Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Un po' di storia del porto di Genova
di Michele Della Cella

L'Illustrazione italiana – 16 aprile 1876

A chiunque s'aggiri per Genova, o, dirò meglio, per le città italiane, molto facilmente verrà fatto di assistere ad animate discussioni sul porto della Metropoli Ligure. Sentirà egli parlare di bocca a levante o bocca a ponente, e bene spesso nascerà in lui vivissimo desiderio di conoscere alcunché della storia di cotesto mappa porto sì importante.
Ogni buon genovese vi dirà come dal suo antico porto salpassero un dì le galee che volavano all'oriente e, sempre in guerra colla tirannide musulmana, mentre alleviavano il duro giogo di quei paesi, vie più cresceano le ricchezze della loro cara patria; vi dirà che in questo porto bene spesso ormeggiava la sua armata il liberator di Genova, Andrea Doria; egli vi dirà insomma come il suo porto fosse la fonte d'ogni prosperità per la repubblica, e come per esso solo Genova divenne grande.
Ma so ben io che non parlo ai soli genovesi, parlo a tutti gli italiani, sarà quindi cosa utile che, come sempre essi sentono parlare dell'ampliamento del porto genovese, così attendano questa volta a raccogliere alcune notizie di questo che è destinato a divenire il principal porto del Mediterraneo.

Il porto di Genova, quale si osserva al presente, ha forma di semicircolo, e si protende al largo dell'acque co' suoi due moli, col vecchio cioè, che si sta a levante, e col nuovo a ponente; è tutto all'intorno cinto di calate, insufficienti, a dir vero, al gran commercio che si fa in esso.
A chi entra in città dal mare, s'offre una vista vaga ed incantevole: fu già detto, e non a torto, che il panorama che vi si presenta agli occhi, sia il più bello d'Italia dopo quello di Napoli. La parte popolosa della città co' suoi palazzi e co' giardini si mostra disposta a guisa degli scaglioni d'un anfiteatro, coronata poi a tergo con bellissimo effetto da amene colline sulle quali s'ergono tempietti e graziosissime palazzine.

Facendoci a dire delle vicende del porto ci converrà osservare come innanzi al secolo XIII non s'avesse a Genova un porto grande ed unito, bensì alcuni scali angusti e mal protetti dove riattavansi le galee che tornavano dalle lunghe spedizioni d'oriente.
Rimase memoria di scali esistenti presso la chiesa di S. Giovanni di Prè, laddove ora ha il termine occidentale l'arsenale marittimo, e d'altri sotto le mura della Malapaga e la chiesa di N. S. delle Grazie, ed in quel piccolo seno detto Mandraccio, che è formato per un lato dai magazzeni del portofranco, per l'altro dalla strada che conduce al Molo Vecchio. Questo scalo fu il primo porto dei Genovesi, quando nell'anno 1275 il monaco cisterciense fra Oliverio, che aveva in quel secolo fama di eccellente architetto, costrusse per ordine del governo una lingua di terra, o molo che dir si voglia, il quale partendo dal luogo dianzi nominato della Malapaga, che si trova a levante del Mandraccio, si volgeva verso occidente e giunto fin presso al posto dell'attuale porta del Molo Vecchio, rinchiudeva un piccolo seno, del quale non rimane traccia alcuna.
Questo breve molo mentre serviva a riparare dai flutti irrompenti il piccolo porto del Mandraccio, forniva uno spazio che prese nome di Darsina perché fu destinato alla fabbrica delle galee e dei vascelli. Alcune strade che facevano uffizio di calate si praticarono su questo molo e vi fu anche posto un fanale a comodo dei naviganti.
Come ben si vede questi piccoli seni potevano racchiudere un ben piccolo spazio, ma però questo era in uso di porto, e non si deve credere che i Genovesi ne mancassero del tutto innanzi al 1285, come quasi esplicitamente afferma il Giustiniani: il che però è vero, se s'intenda parlare dell'attuale porto.
In quell'anno infatti l'architetto genovese Marino Boccanegra pose mano alla fabbrica del Molo Vecchio. Egli ne pose le basi nel punto ove terminava la bastita di Fra Oliverio, e lo diresse nel mare alquanto alto a ponente. Ma allorquando presiedeva alla costruzione dei suo molo, dava pur opera alla riparazione del Mandraccio, ne abbassava il fondo, e formava quivi un arsenale che fino ai giorni nostri servì pel riattamento dei piccoli legni.
Ma il Molo del Boccanegra non si rimase alle primitive dimensioni, bensì può dirsi che fosse per alcuni secoli un lavoro continuo.
L'architetto Anastasio Siciliano (a detta del nostro profondo archeologo, l'Alizeri, ch'io venero quale maestro) venne a Genova nel 1470, e nello stesso anno venne occupato a prolungare il molo, ed ai restauri della Darsina, la quale sino dal 1215 sorgeva là dove poi la repubblica ed il governo sardo mantennero l'arsenale di mare, che in questi ultimi anni fu comperato dal Municipio e ridotto in emporio commerciale.
Una maggiore ampliazione del Molo si effettuò nelsecolo XVI, e venne diretta dal famoso perugino Galeazzo Alessi. Questi costrusse inoltre quell'elegante e robusta porta che mette al molo stesso, sovrapponendo ad essa una batteria che tenesse lontani dal porto i legni nemici, la qual difesa però non fu sola nel porto, ma fece parte delle fortificazioni generali, come si rileva dall'epigrafe quivi locata, ed attribuita al Bonfadio.
La Repubblica aveva stabilita una tassa da prelevarsi da' contratti tra cittadini per la fabbrica del Molo, e venne questo nuovamente accresciuto, col capitale accumulato, negli anni 1728 e 1738. Altro prolungamento devesi ascrivere al 1778 e ciò fu per opera d'un Lomellini, munifico patrizio genovese, del quale la patria non dimenticherà mai la generosità.
Ma il Molo non era ancora condotto a quel grado di lunghezza che si richiedeva dai venti irrompenti nel porto, e ciò fu maggiormente manifesto nel 1821 quando una procella notturna sconquassò i navigli, talché il Governo decretò un nuovo prolungamento di 100 metri, la qual'opera venne affidata al cav. Chiodo, ingegnere del genio militare, e fino al presente assicurò il porto dalle tempestose irruzioni dei venti.

Detto così brevemente alcunché del Molo Vecchio il quale vedemmo essere nel 1285 l'origine del porto attuale, ci fia cosa utile il considerare quelle opere che intorno al porto stesso si stanno sino a che giungiamo al suo limite occidentale che è il Molo Nuovo.
Già si occorse di nominare Anastasio Siciliano; diremo adesso come egli desse opera a formare il ponte dei Cattanei attiguo al Mandraccio, raccogliendo ivi numerose sorgenti d'acqua viva.
Al ponte de' Cattanei fa seguito quello detto della Mercanzia, del quale si ignora l'epoca della costruzione: fu decorato nel 1834 d'una grandiosa loggia costrutta da Ignazio Gardella per difendere le mercanzie dall'intemperie.
A breve distanza da questo punto se ne trova un terzo detto Reale il quale, esistente già dal 1410, venne prolungato per opera dell'architetto Giacomo Aicardo da Cuneo, che lo decorò pure di maestosa porta, la quale soggiacque in seguito a novelle fabbriche.
Seguono due altri ponti, l'uno detto degli Spinola, l'altro dei Calvi, ma di questi è incerta l'origine.
Al sudetto Aicardo dobbiamo pure la costruzione della strada di ronda, la quale era una specie di stretto terrazzo, formato sulle mura fortilizie del porto, che partendo dalla parte del Molo Vecchio costeggiava il seno del Mandraccio, e correva poi parallela ai sunnominati ponti sino a mettere capo a poca distanza dal Calvi. Di questa strada di ronda non rimane ai nostri giorni che una certa parte in molto cattivo stato. Un'opera più grandiosa era riservata al nostro secolo, intendo dire la costruzione del porticato che dal ponte della Mercanzia si prolunga verso l'estremità orientale del già arsenale di mare. Questo porticato, sorreggente un magnifico terrazzo marmoreo, corre in lunghezza quattrocento venti metri e venne costrutto nel 1834 sotto la direzione del Gardella. Numerose fatiche si dovettero sostenere, sì per le riedificazioni delle calate adiacenti come per la sistemazione della strada a tergo: ascese il dispendio alla grave somma di tre milioni.
Ci occorre anche di far menzione di un importante monumento esistente nello spazio già da noi passato ad esame. E' questo il Portofranco che si trova tra il Mandraccio e il ponte della Mercanzia. Sino dall'anno 1595 si aveva in Genova un Portofranco, ma solo alcune merci potevano entrare in esso. Senonché il privilegio di poter depositare merci m questo locale senza obbligo di dazio venne man mano accresciuto, visto il gran vantaggio che questo sistema del Portofranco arrecava, e crebbero perciò i magazzini in esso rinchiusi fino a trecentocinquantacinque ripartiti in quartieri e percorsi da spaziose strade, quasi fosse una piccola città; il tutto circondato da alti muri che impedivano il contrabbando.

L'antico arsenale, o Darsina, fa capo al porticato del Gardella, e alle poche notizie che già furon date di quel locale, converrà aggiungere alcunché, essendo stato per molto tempo testimonio della grandezza e magnificenza di Genova.
Nel 1283 procedendo i lavori della costruzione della Darsina con molta lentezza, si pose a disposizione dell'architetto Boccanegra gran parte delle ventottomila marche d'argento conquistate dal Tomaso Spinola nelle battaglie contro i Pisani. Condotta allora la fabbrica a conveniente ampiezza ne' secoli appresso e specialmente nel XV, si dié opera a ripurgarla, restauro di molta fatica che si trova convenientemente descritto dal maggiore storico genovese, il Giustiniani.
Ai due primi bacini della Darsena (uno de' quali fu ridotto nel nostro secolo a tale ampiezza da poter ricevere le più grandi navi da guerra) se ne aggiunse nel 1502 un terzo che fu poi ridotto a nuova forma nel 1596. Quest'ultimo bacino confina ad occidente col seno di S. Limbania e pone così termine ai grandi fabbricati della Darsena, la quale destinata nei tempi della repubblica alla costruzione dei vascelli ed alla difesa del porto, fu dal governo Sardo ridotta in parte per i condannati ai lavori forzati e ben ottocento ve ne potevano alloggiare.
Fa seguito alla Darsena il seno di S. Limbania formato dall'ultimo braccio della Darsena stessa e dal promontorio sul quale sorge l'antichissima chiesa di S. Tomaso, e il già palazzo dell'Ammiragliato, ora R. Scuola navale. Questo seno venne nel 1872 disseccato, e vi fu praticata una vastissima calata che continuando verso occidente sotto i vaghi e famosi giardini del palazzo Doria, si prolunga per buon tratto formando approdo ai nuovi magazzeni generali, al disopra dei quali venne costrutto un vastissimo terrazzo, diporto degli abitanti la parte occidentale della città nelle sere estive.
Laddove pone termine questo terrazzo (ed è alla metà di via Milano) ricompaiono le antiche mura fortilizie del porto. Al basso di queste mura havvi un lungo spazio non ancora utilizzato, donde par mezzo di un grande adito si mette capo all'antichissima cava delle pietre formata nelle colline di S. Benigno che sorge a tergo di via Milano.
A poca distanza di questa cava si trovano le calate dette del Passonuovo o della Quarantena, che si prolungano fino al Molo Nuovo. Sopra queste calate si fa specialmente lo scarico del carbon fossile, e sonvi ancora alcune vestigie del fabbricato della Quarantena, che già serviva a trattenere il personale dei bastimenti che si credevano apportatori di malattie contagiose.

In questi luoghi pon piede lo scoglio sopra del quale s'erge la famosa Lanterna, ossia Torre del Faro. Si leva essa dalla superficie delle acque centoventicinque metri e settantasei dallo scoglio sul quale posa. La più antica notizia di essa (ché n'è incerta l'epoca di fondazione) è dell'anno 1128 e si ha per carte che facevano menzione di un fanale posto quivi per guida alle navi. La Lanterna venne assediata nel 1317 dai Ghibellini condotti da Marco Visconti contro i Guelfi che dentro v'erano rinchiusi. Fu essa testimonio due secoli appresso dello straordinario valore di Emanuele Cavallo e di Giano Fregoso, che vi stringevano d'assedio i Francesi, padroni in quell'epoca della città. Dovettero essi cedere all'ardore dei Genovesi, e, liberata la città, dopo non molto Ottaviano Fregoso, il santissimo dei cittadini, come giustamente l'appella l'Alizeri, creato doge, ordinò s'atterrasse la Briglia, fortificazione che i Francesi aveano costrutta ai piedi della Lanterna.
Rimessa la torre in assetto nel 1543 non subì più alcun radicale cambiamento, e venne decorata nell'anno 1841 di un ingegnosissimo fanale alla Freusel, che s'ecclissa di minuto in minuto, e quando più viva manda la sua luce lo discernono i naviganti alla distanza di dieci leghe.
Dal piede dello scoglio della Lanterna, e là dove pongono termine le calate della Quarantena, si distendein mare il Molo Nuovo, così appellato perché di costruzione molto posteriore a quello che già abbiamo descritto, e che per contraposizione si noma Vecchio. Ed infatti ne fu posta solennemente la prima pietra il 1 maggio 1638 essendo stata deliberata per la sua costruzione, dal consiglio delle Compere di San Giorgio, la somma di cinquanta mila scudi.
Ansaldo Demari architetto genovese, che già aveva costrutte le mura di Genova a settentrione, fu eletto alla direzione dell'opera, e nel 1642 avea già portata la lunghezza del molo a quattrocento metri. Ma a tanto lavoro non era sufficiente la somma stabilita, ed il magistrato di S. Giorgio aggiunsevi ancora duecento settanta mila lire. Otto anni dopo fu il molo, mediante un prolungamento di cinquanta metri, continuato sino alle scogliere della Lanterna, dalle quali era stato costrutto disgiunto, quasi fosse una diga.
Altri brevi prolungamenti si eseguirono negli anni 1645, 1669, 1670. Il governo della Casa di Savoia ebbe gran parte ai lavori del molo Nuovo; fu accresciuto nel 1844 di ventidue metri, e un'altra aggiunta di trentadue fu decretata poco dopo, quantunque oggidì non sia ancora condotta a termine. In capo a questo molo, come al Vecchio, si trovano due cosidetti lanternini, i quali servono, nelle ore della notte, a ben determinare la bocca del porto, la quale, rivolta a Sud-Est, ha una larghezza di metri cinquecento circa.

Le opere che nel porto di Genova noi abbiamo passate a breve disanima basteranno a darci una sufficiente idea di quanto esso sia, e di quello che riguarda la sua origine e le sue vicende. Noi l'abbiamo veduto originarsi nel 1285 dall'angusto scalo del Mandraccio, abbiamo assistito alla costruzione del Vecchio Molo, e poi del Nuovo: né abbiamo tralasciata una breve descrizione di quelle opere che col porto hanno grande attinenza: abbiamo giustificati i detti del Petrarca, ed osserviamo che, se, come afferma il Cibrario, nei secoli XII e XIII i privati cittadini di Genova e Venezia, aveano sicuramente dimore più belle che non vantavano i re oltramontani e oltramarini, non meno questi cittadini si curavano dei loro monumenti pubblici. Ammirammo pertanto la generosità d'un Lomellini, e le provvide cure della gloriosa repubblica e del governo di Casa Savoia che fecero del porto genovese uno fra i più sicuri del Mediterraneo.
Ma il commercio colla costruzione delle ferrovie prese un maggiore sviluppo del porto genovese, che destinato per la sua positura ad essere l'emporio commerciale non solo dell'Alta Italia ma anche della Germania, divenne angusto alla gran copia delle merci che in essi affluivano. E di qui nacque il grave bisogno che si ha di convenientemente ampliarlo, e di fornirlo di tutti quei mezzi che valgono ad agevolare il commercio.
Inutile è il dire della esorbitante quantità di progetti che si presentarono pel suo ingrandimento, ciò è abbastanza noto a chi legga i giornali italiani.
Solo sentirei il bisogno di ricordare ai nostri reggitori che non risparmino spese e fatiche per ampliare con vantaggio il porto di Genova, come non ne risparmiarono gli antichi padri nel costrurlo…
Ma no, ché tale raccomandazione è al tutto inutile. E non sta forse lì il Duca di Galliera per provarmi che l'antica generosità non è ancor morta? I venti milioni che egli donò pel porto di Genova saranno di vantaggio non a Genova sola, bensì a tutta Italia. Imperocché il porto di Genova, che abbiamo veduto sì lodato dal Petrarca, era ancora negli ultimi tempi bastevole alle esigenze del mercatante; ma il commercio crebbe, e, riuscendogli angusto il porto, cominciava ad abbandonarlo; senonché sorse il Galliera, e, procurando l'ampliamento del porto della sua città natale, ritornerà il commercio novella fonte di prosperità per tutta l'Italia.
Onore al magnanimo Duca!

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