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    Pezzi di storia

Gerardo Hauptmann in Riviera
di Carlo Macchiavello

Il Mare – 26 marzo 1927

Si può anche leggere l'articolo "Gerhart Hauptmann, un poeta a Santa" pubblicato il 23 agosto 2012 sulla "Gazzetta".
Gerhart Hauptmann, poeta tedesco, è ritenuto uno dei maestri del naturalismo tedesco e della moderna drammaturgia europea: nato il 15 novembre 1862 a Bad Salzbrunn, in Slesia, morì il 6 giugno 1946 ad Agnetendorf, in Prussia. A Santa Margherita acquistò una villa e vi soggiornò a lungo.


A Villa Carlevaro, sulla provinciale poco oltre Rapallo, nell'oliveto che discende al mare, Gerardo Hauptmann è veramente al suo posto, nel bel sole di Liguria. La sua figura leonardiana – alta e solenne – con la infantilità di un gran sorriso nei profondi occhi azzurri – è come costretta a fermarsi nella visione stupenda della Riviera, dove egli discende ogni anno, sostandoci dall'ottobre al giugno, perché nessun altro paesaggio come questo, che egli si vuol godere con pienezza di vita, è così perfettamente fatto per la sua anima e per la sua arte.

Hauptmann Ritratto del commediografo Gerardo Hauptmann
di M. Liebermann
(Illustrazione popolare - 22/9/1895)

Egli ha bisogno oramai di avere intorno a sé, davanti al mare, il palpito diffuso dell'oliveto, che par voglia mettere ogni aprile nuove fronde per porgere a lui, tedesco, la corona latina.
E di questa Gerardo Hauptmann è altamente meritevole. Egli non è, come i maggiori della sua gente, un'anima soltanto aperta alla classicità nostra, attraverso lo studio e l'ammirazione, ma sente invece profondamente l'ispirazione dalle fonti nostre e col suo genio possente la vivifica, creando un'arte tutta sua, direi quasi formidabile, ma che ha il palpito di una bellezza infinita.
Tutta l'opera di Hauptmann dà la sensazione esatta di questa verità. Egli è tedesco soltanto per la gagliardia che imprime alle sue creazioni, ma nell'estrinsecazione della sua arte si può sentire tanto dell'anima nostra.
Ed è perciò naturale ch'egli ami l'Italia e sopratutto la Riviera.
Anni fa aveva scelto la sua dimora a Portofino, nella tranquillità del promontorio che ha scure e ripide scogliere tra i pini selvaggi e che gli ricordava forse la sua Slesia aspra e selvosa. Dimorò poi a S. Margherita nel castello di Paraggi, dove il mare porta con tumultuosi rimbrotti d'onda, una varietà sorprendente di calma e d'azzurro. Da due anni ha scelto la collina rapallese che sale a levante verso S. Ambrogio, in un'infinita chiarità di sole.
Hauptmann ne è innamorato. Ogni giorno esce dalla Villa a far la passeggiata verso la città: la sua Signora, Donna Margherita, entusiasta come lui della Riviera, l'accompagna.
Alla provinciale preferiscono la vecchia strada romana serpeggiante sul mare, che, staccandosi dal Castello dei Sogni, segue per le rade di Noè e Porticciolo, ricongiungendosi alla via maestra per Avenaggi.
Vestito alla sportiva, con grossi calzettoni, sempre a capo scoperto, Egli passando dà, anche a chi non lo conosce, l'impressione della sua grandezza. E' forse per questo che tutti i passanti sentono di dover salutarlo: i vecchi specialmente ed i bambini porgono a lui con ingenuità per saluto il lor sorriso.
In città sosta poco: ritorna verso le quattordici per un breve riposo e si dà poi al lavoro.
La passeggiata, nell'incanto del cielo e del mare, è per lui come una comunione profonda di sensazioni. Egli si beve coll'aria l'infinità della sua ispirazione o poi, più tardi, nel suo studio, che guarda nell'oliveto e intravede l'azzurro, egli col libro nelle mani aperto, dove non legge, scruta nella sua anima e detta.
Così Egli crea.
Egli non scrive mai: ha bisogno che altri imprima sulle pagine quello che egli vede o sente, tutto inteso col genio creatore a sé stesso.
E il libro nelle mani gli è necessario. Deve averlo per una suggestione tutta sua. E' una particolarità che lo chiarifica meglio.
Hauptmann ha davanti a sé un gran mondo spirituale, dove si muovono gli attori che egli deve sorprendere per riprodurli nel suo dramma. Ma la passione delle sue creature è sopratutto la sua passione e questa ha profondità, solo a lui conosciute, nella sua anima. Egli perciò deve aspettare l'ispirazione da l'anima. Si raccoglie, si concentra e legge in se stesso profondamente. E gli par di leggere come in un libro aperto, in quel libro che tiene nelle mani e in cui l'anima sua si rispecchia.
Nel suo studio Gerardo Hauptmann crea perciò con la voce. Dal tumulto dell'ispirazione sgorgano come in un canto le parole che esprimono l'opera. La persona che scrive al dettato, che si svolge a soste e con impeti, a seconda che il tumulto intimo si placa o si accentua, deve essere all'altezza della sensibilità del creatore. Non è vista, non è sentita e deve essa rendere in scritto tutta la creazione.
Hauptmann ha però un testimonio quando crea. E' un canarino. Dalla gabbiuzza in piena luce l'uccellino manda gorgheggi dolcissimi. L'artista lo sente e sorride. E' il compagno del suo lavoro. Lo ha detto egli stesso a delle scolarette di S. Maria del Campo che gli portarono dei fiori in omaggio.
«Piccole, in ogni lavoro, come in ogni trastullo, il compagno ci vuole. Eccolo il mio.»
E sorrise, come sorride sempre ai bambini.
Della sua opera egli non parla. Lavora. Dice questo soltanto. Arrivano a visitarlo a frotte gli ammiratori e gli amici: la villa è grande e ospitale.
Qualcuno vi si ferma più giorni e allora nel mattino di sole e di vento, e anche di pioggia, Donna Margherita ha chi le fa compagnia nella rada del Pozzetto, dove ella non cura se fa freddo o se il mare è in burrasca. Un tuffo lo vuol fare ad ogni costo con qualsiasi tempo. Anche Hauptmann fa il suo bagno invernale qualche volta.
Ma la villa è chiusa per gli intervistatori: Hauptmann vuol essere lasciato in pace dai noiosi commentatori della fama e della cronaca.
Chi scrive non vuol essere nel numero di costoro. Ed è forse per questo che Hauptmann lo ha ricevuto.
Al saluto che ogni giorno da tanti mesi, nell'incontri per via, chi scrive gli porgeva, Hauptmann rispondeva con l'abituale profondo sorriso. E in un chiaro pomeriggio di marzo la Villa Carlevaro si schiuse al giovine sognatore.
Questi saliva con un vecchio amico, ammiratore del poeta, per l'ampio viale e già Hauptmann dal terrazzo volgeva il suo sguardo al saluto.
Dal verde delle aiuole pareva sbocciassero i fiori su cespi sconosciuti. L'aria era piena di un sussurro d'anime. Il sole era ancor alto sul promontorio e Hauptmann, nel sole, pareva risplendere in un'aureola di luce nuova.
Porse la mano in un gesto di bellezza.
Poi disse: «Entrate!»
Nella sala era acceso il fuoco e le finestre erano aperte. L'aria così non era fredda.
Allora si sentì che l'anima di Gerardo Hauptmann si presentava a noi. E l'abbiamo ancora una volta conosciuta grande e buona nel palpito della sua meraviglia.

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