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    Pezzi di storia

Marinai liguri nel Sud-America durante il secolo XIX
di Antonio Calegari

Il Mare – 3 + 10 dicembre 1938

Un antesignano: Giuseppe Bavastro
Nel 1819, Simone Bolivar accoglieva ai suoi servizi il più illustre dei corsari italiani dei tempi moderni, Giuseppe Bavastro, nativo di Sampierdarena, che, sotto Napoleone, fu Capitano di Fregata, Cavaliere dell'Impero, e diede molto filo da torcere alla flotta inglese da lui esecrata. mappa
Il compianto ammiraglio Bravetta non esita a chiamarlo: «Marinaio di perizia eccezionale, corsaro valorosissimo, eroe nel più ampio significato della parola»; il Lauvergue, suo biografo francese, afferma «che egli sarebbe morto Grande Ammiraglio di Francia se non fosse stato analfabeta».
Bavastro raggiunge la Columbia col bastimento «Esperance» da lui stesso noleggiato. Col grado di Capitano di Fregata è posto al comando della «Bellone», facente parte della squadra agli ordini dell'Ammiraglio Bryon. Nel 1819 egli si copre di gloria nell'attacco alla città di Cumana. Ma ben presto, esasperato dalle gelosie dell'Ammiraglio, si dimette recandosi alla Margherita, dove alcuni armatori gli affidano il comando della «Poupe» armata in corsa.
Combattimenti, arrembaggi, colpi di mano audaci e strattagemmi si susseguono nella cattura di numerosissime prede; arte nella quale Bavastro è insuperabile maestro. Dopo la presa di un ricchissimo vascello di Bordeaux, il nostro corsaro sparisce dai mari che bagnano l'America del Sud. Si stabilisce temporaneamente a Nuova Orleans.
Affluenza italiana
Dopo le guerre napoleoniche – durante le quali equipaggi liguri armavano parecchie delle navi francesi in crociera nel Mar delle Antille – urge e si espande l'affluenza italiana nell'America Latina, allora affrancata dal dominio spagnolo.
Da Genova, liguri, veneti e lombardi partono per Buenos Aires, Montevideo, il Callao. Specialmente liguri (la tradizione e l'esercizio della navigazione li spingeva nelle terre Sud-Americane), molti dei quali andavano ad equipaggiare e comandare velieri posseduti da compatrioti laggiù residenti. Garibaldi, di cui diremo più avanti, nelle sue Memorie Autobiografiche, scrive in proposito:«… la parte marina, poi, di codesta nostra emigrazione, è poco conosciuta, massime dal governo italiano, ma certo essa si compone della frazione più energica della immensa Marina Nazionale, massime ligure, di cui questo nostro governo non ha saputo trar partito finora e che in nessun tempo deve essere inferiore alle marine, mercantile o da guerra, dei nostri vicini».
In Buenos Aires, il quartiere detto la Boca non è altro che un sestiere genovese, dove marinai e pescatori nati presso la Lanterna parlano il dialetto natio. Una forte corrente si manifesta anche verso il Callao. Velieri italiani iniziano il traffico, che dopo il 1840 diventerà quanto mai intenso, verso i numerosi porti avviati alla prosperità, trasportandovi, con le persone, merci manufatturate europee, riportandone ricchi e preziosi prodotti esotici.
Nicola Descalzi
Verso il 1825 troviamo a B. Aires il ligure Nicola Descalzi, nativo di Chiavari, che rende chiarissimi servizi alla geografia e alla civiltà di quei luoghi, in travaglio verso la sistemazione politica ed economica. A capo di due spedizioni, come astronomo, pilota ed idrografo, egli imprende dapprima l'esplorazione del fiume Vermejo, durante la quale lotta contro infinite difficoltà, poi quella del Rio Negro, che divide la Patagonia dalla Provincia di Buenos Aires.
Quale risultato della prima impresa egli compila una grande carta idrografica del Rio Vermejo, la medesima che in seguito,nel 1855, servì ai viaggi del capitano Giuseppe Lavarello da Recco. Nella esplorazione del Rio Negro il Descalzi compì invece un lavoro assai più ponderoso e diligentissimo, poiché egli fissò i punti astronomici delle varie località che andava percorrendo, raccolse una grande messe di osservazioni meteorologiche ed idrografiche, e diede i nomi ai luoghi più importanti. Le attestazioni ricevute dal Governo argentino testimoniarono del valore e dell'utilità della sua vasta opera.
Giuseppe Garibaldi
«Dopo aver costeggiato le roccie che nascondono così bene il porto a tutti gli sguardi e che gli indiani, nel loro espressivo linguaggio, chiamarono Nalhero bay, vale a dire acqua nascosta, dopo avere attraversato il passo che conduce alla baia, tranquilla come un lago, io vidi, sulla riva occidentale di quel seno, stendersi la città dominata dal Pan de Azucar, immensa roccia conica, che serve non già di rifugio, ma di sguardo ai naviganti. Io vidi anche quel lussureggiare della natura di cui l'Africa e l'Asia non avevano potuto darmi che una piccola idea. Rimasi realmente stupefatto dallo spettacolo, che i miei occhi non si saziavano di contemplare».
Lo stesso stato d'animo da cui si trovava pervaso Cristoforo Colombo all'apparire di terre ignote.
Ed è con l'emozione di quella meraviglia che Garibaldi descrive al Dumas il suo arrivo a Rio de Janeiro nel 1836 a bordo del brik Nautonnier. Quale destino attendeva il biondo marinaio nizzardo, che fin da ragazzo aveva pensato all'America non come all'Eldorado delle rapide fortune, ma come a un immenso campo di avventure?
Come ricordare le sue gesta, in pace e in guerra, per la fratellanza e l'indipendenza, per la nobiltà del lavoro?
Riassumiamo in rapida sintesi l'epopea leggendaria, che Garibaldi realizzò nelle lagune e nei mari che bagnano l'America Meridionale.
Dopo essersi dedicato al cabotaggio fra Rio e Capo Frio insieme al fedele Rossetti – marinaio genovese, «uomo di alti sensi, di non comune intelletto e di fortissimo cuore» caduto poi per l'indipendenza riograndese – ecco Garibaldi corsaro con lettera patente della provincia insorta di Rio Grande del Sud. A bordo di una moderna garopera (barca da pesca), chiamata «Mazzini», inizia ed esercita la guerra di corsa, che gli procura l'abbordaggio ed il possesso della goletta «Luisa». Risale con questa il Rio della Plata. Poi è costretto a lasciar Montevideo.
Nuovo teatro delle sue imprese: Lagoa des Patos. La minuscola flotta da lui comandata è un fantasma inafferrabile, che colpisce e sparisce. Prodigioso trasporto al mare delle navi, attraverso il Capivari; naufragio nel Rio Pardo.
Caduta la Repubblica del Rio Grande, Garibaldi è a Montevideo, dove assume il comando delle forze uruguaiane contro l'Argentina.
Costituiscono la sua flotta, la corvetta «Constituccion», e due legni più piccoli, il «Pereira» e il «Procida»; può contare solamente sopra un numero esiguo di marinai italiani. Di contro – avversario temibile – sta l'ammiraglio Brown, cresciuto alla scuola dei grandi ammiragli inglesi; dirige egli le forze navali argentine, forti e agguerrite.
Garibaldi gioca d'astuzia e di bravura;: eludendo la crociera nemica, risale il Paranà per congiungersi agli insorti; ha così inizio quell'audace gesta garibaldina, degna di epopea e dalle parvenze leggendarie, che si concluse poi con la gloriosa battaglia di Nueva Cava, il 16 agosto 1842, durante la quale le navi di Garibaldi furono ridotte in rottami fumanti.
Prima di tornare in Italia, nuove azioni lo coprono di gloria: ripresa la guerra di corsa, con sublime ardimento attacca, di pieno giorno, la squadra dell'amm. Brown; egli disponi di tre golette. Tuttavia gli argentini, per ragioni inspiegabili, sfuggono all'attacco, evitano la lotta.
Il 15 aprile 1848, dopo dodici anni di permanenza in America, il prode marinaio torna in Italia, a bordo del brigantino «Bifronte», ribattezzato «Speranza». Termina in tal guisa il suo primo periodo, che può esser detto navale-americano, durante il quale condusse navi al combattimento, fra le più pericolose insidie della guerra marittima.
Nel 1852 ritroviamo l'Eroe dei due Mondi ancora in America, precisamente al Callao, dedito alla professione di Capitano Marittimo. E' posto dall'armatore ligure De Negro al comando del vecchio «Carmen», tre alberi, di 800 tonnellate.
Si reca alle infernali isole Chincas a caricare grano, e nel gennaio del 1852 fa vela per Canton. Naviga e traffica fra la Cina e le Filippine, sin quando, con un carico di coolies [operai asiatici], raggiunge Callao, dopo cento giorni di navigazione su di una rotta scoperta e tracciata dal gran capitano. Da Callao si porta a Valparaiso, dove la «Carmen» è noleggiata per Boston. Dopo avere imbarcato rame in diversi punti della costa e aver completato il carico nel Perù, mette la prua al Sud, verso le alte latitudini australi.
Doppiando Capo Horn dirige per risalire la costa orientale dell'America. «Garibaldi sfidava la tempesta come i giganteschi albatros che gli volteggiavano attorno; - scrive Ugo Cuesta nel suo pittoresco libro Garibaldi sul mare; - diceva il suo addio al Pacifico guardando con occhi limpidi la fantastica scena in cui la «Carmen», povero vecchio bastimento nelle mani di Dio, provava la resistenza de' suoi alberi e de' suoi fianchi».
Marina veliera
In questo tempo la marina sarda, leggi ligure, annoverava presso che un migliaio di bastimenti sulle rotte pel Sud America; mentre quella delle due Sicilie batteva di preferenza le rotte del Nord America e Indie Orientali. Navi liguri approdavano continuamente a Buenos Aires, Montevideo, Rio, Pernambuco, Vera Cruz, Avana, Piccole Antille, e al di là dell'Horn, ai porti del Cile e del Perù. Una fitta rete di scie luminose, che univano la Madre Patria alle numerosissime importanti colonie italiane. Incominciava il periodo eroico della marina velica italiana; quanti i bastimenti naufragati presso Capo Horn, quante croci da segnare in quei paraggi della Terra del Fuoco! Olocausto di vite fiorenti, tributo di sostanze per la maggior prosperità dell'America Latina.
Nino Bixio
Prodigioso compagno di Garibaldi, stoffa di grande navigatore, Nino Bixio tocca, intorno a quegli anni (1852) i porti americani come secondo a bordo del «Popolano», vecchia goletta, che va perduta sui banchi a Montevideo. Prende allora imbarco, egli, sopra una goletta genovese che navigava nel Rio; e poi passa al comando del brigantino «San Giambattista» - proprietà G. B. Razeto – col quale, da Baia raggiunge Genova (1853).
Capitani marittimi
Ad esponenti di questo periodo, che volge intorno alla metà del secolo scorso, a rappresentanti cioè della marineria mercantile italiana che intensamente ferveva attorno alle coste e nei porti sud-americani, ricorderemo qui alcuni uomini di mare oscuri ai più, ma che, ripetiamo, simboleggiano la mentalità e l'opera multiforme, attiva e preziosa de' marinai italiani, parecchi dei quali contribuirono non solo a fondare le marinerie di quelle giovani nazioni (alle quali, in tempi recenti, i cantieri italiani costruirono eccellenti navi da guerra e da commercio), ma anche a colonizzare, da veri pionieri, le immense regioni dell'interno.
Giuseppe Oneto, studioso di geografia e di meteorologia, nel 1857, col suo brigantino «Idna» di sole 138 tonnellate, costruito a Varazze, esplorò accuratamente le coste della Patagonia sino oltre il 40° parallelo, scoprendo la laguna da lui chiamata dos Terminos, e barattando con gli indigeni.
Di capitan Giuseppe Opisso da Loano, morto in Lima nel 1867, ci basta qui riportare il testo della lettera ch'egli – insieme ad una grande medaglia d'argento concessagli da S. M. il Re Vittorio Emanuele II – riceveva dal Ministro Cavour:
Ministero degli Affari Esteri
Torino, addì 16 aprile 1847
«L'attività, la perizia, il coraggio della Marina Mercantile sono per la Sardegna mezzi efficacissimi di prosperità ed argomenti d'onore. Il Ministero degli Affari Esteri è quindi lieto di ogni fatto che accresca il lustro della bandiera nazionale ed adempie con piacere al dovere di chiamare l'attenzione di S.M. su tali onorevoli circostanze. La S.V. Ill.ma, seguendo l'esempio dei celebri navigatori italiani, sdegnò con nobile ardimento la via ordinaria di Capo Horn, ed intraprese il passaggio dello stretto di Magellano, malagevole e disutato finora, malgrado le famose esplorazioni di King e di Fitz-Roy. Evitando con destrezza i pericoli, Ella fece nuove ed utili osservazioni sulle difficoltà di quell'angusto e tortuoso canale, e venne in generoso soccorso dell'equipaggio del piroscafo inglese «Panamà», naufragato in quelle acque. Questi meriti di Lei vennero da me esposti a S.M. che volle, in segno della sovrana sua benevolenza, accordare all'esperto ed animoso navigatore una medaglia d'argento. Si è ora con vera soddisfazione che io reco a notizia della S.V. Ill.ma l'accordatale beneficenza, e sperando che l'esempio di Lei trovi fra i RR. sudditi molti imitatori, Le offro i sensi della mia distinta considerazione».

f.to: Il Ministro C. Cavour.
I Figari, oriundi camoglini, fondarono al Callao, con succursali a Lima ed al Morro, una casa di banchieri, commercianti ed armatori, i cui bastimenti battevano le rotte transpacifiche, trafficando con Canton e le isole Malesi, i loro discendenti coprono, oggi, alte cariche pubbliche.
Ecco ora una lunga serie di capitani marittimi di sangue ligure: cap. Figari, che navigò più volte gli immensi fiumi sud-americani ed ebbe dal generale Justo José de Urquiza il comando di una goletta armata in corsa; cap. Massone, pilota nella Provincia di Entre Rios; cap. Stefano Puppo, pilota esploratore, distintosi anche in azioni belliche; cap. Emanuele Mortola, navigatore esperto di fiumi e di mari dalle isole Estados a Punta Arenas, dal Chubrit a Rio Gallegos; cap. Luigi Pellerano, grande colonizzatore, rispettato da indiani e creoli; cap. Gio. Batta Lavarello, armatore di rimorchiatori; cap. Simonetti. Michele Schiappacasse, chiamato capitan «camuggi», sull'alto Paranà; capitan Silvio Traversano; cap. Giuseppe Ferrari; cap. Francesco Risso, che trasportò a Bahia Blanca quasi tutti i materiali per rifornire il generale Villegas durante una spedizione contro tribù ribelli, e del quale, come pilota del Rio della Plata, Gio. Bono Ferrari, in un suo libro materiato di vivo entusiasmo (La città dei mille bianchi velieri: Camogli), scrive : «I grandi clippers inglesi, i velieri in ferro da 2000 tonnellate avevano l'ordine da Londra di bordeggiare, di attendere magari un giorno pur di aver a bordo cap. Risso». E che dire di cap. Nicolò Schiaffino, che da Savona raggiunge Montevideo e Buenos Aires con un piccolo barco di sole 32 tonnellate, e con a bordo un solo marinaio ed il mozzo, per una collisione avvenuta a circa 100 miglia dalle coste brasiliane?
Sintesi delle navi transatlantiche
Ci riesce impossibile seguire, a questo punto, nomi e navi, azioni e fatti della marineria mercantile italiana dopo il 1860. Certo possiamo affermare che mai la tradizione ligure fu smentita, e che un sempre maggior luminoso prestigio fu ottenuto dalla bandiera nazionale: dalla piccola «Maria Antonietta» (1831) capitano Sebastiano Balduino, dalla golettina «Speranza», di appena 88 tonnellate di stazza, nota come «corriere di Bahia», dalla solida famosa goletta «Cavallo Marino» (scafo verde con riga bianca orizzontale), di Michele Dallorso, abitualmente sulle rotte del Brasile e del Plata, al superbo velocissimo «Cosmos» chiamato «la freccia del mare», ed ai bastimenti misti: «Liguria», «Aquila», «Montevideo», che nel 1868 capitan Gio. Batta Lavarello di Recco lanciava sulle rotte dell'Argentina.
Altri uomini di mare
Ma altri ed altri dimenticati uomini di mare liguri vivono in quei mari tipicamente australi e pre-glaciali che bagnano la Patagonia e la Terra del Fuoco. A mille si contano le gesta audaci, gli eroismi e gli altruismi di questi umili, magnifici campioni di nostra stirpe marinara per lo più naviganti e nostromi naufragati in quei paraggi, o loro figli e nipoti. Ad essi spesso ricorrono governi e privati per energici colpi di mano in occasione di salvataggi e ricuperi, e molto tempo non è passato da quando un camoglino possedeva un cantiere di costruzioni navali a Punta Arenas.
Da Antonio Pesce di Sestri Ponente, capitano marittimo, pilota nel canale di Magellano per oltre 25 anni, palombaro, cacciatore di foche, romanzesco scorridore dell'arcipelago fueghino, da capitan Carraro, conoscitore profondo delle coste argentine e patagoniche, venerato e stimato per il coraggio e la perizia dimostrati in tanti salvataggi di navi e di naufraghi, al savonese Francesco Poliza, pilota ambito da comandanti di ogni bandiera, caduto da prode nell'adempimento del proprio dovere mentre risaliva il Paranà col piroscafo svedese «Aglia», è una meravigliosa teoria di marinai liguri, che con dedizione assoluta hanno legato il loro nome, la loro vita ai destini dell'America Latina.

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