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    Pezzi di storia

Archivio segreto dei Savoia (4/8)
di Carlo Richelmy

Stampa sera – 27 luglio 1953

Gli scandali della «napoleonide» - Il matrimonio di Letizia con Amedeo d'Aosta durò troppo poco, e la morte del duca fu l'inizio di una serie di conflitti con i figliastri, con Margherita, con la Corte - Specie dopo le seconde nozze, che Vittorio Emanuele III non perdonò mai

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Figlia di Gerolamo Bonaparte e della «santa» principessa Clotilde, Letizia amava far parlare di sé; ci riuscì giovanissima, sposando lo zio duca Amedeo d'Aosta, ex-re di Spagna, rimasto vedovo con tre figli poco dopo il ritorno da Madrid. Ma fu peggio quando Amedeo prematuramente morì. A poco a poco l'inquieta principessa, che sognava gli incanti di Parigi, finì per esiliarsi in quel castello di Moncalieri, da lei giudicato tanti anni prima poco meno di un carcere.

Umberto Umberto I aveva un'eccezionale indulgenza per i capricci della nipote Letizia.
Non così la regina Margherita


La divisione dell'eredità di Amedeo accese il pretesto ai primi contrasti tra Letizia ed i tre figli di primo letto del Duca, in merito particolarmente ad alcuni cimeli, fra cui la giubba che Amedeo aveva inzuppato del suo sangue, a Custoza. La vedova non si piegò alle sollecitazioni dei figli.
Anche con la regina Margherita i rapporti apparivano convenzionali, più che spontanei, sia per quel suo esibizionismo di «altezza imperiale» e di mitologia napoleonica ch'essa gettava a larghe mani sia perché Umberto finiva col cedere a tutte le insistenze di Letizia, alla quale destinò superbi appartamenti nel palazzo reale di Torino e alla villa di Monza.
Lo stesso Umberto però fu costretto a severi richiami quando Letizia si atteggiò ad amazzone spavalda e spensierata eleggendo a compagno delle sue cavalcate un ufficiale divenuto famoso per le sue affermazioni ippiche. Non bastando i richiami verbali, il re ricorse pure a delle punizioni: sospese dapprima il privilegio delle livree scarlatte, riservato alle vetture della Corte, quindi l'appannaggio e minacciò addirittura gli arresti da subire in casa come gli ufficiali.
Tra la Senna e il Po
Intanto, Letizia di Savoia-Napoleone duchessa d'Aosta - così essa si firmava - avrebbe desiderato di imitare la zia Matilde il cui salotto, a Parigi, era l'oasi degli uomini di ingegno. Ma le rive della Senna non sono quelle del Po e alla nipote faceva difetto l'educazione intellettuale.
Quanti miraggi inseguiti invano! Un giorno, passeggiando per Parigi, con la cugina imperatrice Eugenia, essa indugiò fra il Louvre e Rue de Rivoli: ad un tratto si fermò, gli occhi e la voce ipnotizzati da questa esclamazione: «Qui c'erano le Tuileries!».
« Sì - soggiunse Eugenia - ma, da quel tempo, tante sventure sono passate su di me e quel tempo non lo ricordo nemmeno più».
L'imperatrice Eugenia non poteva però dimenticare di aver trionfato dall'alto sulla Francia e di essere stata una suscitatrice di contrastanti passioni, di amori e di ostilità; anche nell'esilio, anche nell'estrema vecchiezza, contava fedeli adoratori che la cullavano nel culto delle memorie.
Letizia invece non si rassegnava né al disperdersi di quelle briciole di prestigio che si era illusa di conquistare, né alla solitudine che la tormentava. Perduta la madre, perduto il figlio, dopo una catena di delusioni e di avvilimenti, perduto lontano e senza gloria, senza perdonarlo e senza farsi perdonare, disprezzata essa pure, dal re e dagli altri congiunti, si era confinata, a sua volta, in quel castello di Moncalieri che, giovinetta, ovetto salutato come caserma e cenobio.
Qui, negli anni della prima guerra mondiale ospitò decine di mutilati cui dedicò assidue cure. Quando, grazie al ritorno della normalità, anche questo compito di femminile pietà andava esaurendosi, si insinuò nelle sue abitudini il nuovo comandante dei carabinieri di Moncalieri.
Una scelta facile
Sia il tenente di quel piccolo posto, sia i militi adibiti alla vigilanza del castello consideravano come «un servizio» il dedicare alcune ore alla conversazione con la principessa che spesso e volentieri non sapeva giungere senza noia alla sera. Chi non si penetrava di tale dovere o non entrava nei favori della castellana era senz'altro rispedito in altra sede. Ma il tenente che, verso la fine della guerra 1915-1918, divenne di diritto uno dei visitatori quotidiani del maniero intuì di essere arrivato al momento giusto.
Egli aveva un aspetto vigoroso e massiccio e atteggiamenti da tenore. Si chiamava Norberto Fischer; aveva la feconda esuberanza della sua città, Napoli, anche se probabilmente era di origine svizzera. La sua prestanza gli aveva consentito di arruolarsi nei corazzieri del re ed era salito lentamente al grado di sergente ed infine a quello di ufficiale. Con tale grado era stato destinato al popolare sobborgo della metropoli piemontese.

Clotilde La principessa Clotilde con la figlia Letizia

Di 17 anni più giovane della napoleonide, difficilmente la stia assiduità poteva essere giudicata come filiale e tanto meno disinteressata, ma sempre più si faceva indispensabile e diffide e pressioni non contribuivano che ad intensificarla. Finalmente venne invitato a scegliere fra il castello o la carriera. L'ufficiale non ebbe dubbi, chiese «la posizione ausiliaria» e si insediò presso la principessa che lo investì del pomposo titolo di «intendente della augusta casa» consentendogli così di diventare l'uomo «bon à tout faire».
Gentiluomini e dame capirono che era di buon gusto squagliarsi ed ignorare. Ed il tenente, poi capitano, Fischer trionfò incontrastato. Trionfava fra Moncalieri e la città con una superba automobile rossa e si consolava delle sue fatiche presso una deliziosa brunetta, commessa in una calzoleria di via Corte d'Appello.
Ormai la principessa era bandita dalla Corte, come lo era stato il figlio. Essa stessa evitava ogni occasione che potesse provocare un increscioso scontro. Così si informava tempestivamente delle brevi soste che il sovrano da Valdieri faceva al palazzo reale di Torino ed in quel giorno si guardava bene dallo scendere in città.
Conclusione borghese
Ai funerali invece della regina Margherita, a Bordighera, ardì esibirsi con il suo gagliardo «intendente»: ma appena questi tentò di infilarsi nel corteo, venne invitato ad allontanarsi. Lo scandalo scoppiò con la apertura del testamento.
Già sofferente da vari anni la sera del 24 ottobre 1926, dopo avere assistito ad un concerto di fanfare paesane nel cortile del castello, Letizia si ritirò nella sua stanza, e qui, poco dopo, venne trovata esanime, bocconi sul pavimento. Quattordici ore dopo spirava. La stessa fine che, qualche mese prima, aveva condotto a morte il fratello primogenito, Vittorio.
Il re e la regina non visitarono la salma, limitandosi ad intervenire alla cerimonia svoltasi a Torino sulla gradinata della Gran Madre di Dio.
Il superstite fratello di Letizia, Luigi, avrebbe voluto impugnare il testamento che designava quale erede universale il Fischer. Il re si oppose. E rifiutò qualsiasi contatto, anche per interposta persona, con l'erede. Il principe di Piemonte, per evitare però che alcuni preziosi cimeli sabaudi e napoleonici andassero dispersi, chiese di riscattarli. Il Fischer rispose che li metteva a disposizione del principe, senza richiedere alcun indennizzo.
Da quel giorno, il capitano Norberto Fischer, sparì dalla circolazione. Per qualche tempo, abitò la villa «Corsica» di Cap Martin, che a Letizia aveva legato l'imperatrice Eugenia, poi vendette quella villa come aveva venduto tutto quanto gli era caduto nelle mani. Sembra che abbia sposato una belga e che questa l'abbia reso padre felice.

(continua)

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