam quae terra sua fuit XXV fratres Minores semper tenere volebat quibus providere volebat tam in libris quam in aliis necessariis. Sed fratres Minores noluerunt suscipere et sic Papa aliis religiosis dedit.».
Al movimento mistico dei Francescani, tanto accentuato in Chiavari, ed ai quali siamo debitori del primo saggio di rappresentazione della Natività, avendo preso le mosse i Presepi e da questi, come fiume da sorgente, tutte le sacre famiglie della scuola pittorica genovese e opere gentili di scultura, sì in marmo come in pietra nera di Promontorio, altro movimento seguì a breve distanza più rumoroso, portando nell'ardore della fede un risveglio non solo nell'itala contrada, ma, sorvolando e monti e vallate, uscendo dai termini d'Italia, invase la Provenza, la Borgogna, la Germania e la Polonia, andando l'ultimo flotto, come ben osservano il D'Ancona ed il Bartoli, a rompersi sui lontani lidi della Scizia.
Il Giustiniani così discorre di questo avvenimento:
«E l'anno di mille ducento sessanta… si levarono in la città di Perosa una moltitudine d'huomini, i quali andando nudi per la città e con le scuriate si battevano crudelmente le proprie carni; invocando la nostra donna e pregandola che li volessi impetrar venia dal suo figliuolo dei peccati loro. E si diffuse questa setta di disciplinanti quasi in tutta Italia… E si partì da Tortona Sinibaldo degli Opizoni, ch'era stato rettore di quel popolo e venne a Genova con grandissima compagnia. E lassate le vestimenta in la chiesa di S. Francesco, andavano nudi per la città battendosi e gridando, come è detto di sopra. E poi si gettavano in terra, gridando "misericordia, misericordia, pace e pace". E in la città si parlava variamente ed alcuni dicevano "questo è buon segno". Ed alcuni dicevano ch'era cattivo; ed alcuni altri dicevano "chi si vuol battere si batta, ch'io non mi batterò mai". E molte altre cose si dicevano. E tutti nondimeno restavano ammirati e quasi stupefatti. E per spazio di tre giorni questi disciplinanti ebbero poco o niuno seguito; ma poi si commosse il cuor delle persone, e tutti i cittadini si riducevano in le lor chiese, e, lassate le vestimenta, andavano battendosi, visitando le chiese delle città e dei borghi e così continuarono tre giorni. E successero per causa di questi disciplinanti molte buone operazioni religiose e pietose, sia in la città, sia in tutto il distretto nel quale si diffuse questa disciplina. E questo si può credere che fussi il principio e l'occasione di edificare in la città le case ossia gli oratorii dei battenti dedicati alle sette opere della misericordia»3.
L'annalista dice chiaramente che i disciplinanti lasciarono le vesti nella chiesa di S. Francesco di Castelletto, il che prova come essi, originati nel 1258 tra le popolazioni dell'Umbria, commosse alla voce di Raniero Fasani, avessero una protezione in quell'ordine, che nell'Umbria ebbe culla.
Il Giscardi afferma che il primo degli oratorii dei disciplinanti, che si aprisse in Genova, fu presso la chiesa di S. Stefano l'anno 1262, il secondo in S. Tomaso lo stesso anno 1262 e distrutto nel 1500 per la fabbricazione delle mura della città, il terzo in S. Andrea nel 1262 e che gli altri oratorii sparsi nei quartieri della città ascendevano al numero di venti.
Da una lite, che sui primordii del secolo scorso vertiva tra l'oratorio dei S. Giacomo e Leonardo di Prè da una parte e la commenda dei cavalieri gerosolimitani dall'altra, risulta che, istituitasi in Genova la congregazione dei disciplinanti, fu detto oratorio il primo ad abbracciare tale istituto. E il compilatore della monografia storica, inserita nella lite, aggiunge che i disciplinanti aveano tomba speciale coll'epigrafe "† MCCLXXXIII Sepulchrum confratrie - Sancti Iacobi et Sancti Leonardi - quod fuit factum in Prioratu - Benedicti Augustini qm. Marci Egidii Prioris gratissimi."
Per cura delle Clarisse di S. Caterina di Lucoli, governate da frati minori, sorse il grande oratorio detto dell'Acquasola, già ricordato in una bolla scritta il 15 Maggio 1272 da Gregorio IX. Il terreno sul quale vennero gettate le basi di questa grandiosa Casaccia, apparteneva ai Doria.
Ciò non di meno i disciplinanti non furono ufficialmente riconosciuti in Genova se non nel 1306, onde lo Stella dice che in detto anno …aulae disciplinae Ianuae coeperunt…. E nell'introduzione dei capitoli della compagnia di disciplina di Palermo i compilatori lasciarono scritto:
«Cumzo sia cosa ki congregati per lu bonu statu di la dicta cumpagnia in lu dictu locu avessimu truvatu li capituli di flurenza e killi di la cumpagnia di Sanctu dominicu di ienua facti in li milli CCCVI a li 20 di marzu».
E non solo i disciplinanti di S. Domenico ma altri ancora avevano speciali capitoli.
Il seguente documento fa menzione di essi.
«In nomine Domini Amen. Pagnus de Luca merzarius in contrata Sancte Tecle locavit et titulo locationis concessit Andaro de Clavaro filio Stephani priori Bartholomeo de Sancto Dominico calegario subpriori et Anthonino de Sexto scutario consiliario4 societatis illorum qui se afligunt ob reverentiam Passionis Christi in infrascripto loco quoddam hedificium domus ipsius Pagni cum vachuo et terra pertinenti ipsi domui posite in contrata Aquazole super solo sive terra ecclesie Sancti Stephani… a kalendis maii huius mensis usque ad annos duos tum proxime venturos… Insuper dictus Pagnus sub mutuo et in custodia et guardia dedit et concessit eis res infrascriptas custodiendas salvandas et gubernandas per ipsos usque ad annum unum proxime venturum scilicet altare unum de lignamine cum maiestate et imagine Passionis Corporis Christi in quodam armario toagia cum toaiola una recamata bistelum unum bancam unam pro sedendo librum unum de pergameno in quo scripta sunt capitula dicte societatis et rexentarium unum de ramo cum catena…
Actum Ianue in plathea Sancti Georgii in angulo domus Manfredi Venti. Anno Dominice Nativitatis Millesimo CCCXXXXVI Indicione XIII die XXI madii ante terciam.»
A Chiavari i frati Minori verso il 1263 eressero presso la lor chiesa un oratorio per i battuti, tanto è vero che il 27 Ottobre del 1463 confessano detti disciplinanti di S. Francesco a Fr. Stefano da Novara, guardiano del convento chiavarese, che sul terreno di detto convento, or sono 200 anni, era stato da essi edificato l'oratorio.
Da ciò emerge appariscente il nesso di affinità tra l'Ordine dei Minori e la fondazione dei primi oratorii dei disciplinanti.

L'entusiasmo religioso di questi battuti generò «quelle rozze composizioni, ingenua, ma vigorosa espressione del sentimento delle turbe, che le cantavano dum se verberando incedebant, che assunsero nome di Laude ed ebbero dapprima indole e forma lirica».
La Laude o Cantio Poenitentium, recitata alternativamente a dialogo dai confratelli, detti perciò Laudesi, vuoi che secondo Ernesto Monaci, il fortunato scopritore delle Laudi drammatiche umbre, sia stata composta traducendo, ovvero imitando drammi liturgici latini, vuoi che secondo il D'Ancona si riconnetta ai testi evangelici delle lezioni rituali, assunse nuova forma e proprio nome di Devozione, e questa, percorrendo diversi stadi di evoluzione, si avviò a diventare, come fu più tardi, Sacra Rappresentazione, la cui origine il Bartholomaeis ama trarre oltre che dall'antica liturgia drammatica, anche da certe costumanze fregiative, come quella della Befana in Roma5. Ma, se i drammi liturgici, continua il D'Ancona, furono soltanto norma ed esempio alle laudi drammatiche, un'altra fonte immediata e diretta è da rinvenirsi a queste ultime, oltreché nelle lezioni proprie alle feste ecclesiastiche, anche in certe scritture ascetiche degli ultimi tempi dell'età media, le quali, sebbene composte da uomini di grande dottrina teologica, o ad essi attribuite, erano tali che facilmente comprendevansi dai men dotti e trovavano un'eco profonda ne' semplici cuori del volgo. Tale sarebbe ad esempio un Pianto della Vergine Maria, malamente attribuito a S. Bernardo, e dal quale scorgonsi le strette rassomiglianze con una laude drammatica del Beato Iacopone da Todi. E in un piccolo codice in pergamena, che conservasi nell'Archivio capitolare di S. Lorenzo, dove sono registrate alcune bolle di Leone X in favore dei canonici di S. Giovanni il vecchio, trovasi appunto questo Pianto. La pagina prima reca una bellissima miniatura di S. Bernardo e sotto ad essa Incipit Plantus Bernardi de doloribus Marie et Plantus Beate Marie Virginis in Passione Christi.
L'elemento francescano, fautore come dissi in Genova e Chiavari dei battuti o laudanti, non fu certamente estraneo alle Rappresentazioni Sacre.

Il tedesco Lange scoperse ad Oxford una rappresentazione liturgica entro un rituale già della chiesa di S. Pietro di Sutri. E' del secolo XIII, ma il Lange afferma che più antica doveva essere la usanza rappresentativa e che il manoscritto è copia di originale più vetusto.
Se questa osservazione è giusta, il codice sutrino ci presenta il tipo più antico di Sacre Rappresentazioni in Italia.
Il D'Ancona però, parlando con quella competenza, che tutti gli riconoscono, delle origini del dramma sacro in Italia, nota che i più antichi ricordi, che abbiansi di spettacoli religiosi, non vanno più addietro del XIII secolo, e che Apostolo Zeno fu primo a far osservare come nel 1244 venisse fatta in Padova una rappresentazione sacra, correndo la festa di Pasqua, nel Prato della Valle, dove già prima aveano echeggiato le grida di giubilo di cavalieri e dame, di donzelli e di giocolatori.
E il D'Ancona sulla scorta di incontrastabili documenti continua a discorrere di altro simile spettacolo, che nel 1257 facevasi a Siena, come pure il De Bartholomaeis ricorda la rappresentazione della Risurrezione data nel 1267 al cospetto del Doge di Venezia.
Di nuovo il D'Ancona registra altra memoria del 25 maggio del 1298, appartenente a Cividale del Friuli dove in die Pentecostes et in aliis duobus sequentibus diebus facta fuit repraesentatio ludi Christi… honorifice et laudabiliter per clerum civitatensem….
A questi pochi documenti, che formano il caposaldo dei più antichi spettacoli religiosi, son lieto di aggiungerne un altro, che occuperà non solo nella serie breve delle surriferite memorie un posto onorevole per antichità in Italia, ma costituirà altresì il ricordo più vetusto di tali Rappresentazioni in un grazioso lembo, dal ligustico mare baciato.
L'erudito genovese Gerolamo Boccardo racconta che nelle campagne della Liguria e del Piemonte «si fanno ancora oggidì gotiche e paganesche processioni nelle quali la Madonna, i Santi o le Sante appariscono in vera mascherata co' loro emblemi e con segni del martirio».
Il D'Ancona, riferendo lo squarcio del Boccardo, aggiunge che fino al 1867 in Rivarolo di Polcevera rappresentavasi col titolo di Similitudine una Passione divisa in quattro giornate. Nella domenica delle Palme facevasi sul piazzale l'ingresso di Gesù in Gerusalemme, nel venerdì la Passione divisa in 5 atti, cominciando dal sinedrio fino alla Crocifissione, con moltitudine grande di personaggi e prospettive sceniche di grand'effetto. Finalmente nella Domenica davasi lo spettacolo della Risurrezione con musiche e apparizioni di angeli.
Eguali rappresentazioni, continua il D'Ancona, facevansi anche in altri paeselli della Liguria, come nella chiesa di S. Margherita di Marassi presso il Bisagno e nell'oratorio di Gavi.
E il Belgrano:
«Noi non intendiamo già dire che presso del nostro popolo assai più vago di spettacoli di quello che per avventura siasi fin qui pensato, difettassero al tutto le figure, i vangeli, i misteri, gli esempi, le storie e così in una parola quel complesso di teatro ascetico che fu quasi il solo del medio evo e con cui s'intese precipuamente a rendere popolari i fatti delle sagre scritture nonché le gesta dei Santi.
Alcuni indizi comeché posteriori a gran pezza non ce ne lasciano dubitare, e siccome varie memorie del secolo XV ne additano i Genovesi a cogliere palme fuori di patria in siffatte discipline, così ci fanno intendere che pur li vedremmo quivi esercitati nelle medesime, se i cronisti si fossero mostrati meno incuriosi nel registrare quei fatti, i quali a ver dire per lungo volgere di secoli si stimarono da nulla nella storia civile dei popoli».
Non iscorandomi l'asserto di coloro, che giurano essere ornai spigolato ogni archivio e ogni più importante documento dissepellito, mi venne vaghezza di sfogliare i registri più antichi dell'Archivio Notarile Distrettuale di Chiavari.
Le pazienti indagini non furono infruttuose e in fondo all'ultimo quadernaccio del Registro 1404 degli atti, rogati dal Notaio Nicolò Rivarola, m'imbattei in una cartina volante, che reca in caratteri dei primordi del secolo XIV queste note cronologiche:
MCCLXXVIII. Captum fuit Clavarum per Marchiones Malaspine
MCCLXXX. Fuit ludus de tribus Mariis in Clavaro.
MCCLXXXXXV. Fuit prelium in Clavaro inter Guelfos et Ghibellinos.
MCCCVIII mense maii. Fuit prelium magnum in Clavaro inter Guelfos et Ghibellinos et multi de parte Guelfa mortui fuerunt et Dominus Odoardus qui veniebat in subsidium Guelforum cum magna comitiva gentium dearmatus fuit in arena Burgi Clavari juxta flumen Lavarne mortuus et die dominico XXV Augusti fuit prelium in Ianua inter illos de Auria et illos de Spinulis tunc de Ianua exierunt Aurie Grimaldi et Flisci et per Venetianos fuerunt in Potestacia Clavari combuste domus D et ultra….
Della presa di Chiavari nel 1278 parlano gli annalisti Oberto Stancone e il Giustiniani, il che pone in rilievo l'impronta di veracità della cartina volante.
Nel Ludus de tribus Mariis si riconosce ben tosto una di quelle Sacre Rappresentazioni, di sopra accennate, che traevano la sorgente da qualche Mistero della Passione di N. S., e che, ravvivate sempre da lampi di affetto, facendo corredo a festività religiose, furono il preludio del nostro moderno teatro.
Da un simile rottame di antichità, vivente reliquia però di consuetudini secolari, rispettato dall'ala edace del tempo, si può facilmente costrurre un ampio edifizio, ben lasciando ad altri congetturare se questo spettacolo fosse in Chiavari già in grado di avanzato sviluppo, o se si svolgesse sotto l'atrio della chiesa parrocchiale di S. Giovanni Battista, dove in quel tempo il podestà di Chiavari e di Lavagna esercitava la giustizia, oppure nell'oratorio accennato di S. Francesco, o in altro luogo profano, o se questo Ludo si facesse con isfoggio di suoni o di versi, composti da qualche letterato contemporaneo, o come festa di popolo, o come uffizio liturgico, e se in fine le tre Marie fossero tre chierici vestiti da donna, secondo il costume allora vigente.

Passarono gli anni ed altri movimenti si ebbero in Liguria, che doveano portare un benefico influsso sulle Sacre Rappresentazioni. Arrogi che la gente ligure nei suoi fulgori di anima e di pensiero, nei suoi continui bollori di ravvivamento religioso non cessò di istituire novelle Casaccie, dopo quelle istituite nel 1306.
Il parmigiano Da Erba, cronista del secolo XIV, all'anno 1310 scrive:
«Ne le parte de Genova et Lunixiana et Pontremulo furon veduti grandi miracoli et molte figure seu picture crocifixi virgo marie furon vedute visibilmente plorare et mandar sangue da le piaghe del crocifixo per la qual cosa molti homini pervenero a la pace e se verberavan…».
In Chiavari una nuova confratria di Battuti sotto la protezione della Madonna e di S. Antonio gettò le basi d'una Casaccia beneficata da Bertolino de Diano, il quale legava in testamento del 22 dicembre 1304 L. 16 in laborerio ecclesie consorcie Beate Marie ordinis batutorum de Clavaro.
E Chiavari, come vestale dal mistico fuoco dell'ara, che non dovea spegnersi mai, durante il ciclo turbinoso degli anni, seguì il pio costume della drammatica sacra, che con il Ludus de tribus Mariis, videsi in vigore allo spirare del secolo XIII.
Nel primo decennio della seconda metà del secolo XVI fa capolino altro ricordo d'una Representacion del Redentor nostro Iesu Christo, appunto nell'epoca, in cui a Genova, oltre la drammatica sacra, lo spettacolo urbano stava per ricevere efficace impulso dalla fondazione di teatri stabili, modellati sugli antichi dei greci e dei romani.
Il documento consiste in una lettera, diretta il 22 marzo del 1562 dal podestà di Rapallo al Doge della Serenissima e ai componenti il Senato.
E' del seguente tenore:

Ill.mo e Magnifici Signori miei Osservantissimi.
Humilmente suplico alle M. V. si degnino di farmi gracia che posi per uno o sie due giorni andar a star in questa settimana Santa per sino a Chiavari acciò possi veder la representacion del redentor nostro Iesu Christo quale prego si degni per sua immensa bontà felicitarmi.
Da Rapallo alli XX de marzo MDLXII.
Di V. M. Humil
Servitore
Geronimo Iustiniano Podestà.

In questo febbrile movimento di esplorazioni erudite, in mezzo al quale l'età nostra, sopra ogni altra investigatrice, solerte ed animosa, ha dato alle storiche discipline un indirizzo, per gran parte diverso da quello seguito nelle epoche antecedenti, i documenti tolti dalla polvere folta, che li ricopriva, hanno un valore non solo per la cultura del popolo chiavarese, la quale si riconnette alla sua storia civile, ma recano un ricco contributo alla storia del teatro in Liguria; e nello stesso modo che il Sismondi nella Storia del risorgimento e della decadenza della libertà in Italia scrisse che non potrà mai darsi una perfetta storia d'Italia prima che ciascun municipio non ne possegga una propria, così non potrà mai darsi una perfetta storia del teatro in Italia, prima che ogni città non abbia la sua.
Anche i sassolini concorrono alla costruzione di grandiosi edifizi.

Ignoro se gli Anziani della Serenissima di Genova si sieno occupati delle Sacre Rappresentazioni, andando sulle orme di quei di Lucca, i quali il 7 Aprile del 1442 decretarono che per opera di società e di confraternite le rappresentazioni, già inventate a causa di devozione, non si potessero più eseguire, senza speciale permesso, perché vi si erano mescolate alquante indevotiones et periculum immineat propter multos alios respectus. E più tardi, il 9 dicembre del 1519 proibivano agli studenti di festeggiare con tauliti, cioè palchi e scenarii, il giorno di S. Nicolò, essendo nate risse e contese.
Se però lo stesso non fecero i nostri Anziani, da questi divieti Mons. Cipriano Pallavicini, Arcivescovo di Genova, prese le mosse per emanare alcune disposizioni, che doveano andar in vigore nell'ampia archidiocesi a sue cure affidata, e della quale eran Chiavari e Rapallo elettissime parti.
Nel Sinodo celebrato nel 1567 al Capitolo De processionibus faciendis et repraesentationibus tollendis leggesi:

Profanarum picturarum ad luxum praesertim et lasciviam comparatarum apparatus omnis removeatur ac ne in viis proponantur. Absint etiam repraesentationes aliaque omnia quae Processiones retardare vel hominum mentes a pietatis studiis ad illecebras aures et oculi capiantur avocare.
Repraesentationem luctuosam Dominicae Passionis historiam et admirabiles ac imitatione dignas sanctorum actiones oculis et auribus hominum tanquam in scena proponentes quas ad excitandos sensuum ope rudes imperitorum animos antiquitas introduxerat, horum temporum malitia et nequitia in pravos adeo detorsit usus ut ex eis pro lachrimis risus pro piis affectibus prava desideria excitentur. Itaque ne res in deterius magis magisque labatur easdem tam sacris quam profanis in locis praesens Synodus prohibet nisi ab Ordinario causa plene cognita licentia in scriptis sit obtenta.

E al Capitolo De Disciplinatoribus et aliarum societatum fratribus:

Sodalitatem omnium conventus invisat Episcopus; corrigenda si qua fuerint tam in iis quae ab eorum libros meditationes et preces quam quae ad reliqua pertinent omnia corrigat; curetque ut sui quisque institutis regulas pie casteque observet; vulgari sermone conscripta Officia Beatae Virginis prorsus omittant; suadeatque ut eorum loco recitent officium eiusdem Deiparae Virginis a Pio V Pont. Max. instauratum; atque posthac in Processionibus bini ordinate composite et sine clamore ac collocutionibus die (numquam antem noctu) divinis, ut decet, Laudibus Hymnis, precationibusque intenti flagellis ad pietatem non ad ostentationem aut ad quaestum sese caedentes, recte ad Ecclesias tendant; neve hac, illac, nullo ordine concurrentes spectandos se praebeant hominibus; comessationibus et compotationibus ne indulgeant; Repraesentationes omittant; suaque officiatam mature conficiant; ut integrum cuique sit in Parochiali sua Ecclesia missam audire; neve Parochis sint in mora. Publica convivia quae a Sodalitatibas Societatibusque nonnullis ex communibus ipsorum reditibus vel legatis fieri solent omnino prohibemus6. Pertinacium et eorum qui corrigi recusaverin et inobedientium societates tollant et aboleant Episcopi vel aliis poenis afficiant prout ipsis convenire videbitur.

Il Pallavicini, avea imitato l'amico suo Carlo Borromeo, Arcivescovo di Milano, che, radunato un Concilio diocesano nel 1565 facea introdurre negli Atti un capitolo severissimo De Actionibus et Repraesentationibus sacris.
Al Sinodo Pallavicini tennero dietro i decreti del citato Mons. Bossio nel 1582.
Così ordinava l'inviato di Gregorio XIII:

Choreae et saltationes praesertim publicae, ludi aliaeque profanae actiones etiam in honorem Sanctorum aliove quovis praetextu per corrutelam introductae cum ab eorum festorum dierum cultu alienae sint in diebus qui spiritalis commodi non profanae voluptatis gratia instituti sint, ne fiant. Alia item cuiuscumque generis inania spectacula excludantur. Nec vero personati et larvati homines per vias incedant quibus in rebus potissimum etiam censuris et poenis Rev.mus Archiepiscopus cum eis qui contrafecerint per parochos aliosque ministros agere ne omittat.

E per il clero:

… die noctuve ad convivia comedias aliave publica spectacula ad cantandum vel instrumento psallendumne conveniat… abstinendo a lusoriis chartis choreis saltationibus comediis hastiludiis larvis ludicrisque armorum spectaculis…7.

L'archidiocesi genovese non osservò del tutto i decreti, e, accanto alla drammatica sacra avea preso sviluppo la profana, che svolgevasi ben anco nelle case, negli oratorii vuoi a scopo di lucro, vuoi a scopo di beneficenza, mantenendosi l'uso attraverso i secoli.
Dissi che la drammatica sacra andava di pari passo colla profana. Infatti il Belgrano nel novero delle Rappresentazioni Sacre svoltesi in Genova, pone Il Trionfo di S. Cecilia del Revelli (1638), L'Assunta del De Franchi (1646), il Giacob del Ruggero (1647), il Re David di frate Gio. Grisostomo da Diano (1650 circa), il Dramma Sacro del Palmaro (1674), ecc. ecc. Però, dice il Belgrano, «fra tutti i componimenti religiosi rappresentativi il più universalmente usitato fu quello della Passione di Christo di che anche registriamo due esempi».
Ai precitati lavori aggiungiamo il «Libro de Sancto Ioanne Baptista stampato in Saona per Maestro Ioseph Bernerio il 22 settembre del 1522». Il Giuliani l'appella rarissimo e molto curioso per la singolarità delle silografie intercalate nel testo in numero di 61. E' una specie di rappresentazione dei misteri, che certo facevasi a Savona e dettata in orribili versi. Molte parole d'origine evidentemente francese il farebbero supporre traduzione della Vie et Mystero di Monseigneur S. Jean Baptiste, il che però è quasi impossibile certificarsi.
Merita pure un cenno la tragedia La Reina Ester, proibita dalla Congregazione dei Riti.
Ne fu autore Ansaldo Cebà, morto nel 1623.
E le Rappresentazioni Sacre si mantennero in Chiavari, il che è una riprova, se ce ne fosse bisogno, della tenacità di certe tradizioni tra il popolo.
A conferma del mio asserto trovo questa denuncia anonima tra i biglietti di Calice del Senato.

Nel luogo di Chiavari in congiuntura delle Casaccie si fanno alcune rapresentazioni specialmente nella Chiesa delle Monache con uomini mezzo ignudi lo che serve di scandalo anche alle stesse religiose che perciò sarebbe di gloria a Dio se vi fusse dato qualche riparo.
1729 a 5 Aprile. - Inteso ne Serenissimi Collegi il contenuto in detto biglietto è stato deliberato di tramandarne copia all'Illustre Capitano di Chiavari perché vada al riparo che non succedano i disordini di cui in detto biglietto.
Scritta e consegnata la lettera al traghetta Oliva.

A questo biglietto altro si accorda trasmesso al Senato l'anno successivo e che porta sulla parte anteriore:

Biglietto dei calici del Ser.mo Senato del 27 marzo 1730. Ricorda la proibizione di entrare le Similitudini nel monastero di Chiavari in occasione delle processioni del Giovedì Santo.
E nella parte inferiore:
Ser.mi Signori
Si presenta che in Chiavari possa seguire il disordine che l'anno passato fu proibito cioè di portarsi in occasione di processioni al Monastero delle Monache con fare certe similitudini di persone troppo denudate con pregiudicio di quella modestia che si deve alle Monache onde si prega a proibire dette Similitudini in tutto come fu per decreto di lor Signorie Serenissime praticato l'anno andato.
1730 a 27 Marzo. - Letto al Ser.mo Senato. E' stato deliberato si rimetta all'Ill.ma ed Ecc.ma Giunta di Giurisdizione perché sul contenuto in esso dia tutte le ordinazioni che più stimerà.
Per Ser.mum Senatum ad calculos.

Il documento non fa conoscere se il responso della Giunta ecclasiastica di Giurisdizione sia stato affermativo o negativo per detta Processione figurativa, simile nell'insieme a quella descrittaci dal D'Ancona, il quale afferma che sin dal 1591 trovasi in un diarista palermitano la descrizione d'una processione fatta dalla Casazza della nazione genovese, e che erano queste Casazze processioni figurative o come si dicevano ideali, rappresentanti la Passione con cento o mille individui i più meramente simbolici e rade volte parlanti, anzi il più spesso esprimenti con soli atteggiamenti la loro significazione storica.
Tutto ciò non era nato allora, ma era la continuazione di usi anteriori modificati.

E' opinione che già nel secolo XIV il predicatore narrasse e descrivesse la Passione di Cristo, esplicando il testo del Vangelo, ma nei momenti i più drammatici dell'esposizioni venisse fuori con brani di rozza poesia, in cui la forma dialogica predominava e gli attori già preparati ed istruiti si movevano ad ogni suo cenno per rendere evidente agli uditori quel che il predicatore descriveva o narrava. La parte recitativa che non era poi altro se non una lunga meditazione sulla Passione quale si legge narrata nel Vangelo di S. Giovanni, tutta era affidata esclusivamente al predicatore, e agli attori non ispettava il compito di por sott'occhio allo spettatore tutti i particolari, ma le scene le più salienti e che si prestano ad essere rappresentate colla sola mimica, p. e. la Flagellazione, la Crocifissione, la Deposizione, scene mute che usano farsi anche oggi in molti luoghi durante la Settimana Santa.
Una Passione trovasi alla Biblioteca Civico-Beriana di Genova in un manoscritto della Cronaca di Iacopo da Varazze scritta nel 1353 in Genova nelle carceri dei Veneziani da un Giovanni de Bruno, carcerato, ed è interpolata qua e là di dialoghi tali da poter essere recitati.
Così pure un codice della Biblioteca Urbana di Genova, scritto nella prima metà del XV secolo contiene una cronaca universale con una lunga serie di Vite di Santi e Sante, leggende di Balaam, Giosafat e di S. Margherita, l'epistola di Fr. Bonaventura da Bagnorea ad un suo amico e Le questioim de Boecio ecc. ecc. con versi intercalati alla prosa da poter pure essere recitati.
La Passione veniva pure esposta sulle pubbliche piazze dai Cantari, i quali attraevano la folla a udire pure narrar le gesta di Rolando e Oliviero, fatti di storia sacra, romanzi di amore e di cavallerie, freschi avvenimenti di vittorie patrie, lutti cittadini e meravigliose scoperte.
E il Biadene ricordando quest'uso comune nei secoli XIII e XIV sulle piazze dell'Alta e della Media Italia, accenna al Planctu Beatae Mariae Virginis, che è pure l'argomento d'una poesia di quell'anonimo genovese, vissuto fra il 1270 e 1320.
Accanto adunque alle rappresentazioni sceniche, che vedremo raggiungere il loro apogeo in Rapallo nel secolo XVIII, eranvi pure le rappresentazioni mute e simboliche.
E di quest'ultime parecchie veggonsi tuttora nei sepolcri, che annualmente si fanno nelle chiese della Liguria, dove nello sfondo di altari si fa una specie di palcoscenico ove son piantate grosse statue figurative o ingegni come si chiamavano per il passato, esprimenti scene della Passione.
In Rapallo ricordasi che per accrescere il numero dei personaggi di legno, fu pagato chi ebbe la costanza di far la propria parte muta, o comparsa, con la lancia in resta, e ciò per molte ore di seguito in tempo del maggior concorso di popolo.
A Sampierdarena nella chiesa della Cella il Giovedì Santo esponevansi sull'orchestra alcuni fantocci vestiti, raffiguranti personaggi della Passione e intorno ad essi cantavansi le Cantegoe de Cenandò ossia i canti della Coena Domini8.
La chiesa sino al tramonto del secolo scorso fu retta dai P. P. Eremitani di S. Agostino. Nel chiostro vicino eravi un oratorio che sino al 1759 fu stanza della Confraternita Mortis et Orationis, che curava le recite sacre nel giorno del Venerdì Santo. Sloggiati i confratelli in detto anno, gli Eremitani ridussero il locale ad un elegante teatrino.

Tornando alle Rappresentazioni Sacre in Chiavari, senza tema di errare si può dire che i Chiavaresi, i quali alle memorie si abbracciavano come a persona vivente e i nomi serbavano, quasi immagini di cosa amata che non è più, le eseguivano ancora nel 1768. Il primo luglio di detto anno il notaio Torquato della Cella rogava un atto, in virtù del quale Ambrogio Gaetano Bianchi, erede del fratello Gio. Battista, vende a Giacomo Copello un teatro dipinto o sia scenario con ciò che allo stesso appartiene assieme con quelli abiti presso di lui esistenti per rappresentare in teatro comedie sacre e profane le quali però dovettero aver la peggio quando, al dire del Garibaldi, fu eretto in Chiavari nel 1770 il Teatro di S. Caterina a cui presero parte oltre gli esteri mimi i dilettanti Chiavaresi e dove un certo Santini nel 1780 fu il primo a produrre melodrammi.
Arrogi che un decreto del Senato del 29 novembre 1777 vietava i teatri di qualsiasi genere, senza previa licenza, onde il Governatore di Chiavari facea bandire la seguente grida:

Bernardo Oldoino Governatore di Chiavari e sua giurisdizione per la Ser.ma Repubblica di Genova commissionato.
A tenore dell'incarichi che ci sono pervenuti con dispaccio del Ser.mo Senato del giorno 29 novembre p. p. in vigore del presente publico proclama da publicarsi ed affigersi ne' luoghi soliti e consueti di questo luogo si fa noto a chiunque che da ora in appresso non è lecito l'aprire publici teatri o far recite in città o luoghi sotto i modi e forme che stimerà di concederla e ciò sotto ogni grave pena arbitraria. Inoltre si fa pure noto che non solo ne' giorni di Venerdì9 e di altre feste e giorni già proibiti non sarà lecito ad alcuno far recita e publica rappresentanza ne' tempi dell'Avento e giorni da Sabato sotto le stesse pene arbitrarie al prefato Ser.mo Senato.
Data dalla nostra Cancelleria questo dì 7 dicembre 1777.

I decreti degli Arcivescovi e del Senato fecero morire le Sacre Rappresentazioni in Chiavari, che da borgo soggetto a Lavagna potea considerarsi omai come città d'importanza e sì progredita da meritare in tempi a noi vicini di essere elevata a vescovato. E man mano che i borghi progredivano, assumendo importanza, la Sacra Rappresentazione, troppo vecchia non si reggeva più e lasciava il campo a novità peggiori e migliori.
Da una supplica però rilevo che nella processione del Venerdì Santo in Chiavari faceasi ancora alcun che di teatrale, qualche cosa insomma di equivalente ad una scena tragica e muta, prova evidente che i ricordi antichi non erano del tutto sbiaditi.
Al Doge e ai Senatori perveniva la seguente:

Ser.mi Signori
Li R. R. preti della Congregazione di S. Filippo Neri in Chiavari nella chiesa di N. S. della Valle di cui hanno l'uso per tutte le lor sacre funzioni sogliono ab immemorabili alla sera di tutti li Venerdì di Quaresima fare al popolo che vi concorre il discorso sopra un mistero della Passione di Gesù Christo. Nel Venerdì Santo poi conchiudono detto discorso con uscire uniti alla maggior parte del Clero processionalmente da detta chiesa portando sopra una bara decorosamente ornata a lutto l'immagine di Giesù Christo morto sotto nero baldachino sostenuto dalle persone più qualificate del luogo e dopo un breve giro se ne ritorna ad un'ora di notte alla detta Chiesa si recita un discorso e si conchiude la fonzione coll'inno proprio di quel giorno.
Attesa la recente proibizione di V. V. S. S. Ser.me che sospesero qualunque fonzione dopo le ore 24 ma avendola in venerazione de' sovrani ordini i detti R. R. Preti anticipata di giorno hanno dovuto con sensibile dispiacere riconoscere molto diminuito il concorso e quindi animati ancora dall'esempio della grazia da V. V. S. S. Ser.me concessa due anni sono agli R. R . P. P. di S. Pietro in Vincola del Luogo di Sestri di Levante di poter fare la consueta Processione nella sera del detto Venerdì Santo, supplicano riverentemente V. V. S. S. Ser.me di accordar loro un eguale facoltà e profondamente s'inchinano.
Detti R. R. Supplicanti.
1783 a 26 Marzo. Letta a' Ser.mi Collegi.


Sulle rovine del teatro sacro ebbe culla in Chiavari il teatro profano.
Il 15 aprile del 1792 il municipio chiavarese dava in affitto a Battista e a Giovanni Bancalari una casetta situata in Chiavari in vicinanza dell'oratorio di S. Antonio ad uso teatro detto la Ballona e con deliberazione del 2 gennaio 1801 stabiliva che il detto teatro la Ballona fosse traslocato nell'ex chiesa della Valle.
Inoltre il 2 luglio dello stesso anno 1801 il consiglio radunato in sessione straordinaria, affine di prevenire possibili disordini nel corso delle opere in musica, che si doveano rappresentare nel nuovo teatro, decretava:

  1. Si deputano in Ispettori di questo teatro li cittadini Carlo Garibaldo medico e Antonio Garibaldo fu Giuseppe.
  2. Sarà loro cura di sorvegliare a che non venghi disturbata la quiete ed il buon ordine con clamori, alterchi, oscenità ed altri atti contrarii al buon costume.
  3. Non verrà permesso a chicchessia di accendere la pipa o sigarina, né fuoco di sorta alcuna.
  4. Le arie che verranno cantate, non sarà lecito farle replicare più d'una volta.
  5. Nel caso che dopo l'amonizione degli Inspettori per l'inosserservanza dei precedenti articoli, alcuno si facesse lecito continuare nelle dette mancanze, questi verrà immediatamente arrestato, e incorrerà nell'emenda di L. 50, o di cinque giorni d'arresto secondo i casi e le circostanze.
  6. Detti Inspettori daranno gli ordini opportuni affinché l'opera venghi terminata alle ore 11 ½ astronomiche di sera al più tardi.
  7. Non permetteranno l'apertura del teatro senza la guardia di sei soldati almeno.
  8. Detti Inspettori faranno in ogni giorno il loro rapporto al Comitato di Polizia, a cui resta affidata la cura per l'osservanza del presente decreto.

Benedetto Bancalari Presidente.

Da un altro atto del 21 dicembre 1802, rogato dal notaio Gio. Battista della Cella, tolgo che «i proventi che si ritraevano nel teatro della Ballona dalle comiche e tragiche rappresentanze che si eseguivano da Dilettanti di Chiavari quanto quelle che venivano eseguite da Comici o virtuosi esteri erano destinati ed erogati a benefizio e vantaggio della annuale funzione di N. S. dell'Orto» onde avuto, riguardo alle strettezze, nelle quali versava la deputazione per detta funzione e quella dell'ospedale, il Municipio cedeva a dette due opere l'appalto del nuovo teatro, posto nella chiesa della Valle.
Così ebbe origine l'attuale teatro in Chiavari, per i restauri del quale il 16 marzo 1826 il Municipio erogava L. 14,500 e altre 8000 nei mesi di giugno e ottobre.

Il De Bartholomaeis scrisse che se si studiasse la storia di tutte le confraternite e delle loro relazioni, i fatti, che ne verrebbero fuori per la diffusione dell'uso drammatico, sarebbero certo importanti.
Edotto di questa verità, mi posi con amore a sfogliare i numerosi atti dei due oratorii dei Bianchi e dei Neri in Rapallo, e le mie ricerche non furono infruttuose.
L'Oratorio dei Bianchi merita un poco di storia, prima che io venga a parlare direttamente delle Sacre Rappresentazioni, fatte da quella benemerita confratria.
E' nota la pia commozione, accaduta in Italia nel 1399 sulla soglia del rinascimento, e che diede origine ai Bianchi.
Così ne parla il Muratori:

«Portavano essi (i Bianchi) cappe bianche ed ivano incappucciati uomini e donne cantando a cori l'inno Stabat Mater Dolorosa che allora uscì alla luce. Entravano in processione nella città e con somma divozione andando alle cattedrali intonavano di tanto in tanto pace e misericordia.
Passati quei d'una città all'altra se ne tornavano poi la maggior parte alle loro case e quei della città visitata portavano ad un'altra in processione il medesimo istituto. A chi avea bisogno di vitto benché fossero migliaia di persone ogni città caritatevolmente lo contribuiva; essi nondimeno altro non richiedevano se non pane ed acqua. Fu cosa mirabile il mirar tanta commozione di popoli, tanta divozione senzaché vi si osservassero scandali come scrivono alcuni.
Più mirabil fu il frutto che se ne ricavò, perciocché dovunque giungeano cessavano tutte le brighe; e si riconciliavano i nemici con infinite paci e i più indurati pecatori ricorrevano alla penitenza in guisa che le confessioni e communioni con gran frequenza e fervore si videro allora praticate. Le strade erano sicure, si restituiva il mal tolto e furono contati o vantati non pochi miracoli come succeduti in questo pio movimento. Siccome ne' precedenti avevano avuta origine le scuole o sia le confraternite de' Battuti, così nel presente ebbero principio altre confraternite appellate de' Bianchi le quali tuttavia durano nelle città d'Italia.
Tutte le storie italiane parlano sotto l'anno corrente di questa divozione, la quale secondo il Delaito venne fin da Granata, o pure per sentimento di Giorgio Stella nacque in Provenza o almeno da quella parte penetrò in Italia e per la Riviera d'Occidente nel dì 5 di Luglio giunse a Genova imprimendo negli animi di quel popolo il timore santo di Dio, la penitenza e la pace. Di là passò poi in Toscana e Lombardia.
»

L'annalista Giorgio Stella descrive minutamente questo profondo e vasto movimento religioso, questa febbre che invase tutta l'Italia, rinnovando i delirii ascetici, di cui fu spettatore il secolo XIII colle compagnie dei Flagellanti, e che in Rapallo e Chiavari valse a sopire le antiche discordie dei Guelfi e dei Ghibellini.
… Plures namque viri et mulieres de Ianua Rechum iverunt ut ad novam linteorum devotionem huiusmodi illos induerent et haec transivit spiritualis devotio in Riperiam Orientalem Ianuae unde in Regimine Clavari et Rapalli ubi erant acutissima odia solemnis cum populi multitudine ipse ritus spiritualis celebratus est quo Ghibellini et Guelfi illarum partium ad pacem venere sinceram….
E lo Schiaffino negli Annali Ecclesiastici:
«Il 19 Luglio 1399 uscirono parimente in Processione per la città con loro crocifisso cantando Stabat Mater le compagnie degli Oratorii dei Disciplinanti che si flagellavano colle discipline avanti a quali camminava il maestro della cattedrale colla S. Croce della Plebe detta la vera Croce in mezzo di due sacerdoti con lumi… erano questi oratorii 17…».
Il pio movimento fu causa che in Genova e nella gemina riviera si costituissero altre nuove Casaccie e Confratrie, per le quali Vincenzo Ferreri, il benemerito figlio dell'ordine del Gusmano, dettava speciali statuti, prescrivendo regolari officiature e cantilene per il Giovedì Santo.
Ciò accadde nel 1409, quando il Ferreri accompagnò in Genova il famigerato Pietro da Luna, antipapa col nome di Benedetto XIV.
E sarei d'opinione che a quei tempi appartengano «i canti religiosi usati in una confraternita genovese del trecento» che sotto il nome di Laudi Genovesi, furono pubblicate dal Crescini e dal Belletti e che sieno però anteriori di data quelle pubblicate dall'Accame, scoperte a Pietra Ligure nella diocesi di Albenga.
L'Accinelli aggiunge che «… fecero nel 1436 dette casaccie le conserve fra di loro, cioè si uniformarono nelle loro cantilene et Ufficiature… ma nel 1638 l'Arcivescovo Card. Durazzo additò loro gli Ufficii comuni del Saltero e le cantilene abolì. Molte di queste però ne furono stampate a Torino nel 1589 a spese di Antonio Biondi, uno dei confratelli della casaccia di S. Stefano e composte furono da Antonio Semino…».
Però, come a suo tempo rilevai, il 21 maggio del 1346, trovasi già un libro in quo scripta sunt capitula dicte societatis, e il 12 Agosto del 1577, essendosi costituita in Genova una nuova società tipografica, tra i libri da vendere, son già notati gli «Offitii di Compagnia di Casatie».
All'accennata commozione religiosa dobbiamo se a Portofino, soggetto allora alla pieve di Rapallo, si cementò meglio l'antica confratria dei disciplinanti della S.S. Annunciata, per i quali il parroco Rev. Bartolomeo de Ambrosi, zelo devotionis accensus, gettava le basi di un apposito oratorio, avutane facoltà per decreto del 16 Maggio del 1494.
Tra le cerimonie di detta Casaccia noto la lavanda dei piedi, che facevasi a 12 apostoli il Giovedì Santo.
Non mancarono i confratelli di curare la rappresentazione della Similitudine, e ancora a metà del nostro secolo fu piantato il palco sulla piazza di Portofino, essendosi per parecchi anni rappresentato il dramma di S. Giorgio Martire di Cappadocia, e la rappresentazione in omaggio al nome antico corrotto veniva e viene tuttora chiamata scimirindan-na.

In S. Margherita prendeva più sviluppo la confraternita di S. Bernardo, la quale in una supplica inoltrata al genovese senato il 12 luglio del 1740, tessendo la copertina sua storia, dichiarava che da quasi cinquecento anni era aggregata al Gonfalone di Roma.
E siccome a Roma immediatamente dopo lo scoppio del movimento umbro (1264), nacque la confraternita del Gonfalone, cui particolare instituto erano recite sacre nel Colosseo il Venerdì Santo, essendosi allora formato un centro oltre ogni dire importante di movimento drammatico10, così a S. Margherita la confraternita affigliata a quella di Roma, non trascurò le recite sacre, e in tempi a noi vicini il dramma tragico, S. Margherita Vergine d'Antiochia11, ebbe nel pittoresco borgo un esito felicissimo12.

Lavagna, alla cui pieve erano suffraganee le due parrocchie di Chiavari, dopo il movimento del 1399 accolse i battuti, e per essi gettava le basi dell'Oratorio della Trinità, senza che i Fieschi, che ivi dominavano, movessero lagnanze13.
A Zoagli costituivansi pure i Bianchi, che han tuttora il privilegio di aprir la processione, recando un gran ramo d'ulivo.
Per essi il parroco Rev. Ugone Simonetti innalzava l'oratorio di S. Caterina…
L'oratorio però era già cominciato nel 1467, essendo in detto anno al 10 di dicembre beneficato da Lorenzo Biancardi. Il 13 Giugno del 1538 Mons. Marco Cattaneo, Arcivescovo di Colossi e Vicario dell'Arcivescovo di Genova, col consenso del Rev. Domenico Della Torre Prot. Ap., parroco di Zoagli e a richiesta di Battista Queirolo, priore dei disciplinanti di S. Caterina, confermava ad essi il possesso di detto oratorio, purché l'ingrandissero. Aveva speciali capitoli, che trovansi all'Archivio di Stato, approvati il 1° Luglio del 1724 dalla Curia Arcivescovile e il 20 maggio dell'anno successivo dal Senato.
E in una lite incominciata nell'anno 1743 tra i tessitori di velluto e i marinai di Zoagli, e detto che da antichissimo tempo l'oratorio di S. Caterina fa pure «le sue processioni di penitenza con disciplina a sangue» nelle visite dei Santuarii di N. S. di Monte Allegro e di N. S. delle Grazie presso Rovereto.

Rapallo, seguendo l'esempio dei paesi soggetti, dava ricetto alla confraternita dei battuti di S. Maria e di S. Stefano, che non tardarono ad aggregarsi al Gonfalone di Roma. Dapprima scelsero a teatro di lor gesta la vetusta prepositura di S. Stefano, poscia si eressero apposito oratorio, detto tuttora dei Bianchi, e nel 1451 cooperarono alla costruzione del vicino ospedale di S. Antonio per facoltà avuta il 15 novembre dello stesso anno da Giacomo Imperiale, Arcivescovo di Genova.
I confratelli dei Bianchi di Rapallo, che mantennero cogli oratorii accennati strette relazioni, trasmettendosi il Giovedì Santo e nel giorno dei titolari le focaccie coll'impronte dei loro Santi, aveano speciali capitoli, che, fatti e rifatti più volte, furono riconfermati il 2 Agosto del 1655 dal Card. Stefano Durazzo.
Cura speciale della confraternita era ed è tuttora la processione alla sera del Giovedì Santo, che si reca a visitare altre quattro chiese di Rapallo, accompagnata da cantilene e musica14.
I confratelli, come quelli che erano aggregati all'Arciconfraternita del Gonfalone, che, come dissi, curava la drammatica sacra, faceano non solo pubbliche rappresentazioni nella chiesa delle Monache e nell'Ospedale annesso, il che fu più tardi proibito con ordine senatorio, ma inserivano nella loro processione i misteri della Passione, che la rendevano spettacolosa di molto.
Ciò non andava punto a garbo dei massari e dell'arciprete della parrocchia, onde si rivolsero direttamente al Senato, perché ponesse riparo agli inconvenienti, che succedevano annualmente.
Tale è la supplica.

Ser.mi Signori.
Nel luogo di Rapallo si è costumato il Giovedì Santo dalla gioventù più libera inserire nella Processione della Casaccia alla visita del sepulcro il misterio che chiamano de Giudei rappresentante Cristo condotto da' manigoldi al supplizio. E per che tal fontione porta seco varii atti e personaggi sconcissimi di Giudei insultanti il Salvatore è stata solita a riuscire di disturbo e irreverenza nelle tre Chiese che in Rapallo rappresentano il detto Sepulcro e perciò di scandalo a semplici e di nausea ad ogni pio fedele e signatamente da più predicatori quaresimali come forastieri offesi dall'inusitato spettacolo, biasimala poi dal pulpito e lasciato tra ricordi questo di non rappresentar mai più simili profanità che del Giovedì Santo ne formano un Carnevale. Ciò non ostante la gioventù nascente amica di novità ad onta delle buone esortazioni tenta quasi ogni anno simile impresa con grande strappazzo delle chiese e del mestissimo misterio che adorasi in tali giorni. Né vale a frenarla ragione alcuna e l'impegnarsi alla negativa riuscirebbe pericoloso. Perciò li Massari della Chiesa Parocchiale di detto luogo di Rapallo giuntamente con l'Arciprete vengono a supplicare V. V. S. S. Ser.me che vogliano degnarsi decretare che non sia lecito in detto luogo di Rapallo ad alcuno fare consigliare o fomentare sotto qualsivoglia pretesto o titolo anche di pietà il detto misterio che chiamano de Giudei sì nella Processione della Casaccia sudetta sì separatamente da essa sotto le pene che parranno a V. V. S. S. Ser.me sentendone quando così lor paia maggior informatione dal Sig. Capitano di Rapallo Camillo Maurizio Stalieno come pienamente informato. Il che tendendo a maggior gloria di Dio riverenza delle Chiese per altro convertite in scene di Comedianti e a giusta brama di tutti i buoni si spera dal loro zelo religiosissimo e a V. V. S. S. Ser.me fanno humile riverenza.
Di V. V. S. S. Ser.me
Devot.mi et Umil. mi Sudditi.
Gerolamo Merello Arciprete
Bernardo Molfino Massaro
G io. Vincenzo Lencisa Massaro
Pompeo De-Bernardi Massaro

Questo documento interessante ci fa conoscere che la Rappresentazione non era una di quelle mute scene, contro cui avean tuonato e tuonavano i Vescovi della Liguria nei loro Sinodi e che il Tiraboschi vedea eseguire in molte città d'Italia, nelle quali gli attori si componeano bensì negli atteggiamenti propri di personaggi, che rappresentavano, ma non venivano tra loro a dialogo.
Nella processione di Rapallo la gioventù più libera e nascente amante di novità si sbizzarriva con dialoghi a base d'insulti, quindi la necessità d'una misura coercitiva invocata di non consigliare o fomentare la Rappresentazione tanto nella processione quanto separatamente da essa.
Gli inconvenienti lamentati ottennero certamente l'effetto desiderato. Documenti che conservansi nell'Arch. Parr. ci chiariscono come il celebre Paolo Segneri facesse una fruttuosa missione in Rapallo, cominciata il 10 maggio del 1688 e terminata il 16 dello stesso mese con processione generale, alla quale intervenero ben 15.000 persone. Egli valse colla sua infocata parola a togliere appunto lo scandalo di quelle scene tragiche, che svolgevansi per la strada. I Bianchi non le permisero più, e, se dobbiamo credere alla seguente supplica, la processione non fu più fonte di disturbo ed irriverenza, ma riuscì sommamente edificante e divota.

Signori Ser.mi
La Confraternita di S. Maria e S. Stefano del luogo di Rapallo ha sempre dalla fondazione praticato di andare processionalmente nel Giovedì Santo di prima sera alla visita del S. S. Sepolcro in detto luogo senza che in alcun anno mai siasi inteso il benché menomo richiamo per alcun inconveniente riuscendo invece detta processione sommamente edificante e divota; ma per decreto di V. V. S. S. Ser.me si veggono li Confratelli della medesima obbligati a farla di giorno il che riesce assai incomodo e di grave pregiudizio a motivo che detto giorno si tiene banco aperto per l'esigenza delle annate sì de fratelli che ascendono al numero di 700 che delle sorelle.
Che però detti Confratelli supplicano umilmente V. V. S. S. Ser.me a degnarsi di accordar loro di poter fare la processione sudetta in quell'ora e in tutto come si praticava prima di sudetto decreto grazia da V. V. S. S. Ser.me già ad altre simili confraternite concessa.
Il che sperando ottenere fanno a V. V. S. S. Ser.me profondissima riverenza.
Detti supplicanti.

In tempi a noi vicini la processione suddetta degenerò dalla sua prima pietosa istituzione, sicché fu necessario sopprimere affatto l'invocazione di «Pace Gesù, Misericordia Gesù» che per tre volte facevasi, invocazione originata appunto nel 1399, secondo l'opinione dell'annalista Stella, che dice che i disciplinanti d'allora alta voce cuncti clamant ter Misericordia terque Pax.


1 Conferenza tenuta il 24 gennaio 1898 nei locali della Società Ligure di Storia Patria
2 pellegrinaggio a Roma
3 Annali della Rep. di Genova scritti da Mons. Giustiniani, Genova 1834, ed. Canepa, Vol.II, pag. 426.
4 I Battuti erano retti e governati da un priore, da un sotto priore e da appositi consiglieri.
5 Una delle più belle costumanze fregiative in Genova era quella che si svolgeva a metà quaresima sulla piazza di Banchi e che era tutt'ora in voga nel secolo scorso. Un fantoccio, ripieno di dolci e frutta veniva vestito da monaca e preso addirittura d'assalto con sassi, torsi di cavolo, buccie di limone ecc. Chiamavasi batter la monaca e la festa era accompagnata da suoni, canti ecc. in mezzo ad un popolo, che faceva una gazzarra indiavolata.
6 Non ostante il divieto continuarono i pubblici conviti, onde il visitatore apostolico Mons. Francesco Bossio, Vescovo di Novara, negli atti della visita fatta alla diocesi genovese nel 1582 emanò parecchi decreti per i confratelli di S. Ilario di Nervi, di Bogliasco, Capreno, Sori, Camogli, Ruta, Moneglia, Cogorno, Levaggi e per tanti altri, perché nel Giovedì Santo non mangiassero nei loro oratorii.
7 Più tardi, il 13 ottobre del 1750, gettandosi alla Pieve di Teco le basi dell'Oratorio dell'Immacolata, di S. Fedele da Sigmaringa e di S. Giuseppe da Leonessa per la liberazione degli Austriaci da Genova, inscrivasi nei capitoli che i confratelli schivassero tutte le occasioni dei mali come giuochi, mascherate, commedie e ciarlatani (Iurisdictionalium, filza segnata 171-1242, Arch. di Stato in Genova).
8 A proposito della parola Cantegora il Prof. Gerolamo Rossi (Glossario Medioevale Ligure, Torino 1896, pag. 93) scrive:
«Nel medio evo erano in uso alcune cerimonie strano miscuglio di sacro e di profano, che la morale del Cristianesimo non era efficace a combattere, avanzo di tradizioni troppo radicate, alle quali i cristiani non fecero che mutare di oggetto. Tra queste è degna di ricordo quella delle Cantagore specie di passeggiate, cui si dava d'ordinario uno scopo di beneficenza, quali furono le Cantegore fattesi in Milano nel 1402 per favorire l'opera del duomo ricordate dal Boito a pag. 503 della Nuova Antologia del 1 Dicembre 1888.
In Liguria era pure imitato l'uso di tali processioni, però non a scopo di beneficenza come ne fanno testimonianza le Constitutiones Synodales, pag. 46 del Vescovo Costa di Savona Alterum abusum qui dicitur Cantegore que in die palmarum incipit et solemnibus Pasche diebus perseverat, cantantibus puellis amatorias cantiunculas cum proximorum scandalo. E di tale costumanza trovo ricordo pure in Apricale, diocesi di Ventimiglia, in queste parole inserite nei suoi statuti incipiendo ad fontem canteglori usque ad aquam vallis».
Fin qui il Rossi.
Le Cantegore si usano tuttavia nei paesi della riviera e delle valli più vicine a Genova per le questue che dopo la stagione della vendemmia, per tutto ottobre, sino a S. Martino, a mezzo novembre, si vanno facendo a suffragio dei defunti.
Quante volte nelle nostre passeggiate su quel di Sestri e di Polcevera, non le abbiamo noi presenziate ! Quante volte quei canti flebili a cui si accordava il suono di qualche violino, echeggianti pel buio della sera, e nei quali si associano tanti pietosi pensieri verso i trapassati, non ci commossero!
Negli Atti del Notaio Giannino de Predono (Reg. I, Parte II, pag.5j, Arch. di Stato in Genova) trovo che il 12 Gennaio del 1253 prete Lorenzino, rettore della chiesa di S. Maria di Paveto in Polcevera, dava in affitto la chiesa con tutti i beni mobili ed immobili exceptis dacitis que prestantur per homines Paverii pro cantariciis.
9 Con decreto dell'8 agosto 1685 il Senato proibiva al Venerdì qualsivoglia sorte di comedie, festini, balli, maschere e saltimbanco, estensibile il divieto anche ai giorni di N. S., della Trinità, Pasqua, Ascensione, Corpus Domini, Natività e Decollazione di S. Giovanni Battista. La grida veniva pubblicata il 15 agosto in Rapallo e il 16 in Chiavari e Lavagna. Con decreto del 24 gennaio 1681 sanciva che per tre anni nei giorni della Madonna fossero proibiti qualsivoglia sorte di balli comedie e maschere così in publico come in privato.
Il 22 gennaio del 1685 il Doge e i Senatori, desiderando che il Sabato fosse rispettato come il Venerdì, proibivano ogni sorte di comedie, festini, balli, maschere, saltimbanchi e simili publicità, come pure il 26 novembre 1734 che per l'avvenire non possano recitare nei publici teatri opere o comedie nel tempo dell'Advento come nei giorni di Venerdì, Sabato e festivi ad onore della Madonna, onde in virtù di tale decreto il 30 ottobre 1739 si proibiva alla compagnia dei comici francesi di recitare al Falcone nel prossimo Avento.
Infine ad istanza dell'Arcivescovo il 12 gennaio 1755 il Senato durante il tempo del corrente giubileo proibisce le mascherate, i balli, le rappresentanze e giuochi di saltimbanco.
10 L'Arciconfraternita del Gonfalone, Memorie del Sac. Luigi Ruggeri, Roma 1866, pag. 18.
11 Martirio di S. Margherita d'Antiochia, titolare del Comune di S. Margherita Ligure, sacra tragicomedia in 5 Atti, Rapallo Tip. Economica 1871.
12 I disciplinanti di S. Bernardo aveano tomba speciale nella parrocchia di S. Margherita nella cappella di S. Chiara. Me ne avvisano le disposizioni testamentarie di Francesco Quacquaro fatte il 6 Gennaio del 1486 (Not. Incerti An 1485-1494, Arch. distrettuale di Chiavari).
Il 15 Settembre del 1504 i disciplinanti acquistavano dal pittore Giovanni Barbagelata da Rapallo un'ancona con l'immagine di S Chiara (Not. Gio. Andrea Ottoveggio, foglio 200. Arch. di Chiavari).
13 I Fieschi avevano altrove proibito le confraternite dei Battuti. Il 22 Aprile del 1474 Leonello Villani avvisava il Duca di Milano che «in questo loco de Turrilia è principiata una sinagoga de battuti quale in altri tempi non gli foe mai più dove fin al presente gli sono congregati circa ottanta homini et tuttavia va crescendo. Intendo che altre volte volsero fare questo medesimo ma gli foe vietato per quelli dal Fiescho per suspicione che sotto pretesto di fare bene non facessero male… che pare cosa pericolosa etc.» (Curiosità di St. Genovese tratte dall'Arch. di Stato in Milano per Emilio Motta in Giorn. Lig. Vol. XIV, pag. 230).
14 Dopo che con decreto del 25 Aprile del 1590 ebbero i Serenissimi Collegi deliberato l'istituzione della Musica a Palazzo, non v'era festa e processione, dove non prendesse parte la Cappella musicale. A porre un argine all'uso invalso pensò il Senato, onde il 18 Aprile del 1653 stabiliva che le compagnie dei disciplinanti, che nel Giovedì Santo recavansi a visitare il sepolcro in Cattedrale, non potessero essere accompagnati «da alcuna sorte di musica o altri istrumenti musicali tanto con cappa come in altro modo». L'ordine fu riconfermato il 12 marzo del 1668 coll'aggiunta che le processioni delle Casaccie terminassero appena suonate le ore 24 e che tanto il sergente maggiore come i suoi camerati non potessero portar piume e abiti pomposi nel Giovedì Santo (Secretorum al 1590 e Politicorum, Mazzi 10 e 13, fogli 61 e 85. Arch. di Stato in Genova).

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