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    Pezzi di storia

Poeti stranieri in Riviera
di Lavinia Mazzucchetti

L'Illustrazione italiana – 30 marzo 1930

Dobbiamo dire che i golfi sono fatti per attirare i poeti, oppure che i poeti sono nati per divenire abitatori di golfi?

Hauptmann Gherardo Hauptmann

Certo si è che, se la insenatura mirabile della Spezia ha meritato un tempo di essere chiamata "il golfo dei poeti", tra poco anche quella più modesta e non meno leggiadra di Rapallo e di Santa Margherita, fra Portofino e Zoagli, potrà assumere questa appendice d'onore. Ogni anno infatti, tornandovi, si apprende che è mutato ed accresciuto il numero degli artisti i quali hanno fatto di quell'angolo pittoresco il loro piacevole ritiro operoso.
Si direbbe che Rapallo e Santa Margherita, le simpatiche, industri cittadine liguri, non guaste neppure dal loro recente destino di stazioni climatiche internazionali, siano, coll'anfiteatro raccolto delle loro colline, la dimora ideale per indurre all'ozio vagabondo gli uomini affaccendati uscenti dal turbine della città, e per indurre d'altra parte gli artisti alla feconda contemplazione e alla creazione geniale.
Uno dei primi e dei più devoti a questo paesaggio è Gherardo Hauptmann. Egli ha avuto bensì, anche fra i tedeschi, un precursore gigantesco, Nietzsche, il quale nell'inverno 1882-83 scopriva le bellezze delle vie di Zoagli e di Ruta, di Portofino e di Paraggi, ed incontrava proprio in quelle peregrinazioni il gran fratello della sua fantasia, Zaratustra; ma quegli passò soltanto, mentre Hauptmann fu tra i primi scrittori nordici che abbiano posto radici nel golfo del sole e della pace, già una trentina d'anni or sono, quando la moda non lo aveva ancora additato al mondo.

Yeats William Butler Yeats

Ricordo che quando ebbi una prima volta l'onore di avvicinare Hauptmann nella Berlino sconvolta e triste dell' immediato dopoguerra, egli, invece di lasciarsi intervistare sulla sua opera o i suoi disegni teatrali (era l'anno in cui insieme con Reinhardt aveva velleità da régisseur) fu lui a… intervistare me su Santa Margherita e sulla possibilità di ritornare ben presto nella sua "patria invernale", dove tanto aveva lavorato e dove era cresciuto, si può dire, l'ultimo figliolo dal bel nome italiano di Benvenuto.
Nelle sue parole si sentiva allora il rimpianto e l'impaziente attesa: ed egli, infatti, è ben presto tornato, e la sua casa ospitale (benché mutevole dall'uno all'altro capo del golfo, giacché Hauptmann non ha una villa propria e spesso varia dimora) è divenuta ormai punto di incontro per gli intellettuali di ogni paese, che vengono volentieri a cercare e ad ossequiare l'affabile Poeta Laureatus, più vecchio per fama che per anni.
Mi ha divertito e quasi commosso, scendendo dalla Stazione di Rapallo, sentirmi rispondere dal facchino, cui avevo chiesto, senza alcuna allusione letteraria, dove fosse la villa Carlevaro: "Ah, lei va dal Poeta? E' su per la strada di Zoagli, la prima villa dopo il Bristol." "Il Poeta": così lo chiamano e lo amano i rivieraschi, i quali pure non devono aver letto né drammi veristi né simboliche tragedie, e mi pare che esser Poeta per consacrazione spontanea ed inconscia di popolo, per il giudizio semplificatore di questa umile gente, debba fargli piacere quasi meglio che ricevere un premio da una giuria di colleghi.
Di Hauptmann ognuno a Rapallo commenta l'eroica pazzia delle nuotate invernali ed ognuno conosce ed ammira la figura caratteristica, la serena imponenza della sua florida vecchiezza. Per chi poi ha vecchia conoscenza dei ritratti di Goethe, la cosa più impressionante è la somiglianza con il Padre Eterno di Weimar. Non la mattina, allorché Hauptmann, nel chiaro costume sportivo, può sembrare un inglese, ma quando, per esempio, a tavola gli siete seduti a fianco, e lo vedete chiuso in una redingote grigia a panciotto chiuso che potrebbe anche essere del 1830, quando, senza scorgerne gli occhi chiari non lampeggianti e niente affatto goethiani, ne studiate il profilo, l'alta fronte aureolata di energiche ciocche scomposte, le non flaccide pieghe del mento e del collo, allora vi sorprendete, dimentichi di Rapallo e di Anime solitarie, sognanti invece gli ottocenteschi celeberrimi simposii di Weimar.
Quasi vi parrebbe di dover interrogare l'anfitrione gentile sul Faust, o di dovergli parlare di Guglielmo Meister invece che di Titus, di Filina invece che di Melitta. Titus e Melitta sono i protagonisti del recentissimo grande romanzo di Hauptmann, Il libro della passione, un'opera così decisamente autobiografica e di così intimo tormento famigliare e amoroso, che, pur sapendo quegli eventi superati da tanti lustri, non si osa parlare a tavola con l'autore e con la sua gentile consorte del libro rivelatore.

Pound Ezra Pound

Hauptmann del resto non è facile a discorrere di sé e della propria arte: egli parla senza facile eloquenza, anzi con una certa esitazione, con intoppi frequenti; si intuisce presto quanto labile e nervoso ed anche femmineo egli debba essere nel suo intimo, anche ora che le bufere son superate, ora che l'aspetto esteriore è tanto olimpicamente sereno.

Quest'anno, o almeno in questi mesi non si incontra a Santa Margherita né Franz Werfel, che ha ceduto al fascino dell'inverno in Egitto, né Fritz von Unruh. assente per una delle sue rare parentesi a Berlino, dove sta per essere rappresentata, dopo anni di silenzio, la sua nuova opera teatrale Phä:a. Unruh possiede sulla punta di Zoagli una casa deliziosamente paesana e squisitamente raffinata, eretta sugli ultimi scogli, già dominante con le sue terrazze l'ampio mare, un balzo verso l'infinito che sembra proprio creato per l'impeto di un giovane poeta di passione e di battaglia.
Ma si incontrano i nuovi, i giovanissimi: per esempio si trova in casa di Hauptmann (un decano sempre molto benevolo alle promesse dell'avvenire) il non ancor celebre scrittore Erich Ebermeyer, il quale con il suo fresco e simpatico romanzo Odilienberg ha scritto, a giudizio di molti critici, "il libro della nuova gioventù tedesca".
Veramente sono già in parecchi in questi ultimi due o tre anni ad aspirare a questa meta, ma comunque Ebermeyer è promessa già in attuazione di una forma narrativa novecentista, ma anche sana ed equilibrata. Si può augurargli cordialmente che, partendo da Santa Margherita dopo l'inverno operoso, porti con sé un manoscritto fortunato.
Un ponte letterario anglo-tedesco é stato gettato quest'anno da Hauptmann. E' comparso (ammiriamo la prima conia della preziosa edizione per bibliofili) l'Amleto nella nuova versione di Hauptmann, o meglio nella sua riduzione ed interpretazione, in cui si osano importanti spostamenti di scene, proponendo problemi nuovi e complessi alla critica shakespeariana. Il volume è tutto ornato da incisioni in legno di Gordon Craig - un altro grande artista irlandese che vive in Riviera! - ed era già pronto alla vigilia della guerra. Ha dormito un lungo sonno, ma può comparire oggi, per cura dell'europeo d'Austria conte Harry Kessler, e poiché riproduce anche nelle lingue originali le antiche fonti della storia del Principe di Danimarca, quest'opera sembra davvero degno documento della rinnovata unità artistica d'Europa.

Yeats Hauptmann a Rapallo con lo scrittore Ebermeyer


Non mancano però certo nella casa di Hauptmann gli ospiti non tedeschi. Mi pare, dal tono di simpatia e di curiosità con cui egli parla sempre di cose d'Italia, che sia soltanto merito o colpa del nostro riserbo se non sono ancor più numerose le visite italiane.
Quel giorno incontrai da lui, tra il gruppo multilingue degli ospiti, Ezra Pound, il poeta americano "fuoruscito spirituale" dell'America moderna, l'avanguardista di cui si interessano le élites giovanili di tutti i paesi, lo scrittore incommensurabile, dinamico, multiforme, sconcertante, incoercibile in ogni definizione critica, che ogni tanto l'anglo-lombardo Linati cerca di rendere accessibile al pubblico nostro.
Pound è da un pezzo abitatore del Golfo, deve essere il centro degli intellettuali anglosassoni; credo sta stato lui ad attirare a Rapallo un grande irlandese della vecchia generazione: William Butler Yeats. Di questi ci parla anche il reverendo Chute, un sacerdote artista, un inglese dal perfetto accento rivierasco, che dei suoi celebri compatrioti ci mostra pure gli interessanti ritratti da lui disegnati.
Il nome di Yeats suscita l'eco di una lirica alta e solitaria, "distinguished and lonely", come chiama egli stesso nelle belle pagine della "Autobiografia" la poesia irlandese del suo desiderio, e il ricordo di quelle caratteristiche "Tragedie Irlandesi" che pure Carlo Linati ha tradotto per gli Italiani. Ci fa piacere apprendere che il nobile artista è ancora al lavoro, che contribuisce al tacito germinare della messe di bellezza di questa terra benedetta.

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