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    Pezzi di storia

Genovesi di Sardegna
di Piero Ottone

Alisei (TCI) – ottobre 1992

Arrivarono sull'isola di San Pietro quasi tre secoli fa. Delle loro origini liguri hanno mantenuto fino a oggi dialetto e costumi. A Carlo Emanuele III di Savoia, allora re di Sardegna, è stato dedicato il capoluogo

mappa Sapevo che le due isole al sud della Sardegna, San Pietro e (in misura minore) Sant'Antioco, sono isole genovesi; due enclaves culturali, due bastioni avanzati della mia città, davanti al mare aperto: di là c'è l'Africa. Lo sapevo; ma ogni volta che sono entrato in un negozio o in un ristorante di Carloforte, capoluogo di San Pietro, ho provato sorpresa. Sì: la gente parlava proprio il dialetto di casa mia. Eppure, eravamo distanti da Genova; e le persone che vedevo intorno a me non somigliavano ai genovesi. Ma la parlata era genuina, autentica, ineccepibile. Rispondevo nella stessa lingua, e subito si stabiliva un rapporto speciale.

Capo Sandalo Capo Sandalo, la punta più occidentale di S. Pietro. Il Faro del Capo che si erge a 103 metri di altezza è uno dei più importanti del Mediterraneo.

La comunità di San Pietro e di Sant'Antioco ha mantenuto la sua identità attraverso quattro secoli e mezzo: è quasi incredibile, tanto più se si pensa che i rapporti con la città d'origine sono stati assai tenui, quasi inesistenti. Ma ora si profila un'altra sorpresa, di segno opposto: si teme che questa identità stia per perdersi, stia per diluirsi e per cancellarsi nel grande anonimato del nostro tempo. Possibile che viviamo in un'epoca così prepotentemente livellatrice? Possibile che la cultura di massa sia così inesorabile? Non so dare una risposta netta; posso solo esprimere la speranza che questi timori siano infondati.

Carlo Emanuele La statua di Carlo Emanuele che a metà del 700 incoraggiò la colonizzazione dell'isola da parte dei tabarchini di origine genovese. Una volta arrivati sull'isola, il primo sbarco fu il 17 aprile 1738, i nuovi coloni si misero subito all'opera sfruttando le molte risorse naturali che il mare e la terra mettevano loro a disposizione.

Come nasce la genovesità? La storia di questa gente è appassionante, risale al Cinquecento e a Carlo V. L'impero di Spagna e l'impero musulmano si fronteggiavano nel Mediterraneo, premevano l'uno contro l'altro; la linea di confine ondeggiava lungo l'Adriatico, la Sicilia e la Tunisia, con frequenti incursioni e sconfinamenti da una parte e dall'altra. C'era un'isola lungo la costa tunisina, Tabarca; bisognava popolarla, installarvi un presidio di cristiani. Una famiglia aristocratica genovese, quella dei Lomellini, ottenne da Carlo V la concessione per la pesca del corallo intorno a Tabarca, e vi trasferì una colonia di suoi concittadini, grandi pescatori di corallo, che scorrazzavano per i mari, e già conoscevano quelle regioni. L'insediamento avveniva intorno al 1537.
Ho detto di avere ascoltato nelle isole sarde il dialetto di casa. Dovevo essere più preciso: il genovese della gente che prima andò a Tabarca e poi, come vedremo, a San Pietro e a Sant'Antioco ha le inflessioni di Pegli, perché i coloni raccolti dai Lomellini erano pegliesi, provenivano da quello che allora era un villaggio separato, e ora fa parte della grande Genova.
A Tabarca, i pescatori se la passavano abbastanza bene. Non si occupavano soltanto di pesca. Vivevano ai confini della cristianità, a contatto immediato col mondo musulmano. I due imperi, Carlo V da una parte, Solimano il Magnifico dall'altra, erano quasi perennemente in stato di guerra. Ma fra le maglie della guerra si intrecciavano mille fili diversi, scambi di merce, cattura e liberazione di schiavi e di ostaggi, ambasciate, trattative… Cristiani e musulmani si combattevano, ma fra uno scontro e l'altro convivevano, e cercavano di vivere al meglio, di concludere affari, di arrangiarsi. Non si erano costituite colonie veneziane o genovesi in tutto l'Oriente, a Rodi, in Turchia, sul Mar Nero? risorse 1
Col passar del tempo, tuttavia, sorsero difficoltà di vario genere. Non c'era solo un problema di rapporti col mondo circostante, rapporti che alternavano periodi tranquilli con periodi burrascosi. L'isola di Tabarca diventava stretta per una comunità che, attraverso gli anni, era cresciuta. Occorreva applicare una politica antidemografica: come adesso in Cina. Si scoraggiavano i matrimoni, si cercava di limitare le nascite. L'eccedenza di abitanti si travasava sulla costa, che era una costa dominata dalla Mezzaluna; c'erano cristiani che si convertivano alla religione di Maometto (insomma: si dannavano l'anima); c'erano donne che si risorse 2 concedevano, come mogli o altro, agli infedeli. I tabarchini diventavano irrequieti. Così stando le cose, la notizia che Carlo Emanuele di Savoia stava cercando coloni per la Sardegna, in particolare per due isole, era destinata a suscitare interesse. Si trattava, per l'appunto, di San Pietro e Sant'Antioco, collocate all'estremo sud della Sardegna. Avevano, come ogni terra del Mediterraneo, una lunga storia, fatta di diverse stratificazioni.
Vi erano stati insediamenti, con ogni probabilità, in epoca antichissima, nelle tenebre della preistoria. Poi erano passati di lì i fenici, i soliti fenici che sono stati ovunque; i cartaginesi, che avevano cercato di stabilirvi basi durante le guerre coi romani; altrettanto avevano fatto, in periodi alterni, i consoli di Roma. Nel Medio Evo erano arrivati sulle isole i genovesi, i pisani; frequenti erano le incursioni dei pirati, in prevalenza musulmani, ma anche cristiani. Vi erano state costruite case e chiese; si ricordava un episodio terribile, il naufragio di due velieri che portavano qualche centinaio di crociati adolescenti in Oriente; tutti erano morti nel mare in burrasca presso l'isola Piana, a un'estremità di San Pietro. A loro era stata dedicata la chiesa degli Innocenti. (Gli altri velieri della spedizione, con altri crociati adolescenti a bordo, scamparono alla burrasca, proseguirono il viaggio: ma il capo della spedizione, invece di portarli in Terra Santa, fece rotta verso un porto musulmano, e li vendette come schiavi).

Porto Uno scorcio del porto.

Col tempo, le isole furono abbandonate. Nel Settecento, quando la Sardegna fu assegnata ai Savoia, erano quasi completamente deserte. Si era riacceso, per la verità, un certo interesse un secolo prima, interesse mistico e religioso e una processione imponente (nel 1615) era andata a Sant'Antioco per prelevare dalla chiesa le ossa del Santo. Il corteo offriva certamente uno spettacolo memorabile: quarantamila persone, molti a cavallo, altri su carri, i più a piedi; duemila preti; trecento barche… La processione, anche se con un minor numero di persone, si ripeté ogni anno; durava due giorni, e nella notte si cantava e si danzava intorno ai fuochi.
Finita la festa religiosa, le isole ripiombavano nel silenzio. Carlo Emanuele voleva ripopolarle. I tabarchini erano disposti a trasferirvisi? L'offerta, come si è detto, li interessava. Si tenne a Tabarca un consiglio di anziani, e una delegazione fu mandata a San Pietro in perlustrazione. Che cosa trovarono coloro che vi presero parte? Le case abitate, forse, erano due o tre, non di più; ed erano di insediamento recente. Rimanevano le tracce degli insediamenti precedenti, ormai lontani. Ma la natura era splendida: allora più che mai.
A occidente, la costa era in gran parte scoscesa, con strapiombi di cento metri: un selvaggio antemurale che si opponeva ai colpi di maglio delle ondate alzate dal maestrale, il vento più impetuoso di quei mari, ben noto anche a Tabarca; un vento che soffia su centinaia di miglia di mare aperto. Ma a ridosso di quella costa rocciosa, come in tante altre isole mediterranee, il terreno scendeva con dolcezza, terreno coltivabile, quasi certamente fertile. Lo aveva occupato una rigogliosa vegetazione selvatica; vi scorazzavano conigli, mufloni, cervi, daini, cinghiali. E poi, all'intorno, tutto quel mare, tutte quelle possibilità di pesca: non c'era dubbio, San Pietro avrebbe potuto sostentare i tabarchini.
Il primo insediamento avvenne nella località in cui fu costruita Carloforte; più tardi, altre famiglie si trasferirono da Tabarca a Calasetta, sull'isola di Sant'Antioco. La colonizzazione di quest'ultima presentò difficoltà maggiori. Dal punto di vista etnico la situazione era più complessa: alle famiglie liguri si aggiunsero famiglie piemontesi, mentre l'altra metà dell'isola fu occupata dai sardi. Carloforte, così chiamata in onore di Carlo Emanuele, fu invece totalmente genovese fin dall'origine. Tale è rimasta fino ai nostri giorni.

Carloforte Una veduta del paese di Carloforte. L'ultima incursione dei corsari risale al settembre del 1798. Vennero tratti in schiavitù ben ottocento carlofortini, poi riscattati da Carlo Emanuele IV, con l'aiuto di Napoleone Bonaparte. L'isola ritornò a fiorire. Agricoltura e pesca, in particolare quella del tonno, vennero incentivate. Fu avviata anche l'industria cantieristica che produsse navi da carico allora tra le migliori. Le bilancelle, piccoli pescherecci adatti soprattutto alla pesca del corallo, portavano merci di ogni tipo lungo le numerose rotte mercantili di tutto il Mediterraneo.

Questa durata è straordinaria. Le caratteristiche etniche si sono mantenute attraverso quattro secoli e mezzo; e si sono mantenute, come si vede, nonostante una trasmigrazione in due tappe, prima a Tabarca, poi a San Pietro, senza che vi fossero legami politici o economici con la terra d'origine. Le radici culturali sono dunque così tenaci? Lo sono al punto da sopraffare gli eventi biologici? Capita di ascoltare la parlata genovese, limpida e ineccepibile, sulle labbra di persone dall'aspetto inequivocabilmente sardo. Chi mai può parlare di razza come di un fatto genetico? La razza (ed è chiaro che uso il vocabolo in senso improprio) è un fatto di cultura.
Non è solo questione di dialetto, naturalmente. La comunità carlofortina, con le sue appendici nell'altra isola, ha suscitato interesse attraverso gli anni per i suoi usi e costumi. E' facile riassumere la storia in poche righe, ma dietro ogni episodio vi furono sacrifici, pericoli, avversità; a cominciare dalla conquista di terreni promettenti, ma incolti, dopo la costruzione rapida di case, di mura, di un castello per la difesa. Vi furono epidemie, febbri malariche, periodi di carestia. Vi furono, ovviamente, incursioni di pirati. L'ultima incursione in grande stile avvenne a San Pietro appena duecento anni fa; molti carlofortini furono catturati.
Le difficoltà contribuirono a dare coesione e forza spirituale alla comunità. Scrive Gin Racheli, in un suo libro che parla di queste due isole: "Ogni isolano, ancor oggi, ha un mito che vi racconta nei momenti di confidenza: egli vi parla di quando la sua isola era tenuta e coltivata come un giardino e i campi producevano non soltanto frutti infiniti, ma anche le molte feste che esplodevano nelle case come mortaretti per rendere grazie dell'abbondanza in quel regno del limite. Vi racconta delle barche avventurose che, a remi e vela, percorrevano l'intero Mediterraneo e poi tornavano, cariche di pericoli superati e di pesci, di conoscenze nuove e di prodotti di scambio, attraccando al porticciuolo tutt'altro che sicuro, ma amato, desiderato sopra ogni cosa. Vi presenta, dei suoi avi, immagini omeriche…".
Perché tutti questi ricordi? Forse è vero: le due isole all'estremo lembo della Sardegna, avendo mantenuto la loro identità attraverso tanti anni, stanno per perderla; i tratti originali si affievoliscono. In origine, la popolazione viveva di agricoltura e di pesca; campi e orti sulla terraferma, la tonnara per catturare i banchi di pesce fra le isole e la costa, nel ritmo allora immutato delle loro migrazioni; e poi qualche piccolo cantiere, molte barche, e gli equipaggi che le facevano navigare. Mi sembra che questa fosse ancora la situazione quando venni a Carloforte la prima volta nel 1979. Arrivai su una barca a vela, cioè nel modo giusto, mi sembra, per arrivare su un'isola, dopo avere navigato lungo la costa occidentale della Sardegna, a piccole tappe. Ogni scalo era suggestivo: Alghero, Bosa, il golfo di Oristano con le rovine di Tarros. A sud di Capo Caccia regnava la pace. Passeggiai fra le rovine di Tarros di primo mattino: non c'era anima viva.

Via Carloforte La principale via di Carloforte di sera.

Il grande porto di Carloforte, sebbene fosse metà agosto, era quasi vuoto; così vuoto da sembrare enorme. Vi erano ormeggiate tre o quattro barche, non di più: ed erano barche un po' particolari, di quei navigatori che, come uccelli migratori, fanno lunghe traversate, provenienti dalla Spagna o da Gibilterra e diretti in Africa o in Grecia, diversi dai miti diportisti di corto raggio che si incontrano altrove. In città, le belle strade ordinate e pulite erano affollate: davano l'impressione di vivacità e benessere, in un'atmosfera serena.
Sono tornato a Carloforte nell'estate dell'anno scorso, sempre in barca a vela, ma questa volta, arrivando dal Sud, come i carlofortini provenienti da Tabarca; portato da un maestralino leggero, un maestralino estivo che metteva allegria. Il porto era sempre quello, tale e quale come undici anni prima; ma ora non sembrava più enorme, sembrava piccolo, perché era affollato di barche, e poiché la banchina era tutta occupata, alcune imbarcazioni stavano all'ancora in mezzo al porto, alla ruota. In città, le strade erano affollate, come l'altra volta; ma c'era meno serenità, più confusione.
Sono bastati dieci anni per cambiare l'isola? Forse sì. Se prima la popolazione viveva di agricoltura e di pesca e di mare, adesso sono entrati in scena l'industria e il turismo. L'industria è sulla costa: non vicinissima, ma c'è, si vede, si dice che inquina, certamente attrae mano d'opera. Il turismo è invece presente sulle isole, massiccio e impetuoso; l'ondata turistica, che ogni anno si allarga, è arrivata anche a Carloforte, e a San Pietro e a Sant'Antioco, cambiando molte cose.
Il cambiamento, di per sé, non è un male. Può essere, anzi, una cosa bellissima. Tutto sta a vedere come si cambia. Cerchiamo di essere obiettivi. Sugli insediamenti industriali, se si confrontano i vantaggi con i pericoli, sono possibili molte riserve; mi si dice che il polo industriale di Portovesme-Portoscuso è stato dichiarato ufficialmente "area ad alto rischio ambientale". Per quanto riguarda la tonnara, altro argomento controverso, è vero che è stata chiusa per vari anni, e riaperta soltanto adesso; ma è anche vero che sono cambiati i metodi di pesca, prima si aspettava che i tonni venissero a noi, e si creavano linee di sbarramento, adesso si vanno a cercare i tonni ovunque, in alto mare; la chiusura era quindi dovuta, non tanto alla malizia degli uomini, quanto a innovazioni tecnologiche, costituite da pescherecci più attrezzati.
Quanto al turismo, come si fa a respingerlo? Tutti hanno il diritto di viaggiare e di cercare belle località, per trascorrervi piacevoli vacanze; e gli abitanti delle belle località hanno il diritto di trarne vantaggio. Il turismo non dev'essere respinto: deve essere incoraggiato. Se tuttavia cresce l'afflusso turistico, bisogna che crescano anche le strutture adatte a riceverlo; poiché Carloforte attrae anche turismo nautico, bisogna che cresca il porto, che invece è rimasto tale e quale, inospitale come tutti i porti pubblici del nostro paese. Purtroppo, non sembra che San Pietro e Sant'Antioco siano state in grado di fronteggiare la nuova situazione.

teatro Il teatro Cavallera.
Ciò che ha reso singolare l'isola di San Pietro è la storia dei suoi abitanti. Genovesi di Pegli, partiti dalla Liguria nel 1541, approdati prima nell'isola di Tabarca in Tunisia e poi a San Pietro, hanno mantenuto vivi nel corso di quattrocento anni gli usi e la parlata originaria. Questo patrimonio culturale rischia ora di andare perso. Lo sviluppo industriale sulle coste, con il conseguente inquinamento del mare, l'esplodere del turismo, senza adeguati piani di sviluppo, potrebbero ora modificare la vita sociale e la struttura economica di questa isola singolare.

Approfondiamo il discorso. Il problema dev'essere visto, non tanto dall'angolazione di chi va a Carloforte, quanto da quella di chi ci vive. Noi siamo liberi di andare dove vogliamo; se non troviamo quel che cerchiamo in un certo luogo, possiamo non tornarci. Importante è che stiano bene, e che oggi stiano meglio di ieri, coloro che in un dato luogo abitano; nella fattispecie, coloro che, abitando da quasi tre secoli a San Pietro e a Sant'Antioco, non devono essere messi in condizione di cercarsi un'altra Tabarca, per fare una terza trasmigrazione…
Molti cambiamenti, oggidì, sono assai veloci: forse troppo. Questo è il vero problema del nostro tempo più che mai evidente e drammatico in quei paesi dell'Est dove le condizioni di vita e le istituzioni politiche sono cambiate nel giro di due o tre anni; ma evidente anche in quelle nostre regioni che il progresso economico investe con eccessiva rapidità. Spesso, la natura umana non regge il ritmo delle trasformazioni provocate dall'innovazione tecnica o dall'evoluzione economica. Si assiste allora a fenomeni di nevrosi di massa: popolazioni che fino a ieri erano armoniose, ospitali diventano a un tratto irrequiete, avide, scontrose; in una parola, irriconoscibili. Non è certo il caso, almeno finora, di Carloforte. La comunità carlofortina, anche grazie alla sua storia, grazie alla tenacia con cui ha saputo conservare la propria identità in un ambiente etnico diverso, anzi forse proprio grazie a questa diversità, non può essere sconvolta in così breve tempo. Mi limito a segnalare un pericolo. Ed è un pericolo di cui sono consapevoli molti carlofortini.C'è fra loro chi parla di un atteggiamento "di inerzia e di disinteresse" nella popolazione; c'è chi osserva che la tonnara è stata riaperta, ma che il reclutamento della mano d'opera è difficile, ed è stato necessario far venire il "rais", cioè il capopesca, dalle Egadi.
Come genovese, mi preoccupo anche del pericolo che la genovesità di quest'isola sia cancellata; forse me ne preoccuperei anche se non fossi genovese, così come siamo in tanti a sperare che Gibilterra rimanga inglese, non certo per ragioni strategiche, non certo per far dispetto agli spagnoli, ma perché una Gibilterra inglese è una piacevole anomalia, una delle poche bizzarrie del nostro tempo.
Se a Carloforte si smette di parlare, e di pensare, in genovese, un'altra piacevole bizzarria è destinata a scomparire: pensiamo quanto sarebbe triste il giorno in cui tutto il Mediterraneo, da Cipro alle Baleari, fosse identico. E' un pericolo reale? Ecco qui un certo Massimo, di 26 anni, nato a Carloforte, già studente del nautico, poi cameriere, ora assunto nella tonnara. Interrogato da un cronista, dichiara: «I miei genitori mi hanno sempre parlato in italiano, e così il dialetto, in pratica, non lo parlo mai». Vengono i brividi…

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