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    Pezzi di storia

L'arte della pittura in Genova (1/2)
di Michele Della Cella

L'Illustrazione popolare – 6 + 20 febbraio 1876

E' pur una dura cosa il veder oggigiorno cotanto sconosciuta la scuola pittorica genovese; è cosa dura, inquantoché non fu già in Genova che mancassero i buoni pittori.

ape "Madonna dell'Umiltà"
di Opizzino da Camogli

Generalmente si va dicendo, il che è ingiurioso a Genova e all'Italia tutta, che l'arte del bello essendosi del tutto perduta nella nostra penisola, vi fu ristorata da pittori Greci, e di Genova specialmente si dice non esservisi nemmeno trovati pittori ne' tempi antichi, fondandosi forse su ciò, che le più antiche tavole che si trovano in Genova portano nomi stranieri. Ma invero recenti scoperte dimostrano che la bell'arte veniva anticamente coltivata dai genovesi, tantoché nel secolo XIV i pittori formavano in Genova un corpo civile. Antiche tavoline genovesi si conservano tuttora nella chiesa di S. Colombano, le quali ti fanno agevolmente credere che buoni frutti producesse la pittura in Genova, imperocché ad una singolare purità di linee, in queste tavole s'accompagna una certa convenienza di concetto non del tutto comune. Se poi ci prendiamo la briga di rovistare l'archivio della Serenissima Repubblica troveremo, precisamente nel fogliazzo notarile, fra i nomi dei pittori stranieri operanti in Genova nel XIV secolo, anche quelli di Opizzino da Camogli1, e di quel Nicolò da Voltri2 che dimostrossi uno dei più degni imitatori di Giotto.
Quanti poi sono gli stranieri che in quel tempo pinsero in Genova devono credersi quasi tutti Lombardi, e di speciale menzione sono degni il Sacchi da Pavia3, e quell'Agostino Bombelli4 da Valenza, noto in Genova per la sua stupenda tavola del Deposto conservata nell'Oratorio della Morte.
Altri pittori lavorarono in Genova anche nel secolo XV; pittori tedeschi ed olandesi, alla scuola dei quali sembra ammaestrato il nizzardo Ludovico Brea5 che fu da molti creduto il fondatore della scuola Genovese.

Non si deve però credere che il Brea sia il primo maestro di pittura ai Genovesi, imperocché molti furono gl'ingegni che innanzi lui ammaestrarono i Liguri all'arti belle. Il doge Ottaviano Fregoso chiamava a Genova Carlo del Mantegna6 perché istruisse i Genovesi; ed essi certamente profittarono delle sue lezioni, ma ben presto si volsero ad uno stile più ardito e libero; desideravano poggiare più alto, solamente loro mancava una scorta.
E la scorta venne.
Pietro Buonacorsi, detto Perino del Vaga, uno dei più grandi discepoli del Sanzio, fuggendo ramingo da Roma, spogliato dal memorabil sacco del 1527, venne a Genova, chiamatovi specialmente dal grande Andrea Doria, perché dipingesse il magnifico palazzo ch'egli voleva innalzare. Chiamò anche altri maestri, e furono il Pordenone da Venezia, e il Beccafumi da Siena, ma essi prestamente si ritirarono da Genova, mentre il Buonacorsi vi fermò stanza.
Accennato così per quali fonti potesse Genova ammaestrarsi nella pittura, osserveremo quali frutti ne ritraessero i cittadini.

Primi si devono notare i due Antonio Semino [o Semini] e Teramo Piaggio, i quali, amicissimi come erano, dipingevano quasi sempre tutti e due in una stessa tavola. Essi ebbero modo di conoscere Perino, e, come quelli che prima nei lor quadri risentivano più dello stile del Sacchi, vagheggiato il Perino, s'appigliarono a quella sua maniera or raffaellesca, or michelangiolesca, migliorandola anziché no. Devesi credere ch'essi sieno nati nelle prime decadi del secolo XVI.
Tra gli imitatori di Perino son pure da computare i fratelli Lazzaro e Pantaleo Calvi, figli di quell'Agostino lombardo cui si dà il vanto di avere smesso il primo l'uso delle dorature nei quadri, dipingendo con forma più moderna. Il Lazzaro (ché del Pantaleo non si conserva quadro, avegnaché aiutasse il fratello) è abbastanza noto in Monaco e in Napoli, ed illustrò di sue pitture in Genova alcuni palazzi, quali sono il Pallavicini in Piazza Fontane Morose, e Spinola in Via Nuova. Dicesi morisse in età di 105 anni. Le sue pitture, di un vivace colorito, risentono dello stile del maestro Perino. Questo stile poi peggiorò co' suoi nipoti, quantunque abbiano avuto essi da impiastricciare molti palazzi delle due liguri riviere. Non peggiorò così lo stile del Semino sotto i suoi figli Andrea ed Ottavio, che, ammaestrati in Roma alle pitture del Sanzio, ne ritrassero tanto vantaggio da poter accoppiare nelle lor dipinture l'antica dignità ad uno stile del tutto moderno. Tanta fu la fama di Ottavio, che venne chiamato in Milano per ivi destreggiare il suo pennello, e vi morì, mentre moriva in Genova il fratello Antonio lasciando i due figli Cesare ed Alessandro, i quali non seppero rettamente mantenersi nello stile del padre e dello zio. Dobbiamo pure alla scuola del Semini, Nicolò Granello detto il Figonetto, ed il Bargone proditoriamente ucciso per invidia da Lazzaro Calvi.

Noi siamo intanto pervenuti col nostro discorso ad uno dei più grandi luminari dell'arte pittorica in Genova, a Luca Cambiaso, a quegli che diede una molto fiorente sequela di pittori.
Nacque egli in Genova nel 1527, figlio a Giovanni pittore negli ultimi anni di sua vita ammiratore di Perino. Si dà a Giovanni il merito di aver insegnato il primo a dipingere per cubi le figure, metodo da altri attribuito al Bramante. Luca, condotto in sui primi anni a vedere le dipinture di Perino, talmente ne innamorò, che su quello stile pinse allora i suoi quadri introducendovi però una maniera un po'gigantesca ed affettata. Tenne questo stile trescando in età di 17 anni il Salone del palazzo Spinola.
I dipinti di lui che appartengono a questa maniera costituiscono il suo primo stile. Senonché avvisato dal padre e da Galeazzo Alessi che volesse correggersi, studiò profondamente gli esempj della scuola Romana, ritraendone una maniera tutta dolce ed espressiva. E' ciò che vien detto il suo secondo stile, e ben a ragione può credersi il migliore. Si conserva in Genova, oltre a moltissime sue opere di questo stile, un quadro rappresentante Giuditta, quadro che non ti periteresti attribuirlo a Tiziano, tanto seppe il nostro Cambiaso alla correttezza del disegno unire il colorito della scuola Veneziana.
Anche l'emulazione giovò non poco a fare progredir Luca nella pittura, essendogli stato posto a compagno nel trescare G. B. Castello da Bergamo dimorante in Genova. Per gli esempj di costui migliorò non poco la prospettiva. Il Castello nel 1576 passò a dipingere in Ispagna chiamatovi da quel re. In questo tempo Luca fu preso da un forte amore per una sua cognata, che sperò invano di potere sposare, quantunque di bei quadri regalasse il papa per ottenere la necessaria licenza.
Essendo intanto morto in Ispagna il Castello, venne chiamato colà Luca Cambiaso, perché supplendo l'amico, s'adoperasse nelle pitture dell'Escuriale, nuovamente fatto costruire. Egli vi si portò di molto buon grado, sperando che il re otterrebbegli il pontificio indulto, ma fallitagli anche questa via se ne morì di dolore nel 1585 a Madrid, ove gli furono celebrate solennissime esequie.
Negli ultimi anni di sua vita si voltò ad altro stile, che, guidato forse da' suoi affanni interni, fu il più fiacco e languido, quantunque siano ancora di molto pregio le suo ultime pitture dell'Escuriale.

Al Cambiaso noi dobbiamo, come si accennò, una lunga schiera di eccellenti pittori.
Son degni di nota Francesco Spezzino e Cesare di Valerio Corte, insigne ritrattista, ingegno che per essere facile al poetare ottenne le giuste lodi del Chiabrera. - Può andar lieta la scuola del Cambiaso, di Lazzaro Tavarone, che, ritornato dalla Spagna ove erasi portato a dipingere col maestro, diede in patria tali prove di perizia nel ben frescare, da meritare le lodi dei più eletti ingegni dei suoi tempi. Innumerevoli sono i suoi affreschi, ma non possiamo mostrare di lui una sola tavola ad olio; tale è però in lui la correttezza del disegno, tale la vigoria del colore, da farci credere non poter essere il Tavarone tanto facilmente superato. De' suoi affreschi s'abbellano il Duomo, il Palazzo di Città, il Palazzo Adorno, e moltissime altre chiese e palazzi. Morì in età di 75 anni nel 1641, quasi avesse voluto vedere un'età che s'informava a novelli principii.
Bernardo Castello (altro discepolo del Cambiaso) ebbe per amicissimo Torquato Tasso che fece da lui illustrare di rami la sua Gerusalemme liberata. Tenne il Castello uno stile che molto s'approssima a quello del Vasari, ed unico dei Genovesi, pose una grandiosa tavola in Vaticano.
La scuola Genovese s'allieta pure d'un altro bel nome, di G. B. Paggi. Fuggito giovane da Genova, essendo stato falsamente creduto autore d'un omicidio, si diede a viaggiare per l'Italia, e tali quadri pinse in Toscana, che fino nella sua patria se ne levò alta la fama. In Firenze migliorò il suo stile, e, tornato vecchio in Genova, vi morì nel 1627. La Certosa di Pavia e moltissimi tempî in Genova mostrano le sue belle tele. Ebbe a scolari Gio. Domenico Cappellino e Castelìino Castello pittori che (specialmente l'ultimo in alcuni suoi stupendi quadri) risentono della più dolce maniera del Cambiaso.
A' tempi del Paggi la scuola pittorica Genovese che alcun poco erasi volta a decadenza, si diede maggiormente allo studio del vero e riuscì mirabilmente a risollevarsi. Aiutarono questo suo rinascimento i pittori che in allora posero stanza a Genova, quali sono: la cremonese Anguissola Sofonisba, l'Aurelio Lomi da Pisa, il Simon Balli da Firenze, Pietro Sorri e Ventura Salimbeni da Siena, i Procaccini da Milano; ma nessuno apportò tanto vantaggio a Genova quanto i fiamminghi Rubens e Wan Dik, che quivi lasciarono le loro migliori opere.

Siam dunque ai pittori naturalisti, e primo tra questi deesi annoverare Domenico Fiasella nato a Sarzana nel 1584. Fu discepolo del Paggi, ma meglio si può dire che riuscì buon pittore copiando e ricopiando un quadro d'Andrea Del Sarto. Ne' suoi numerosi dipinti, è ottimo: lascia però qualche volta desiderare una maggiore nobiltà nelle figure. Morì nel 1669.
Una degna lode si deve dare a Bernardo Strozzi detto il Capuccino, nato in Genova. Fuori della sua patria e specialmente a Venezia è conosciuto col sopranome di Prete genovese, perché volendo lasciare il convento dove era frate, fuggì a Venezia, indossando l'abito di sacerdote secolare. Il suo maggior pregio consiste nella vivacità dei colori; egli lo ottenne senza guida, coll'osservazione d'ogni persona e d'ogni oggetto. Morì nel 1644 e fu sepolto in S. Fosca di Venezia, dove riposano i Veneti più illustri.
E' pur degno di singolar menzione Gio. Andrea Deferrari, che dalla trasparenza de' suoi colori si dee credere discepolo di Wan Dik. E' tenuto in conto minore del merito, forse perché gli si ascrivono molte tavole de' suoi mediocri allievi. Non operò mai in affreschi. Morì nel 1669.
Gran lode, si deve anche a Luciano Borgone per la nobiltà delle sue figure e la giusta composizione de' suoi quadri. Gli tornò di gran vantaggio l'aver visitata Milano, ove contrasse amicizia col Cerano e coi Procaccini. Ebbe in vita molte lodi, arieggiando un certo stile che molto ha del Guercino. Morì in seguito ad una grande caduta, mentre stava dipingendo una vastissima tela per la chiesa della S. S. Annunziata, quadro ultimato poi da suoi figli G. B. e Carlo, i quali benché abbiano oscuro nome seguirono felicemente lo stile del padre.
L'emulazione giovò moltissimo ai pittori Andrea Ansaldo e Giulio Benso. Il primo, nato in Voltri nel 1584, studiò in Genova sotto Orazio Cambiaso ma annoiatosi del suo mediocre maestro, si formò pittore sopra un quadro di Paolo Veronese , riuscendo ad ottenere quel brillante nel colorito che lo fa degno dei Veneti.
Giulio Benso ebbe a maestro il Paggi, e si distinse tanto per le sue ardimentose e giuste prospettive, che meritò lo lodi del Colonna, sommo in questi artifizii. Morì l'Ansaldo intorno al 1650, ed il Benso pochi anni dopo.
Taddeo Carlona, mediocre scultore lombardo, fissando dimora in Genova, non credeva certamente di dover dare a questa città una prole d'illustri artisti. Il figlio suo Giovanni ebbe i primi rudimenti dal Sorri; poscia passò a Roma ed a Firenze dove riuscì pittore correttissimo e grande compositore. Molte sue opere si trovano in Genova, quantunque molte ne siano state barbaramente distrutte, ed egli al tempo di sua morte non toccasse che il quarantesimo anno d'età. I suoi stupendi capolavori si trovano nelle chiese della SS. Annunziata, di S. Siro e di S. Ambrogio, ed in molti palazzi. Invitato a Milano per dipingervi la chiesa dei Teatini vi morì nel 1630, appena ebbe cominciato il lavoro.
Ebbe un fratello di cui parleremo a suo tempo.


1 Opizzino Pellerano da Camogli, attivo a Genova nel 1302
2 attivo a Genova dal 1386 al 1417
3 Pier Francesco Sacchi il Pavese morto a Genova nel 1528
4 presente a Genova almeno dal 1510
5 nato intorno al 1450 e morto intorno al 1522
6 identificato con Carlo Braccesco, pittore milanese attivo in Liguria dal 1478 al 1501

(continua)

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