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    Pezzi di storia

Costumanze dei cristiani e dei gentili
di Quinto Settimio Fiorente Tertulliano

L'Illustrazione popolare – 16 luglio 1876

Oggi vogliamo presentare ai lettori un capitolo dell'Apologetico contro gl'Idolatri, di Tertulliano, in cui si descrivono le costumanze dei Cristiani, e le si contrappongono a quelle dei Gentili1. Tertulliano
Quinto Settimio Fiorente Tertulliano2 è il più celebre dei sacri scrittori presso i latini. Nacque Tertulliano in Cartagine circa l'anno di Cristo 160 da padre Gentile3; secondo il costume di quei tempi, portava quattro nomi; passò alla storia con quello di Tertulliano, che era un sopranome. Fu cresciuto ed educato nel gentilesimo, ma fin da giovine professò la fede cristiana. Fattosi cristiano, condusse una cristiana in moglie; non si sa che abbia avuto figliuoli. Versatissimo nella filosofia e nelle leggi romane, come lo dimostra il suo Apologetico e la Lettera a Scapula, gli uomini ragguardevoli di quel secolo, e principalmente i giureconsulti, ambivano l'onore della sua amicizia.
Si separò dalla moglie, ella medesima consentendolo, per essere elevato al grado di sacerdote. Si spogliò della toga romana e si coprì del pallio (mantello) usato dai filosofi cristiani. Essendo per questo cambiamento d'abito deriso dai gentili, sa ne difese nel suo libro De Pallio. Fu perseguitato dalle invidie e dalle contumelie, da cui si difendeva con ragioni sempre più rigide e pungenti. Dicesi che Tertulliano sia morto l'anno di Cristo 245.

Costumanze dei cristiani e dei gentili
di Q. S. F. Tertulliano
Ora io finalmente mostrerò, quali sieno gli affari della fazione4 cristiana, perché, siccome ho confutato i mali ad essa apposti, faccia noti i beni della medesima; e dirò il vero.
Siamo un corpo unito dalla religione e da una dottrina divina, e da una confederazione piena di speranza. Siamo soliti di congregarci, acciocché orando avanti a Dio, quasi, per dir così, fatto uno squadrone, l'assediamo colle preghiere.
Questa violenza però è grata a Dio. Preghiamo anco per l'imperadore, per li ministri suoi, per le podestà secolari, per la quiete delle cose; per lo ritardamento della fine del mondo. Ci uniamo per rammemorare le divine scritture: se la qualità de' presenti tempi ci necessita ad insegnare, e a riconoscere la verità. Nutriamo la fede con le sante cantilene: innalziamo la speranza, stabiliamo la fiducia, e nondimeno anche con reiterati ricordi inculchiamo la dottrina de' maestri.
Ivi parimente si fanno esortazioni, si gastiga, e si corregge da parte di Dio; poiché quivi si giudica, ma con gran riguardo, come certi della presenza di esso. Talché è un gran contrassegno della futura dannazione per colui, che in tal modo pecca, che si venga a relegarlo della comunione dell'orazioni, e da queste adunanze, e da ogni santo commercio.
Presiedono alcuni buoni uomini, i più vecchi, i quali non con prezzo alcuno, ma per pubblica approvazione hanno acquistato tale onore; perciocché le cose di Dio non hanno prezzo; e se pure abbiamo una sorta di cassetta, non è di disonore il danaro, che vi si raccoglie, quasi che si compri la religione; mentre in un giorno del mese ciascuno vi pone qualche danaro, quando gli piace, o se gli piace, o quando ei può; poiché niuno è costretto, ma lo dà di proprio volere: e questi sono depositi di carità; poiché quel danaro non s'impiega in conviti, o in sbevazzare, né in odiosi mangiatori; ma bensì serve per nutrire i mendichi, e per seppellirli: per le fanciulle, e per li fanciulli privi di averi, e di genitori: per li vecchi domestici e per gl'inabili, per li naufraghi, e per chi è condannato alle miniere de' metalli, è nell'isole, e nelle prigioni solamente per la confessione della divina religione, che professano.
Tutte queste opere, e sopra ogni cosa la carità, che è tra noi, ci rende appresso alcuni degni di biasimo. Vedi, dicono, come scambievolmente s'amano! (poiché eglino scambievolmente s'odiano). C'infamano, perché ci stimiamo tra noi fratelli, non per altra ragione mi persuado, se non perché appresso di loro ogni nome di parentela è finto per affettazione. Siamo ancora vostri fratelli per jus di natura, madre comune, benché voi siete poco uomini, perché siete cattivi fratelli.
Ma quanto più degnamente si chiamano e stimano fratelli coloro, che hanno conosciuto Dio per unico loro padre, e si sono imbevuti d'un solo spirito di santità, e dall'unico seno della medesima ignoranza usciti, sono restati abbarbagliati da una stessa luce di verità!
Ma forse tanto meno siamo reputati legittimi, perché non vi è tragedia, che faccia strepito della nostra, fratellanza, o perché siamo fratelli rispetto a' nostri beni, e alla nostra roba, la quale appresso di voi quasi rompe la fratellanza.
Noi però, perché abbiamo un volere e un cuor solo, non abbiam difficoltà ad accomunare gli averi; laonde tra noi tutto è indiviso fuori che la moglie. Sciogliamo circa a questo solo affare la comunità, nel che il restante degli uomini pratica la comunità, i quali non solo usurpano i matrimoni degli amici; ma pazientissimamente agli amici concedono i suoi; seguendo, come io credo, quella dottrina degli antichi e sapientissimi uomini: cioè del greco Socrate5, e del romano Catone6, che cogli amici accumunarono le lor mogli, le quali pure prese avevano in matrimonio per cagione d'aver prole, e per averne con altri, non so anche se contra il volere di esse.
Ma come potevano elle aver cura della propria castità, se i mariti cosi facilmente le avevano donate altrui? O nobile esempio dell'attica sapienza, e della gravità romana!7 Un filosofo, ed un censore sono divenuti mezzani d'amori! Che meraviglia, se con tanta carità da noi si fanno de' conviti.
Anche le nostre povere cene, oltre ad averle infamate per iscellerate, da voi son tacciate di prodighe. Veramente a noi calza quel detto di Diogene: i megarensi8 mangiano, come se dovessero morir mai. Ma si vede la festuca9 negli occhi altrui, e non si vede nei suoi la trave. Tante tribù, tante curie e decurie infettano l'aria cogli aliti puzzolenti del loro stomaco. Per le cene de' Salj vi è necessità d'indebitarsi. I computisti solo possono calcolare le spese di coloro, che gettano nelle crapule il loro avere nell'occasione di pagare le decime a Ercole. Nel celebrarsi i misteri di Bacco secondo l'antica usanza fa d'uopo d'arrolare una legione di cuochi.
Le guardie del fuoco10 stan vigilanti al gran fumo delle serapiche cene. Nondimeno solamente del modesto convito dei cristiani si mormora. E pure la nostra cena col proprio vocabolo rende buon conto di sé, perciocché è detta Agape, che appresso i Greci suona quello, che suona carità appresso di noi; talché sia di qualunque dispendio, è da reputarsi guadagno, mentre si spende per la pietà; poiché certamente con questo sollievo aiutiamo anche i mendichi, non per la vanagloria di renderci schiavi gli uomini liberi, come appresso di voi succede, arrolandosi i parassiti anche a ricevere ingiurie per ingrassare il ventre; ma perché appresso a Dio è in gran conto la considerazione, che si ha delle persone bisognose. Laonde se la causa del convito è onesta, argomentatene, l'ordine rimanente della dottrina essere secondo che l'obbligo della religione ci prescrive.
Non ci ha luogo né la viltà, né l'immodestia. Non ci mettiamo a tavola prima d'aver fatto a Dio un poco d'orazione. Uno si ciba quanto basta per sedare alquanto la fame; si beve, quanto giova ad uomini pudichi, onde si satollano in maniera, da non si scordare di dovere nella notte levarsi ad adorare Dio. Discorrono in quella guisa, che discorre chi sa, che il suo Signore l'ascolta; poiché data l'acqua alle mani, e posti i lumi, è invitato ciascuno a cantare al Signore o qualche cosa delle divine scritture o di proprio genio; quindi si prova come veramente abbia bevuto.
Parimente l'orazione scioglie il convito, di dove s'esce dipoi non per andar tra le truppe di coloro, che fanno alle coltellate, né tra le schiere di chi va girando a far delle insolenze, o delle disonestà; ma bensì ad attendere alla cura medesima della modestia e della pudicizia, come quelli, che nella cena non cibarono solo il corpo di vivande, ma l'animo ancora di santi ricordi. Oh questa è l'adunanza de' cristiani, la quale dire si può illecita, se si rassomiglia ai ridotti illeciti! con giustizia condannabile, se alcuno di quella si duole; per la ragione stessa onde delle fazioni suol farsi querela.
In danno di chi ci aduniamo mai? Congregati, siamo gli stessi, che siamo disuniti, ed in comune siamo gli stessi che soli: nessuno da noi s'offende, nessuno da noi si contrista. Quando i giusti, i buoni, i pii, i casti insieme s'adunano, non si dee chiamare fazione, ma adunanza, dove del ben comune si tien consiglio.


1 Plurale del latino biblico gentes che indica i popoli non giudaici e ha il significato di pagani
2 Nato (circa 150) e morto (circa 245) a Cartagine
3 Centurione al comando delle truppe romane agli ordini del proconsole d'Africa
4 I gentili chiamavano fazioni le adunanze dei cristiani
5 Socrate, come si ha da Luciano nell'incanto delle vite, ammetteva la comunità delle mogli, dogma empio, e strano, rinnovato dagli eretici del primo secolo della chiesa
6 Catone Uticense cedé ad Ortensio la propria moglie Marzia, e poi la riprese
7 Parla per ironia
8 abitanti di Megara, cittadina della Grecia orientale
9 pagliuzza
10 Numera tutte l'occasioni, in cui i romani facevano immense spese nelle crapule, e ne' bagordi, e tra queste erano le cene di Serapi dio egiziano, nelle quali per li gran fuochi, che si facevano in cucina, stavano vigilanti le guardie del fuoco, dette Sparteoli

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