Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Una ribellione di Monaci a S. Fruttuoso di Capodimonte (1217-1224)
di Arturo Ferretto

Il Mare – 19 aprile 1924

L'opera, che i benemeriti cultori delle storiche discipline, hanno intrapresa a Roma, stampando tutto il carteggio dei Papi, che si susseguirono nel secolo XIII, è davvero degna del maggior encomio, perché dalle bolle pontificie, per la maggior parto ineidite, balza fuori l'elemento sussidiario per la storia dei nostri Comuni in un groviglio di lotte, di contrasti, di sconfitte, di vittorie e di trionfi.

S. Fruttuoso San Fruttuoso
(foto della raccolta Renato Dirodi)

L'abbate Pressuti ha stampato il Regestrum Papæ Honorii III, ed il Potthast avea già dato un sunto delle lettere, scritte da detto Papa.
Dal Pressuti tolgo la prima notizia cioè che il 21 ottobre del 1217, con lettera, redatta dal Laterano, Onorio III si rivolgeva all'abbate di San Siro in Genova, ed a maestro Gerardo, canonico della cattedrale di S. Lorenzo perché accettassero la rinuncia dell'Abbate di S. Fruttuoso di Capodimonte, provvedendo a lui in qualche chiesa soggetta al monastero, onde potesse vivere comodamente, e nello stesso tempo preponessero al monastero una persona idonea.
L'abbate in discorso chiamavasi Ruffino Fieschi e fu zio del futuro papa Innocenzo IV.
L'abbate nuovo chiamossi Alberto e lo trovo in atti del notaio maestro Salmone) ricordato il 3 marzo dal 1222, sotto la qual data, col consenso del priore Ingo e dei monaci Vassallo, Viviano e Botario costituiva un procuratore, con facoltà di presentarsi al cospetto di papa Onorio III, difenderlo e scegliere i giudici adatti contro l'Arciprete di Rapallo, contro i canonici di quella Pieve, e contro i parrocchiani della chiesa di S. Giacomo di Castello, o Corte, dai quali veniva leso in certi diritti.
Come si conosce, le due chiese di Portofino, quelle di Nozarego e di Corte rilevavano dal monastero di S. Fruttando ma erano sul territorio della Pieve di Rapallo, e forse il novello Abbate si sentiva disturbato e forse il parroco di Castello non avrà sborsato i soliti canoni e fatti gli atti di sudditanza opportuni.
L'Abbate ora destinato ai litigi, sempre per la difesa dei suoi diritti, e il 20 aprile 1222 lo trovo protestare solennemente, a nome della chiesa di S. Matteo in Genova, che era una cella monastica di S. Fruttuoso, giacché nell'ambito parrocchiale di detta cella i novelli figliuoli di Domenico di Gusman avean gettate le basi di una chiesuola, diventata più tardi chiesa e convento di S. Domenico, presso la quale si sviluppò in Genova la scuola detta cenobiale.
Per il nostro povero Abbate era già scoppiata una bomba, e l'autore era stato un monaco perverso per nome Rubaldo. Gli effetti di essa duravano ancora.
La storia della bomba è data dal carteggio pontificio,
Il 31 agosto del 1223 Onorio III scriveva all'arcidiacono della Cattedrale di Genova, al prevosto e a Guglielmo, canonico della chiesa di S. Maria delle Vigne in Genova di annunziare pubblicamente nella città di Genova ed altrove che la lettera apostolica, diretta al Vescovo di Acqui ed ai suoi colleghi ed un'altra diretta al Cantore della chiesa di Tortona ed ai suoi poniudici, dovessero essere prive di valore, perché in pregiudizio dell'Abbate di S. Fruttuoso, assunto al governo del monastero, per autorità di Ugolino, cardinale, voscovo di Ostia, delegato apostolico le quali lettere erano state falsamente impetrate dal monaco Rubaldo, che l'Abbate avea cacciato dal monastero.
Il 2 agosto del 1217 Onorio III avvertiva il popolo di Genova di aver mandato legato apostolico il card. Ugolino per far pace coi Pisani, ed entrambi di comune accordo attendessero ai sussidii per Terrasanta.
Egli fu in Genova nel maggio del 1217 e consacrò la chiesa di S. Stefano.
Dopo alcuni mesi provvide a S. Fruttuoso nella persona di Alberto.
Il 18 marzo del 1224 l'Alberto (per contratto, a rogito del notaio Salmone) riceve a mutuo lire trentotto di moneta pavese, e lire cinque di moneta genovese, che dovevano servire per le sentenze, avute nella curia romana, e che verranno promulgate ancora contro Rubaldo, monaco di detto monastero, rimanendo garante per la badia il castaldo, o fattore di esso, Ogerio Barile, da Rapallo.
La giustizia por l'oppresso non si fece aspettare.
Traduco la lettera pontificia che manca nel carteggio stampato dal Pressuti, e che tolgo dagli atti del notaio maestro Salmone, di cui io stesso ho curata la stampa.
Porta la data dell'otto aprile del 1224, è segnata dal Laterano ed è del seguente tenore:

«Onorio vescovo, servo dei servi di Dio, al venerabile Vescovo di Brugnato (Sigembaldo Fieschi dei Conti di Lavagna) salute e apostolica benedizione. Alla nostra presenza venne testé il diletto figliuolo Alberto abbate di S. Fruttuoso di Capodimonte della diocesi di Genova, concedendogli benigna udienza sulle gravezze diverse e varie del monastero, che ci espose. E se pertanto non avessimo mitigato il giusto risentimento dell'animo nostro, avremmo subito punito severamente quel Rubaldo, o più veramente, Ribaldo per dare un nome di simil fatta per le sue detestabili azioni; e nei complici, nei fautori e in alcuni, che, sopprimendo il vero, e suggerendo il falso impetrarono da noi i giudici favorevoli a lui contro Dio, avremmo fortemente gravato le nostre mani. Imperocché i predetti non solo furono gravi delinquenti contro l'Abbate e il suo monastero, contro noi e contro la Chiesa Romana, mentre sotto pretesto di commissioni strappate alla Sede Apostolica, non han timore di esercitare il ministero dell'iniquità sapendolo, e noi proibendolo. Frattanto detto Rubaldo, non arrossendo né tanto né poco, perché dal Vescovo di Ostia, allora legato apostolico, fu rimosso dal priorato del monastero, ciò esigendo l'enormità delle sue colpe, procurò d'intrudorsi in qualità di Abbate in detto monastero, come fosse degno di onori maggiori, quando gli furono interdette i minori. L'Arcivescovo di Genova di autorità dello stesso Legato, lo rimosse dall'amministrazione dell'Abbazia, ma egli non cessò dopo mendicando malizie, di vessare in molteplici modi il monastero e l'Abbate, provocando diverse e varie molestie. Associatisi pure fautori e complici, spogliò, come è fama, il monastero di libri e di ornamenti, a volte con violenza ed a volte furtivamente. Inoltre, come ci fu riferito, tra gli altri suoi fautori Arestano e Sansone, monaci di detto luogo, abbracciandosi vicendevolmente con Rubaldo, quasi nella stessa pelle diabolica, son d'accordo intorno alla vanità, alimentando la malizia dello stesso, ed insistono a turbare e vessare i monaci, in modo che agli altri sono pietre di offesa e di scandalo, e per loro occasione l'ordine ivi si dissolve, e si annulla la religione. Oltre a ciò le cose spirituali e temporali del monastero gravemente ogni giorno vanno in rovina, e gli stessi giudici, di certa scienza, procedettero contro l'Abbate, dandogli torto. Quantunque giù abbiamo ingiunto all'Arcidiacono della Cattedrale di Genova, al Prevosto ed a Guglielmo canonico di S. Maria delle Vigne di dichiarare irrito quanto da tutti i Giudici, ottenuti da Rubaldo, fosse stato attentato in pregiudizio del predetto Abbate, e che annunziassero o facessero annunziare pubblicamente prive di qualsiasi valore le lettere apostoliche impetrate o da impetrarsi e che non facessero menzione delle cose premesse, ed essi diedero esecuzione al nostro mandato, il ricordato Rubaldo, i giudici predetti e i suoi fautori, e i predetti monaci porgendo l'adipe della iniquità, macchinano di opporsi ai mandati apostolici. Noi desiderando precludere loro ogni addito alle cattiverie, per lettera apostolica ordiniamo alla tua fraternità, che, tolto qualsiasi ostacolo di contraddizione ed appello, ordini a detto Rubaldo il silenzio perpetuo intorno a detto priorato e governo di detto Abbazia, e tutto ciò, che per lui, intorno il dette cose, per lettere apostoliche constasse essere stato eseguito, e specialmente il processo del Cantore della Chiesa maggiore di Tortona e dei suoi Congiudici, e tutto ciò da essi e per essi è seguito, e le stesse lettere apostoliche dichiamo e vogliamo si annulli proibendo a qualsiasi giudice, ottenuto dalla S. Sede di non procedere in alcun che, sottoponendoli alla censura ecclesiastica. Inoltre, se i prefati monaci sono tali e riconosciuti incorreggibili, perché l'universo gregge non muoia per il loro contagio, rimuoveli dal detto monastero, e se vedrai che torni d'utile al bene delle anime loro, di nostra autorità, trasferiscili in altro luogo. Non trascurare di procedere contro Rubaldo i suoi fautori e complici come è giusto, per la restituzione dei beni, sottratti violentemente e furtivamente, minacciando la censura apostolica senza diritto ad appello.»

Roma aveva parlato, e la sua sillaba non potea cancellarsi. Il Vescovo di Brugnato, lieto della missione ricevuta scrisse al monaco ribelle di non ingerirsi più nel priorato e nell'amministrazione dell'Abbazia, imponendogli silenzio, ed assegnandogli un periodo di otto giorni per presentarsi al suo cospetto in Brugnato; ed incaricò Nicolò, monaco di S. Fruttuoso, rimasto fedele, di consegnare la sua lettera, coll'ordine perentorio, al Rubaldo stesso, trovandosi sotto il portico della chiesa di S. Marco al Molo.
Questi ebbe in consegua la lettera del Vescovo il 10 maggio del 1924.
Il ribelle non solo non si presentò nel periodo assegnatogli, ma non mandò per lui alcun procuratore per la discolpa, onde il vescovo Sigembaldo si recò in Genova, e il 21 maggio nel chiostro di S. Lorenzo alla presenza di Rubaldo Fieschi, prevosto, e di maestro Giovanni da Cogorno, arcidiacono, di maestro Ugo da Zerega, magiscola [maestro del coro] della Cattedrale, di Botario e di Ansaldo, monaci di S. Fruttuoso, e di parecchi sacerdoti e laici, dava esecuzione solenne alla bolla pontificia, dichiarando, di ordine del papa, nulle ed irrite tutte le altre bolle dirette a Lantelmo de Beccaria, canonico della chiesa maggiore di Pavia e al prevosto di Castelnuovo Scrivia, bolle, che il Rubaldo avea surretiziamente ottenute dalla S. Sede, e gli atti indi e prima seguiti, specialmente il processo fatto contro l'Abbate Alberto dal Cantore di Tortone.
Dichiarava in perpetuo privo di qualsiasi beneficio in detto monastero il predetto Rubaldo «incorreggibile e perfido» il quale avea pure rinunciato all'Arcivescovo qualsiasi diritto accampato nel monastero, e prestata obbedienza al nuovo abbate Alberto, ma poi indemoniato operò e tramò con malizia. Se il Rubaldo cambierà vita e costumi, e darà alla chiesa madre la debita soddisfazione con umiltà e divozione, gli sarà provvisto in altro monastero, ed in caso contrario avrà piena esecuzione il mandato apostolico.
Penso che il monaco ribelle sia rinsavito e sia tornato in grembo alla Chiesa, come tornò il suo complice il monaco Arestano, il quale morì due anni dopo la sua ribellione, lasciando i beni, che possedeva nella parrocchia di S. Pietro di Novella, presso il castello della Banca, all'abbate Alberto, che tanto aveva addolorato.
Il povero Abbate dopo la lotta non era certo in floride condizioni, se con atto del 14 luglio 1226 toglieva in prestito lire dieci da maestro Ugo Zerega, magiscola; il 23 agosto contraeva un mutuo di lire nove da certa Isabella, alla quale dava a pegno le terre, lasciate dal monaco Arestano, in S. Pietro di Novella; e l'8 dicembre si faceva imprestare lire sette e soldi nove da Bartolomeo da Cicagna, canonico di S. Lorenzo, la qual somma avea dovuto sborsare per correre alle collette, imposte per il sostentamento di un legato pontificio trasmesso in Sardegna.
Il maestro Salmone, da cui trassi tutta la tela ordita, non ha l'epilogo di questo episodio della vita euritmica e ordinata monacale, che contristò per quasi sette anni il monastero di S. Fruttuoso e l'abbate Alberto.

© La Gazzetta di Santa