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    Pezzi di storia

Andrea Doria

L'Illustrazione popolare – 10 giugno 1877

Andrea Doria nacque ad Oneglia nel 1466. Si diede al mestiere delle armi, servì parecchi principi in varie parti d'Italia, e quindi Francesco I di Francia. Adrea Doria
Genova, stata a lungo già travagliata da fazioni, era sotto il dominio o protezione dei Visconti e degli Sforza. I francesi, conquistato il ducato di Milano, posero una guarnigione a Genova, promettendo rispettare la libertà dei cittadini; il che poi non fu.
Doria se ne lagnò cogli agenti del Re, onde venne ordine di arrestarlo, mentre appunto il nipote di Andrea, Filippino Doria1, aveva riportata pei francesi, nel 1528, una vittoria presso la costa di Napoli sulla flotta imperiale. Fu spedito Barcessieux, ufficiale nella marina francese, a Genova per impadronirsi del Doria; questi, saputolo, si ritirò nel golfo della Spezia, mandando invito al nipote di raggiungerlo ivi colle galee, ed offerse a Carlo V i suoi servigi. Con questo stipulò che, una volta liberata, Genova sarebbe indipendente sotto la protezione imperiale. Doria poco dopo s'impadronì di Genova, cacciandone i francesi.
Si dice che l'imperatore gli offrisse di farlo re, e che Andrea rifiutasse. Riordinò il governo della Repubblica, creando un Consiglio legislativo, una Signoria o Consiglio dei Sedici, e cinque censori.
Egli fu eletto censore a vita col titolo di padre e liberatore della patria. Tornato in mare come ammiraglio di Carlo V, si segnalò contro i pirati turchi e barbareschi.
Contribuì nel 1535 alla presa di Tunisi. Fu da Carlo V creato principe di Melfi e Tarsi. Per poco nel 1547 non lasciò la vita per la congiura del Fieschi, e nello stesso anno fu ordita nuova congiura contro lui da Giulio Cibo.
Nel 1552, di 85 anni, ritornò sul mare e combatté i turchi presso la costa del reame di Napoli. Andrea Dona morì di 94 anni nel 1560.


Dando il ritratto di Andrea Doria, abbiamo voluto citare un brano di storia genovese che di lui ragionasse. Abbiamo scelto quelli che si riferiscono alle relazioni tra il grande ammiraglio e Francesco I, togliendoli alla bellissima Nuova Istoria della Repubblica di Genova, del suo commercio e delia sua letteratura, dalle origini all'anno 1797 narrata da Michel-Giuseppe Canale.
Andrea Doria e Francesco I
di Michel-Giuseppe Canale
Ad Andrea Doria venuto era in odio già il governo e il servizio di Francesco I. Questo re invece di ristorare la propria fama in Italia, di aiutare il Pontefice, e rilevarlo dall'ingiuria enorme sofferta per l'infame saccheggio, serbando integra la fede, e salde le sue promesse, seguitava ad immergersi nei piaceri e nelle lascivie, e più che ad onoratamente vendicarsi della patita prigionia e di quella de' figli, che tuttora gemevano in ostaggio, pensava nelle gozzoviglie a dimenticare i dolori del passato, e la vergogna dell'offesa.
Arroge2, che per niun patto voleva restituire Savona alla Repubblica, mentre questa gli si era data per la promessa e la ricuperazione di quella, guarentitale dal Doria. Ora Renzo da Ceri3 indignato di non avere potuto far prevalere il suo consiglio dell'impresa di Sicilia, accusava calunniando il Doria, e secolui i fuorusciti siciliani, fallito il disegno di tornare in patria, ascrivevangli gl'infausti successi della Sardegna, quindi il re porgendo orecchio ad essi anziché alle giustificazioni sue, ne sorgeva una mala soddisfazione che facea di leggieri presagire i più sinistri effetti.
L'animo dell'ammiraglio ne rimaneva profondamente amareggiato, poiché a questi aggiungevansi altri, né men gravi motivi di disgusto. Egli andava creditore della corona per la sua prima condotta di scudi ventimila, e di altrettanti per il riscatto del principe d'Orange come risaltava da un'espressa convenzione.
Da qualche tempo sopportava con paziente animo le opposizioni e le invidie di Francesco del Prato cancelliere di Francia e del gran contestabile4 Anna di Montmoransì5, ministri potentissimi di Francesco, essi odiavanlo e perseguitavanlo, mal comportando che un forestiero fosse entrato tanto innanzi negli uffizi del regno, e nella grazia del re da essere eletto ammiraglio del Mediterraneo.
Già le loro insidie e le male parole aveano fatta forza sull'animo effeminato di Francesco prima della sua prigionia, avvenuta questa, più libero trovando il campo, diedero peggiore opera al malvagio talento che li traeva, sicché il Doria si vide costretto a lasciarne il servizio.
Intanto una nuova offesa accrebbe lo sdegno. Essendo dal re allestita una flotta per Napoli, ne assegnò egli il comando ad Andrea; scusossi questi dall'accettarlo, per gravezza di età e cagionevolezza di corpo, pregando però la buona grazia di lui a sopperirvi con Filippino Doria suo luogotenente, il quale trovandosi allora in Toscana, più agevolmente poteva recarsi ad attendere alle cose di Napoli. Nonché accogliere la preghiera del Doria, il re conferì l'onore e l'incarico della spedizione al signor Barcessieux, del che molto ebbe a dolersene.
Crebbero i rancori di una parte, e i sospetti dell'altra, quando essendo stato preso dagli armatori francesi un brigantino che dall'Italia trapassava in Ispagna, fu trovata addosso da uno spagnuolo una credenziale di Andrea a Cesare, donde parea risultare che il portatore avesse uffizio di patteggiare il riscatto di alcuni prigioni; gridarono i regi ministri, amplificarono, sfigurarono il fatto, consigliarono che lo spagnuolo si sostenesse, e fosse sottoposto alla tortura per estorcergli fra i tormenti l'esatto senso delle sue commissioni; ma querelossene acerbamente l'ammiraglio, e il re non credette di procedere oltre, ordinando fosse colui posto in libertà.

L'esito di quella giornata navale congiunta alla peste e alla fame che fieramente tribolavano la città di Napoli, dovea senza dubbio decidere le sorti dell'assedio, e darla vinta ai Francesi, ma qui un avvenimento inopinato turbò ogni ragionevole previsione; fu questo il trapassare che fece Andrea Doria dagli stipendj di Francesco I a quelli di Carlo V.
Ne dirò con qualche ampiezza le cagioni, affinché si riconosca che se il memorabile mutamento produsse effetti singolarissimi che non tutti possono tornare a lode del Doria, ciò che vi diede origine non gli va in alcun modo imputato, poiché ne fu solo cagione la leggerezza e la slealtà del re di Francia, l'indipendenza di Genova, e la giustizia che tutta era dalla parte di Andrea.
Private e pubbliche cagioni erano dunque quelle che muovevano l'animo del Doria ad alienarsi dalla parte di Francia e seguitare l'imperiale: quale delle due facesse a lui più forza, non è dato affermarlo; gli effetti che ne seguirono parvero persuadere che meglio in esso valessero le private che le pubbliche, e giovassesi di una particolare e giusta opportunità per recare ad esecuzione un disegno che a sé, alla propria famiglia e fazione era insieme utilissimo. Qui la ragione della storia non ha facoltà di penetrare. Solo Iddio, onnipotente conoscitore dell'umana coscienza, e suo inesorabile giudice, può misurarne gli abissi.
Certo egli è che non mai da più legittima e pura sorgente ebbe a derivare il dominio eziandio oppressivo di un uomo e della famiglia di lui sopra la propria patria.


1 in realtà cugino alla lontana: Andrea Doria era nipote di Francesco e Filippo era nipote del fratello di quest'ultimo, Carlo
2 inoltre
3 Renzo degli Anguillara chiamato anche Lorenzo Orsini, condottiero italiano
4 capo dell'esercito
5 Anna, duca di Montmoransì

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