Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Archivio segreto dei Savoia (3/8)
di Carlo Richelmy

Stampa sera – 25 luglio 1953

Una donna inquieta - Pesava all'esuberante Letizia il soggiorno nel "tenebroso Moncalieri" con le severe norme religiose fissate dalla principessa Clotilde - Venne uno zio non meno esuberante di lei, Amedeo d'Aosta, a liberarla con il matrimonio - Ma a 23 anni già era vedova

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Non soltanto sui sovrani l'«archivio segreto dei Savoia» offre notizie nuove ed illuminanti; anche i principi vissuti attorno alla Corona vi hanno il loro posto. Tra le figure che più interessano lo storico e colpiscono la fantasia del semplice curioso, vanno annoverate la «santa principessa Clotilde» e la figlia sua Letizia, tanto dissimile dalla madre…

Letizia Maria Letizia Bonaparte, duchessa d'Aosta


Madre e figlia ponevano in imbarazzo le persone che le frequentavano ed in particolare maestri e famigli. La prima, la santa Clotilde, pendeva dalle labbra dell'arcivescovo e di zelanti sacerdoti, tanto che non partiva per Roma «usurpata al Papa» senza un preventivo «placet». Preghiere e opere di pietà occupavano prevalentemente le sue giornate: pellegrinava lungo le case di Moncalieri recando soccorsi ed assicurandosi che i suoi protetti frequentassero i Sacramenti; impartiva austere istruzioni agli educatori della figlia - come più tardi a quelli del figlio di questa, il conte di Salemi, al quale, dopo qualche parola di esortazione, chiedeva di poter riprendere le sue pratiche religiose, e quel ragazzo allora ritornava in balia di se stesso.
«Notre dame des arts»
La figlia, Letizia, quando era ancora una adolescente, se avesse ottemperato agli ordini materni, non avrebbe potuto essere libera che nella amministrazione di alcune sue aiuole, dove coltivava fiori sgargianti. Essa, ogni mattina, affacciandosi alla finestra, misurava collo sguardo le Alpi non per specchiarsi nella loro maestosa azzurrità stagliata contro il cielo, ma per sospirare Parigi e Compiègne, di dove era fuggita bimba di appena quattro anni.
Il fasto del secondo impero con la frivola sfolgorante eleganza di Eugenia, le aquile e i reggimenti schierati ai piedi del trono, poeti e musicisti essi pure afferrati dal leggendario prestigio del grande Corso… né tutto quel mondo era svanito. Ancora volteggiavano sulla Senna canzoni ed evocazioni. Ancora la zia Matilde non aveva perduto il suo scettro di «notre dame des arts», nonostante il regime repubblicano.
Il padre, Gerolamo Napoleone, soprannominato Plon-Plon, si era rifugiato a Roma, all'Albergo di Russia; i due fratelli viaggiavano fra l'Italia, il Belgio, l'Inghilterra, la Russia degli czar.
Letizia invece era condannata in quel tenebroso Moncalieri, alla periferia di Torino, un castello dall'aspetto di caserma che la madre aveva convertito in cenobio.
«S. A. I. la principessa Clotilde - ripeteva il maestro Rossi, insegnante di canto (padre dell'attuale vescovo di Biella) - ha escluso dal repertorio le canzoni francesi».
«E io invece voglio le canzoni francesi», replicava la giovinetta. Ed il maestro, sudando freddo, doveva accompagnare al piano certe strofe dall'impertinenza spensierata ed equivoca.
«Ma questi non sono libri permessi…»; sospiravano gli insegnanti di lingue a cui la ragazza chiedeva di essere posta al corrente della moderna letteratura.
«E io invece li voglio; obbedite; è un ordine», dichiarava la giovane principessa con quel cipiglio di comando che aveva ereditato dai suoi.
«E' tardi; bisogna rientrare»; avvertiva l'ufficiale che aveva «l'onore» di scortarla nelle sue galoppate nella campagna piemontese.
«Non sono ancora stanca! voglio assistere al tramonto da quella collina. Che cosa mi attende, a casa? Nient'altro che andarmene a letto!».
Imperiosa ed altera, la acerba amazzone era pure avida di emozioni - e come non poteva esserlo la figlia di quel Plon-Plon che aveva scandalizzato Parigi sfidando la morale e lo scandalo?
Molli blandizie salivano dalla terra che la fanciulla batteva col suo cavallo. Nel folto di un bosco un ramo può averle graffiato il viso e scompigliato i capelli; nell'evitare bruscamente un pericolo, il destriero può essersi azzoppato ed allora, procedendo con la briglia al braccio, essa può essersi appoggiata all'ufficiale che aveva «l'onore» di scortarla.

Amedeo Amedeo d'Aosta, fratello di Umberto I,
in un torneo in cui raffigura uno dei suoi avi

Parentela intricata
Un dito oggi, una mano domani… e la principessa ventenne può essersi svegliata donna.
La voce popolare pretende infatti che con un ufficiale sarebbe scivolata… da cavallo e che si prospettava urgente il problema di darle un marito. Se fosse nata sessant'anni più tardi, perché non provvista di una dote degna del suo rango e lontana dalle occasioni che possono presentare gli incontri del gran mondo, sarebbe probabilmente diventata una buona moglie borghese. Ma mai, per nessuna circostanza, avrebbe rinunciato a rimanere «Altezza».
Fortunatamente, in famiglia c'era uno zio, Amedeo d'Aosta, vedovo, che per la sua impenitente galanteria poteva essere accolto come marito. Un matrimonio dei più paradossali grazie al quale Amedeo saluta nella sorella la suocera, nel fratello lo zio, mentre la sposa diventa nipote della madre e matrigna di tre ragazzoni gagliardi, esuberanti, il primo dei quali - il futuro comandante della III Armata - ha appena due anni meno di lei. Nozze così singolari giustificano le voci che un consiglio di famiglia, con urgenza e nella massima discrezione, abbia inteso riparare un errore giovanile. Alle chiacchiere contribuirono sia la primitiva opposizione di Umberto I, sia la «dispensa» ottenuta sollecitamente dal Vaticano, «dispensa», come è noto, indispensabile nei matrimoni fra consanguinei.
Letizia, sposando lo zio Amedeo d'Aosta, aveva finalmente spezzato le catene del cenobio materno ed era diventata - o si illudeva - l'astro della corte italiana, la seconda donna del regno, dopo la regina.
Vedova troppo presto
Ci voleva tutta la arrendevolezza di un. neo-convertito alla monarchia come Crispi per non scattare davanti ad una donna così altera ed impulsiva. Il primo scontro si era verificato nel giorno stesso delle nozze. Plon-Plon, per l'occasione disceso da Roma, rilevando negli atti di stato civile, compilati dal presidente del Consiglio, la designazione di «Bonaparte», aveva suscitato un putiferio. Fra strilli e contumelie, egli dichiarò che non avrebbe apposto la sua firma ad un documento che non si ispirava al «patto di famiglia» del I Impero, che alla dinastia attribuisce il nome di «Napoleone».
Dopo il banchetto e una grandiosa festa di fiori seguita in piazza Vittorio, Crispi si era congedato poi dalla sposa promettendole: «Ora ci occuperemo della residenza di V. A.». E quella aveva replicato duramente: «Queste cose non sono di vostra competenza, non dipendono che dal re».
Il re mise a disposizione degli sposi la reggia di Caserta, ma, dopo qualche mese, essi preferirono stabilirsi a Torino, nel palazzo della prima moglie di Amedeo. E quando nascerà un figlio, sarà ancora Crispi che, intendendo innestare nella tradizione sabauda il riverbero della epopea dei Mille, investirà il nuovo rampollo della dinastia del titolo di conte di Salemi, la piccola terra siciliana che accolse trionfante lo sbarco di Garibaldi.
Un anno dopo Letizia era vedova. Vedova a 23 anni, con la smania di primeggiare e di divertirsi che le bruciava il sangue e con intorno i tre figli di primo letto del marito, che diventavano arbitri dell'ingente patrimonio della loro madre.

(continua)

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