Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Quartiere della Ghiaia
di Arturo Mencacci

Il Mare – 1 agosto 1954

Ai tempi di quando ancora era giovane mio zio, si chiamava «a Gêa» quella zona di S. Margherita che andava dalla foce del torrente S. Siro, allora foto articolo scoperto, all'attuale Albergo Helios, dove, col dazio comunale, c'era il confine tra la nostra città e la vicina Rapallo.
E, prima ancora che nascesse mio zio, la «Gêa», cioè «la Ghiaia» era una semplice spianata di sassi, sconosciuta agli stranieri, ignota ai Milanesi, senza neppure la strada, bella della sola sua bellezza naturale, con alle spalle le rustiche case dei pescatori, i cui gozzi dormivano silenziosi tra una vogata e l'altra.
La Gêa
Quant'acqua è passata da allora. Mio zio è diventato prima padre e poi nonno, il torrente S. Siro è stato coperto, è nata la Piazza Pescino, il confine tra S. Margherita e Rapallo è sparito (ma non il dazio, purtroppo), un appartamento sul mare costa un occhio e via di questo passo. Purtuttavia la «Gêa», nelle sue linee essenziali, è sempre «Gêa», col suo sole, col suo mare, con le sue barche, con le sue pietre, con le sue indistruttibili caratteristiche di quartiere cittadino. Perché sì, la Ghiaia è un quartiere di S. Margherita. Potremmo chiamarla, anzi, la riviera nella Riviera. Su quei trecento metri infatti di spiaggia che vanno dal rinnovato albergo Lido all'albergo Helios, l'unico locale dal quale si può fare il tuffo direttamente in mare, si raccolgono nella stagione invernale le mamme e le balie con i loro bambini, vi convergono le parsone anziane per gustarsi quel sole che batte lì meglio e più a lungo che in tutte le altre zone della città, e d'estate vi piovono bagnanti e turisti, uomini, donne, ragazzi, studenti, operai, poveri, ricchi, pomicioni e curiosi.

articolo ottenuto per cortesia del sig. Renato Dirodi

Andrea Figallo
La riviera nella Riviera. Ma non solo. All'osservatore superficiale questo rione può piacere per il semplice suo aspetto esterno, ma chi lo conosce meglio s'accorge che è tutto un piccolo mondo da scoprire.
Andiamo insieme a dargli un'occhiatina.
Tra le barche tirate in secco ecco un gozzo bellissimo e di lusso. Lo cura con amorosa passione un marinaio che ha già perso qualche capello. E' Berto Figallo, barcaiuolo, ai suoi tempi, della Principessa Maria-José, quand'essa soggiornava al castello di Paraggi. Osservate quel gozzo: si fregia ancora di uno stemma già illustre e si chiama ancor oggi Maria Pia, come la figlia dell'ex principessa. E già che abbiamo parlato di un Figallo, citiamo subito anche il fratello Andrea. E' l'ultimo abitante nomade della Ghiaia. La sua casa, di giorno, è infatti all'estremo limite della spiaggia, dove una piccola gettata di cemento serve da imbarcadero per i suoi gozzi. Andrea Figallo è forse l'uomo più innamorato del mare di tutta S. Margherita. Eppure questo mare è stato crudele con lui. In una notte di pesca, poco dopo la fine della guerra, la rete di una paranza ha portato a galla, insieme col poco pesce, anche un mostruoso siluro che purtroppo è esploso a pochi metri dall'equipaggio. Andrea Figallo non è morto, per miracolo. Ma il mare lo ha ghermito alle gambe, mutilandogliele orribilmente. Per questo forse egli l'ama tanto, perché racchiude una parte delle sue stesse carni.
Uomini della Ghiaia
Uomini della Ghiaia… uomini coi loro pregi, coi loro difetti e specialmente coi loro soprannomi… Ce ne sarebbe da parlare per un bel pezzo. Ecco qui un pezzo di Maciste dai muscoli duri ma dal tenero cuore: è Massa Agostino, rematore d'eccezione, ex campione europeo di canottaggio al tempo degli altri celebri vogatori del quartiere, i Ghiardello, ex bagnino della Principessa Maria José quando Berto Figallo ne era il barcaiuolo, ancor oggi bagnino all'Imperiale e, per passione sportiva, d'inverno, massaggiatore dei polpacci dei calciatori arancioni. Ecco un altro Massa, capostipite della dinastia dei cosiddetti «Stati Uniti». E' l'ancor arzillo Politto, dal quale si parte per arrivare a Gino e Andrea, le ultime propaggini. Ma il più celebre della famiglia è senz'altro «Il Conte Massa», da molti anni - si dice - cacciatore accanito (e fortunato) di selvaggina femminile. Ecco Nicolin Ghiardello che forma col biondo atletico Stea e col miopissimo Tino Bottino il tris di assi della generazione giovane. A Tino Bottino il Comune dovrebbe dare una medaglia grossa così. L'anno scorso un cavallo, imbizzarritosi, partì a corsa folle dall'albergo Helios verso via Gramsci e la piazza delle corriere trascinandosi dietro la carrozza senza conducente. Mentre tutta la gente, all'arrivo scalpitante del cavallo, cercava scampo nella fuga, ecco Bottino (che si trovava sulla spiaggia) inseguire diagonalmente la carrozza, raggiungerla di fronte al negozio di Gustavo il fotografo, spiccare un salto acrobatico e balzarvi sopra. Le redini erano strappate e spenzolanti. Impossibile fermare il cavallo così. Bottino allora, che di cavalli ne sa qualcosa, s'allunga sulla groppa dell'animale, mentre questo continua la sua corsa. Eccolo ormai giunto sulla piazza sotto l'orologio; eccolo che volta a destra. Ma lì c'è di servizio il vigile Gazzale. D'un balzo questi si getta lateralmente al collo del cavallo, l'afferra al morso e si fa trascinare a corpo morto, cercando di piegare in basso la testa dell'animale. Il cavallo continua tuttavia ancora per cento metri, poi finalmente è vinto. Nulla è successo ai cittadini e agli ospiti. Ora tutti si fanno intorno agli audaci, per stringer loro la mano. Una medaglia a Bottino. Ci vorrebbe. E naturalmente anche al vigile Gazzale. Essi hanno compiuto un gesto di valore civile che deve essere sottolineato.
Il «mugugno»
Uomini della Ghiaia… coi loro pregi, coi loro difetti, ma soprattutto coi loro soprannomi. Volete, per esempio, saper che cos'è il «mugugno»? Andate in Ghiaia a conoscere Massa Vincenzo, fratello del Politto. Lui e il mugugno sono come Aldo Massa e la Sampdoria, come Giuseppe l'infermiere e gli incidenti in motorscooter: due cose inseparabili. Ma non chiamatelo Massa Vincenzo. Tutti lo chiaman Cencio e forse anche lui non si ricorda più di aver un vero nome e cognome segnato sui registri dell'anagrafe. Volete sapere che cos'è la calvizie? In Ghiaia vi può rispondere Luigi Figallo, per la sua testa liscia detto nientemeno che «D'Annunzio». E poi c'è Giuseppe Ghiardello, detto «Zerman»; Berto Crovetto, detto «il Caccè», Luigi Aragone, detto a «il bersagliere» e tanti e tanti altri ancora.
Questa è la Ghiaia, con le sue palme, il monumento a Garibaldi, le scarpe della Remigia e l'agenzia di Nicolin Orecchia. Vittorio G. Rossi, ex abitante della zona, va a prendere l'aperitivo nel bar di Chiesa in compagnia di Mario Saltarelli; capitan Cichero, sulla porta dello stesso bar, guarda il mare e le belle straniere, dolente di dover abitare a S. Bernardo. Nella latteria «Polo Nord» Cattoni Ernesto discute di problemi cittadini col calzolaio Turiddu, mentre da via dell'Arco spunta Mario Orecchia che sta sempre aspettando un piroscafo che lo porti in America.
Vegliano su di lei…
Questa è la Ghiaia. Dal Consiglio Comunale vegliano su di lei il dott. Maggio, il dott. Larco, Gigio Bavestrello e l'occhio, o meglio, il naso di Bertolone. La Caterina da trenta anni lavora il pizzo sempre al medesimo posto; le donne dei lumetti, la Sofia, Rusitin, e le Picâge, sorelle del Picâgin, in certe ricorrenze, incendiano il mare notturno con migliaia di fiammelle in technicolor; la famiglia Vicini, la famiglia Marchetti, Manuel Quirico e il già citato Bertolone pennelleggiano la spiaggia con gli accesi colori degli ombrelloni.
Questa è la Ghiaia, col suo ufficio postale, coi busti e i reggipetti della signora Pia, coi sandali di Mangini, coi guanti delle sorelle Olivari e le anticaglie di Quaquaro. Gigetto Maragliano la guarda amorosamente quasi come una cosa sua; Sandro Ortona ne esalta la bellezza tra i suoi compagni di caserma a Foligno, Raffe Spinelli la percorre col suo passo dondolante di orsacchiotto annoiato, Pupo Gazzolo e il suo amico Raffaello la consumano per motivi di cuore e Peppino Soggiu pensa con nostalgia a quand'era il sultano delle bagnanti, prima di mettersi in società con Guido Carbone a Portofino.
Questa la Ghiaia del 1954. Bertolone junior non suona più la batteria nell'orchestra femminile del bar Ligure, ma in compenso, beato fra le donne, c'è quest'anno Mario Peroncini, colui che credeva alla fine del mondo e voleva vendermi, alla vigilia, i pezzi della sua Vespa per ventimila lire, in contanti, subito. E' lui che alla sera, al microfono, fa sapere a tutti che la sua donna si chiama «desiderio». Nessuno glielo ha mai chiesto come si chiami, ma comunque tanto piacere.
Questa è la Ghiaia e questo è il mio articolo. Lo dedico a Renzo Canessa, ex abitante della zona al tempo del suo celibato, ex fabbricante di sale, ex «rullatore» di sigarette con tabacco «Marca Rossa», ex consigliere, ex assessore, ex qui, ex là. Egli mi ha minacciato l'altro giorno con queste testuali parole: «Se nel tuo articolo citi il mio nome, ti do querela per diffamazione». Eccoti servito, caro Renzo, di barba e capelli. Voglio proprio vedere se dopo questo mio piccolo dono giornalistico avrai ancora il barbaro coraggio di chiamarmi in tribunale.

… ecco la risposta di Renzo Canessa:

Ed ecco la Ghiaia del tempo che fu…
di Renzo Canessa

Il Mare – 15 agosto 1954

Caro Mencacci, eccoti convenuto in giudizio. In un giudizio che s'impone perché, trattando della Ghiaia come può trattarla soltanto un figlio della terra di Toscana panoramica quale tu sei, hai commesso un sacco di inesattezze, di dimenticanze, di lieto umorismo alla Wodehouse che non ci sta e che io debbo giocoforza riprendere. E con questo giudizio, che sono lieto di svolgere, avvocato di me stesso, sulle colonne de «Il Mare» che pubblicò nel lontano 1941 il mio primo articolo d'esaltazione sanmargheritese, mantengo la promessa.
Forse ne manco un'altra e cioè quella di scrivere di San Siro. Ma non mi sento di farlo perché troppo poche sono le mie conoscenze di quella zona ed ho timore di non riuscire nell'intento. Conosco soltanto te, Ugo, Giuva il giornalaio e Nin il chitarrista e converrai che è troppo poco per muovere la penna su tutto un quartiere. Perciò, caro amico, ho deciso diversamente.
Evocherò, in quest'aula di Tribunale, ancora la Ghiaia, una Ghiaia che tu non ti sogni nemmeno di conoscere, una Ghiaia che è l'intima essenza dell'amore cittadino, del dovere, del lavoro, una Ghiaia che non posso permettere venga trattata da chi non vi è nato e che non può avere nozione veruna della vita che lì si è vissuta. Io, caro Mencacci, posso avere a prefisso tutti gli ex che vuoi (giova ricordarne qualcuno dei tuoi: ex Segretario della fallita Tigullio al tempo del fallimento, ex piantatore di chiodi dell'Organizzazione Todt, ex venditore di sale), ma non puoi considerarmi «ex della Gêa» perché appartengo sempre a quella gente di mare e, come me, le mie figlie che sono carne della mia carne. I termini della diffamazione sono proprio questi e non te lo perdono. Ed ora parlo seriamente di questa Ghiaia, diciamo, segreta. Dico seriamente perché si deve trattarla solo così.
Case di Ghiaia
Ti ringrazio della dedica. «Tanto nomini nullum par elogium» [a un sì gran nome nessun elogio], vero? Ma come «uomo della Gêa» sento il preciso dovere di illustrarti questo quartiere che non è nato ieri od oggi come par che tu creda, ma tanti e tanti anni fa e soltanto chi viè nato può ancora sentire quello spirito di tradizione che onora tutta una stirpe. La Ghiaia è nata rubando al mare una fetta di spiaggia sulla quale i pescatori hanno eretto le loro case che, probabilmente, sono ancora quelle che hai l'onore di vedere.
E queste case sono state costruite con il sudore dei tremaglini che partivano da qui e, a forza di remi, uomini e donne, raggiungevano la costa francese, Marsiglia, Tolone, St. Raphael, St. Tropez e vi pescavano per una stagione. Uomini e donne tutti d'un pezzo, con certi calli alle mani da far paura alle sgarzelline in braghette dell'esistenzialismo nostrano, mani onorate e logore dalle funi delle sciabiche, che hanno levate al Cielo, assieme alle preghiere per la nostra Madonna della Rosa, queste case semplici poggiate sullo scoglio, formate di scoglio roso dai mitili, con i soffitti intelaiati di remi dimessi e frusti dal continuo vogare. Queste le case di Ghiaia che oggi vedi rammodernate e ritinte, con tanto di bagno e di cucina ricoperta magari di formica.
Queste le case dei miei sogni di fanciullo che cerco di infondere nelle menti e nei cuori delle mie bimbe. E il portichetto che ha sempre riparato i pescatori nei lunghi inverni, i «carrugin» con i «trôggi», il vecchio pozzo dal quale, con la fantasia, si può ancora veder uscire cigolante il secchio di rame colmo d'acqua freschissima, e l'osteria sull'angolo e tante, tante altre cose che non sai vedere.
Hai trattato la Ghiaia con umorismo, con superficialità, senza sentimento, accostando nomi con nomi a volte a sproposito (e mi dispiace), per far ridere o arrabbiare i protagonisti. No, caro Mencacci, la Ghiaia è un'altra cosa. Tutta un'altra cosa.
Ghiaia segreta
Mi pare di vederla la buona gente antica che popolava la Ghiaia. Nomi che sento da anni, nomi che ormai si son fatta una sede in qualche angolo del mio cervello e spesso saltano fuori come cose vive.
Vedo il negozietto di Santucci sotto il portichetto e Santucci, venditore d'anticaglie e d'ogni altra cosa, con un naso a bitorzoni e la papalina calcata fin sulle orecchie, appoggiato allo stipite, maestoso come un generale ateniese. E ancora mi par di scorgere, dietro la finestra diafana del secondo piano, la figura di Marin-na Gratante e di Tonio dietro il fitto merletto dell'alcova.
E Angênin, la cara vecchina, piccola, aggraziata, bella direi, intenta a lavorare le reti che i suoi figli trascineranno sui fondi del nostro Golfo; e il «Puin Busticca», troneggiante come un capitano coraggioso, e Pippo u Muscâ, piccolo e rotondetto come una mela renetta, Giacumin, suo fratello, che ha sempre avuto l'inveterata passione per la musica tanto da andare in solluchero alle prime note di una banda, Parodi, il vecchio e autorevole Parodi, con la pancia rotondetta su cui ostentava la robusta catena dell'orologio.
Stazin-na la ricordo invece con un cestello di laxerti [sgombri] ancora vivi sbarcati all'alba sulla spiaggia, «U Giancu» con i bei baffoni bianchi spioventi e la berretta di lana col ponpon sulle ventitré intento a raccontare qualcuna delle vecchie storie di Marsiglia, di Pontecurone, di «Baicin u Capurale», «U Giancu» con un cuore grande come il mare che gli diede la vita. E come non ricordare Tugnetin, la «bagnina» conosciuta da mezzo mondo, la merlettaia ch'ebbe l'onore di porgere con le proprie mani i preziosi merletti ad Alberto Re dei belgi, a Nicola di Russia, alla Principessa di Piemonte, dalla quale s'ebbe in dono il fatidico nodo di Savoia.
Gente di Ghiaia
Questa è la gente di Ghiaia. Gente che si è fatta plasmare dal mare e dal sole e che è vissuta nel suo mondo chiuso, come tra le possenti valve di una arsella, creandovi la perla più viva e più palpitante.
Ma dovrei parlarti ancora di tanta gente, dei vecchi Maragliano che, quando nessuno sognava di valorizzare il turismo della plaga, impiantavano il primo albergo sul contrafforte di San Giacomo, del loro landò, dei loro pointers neri, di Giuxeppin e del Dottor Checco che con tanto amore hanno saputo creare le basi d'una fiorente industria alberghiera, dell'antico Anton Maria Maragliano, celebrato scultore in legno che nel lontano 1600 diede lustro al quartiere e alla città con le raffigurazioni del Cristo e della Madonna.
Dovrei parlarti di Tugnin u Cillu, delle sue reti, del suo botteghino pieno d'ami e di palamiti, di Francesco il Messo, dei vecchi Olivari, dei Larco e del loro gozzo «Arequipa» [città del Perù, dove avevano fatto fortuna], di Margaitin, della Macin-na, di Filomena e di tanti, tanti altri.
Ma tu nulla sai di questa Ghiaia mia, di questo caro quartiere che ho sepolto nel cuore, di questa gente che non c'è più, dei vecchi gozzi dai nomi semplici o superbi. Nulla puoi sapere, povero pellegrino che la fortuna ha voluto portarti fra noi, degli uomini di questo quartiere, delle sue grandezze, delle sue gioie, dei suoi dolori. Bisogna avere nel sangue il sole e il mare della nostra piccola spiaggia per parlare della Gêa; bisogna saper rivivere il tempo passato che è il più bello, il più caro, il più meritevole, il meno cattivo.
Questa dunque, o Mencacci, è la Ghiaia, la sconosciuta Ghiaia e questa è la sua gente. Povea, grande gente, vedi, ma tanto, tanto buona, laboriosa, onesta. Questa è la «vera» Ghiaia e, credi, quando penso al passato, tramontano le amarezze ed il mio cuore si riempie di tenerezza e di gioia. La mia Ghiaia, amico. Questa è la mia Ghiaia alla quale, senza presunzione, sono dedicate queste povere note.

© La Gazzetta di Santa