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    Pezzi di storia

L'arte della pittura in Genova (2/2)
di Michele Della Cella

L'Illustrazione popolare – 6 + 20 febbraio 1876

(precedente)

La grande pestilenza, che nel 1656 afflisse Genova, sembra dividere l'arte pittorica quivi esercitata in due classi.
Della prima classe pochissimi pittori sopravissero al 1656, e questi diffusero nei nuovi venuti l'arte ma con tutt'altro stile. E' lo stile della decadenza; anche in Genova la pittura ha già passato il suo secolo d'oro. Ma prima di scendere a questi novelli pittori ci occorre di far menzione del grande ed infelice Pellegro Piola. Nacque egli in Genova nel 1617, discendente da due buoni artisti, cioè Pier Francesco imitatore felicissimo, e Gregorio insigne miniatore. Posto a studio presso il Capellino, s'invogliò ben presto di altri esempi, dandosi specialmente a studiare sui Caracci e sul Parmigiano.
Il precoce ingegno ch'egli dimostrava, gli ammirabili quadri da lui eseguiti (tra cui lo stupendo di via Orefici, che tanto tiene dell'Urbinate) facevano dire agli uni ch'egli sarebbe riuscito quasi un secondo Raffaello, mentre in altri forte s'accendeva l'invidia. E questa rapportò quei frutti che le son propri. Essendo nella giovanissima età di vent'anni, e propriamente la sera del giorno in cui fu collocato in via Orefici quel suo quadro di M. V. con S. Eligio, mentre lieto se ne stava a casa con la sua giovine sposa, venne chiamato dalla strada, ed essendosi avveduto di essere invitato dai suoi amici, si accompagnò con loro, malgrado le opposizioni fattegli dalla moglie, che quasi era presaga di un qualche male. Giunta la comitiva degli amici in piazza Sarzano, fu fatta nascere a bella posta da uno di essi una questione, e dalle parole essendo addivenuti ai fatti, fuvvi chi con una stoccata terminò il Piola, insultandolo ancora colle parole: Scusa, o Pellegro, non t'aveva conosciuto. Portato a casa, dopo un'ora non era più. Gravi voci circolavano in Genova su questo fatto, e a detta d'un dotto scrittore nelle scene dei teatri fu introdotto persino il Giovanni Carlone come uccisore del giovine Pellegro, ma ciò venne trovato falso.
Gli ultimi anni prima del contagio fiorivano in Genova molti buoni pittori, campioni del primo stile. Vivevano sotto il Borgone, il Fiasella, l'Ansaldo, alcuni giovani, quali l'Oderico e il Francesco Meraso, ma furon preda della moria. Né sopravvissero G. B. Monti e Silvestro Chiesa scolari del Borgone, ed il gentil pittore Orazio Deferrari genero dell'Ansaldo.

Come si disse, dopo il 1656 la pittura in Genova rimase in mano ai giovani, ché dei vecchi i pochi sopravvissuti cessarono dall'operare. Tra coloro che in tanta strage si ebbero salva la vita, dee notarsi G. B. Carlone, fratello al Giovanni, e discepolo del Passignani da Firenze. Chiamato in Milano per continuare le dipinture intrapresevi dal fratello, diede certi indizii di volerlo superare, il che puossi anche asserire alla vista di alcune sue tele che trovansi alla Certosa di Pavia. Egli dipinse con gaio stile, bei colori, e più del fratello fu profondo disegnatore. Visse dal 1594 al 1680; tante sono le sue opere che il Lanzi si maravigliava come un uomo sì fecondo si avesse appena udito a nominare nelle altre città Italiane. - Il suo stile non fu conservato dal figlio Giovanni Andrea, il quale datosi a viaggiare l'Italia assaporò tutte le scuole, e, comeché di grand'ingegno, finì manierista. Era sua opera l'antica dipintura a fresco nella grand'aula del Genovese Ateneo, ora ridipinta a fresco dall'illustre artista vivente, Pietro Isola. Valerio Castello sopravvisse di pochi anni al morbo, ma furono sufficienti per fondare una nuova scuola. Il suo stile tutto leggiadria e grazia lo andò formando sui Procaccini e sul Correggio. Quantunque vivesse la breve vita di trentasei anni le suo molte opere attestano la franchezza ch'ebbe nel dipingere.
Degno scolaro del Castello si è Domenico Piola, fratello al Pellegro, e morto nel 1703. Si tenne dapprima allo stile del maestro, e, mancato costui, vi fece certe variazioni, riducendolo a tanta grazia che fu da molti scambiato il suo pennello con quello del Cortona. Non credo siavi pittore che più di lui abbia operato, quantunque in tutti i suoi quadri non sia egualmente studiato. Troppo difficil cosa sarebbe l'enumerare, non dirò tutte, ma una sola parte delle sue opere, imperocché non havvi chiesa in Genova che non possegga qualche suo quadro. Ebbe il Piola tre figli, di cui due riuscirono copisti, e non fu che il Paolo Girolamo che potesse stare a petto del padre. Studiò egli a Roma col Maratta, e usò, secondo il gusto del secolo, un piegare alquanto licenzioso. Visse onorato, e con lui ebbe fine una famiglia che per quasi due secoli illustrò la patria professando bellamente la pittura.
Genero al Domenico Piola fu Gregorio Deferrari, vissuto dal 1664 al 1726. Tenne uno stile gaio, formato specialmente sulle opere del Correggio, e delle sue pitture, quasi tutti affreschi, abbellì, oltre Genova, Torino e Marsiglia. Essendo morto, seguitò le sue orme il figlio Lorenzo, il quale, mirabil cosa in un secolo di corruzione, fu più del padre corretto nel disegno. Morì nel 1744.
Domenico Parodi, nato nel 1668 dallo scultore Filippo, studiò dapprima i Veneziani, poscia invogliatosi d'uno stile più serio, passò a Roma, ove delle statue greche formò la sua felicità. Fu specialmente lodato nei chiaro scuri, talché può dirsi, sotto questo riguardo, l'ottimo fra i Genovesi. Morì onorato nel 1740 in Genova.
Di minor fama, quantunque di non molto minor merito, furono altri pittori Genovesi di quel tempo, quali, il Guidobono, il Badaracco, il Marchelli, il Raggi, il Bocciardo, il Campola ed il Palmieri, alcune tele del quale sono tanto corrette, che in questi ultimi tempi vennero scambiate per quadri del Tiziano.
Degnissimo di lode è Giovanni Benedetto Castiglione, detto il Grechetto, eccellente pittore per vaghezza di colori; si distinse principalmente nel dipingere animali, vien molto lodato però anche un suo quadro rappresentante il Presepio, conservato in Genova nella chiesa di S. Luca. Eccellenti ritrattisti in allora sorsero fra noi il Mulinaretto ed Enrico Vaymer. Fu ottimo per i così detti quadri di genere Sinibaldo Scorza da Voltaggio, vissuto dal 1613 al 1668, e nelle sue bizzarre scene si scorge la felice imitazione di Salvator Rosa, che in questa maniera di pittura fu principe.

Quantunque, come si vede, vivessero in Genova molti pregevoli artisti, pure l'arte della pittura era caduta tanto in basso, per la corruzione del secolo, che nell'anno 1751 liberali patrizii Genovesi deliberarono di fondare l'Accademia Ligustica di belle arti. Pochi nomi si potevano ormai inscrivere nell'albo degli accademici, poiché dei pittori più valorosi pressoché nessuno rimaneva. Furono inscritti il Marchelli, il Campora, l'abate Giolfi, mediocre discepolo di Deferrari. Vi si aggiunsero il Galeotti da Firenze, pretto manierista, il Boni, e Giovanni Agostino Ratti.
Quest'ultimo nacque nel 1699 in Savona, e gli si deve lode specialmente per quel suo dipingere vivace che tanto il distinse fra i contemporanei. Egli fu padre a Carlo Giuseppe, che per il primo pubblicò una guida artistica di Genova intitolandola: Istruzione di quanto può vedersi di più bello in Genova. Studiò egli in Firenze, ed in patria fu occupato a ristorare gli affreschi del Palazzo di Governo danneggiato dall'incendio dell'anno 1777. Quivi si mostrò alquanto snervato e manierista; ma può forse l'Italia tutta indicare un pittore di quei tempi che non avesse questi difetti? Resse per molti anni la nostra accademia, sovvenendola di molti bei bozzetti; morì in Genova nel 1795.
Dopo di lui si distinsero il savonese Gerolamo Brusco, il Paganelli Giuseppe, Santo Tagliafico e Filippo Alessio, tutti allievi dell'accademia, e morti prima della metà del presente secolo: la soverchia languidezza dei colori contradistingue tutti questi pittori, che però non furono del tutto manieristi nel disegno.
Angelo Banchero vissuto dal 1744 al 1793 è maggiormente noto in Roma che in Genova, ed è gran pittore per essersi elevato molto al disopra del manierismo del secolo, coltivando i buoni esemplari. Pochi ma pregevoli quadri uscirono dalle sue stanze.
Termineremo pertanto questi brevi cenni col dire di un pittore ornalista, di colui che rinnovellò in Italia la gentilissima arte dell'ornato: intendo parlare di Michele Canzio nato in Genova. Dire qual opera sia la famosa sua villa Pallavicini a Pegli è affatto cosa morta; tutti sel vedono. Ma non minor pregio del Canzio è l'avere abbellito, coi suoi gentilissimi ornati, Genova ed anche altre città, educando la gioventù ad una nuova scuola. Come tutte le arti del disegno, così anche l'ornato era caduto in uno sconcio manierismo. Ebbene il Canzio seppe ritrarnelo, seppe dargli quella grazia, quella semplicità che tanto distingue gli esempli greci ed i buoni del quattrocento; seppe elevarlo a quel posto nel quale adesso con tanto onore si mantiene. Le belle arti italiane nel 1868 piansero sulla tomba di quest'uomo; egli fu l'Italiano che rinnovellò l'arte dell'ornato.

Onde ognuno vede che se Genova, qual madre d'artisti, venne per tanto tempo obliata , credendosi forse che l'arte in essa, città di commercianti, non potesse porre salde basi, non è poi al tutto priva di buoni pittori; ebbe la sua scuola, ebbe i suoi maestri: è tempo che anche fuori di Genova siano essi più conosciuti, sia ad essi data quella lode che ben meritarono.
Ai posteri il dir dei viventi.

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