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Terminologia Marinaresca
di Giancarlo Basile

Notiziario Centro Studi Tradizioni Nautiche L.N.I. – gennaio 2016

Il linguaggio marinaresco, così ricco di termini carichi di tradizione, nacque ed evolse tra la gente di mare dei secoli passati: principalmente marinai, imbarcati per la maggior parte della loro vita sulle navi a vela, impegnate a trasportare ogni genere di carico da un porto all'altro, lungo le rotte del piccolo e del grande cabotaggio, fino a quelle intercontinentali, attraverso gli oceani, senza badare alla stagione, col tempo bello e cattivo, tra bonacce e tempeste; ma anche maestri d'ascia e carpentieri, maestri calafati e attrezzatori, velai, funai e quant'altri gravitavano attorno al mondo delle Marine.

bigotta Bigotta

Imposto dalla imprescindibile necessità di capirsi a bordo con precisione e senza il minimo indugio, il linguaggio marinaresco rivestiva un'importanza fondamentale, compresa da tutti i componenti dell'equipaggio che lo conoscevano alla perfezione e per il quale anzi nutrivano un religioso rispetto. Da esso, infatti, poteva dipendere la sicurezza della nave e, di conseguenza, la loro stessa sopravvivenza.
Così ogni componente della complessa costruzione dello scafo e dell'attrezzatura, ogni parte dei vari servizi di bordo doveva essere identificata in maniera inequivocabile con un nome particolare. Gli ordini, inoltre, dovevano essere dati in una forma standard, in modo che non vi fosse il minimo dubbio di interpretazione nell'esecuzione, che normalmente segue immediatamente l'ordine.
Talvolta si rendeva necessario modificare opportunamente una normale parola della lingua madre affinché non si potessero verificare fraintendimenti. Così, ad esempio, non è a caso che a bordo si debba dire "dritta" piuttosto che "destra": la distinzione con "sinistra" è infatti più netta, cosa di fondamentale importanza, considerate le possibili nefaste conseguenze di un ordine malinteso nel fragore della burrasca da un timoniere che perciò mette la barra dalla parte sbagliata…
I termini marinareschi risentono del fatto che la gente di mare, per il fatto di avere continui contatti con marinai e popolazioni rivierasche di ogni parte del mondo, era un po' cosmopolita e talvolta adottava parole straniere nel suo vocabolario. Per fare un esempio, la parola "bolina" deriva dall'inglese "bow line", la manovra corrente impiegata per distendere i trevi sopravento, conferendo loro la forma adatta a stringere il vento. La maggior parte dei termini del vocabolario marinaresco italiano, tuttavia, ha radici antichissime, che risalgono ai tempi delle repubbliche marinare, e che perciò sono influenzate dai vari dialetti, al punto che talvolta lo stesso oggetto può essere identificato con due nomi. E' il caso del "bansigo", il noto sedile pensile usato per mandare a riva un marinaio per mezzo di una drizza, allo scopo di eseguire lavori all'attrezzatura, che ha origini genovesi. Nella marina napoletana lo stesso sedile era denominato "sbalzo", da cui il termine "balzo", pure presente nella terminologia ufficiale.
Occorre anche dire che esistono diversità e particolarità di termini in uso nella Marina Militare e in quella mercantile: "pennese", ad esempio, è un termine prettamente militare, che identifica il marinaio, dipendente da un sottufficiale capo-carico, custode del materiale contenuto in una determinata "cala". Nella Marina Mercantile poi si dice sempre "prua" e "poggiare", mentre nella Marina Militare si preferiscono i termini "prora" e "puggiare", da cui il mercantile "barra alla poggia", contrapposto al militare "barra alla puggia". br>Sono diversi i vocabolari marinareschi giunti fino a noi dal passato, ognuno caratterizzato dal periodo in cui venne compilato. Uno dei più recenti, che risale agli ultimi anni della marineria velica, è quello del Comandante Conte Carlo Bardesono di Rigras, appassionato marinaio e profondo cultore di marineria, che lo definisce "l'elenco delle parole più pittoresche della più bella lingua del mondo che, per la sua qualità di marinaresco, non è soltanto un'arida fila di vocaboli. Ogni parola porta con sé il respiro e la poesia del mare dov'è nata, ed anche quelle che nacquero sui banchi dei mercanti e sulle calate dei porti, tra le astuzie e le insidie dei traffici, hanno dei buoni sapori e odori di salsedine, catrame e spezie".
Con la fine della marineria velica, avvenuta tra le due guerre mondiali, questa lingua così espressiva e colorita, la più bella lingua del mondo secondo il Bardesono, ha purtroppo iniziato un lento ma inesorabile processo di decadimento, sopravvivendo ancora intatta soltanto sulle due navi scuola a vela della nostra Marina Militare: il "Vespucci" e il "Palinuro", dove i "gabbieri" vanno ancora "a riva" su per le "griselle" a serrare i "velacci" o a "sghindare gli alberetti"… Gli equipaggi di queste navi sono dunque i soli depositari dell'antica terminologia marinaresca.

caviglie Caviglie

Sulle imbarcazioni a vela della Marina da Diporto, che negli ultimi decenni ha registrato un fortissimo sviluppo, la terminologia è invece molto degradata. Ciò non si era verificato nel passato, quando le imbarcazioni a vela erano poche, di legno, costruite da sporadici ma rinomati cantieri, su progetti espressamente ordinati a famosi quanto rari architetti navali, che si tramandavano gelosamente il mestiere di padre in figlio.
Queste bellissime imbarcazioni, molte delle quali si possono ancora ammirare in occasione dei numerosi raduni di barche d'epoca che si tengono annualmente in varie città di mare, erano sempre affidate a marinai professionisti, diretti discendenti dei marinai dei velieri, dai quali avevano ereditato un religioso amore per la loro professione, e che consideravano come un punto d'onore il mantenimento della tradizionale terminologia. C'era stato, è vero, qualche adattamento di termini, imposto dalle diversità delle attrezzature degli yachts rispetto a quelle dei velieri. Ma era stato fatto con cura e intelligenza. Per fare un esempio, i "paterazzi" dei velieri erano sempre a coppie, come le sartie, perché il boma della randa dell'albero più a poppa, che poteva essere l'albero di maestra o quello di mezzana a seconda del tipo di armo, era lungo abbastanza da andare oltre la poppa della nave: così occorreva che i paterazzi fossero ben aperti ai due lati della randa per evitare interferenze con la stessa. Ciò avveniva anche per gli altri alberi, tra i quali venivano alzate le vele di strallo, che pure avrebbero interferito con i paterazzi, se questi non fossero stati ben aperti sui due lati della nave. L'evoluzione dei piani velici degli yachts condusse ad alberi sempre più alti e boma sempre più corti, tanto che fu possibile unificare i paterazzi, visto che non interferivano più con la randa, andando dalla testa d'albero all'estrema poppa, senza toccare il boma. La coppia di paterazzi divenne così un'unica manovra fissa che fu naturale chiamare "paterazzo", visto che assolveva la stessa funzione di sorreggere l'albero verso poppa. Oggi però, specialmente sulle barche da regata, è invalso l'uso di chiamarla "strallo di poppa", probabilmente perché gli inglesi la chiamano "back stay" (I regatanti amano distinguersi dai semplici diportisti, anche usando termini inglesi che poi talvolta traducono alla lettera…). Ma, se per la terminologia inglese questa denominazione è corretta, non lo è affatto per quella italiana, perché gli stralli sorreggono gli alberi verso prora, mai verso poppa. Inoltre, con questa novità, occorre usare un altro "neologismo" scorretto, lo "strallo di prua", quando quella manovra fissa è sempre stata identificata semplicemente come "strallo", nel caso di uno sloop che ne ha soltanto uno. Se ve ne sono due o più, gli stralli, o stragli, prendono il nome della vela che vi si inferisce: un cutter avrà così lo "strallo di fiocco" e lo "strallo di trinchetta".
E' questo solo un esempio dell'imbarbarimento del linguaggio marinaresco nella Marina da Diporto, il cui inizio può farsi risalire all'avvento della vetroresina e alla conseguente costruzione in serie delle imbarcazioni. Eravamo negli anni cinquanta e cominciava a profilarsi quello che sarebbe stato il boom della nautica, un fenomeno assai positivo per molti versi, ma che aveva anche aspetti negativi proprio per la rapidità con cui si sviluppava. Iniziò infatti la proliferazione della nuova "gente di mare", che di professionale aveva poco o nulla, essendo solo attratta dalle nuove possibilità di investimenti e di lavoro in questo promettente settore, e proveniente dalle attività più disparate, che la maggior parte delle volte nulla avevano in comune col mare e con le barche.

cutter Cutter

Con una preparazione superficiale si improvvisarono così direttori di cantieri navali e capocantieri, carpentieri e attrezzatori, istruttori di vela e skipper, scrittori di manuali di arte marinaresca e articolisti delle nuove riviste di vela… Come poteva non risentirne l'indifeso linguaggio marinaresco, al quale la nuova "gente di mare" attingeva a piene mani, senza farsi troppi scrupoli nel conservare il vero significato dei termini e spesso storpiandoli, avendo in testa parole simili appartenenti alla lingua italiana, sì, ma non a quella marinara?
E' il caso del termine "mure", plurale di "mura", l'angolo inferiore di sopravento di una vela e anche la manovra corrente ad esso collegata. Le vele quadre dei velieri alternavano gli angoli di mura con quelli di scotta a seconda del lato da cui prendevano il vento. Così avere "le mure a dritta", o a sinistra, voleva dire che la nave prendeva il vento dal lato di dritta o di sinistra, un'espressione giunta fino a noi, ma che viene regolarmente storpiata in "avere le mura a dritta"o a sinistra. Il perché è facile capirlo: è molto arduo dire "le mure" quando si è abituati a dire "le mura", quelle di mattoni per intenderci, specialmente non conoscendo l'origine dell'espressione. Non la conoscono, evidentemente, neppure i popolarissimi telecronisti delle regate di Coppa America, che, ai milioni di italiani inchiodati ai teleschermi, continuavano imperterriti a dire "le mura", sanzionando così la stortura, e spiegandola anzi tirando in ballo le "murate", che con le mure non hanno nulla in comune…
Difatti, la cosa peggiore per la corretta divulgazione della terminologia, è che, una volta radicata per tanti anni e sanzionata dai grandi "professionisti" del momento, una storpiatura di questo tipo diventa praticamente impossibile da estirpare, perché accade che, alla stragrande maggioranza di chi la usa, diventa familiare e, paradossalmente, è il termine corretto che suona storpiato!
Vi è poi un altro gruppo di termini, quelli ai quali è stato affibbiato un significato che non hanno mai avuto. Uno di questi, ormai assolutamente inestirpabile, è "scassa", a cui i migliori vocabolari marinareschi attribuiscono l'unico significato di robusta struttura che ospita l'estremità inferiore dell'albero, detta "miccia" o "micciotto", con la funzione di scaricarne le forti sollecitazioni allo scafo.
Qualcuno, in tempi moderni, ha pensato di attribuirgli il significato di "alloggiamento della deriva", forse perché il termine appropriato, "cassa della deriva", gli sembrava poco marinaresco… Sta di fatto che il termine errato ha attecchito così fortemente che persino gli istruttori federali, in genere molto fieri della loro preparazione marinaresca, lo insegnano ai bambini che cominciano ad andare a vela sull'optimist. Chi glielo toglierà più dalla testa? E' triste che dall'alto della FIV non giunga una direttiva volta a salvaguardare il nostro tradizionale linguaggio marinaresco.
Altri "neologismi" derivano dalla terminologia automobilistica e motoristica, la cui cultura è molto più sviluppata di quella marinara da noi. E' il caso di "bialbero", sicuramente il termine appropriato per indicare il motore dotato di due alberi a camme in testa, ma che non si era mai sentito per chiamare una nave o un'imbarcazione armata con due alberi, sempre denominata "un due alberi", anche perché quando ne avesse tre, secondo la nuova moda "un tre alberi" si dovrebbe chiamare un "trialbero", e a tanto non sembra si sia ancora giunti…
Sarebbe auspicabile che si salvasse il salvabile e che le scuole di vela, le riviste nautiche, gli scrittori e gli editori di manuali e libri di mare, gli enti preposti al conseguimento delle patenti nautiche e, non ultima, la FIV, ponessero maggiore attenzione alla divulgazione della corretta terminologia, che è poi lo specchio della cultura marinara, anche per rispetto alle generazioni passate di veri marinai della vela, non certo diportisti più o meno sportivi come quelli dei tempi moderni, ai quali dobbiamo il nostro ricchissimo e rigoroso vocabolario marinaresco.

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