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    Pezzi di storia

Maccaja

Il "Dizionario genovese-italiano" di Giovanni Casaccia (ed.1876) ne dà la definizione "Tempo umido, Tempo grasso, Aria umida" e il "Vocabolario nautico" di maccaia Francesco Corazzini (ed.1906) inserisce anche il termine maccheria ad indicare "calma di mare spianato e smaccatissimo, quando il cielo è nuvoloso. Bonaccia morta."
Entrambi i termini derivano dal latino malacia che, riferito al mare, significa calma, bonaccia, ma ha anche il senso figurato di apatia.
Una parola che è quasi un ritratto, una caratteristica dell'animo, ben descritta dal cantautore Paolo Conte "Macaia, scimmia di luce e di follia / Foschia, pesci, Africa, sonno, nausea, fantasia" ("Genova per noi", 1975).
Una parola talmente caratteristica che altri cantautori l'hanno usata, il più noto Fabrizio De André nella sua canzone "Sidùn" (Sidone, la città del Libano teatro di numerosi massacri) del 1985 "U mæ ninin u mæ / u mæ / lerfe grasse au su / d'amë d'amë / tûmù duçe benignu / de teu muaè / spremmûu 'nta maccaia / de staë de staë / e oua grûmmu de sangue ouë ge / e denti de laete / e i euggi di surdatti chen arraggë / cu'a scciûmma a a bucca cacciuéi de baë" (Il mio bambino il mio / il mio / labbra grasse al sole / di miele di miele / tumore dolce benigno / di tua madre / spremuto nell'afa umida / dell'estate dell'estate / e ora grumo di sangue orecchie / e denti di latte / e gli occhi dei soldati cani arrabbiati / con la schiuma alla bocca"). Anche il figlio Cristiano De André scrive "Genova apriva le sue labbra scure / al soffio caldo della macaia" ("Notti di Genova", 1995) e Max Manfredi "D'estate senti frinire un fax di qualche ufficio assorto: / ansia o maccaja nella zona buia di un angiporto." ("Tra virtù e degrado", 2001).

Una giornata di scirocco (vento caldo da sud-est) con il cielo coperto, l'aria particolarmente umida, il "caldo afoso" creano un clima tipico della Liguria e giustificano la maccaia, termine solo vagamente assimilabile alla melanconia.
Per "tirarci un po' su" beviamoci allora un buon bicchiere di maccaia: si, perché così si chiama il vino passito prodotto da uve vino çimixâ, antico vitigno autoctono del Levante ligure1.

Maccaja

Il Mare – 5 marzo 1927

Ecco un trait-d'union, ed una così detta mezza misura termale tra l'omogeneità del sereno e il minaccioso della tempesta, fra il secco e la pioggia, fra l'afa del caldo e il rigore del freddo.
Maccaja, ecco un aere grigio, grasso e quasi soffio di comignolo o di ciminiera, semispenta, un'edizione delle gallerie fumanti della ferrata, con sopra un cielo plumbeo, innanzi un mare velato, nei poggi un fruscio di fronde, un fischio alternato di venticelli nei ghirigori dei vicoli, tra le sguerciture delle porte e delle finestre, tormento incessante di salici a di canneti.
Maccaja, ecco un naturale effetto dei venti dei bassi continenti, un'importazione climatica di Siria e di Libia, un entente linfatico, un peplo vaporoso degli anfratti e dei monti, una successione di piccole correnti di Eolo, un ambiente di umidità noiosa, un malessere di nervosi e di irritazione cutanea, un seminario di indisposizioni patologiche.
Ecco l'insieme di uno stato fisico-climatico-psicologico che nel suo popolare concetto importa il volgare significato del termine genovese Maccaja. Con tutto questo però nessuno si prese mai la briga di scandagliare la origine storica e tanto meno di trovare la genesi etimologica, per quanto gli autori dei genovesi dizionari ne diano una certa quale definizione descrittiva traslatizia di tempo umido, bassa temperatura e quasi atmosfera piovviginosa, aria nebbiosa, quale regna ordinariamente in una Jolla o Gualchiera, Conceria e simili come pure nelle grandi manifatture della lana e del panno.
Machaira in greco, Machaera in latino, Machera in italiano. Nel vol. LIII degli«Atti» della «Società Ligure di Storia Patria» di Genova2, tra gli altri articoli, monografie, dissertazioni che vennero in luce ve ne ha uno che s'intitola dall'arte dei Macherolii o Maccairolii, o Maccajeû, una delle arti laniere che fiorirono in Genova nei secoli XIII, XIV e XV. La sua particolare finalità consisteva nel lavorar la lana e specialmente i panni lana, le carpite o coperte villose, che erano tanto in uso in Liguria.
Staccatisi al principio del 1300 dai lanieri e dai mercanti della lana vissero una vita capitolare autonoma fino alla fine del secolo XV, dopo di che, per il progresso e l'espansione dell'arte principale, si sciolse e si confuse parte con quella dei lanaiuoli, parte con quella dei conciatori, tosatori, scardassieri, tessitori e fabbricanti ti di lane, di panni, di coperte, ecc.
In questi tempi in cui lo slancio di ascensione di Stato corporativo esalta con ragione la genialità dell'Artigianato italiano, questo lavoro accorato è un potente contributo alla storia sociale del Medio Evo, quando i pannilani genovesi erano noti e pregiati per la infinita varietà dei colori scarlatto, azzurro, giallo, paonazzo, fiore-pesco, rosaceo, secco, verde, bianco, vermiglio, pelo di leone, mischio o grigio, nero, viola, tanè ed il porporino smagliante ed armonioso che con il verde smeraldico son colori caratteristici della pittura genovese.
Questo studio piccolo nella mole, è un estratto di un codice (in pergamena del 1400) dei capitoli dell'arte ignota dei Maccaiolii, che professavano in Genova e nei sobborghi, specialmente alle Porte dei Vacca ove era la Ripa dei Maccherolii, loro sede precipua ed abituale.


1 Si consiglia la lettura dell'articolo "Lunga vita a Çimixâ" pubblicato dalla Gazzetta il 6 luglio 2014.
2 "L'arte dei macherolii e i suoi capitoli" in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», LIII (1926)

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