Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Archivio segreto dei Savoia (5/8)
di Carlo Richelmy

Stampa sera – 28 luglio 1953

Il dramma del conte di Salemi - Riscattò con una morte coraggiosa in guerra un passato di colpa, per cui Vittorio Emanuele III l'aveva duramente bollato - Il re, assai freddo con tutti i parenti, prediligeva la casa di Genova, non amava invece i cugini duchi d'Aosta

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L'avvento al trono di Vittorio Emanuele III segna un distacco netto - nella politica, nel costume, nella stessa vita di famiglia - con il regno di suo padre Umberto I. Il Quirinale mutò volto: il nuovo sovrano aveva gusti borghesi, un carattere schivo, un animo regolato più dal protocollo che dai sentimenti.

Vittorio Emanuele III inaugurò il suo regno con un colpo di piccone, se non vogliamo dire con una frustata all'amica del padre.

Litta La bellissima duchessa Litta
fu per poco meno di trenta anni
l'amica di Umberto I, ma il figlio di Umberto le sprangò le porte della Reggia

In una esteriore manifestazione mostrò subito il diverso carattere da Umberto I che aveva l'abitudine di abbracciare e baciare i congiunti e gli stessi visitatori cui intendeva esprimere la propria famigliarità. Scendendo dal treno che dopo il regicidio gli aveva fatto percorrere tutta l'Italia, stese freddamente la mano ai ministri come ai cugini Aosta. Nell'abbraccio con la madre, tradì appena per un attimo la propria commozione e tosto riprese il pieno dominio di sé davanti alla salma del genitore.
Tutte le disposizioni per i funerali erano state ordinate dal Governo e dalla corte: si limitò ad approvarle. Diede invece un ordine, il primo che dava come re. Ordinò cioè - secondo quanto testimonia Ugo Ojetti - che venissero abbattuti i due fanali a petrolio che indicavano la porticina del parco della villa di Monza, da cui Umberto I era solito scivolare per avviarsi, nel più stretto incognito, alla villa della duchessa Litta.
L'ordine venne immediatamente eseguito, ma a causa delle affannose preoccupazioni di quei giorni - attesta sempre Ugo Ojetti - passarono varie settimane prima che i due fanali dal viale in cui erano stati abbattuti venissero sepolti in qualche magazzino.
Un unico saluto
Meno pietoso, meno generoso della madre che l'amica del marito ammise ad un estremo saluto presso la lacrimata salma, Vittorio Emanuele III intese avvertire con quella decisione, da giudice più che da figlio, che tutto quanto era in suo potere avrebbe distrutto, tutto quanto era in suo potere di dimenticare avrebbe fatto dimenticare.
Soppresse ogni fasto, liquidò i cavalli; chiuse le scuderie, orgoglio del padre e del nonno; cessò dal presiedere personalmente il Consiglio dei Ministri; considerò i congiunti sotto il mero aspetto dinastico; interruppe quei contatti cordiali, fuori di ogni udienza protocollare, di cui i genitori erano stati larghi con gli esponenti delle varie classi.
Non mancò, quando le circostanze glielo imponevano di spalancare i saloni del Quirinale a migliaia di invitati. Ma o il tono di questi era scaduto o la bacchetta del regista non era più quella; nel 1903, Guglielmo II di Germania si proclama esterrefatto del caravanserraglio e del «comodaccio suo» di quella folla che si assiepa fra i saloni di rappresentanza ed il buffet: «Questo è peggio di un ballo di beneficenza», esclama il Kaiser, per il quale «i balli di beneficenza della sua città significano un'insalata di tutti i gusti».
Mutò insomma il clima - lo stile - che ogni monarca emana intorno a sé. Il re non baciava la mano alle dame; non s'inchinava nemmeno sull'anello del Papa. La stretta di mano era l'unico saluto che praticava. Lui, il re, non distingue fra il congiunto e il suddito, fra il familiare e il cittadino anonimo. Perfino al figlio si volge con maestà tanto che Umberto, appena lo scorge di lontano, si pone sull'attenti e attende di essere ammesso al suo omaggio, omaggio che sottolinea portando alle labbra la mano del padre. Così si spiega che l'8 maggio 1945, prima di scendere nella lancia che doveva attraccare alla nave dell'esilio, il re abdicatario ed il nuovo re non si scambiano più di una stretta di mano: ormai sono eguali.
Il protocollo prima del sentimento regola ogni singolo rapporto. L'unico la cui devozione ricambia con deferenza è il fratello della madre, il duca di Genova, principe senza macchia, interprete coscienzioso di ogni più lieve dovere, preoccupato sempre di obbedire. Durante gli anni in cui il re, partendo per la guerra, gli affidò la luogotenenza del Regno, il duca di Genova non si assentava dal Quirinale che per pochi giorni di riposo, presso la moglie e le figlie, al castello di Agliè trasformato in convalescenziario di ufficiali. Quegli anni di pazienti sacrifici, il re premiò con una statuetta di scarso valore intrinseco, ma che lo zio guardò come un talismano.

Salemi Il conte di Salemi,
figlio del matrimonio «assurdo»
fra la principessa Letizia e lo zio Amedeo d'Aosta,
fu giudicato per un noto scandalo
la «pecora nera» di Casa Savoia

Coraggioso credente
Una sola volta alcuni giornali, zelanti assertori di laicismo, denunciarono indiscretamente il duca di Genova che - prima della conciliazione fra Stato e Chiesa - aveva sperato di non essere riconosciuto fra la folla che gremiva piazza San Pietro in attesa della benedizione del Papa.
Il duca di Genova la propria religiosità la professava pubblicamente, nonostante le diverse consuetudini del nipote. Quando, fulminato da un embolo, morì nel castello di Agliè un ufficiale, apprezzato come un grande cavaliere, e il suo amico inseparabile accorse per avvertire che entrambi, lui e l'amico testé scomparso, si erano vicendevolmente giurati di farsi seppellire con funerali civili, il duca di Genova non esitò a proclamare: «Da casa mia non si esce che col Crocefisso».
La deferente considerazione verso lo zio Vittorio Emanuele riversò con qualche maggiore cordialità verso i suoi figli, ai quali, «ad personam», per le sollecitazioni della madre - loro zia - accordò la qualifica di «altezze reali» che invece rifiutò alle figlie di Amedeo d'Aosta, suscitando un nuovo motivo di rancore nella loro nonna, la duchessa Elena.
Al primogenito del duca di Genova, insignito, finché visse il padre, del titolo di principe di Udine, affidò varie alte incombenze, la più notevole delle quali fu quella che lo vide capo della missione di propaganda inviata in America, in un periodo cruciale come il 1917, commissione che fra i suoi componenti annoverava Marconi e Nitti.
Verso i congiunti, il re è sempre e soprattutto il capo della casa: essi non possono discutere i suoi ordini. Ben lo seppe il duca di Spoleto quando, senza nemmeno poter fiatare, dovette accettare la corona di carta del Regno di Croazia - nonostante che una persona a lui molto vicina a quell'annuncio gli consigliasse di rispondere con «la parola di Cambronne».
Di una crudezza anche peggiore di quella di Cambronne suonano, sulla bocca di un re, gli aggettivi che, se vogliamo credere a Galeazzo Ciano, avrebbe rivolto ai due cugini.
Durissimi giudizi
Nemmeno verso il figlio, non peccava di debolezze. Sollecitando per lui, da Mussolini, il comando effettivo di una grande unità non si perse in cori laudativi, ma si limitò a dichiarare: «Se un comando l'hanno avuto i suoi cugini, può averlo pure lui». Un'altra volta il maresciallo Caviglia, che si diffondeva in elogi verso il principe di Piemonte, il re interruppe bruscamente esclamando: «Già, é facile apparire intelligenti, quando si è belli».
Insomma, verso i congiunti, più assai che verso qualsiasi altro accentuava il suo costituzionalismo, il fermo proposito cioè di lasciare ogni responsabilità al governo. Quando Mussolini gli indicò come viceré d'Etiopia Amedeo d'Aosta, riferendosi alla sua giovane età ed al temperamento in cui ravvisava temerarietà più che ponderatezza, il sovrano obbiettò: «Ma potrebbe commettere degli errori!».
Così, qualche anno prima, si era ben guardato dall'intervenire quando il duca di Aosta e il conte di Torino avevano invano sollecitato dal Ministro della Guerra di partecipare all' impresa di Libia, né quando il duca degli Abruzzi venne rimosso dal comando della flotta, né quando infino Mussolini disponeva dei principi come dei gerarchi del regime.
Con un'invettiva che suona un verdetto di condanna inappellabile, Vittorio Emanuele ha bollato il conte di Salemi.
Questi era il frutto del paradossale matrimonio fra Amedeo d'Aosta (fratello di Umberto I) e Letizia Napoleone. Dopo che vari esperimenti scolastici non avevano dato buoni frutti, il giovane principe venne introdotto all'Accademia navale di Livorno. Il corso degli studi procedeva quasi normale, per quanto non provocasse le lodi che, qualche anno prima, aveva mietuto il duca degli Abruzzi, quando si verificò un malaugurato incidente.
Da qualche tempo, gli accademisti lamentavano che dai vestiti che, ogni sera, nella camerata, stendevano ai piedi del letto, sparissero oggetti e denari. I sospetti caddero dapprima sui famigli, ma poi gli ufficiali istruttori decisero di appostarsi ed una notte, accesa di improvviso la luce, individuarono nel fantasma il figlio di Letizia. Lo scandalo non poteva essere evitato e la condanna più severa, ripetiamo, la pronunciò il re esclamando sdegnoso: «Ha sporcato casa Savoia e l'Accademia navale».
Un ufficiale dei carabinieri fu incaricato di fare passeggiare il giovane cleptomane finché la guerra del 1915 si presentò più che una occasione, una liberazione.
Il conte di Salemi si arruolò semplice soldato di cavalleria e il suo sangue - il sangue del più illustre capitano dei tempi moderni - e il suo desiderio di riscatto gli infusero disciplina e coraggio. In tre anni di aspre prove, guadagnò i galloni di caporale e di sergente e infine le stellette da ufficiale e una medaglia al valore, meritata mentre difendeva strenuamente la sua batteria di bombarde. Sprezzava il pericolo, si univa con schietto cameratismo ad ufficiali e soldati. Sperava invano nella bella morte.
Secondo il protocollo
Nell'ottobre del 1918, venne invece colpito dalla «spagnola», che stava facendo strage in tutta la zona di guerra. Per vari giorni sopportò il suo malessere. Non voleva abbandonare il suo posto sul Grappa, ma dovette alfine ubbidire agli ufficiali di Sanità e, trasportato a Crespano, venne ricoverato in una ambulanza improvvisata nel palazzotto del notaio comm. Roberto Chiavacci. Due giorni di agonia e si spegneva, senza un saluto né della mamma né di alcuno dei suoi.
Fu onorato però con funerali militari, degni di un combattente. Intervennero i fratelli Aosta, i cugini, i generali Diaz e Giardino. Non mancò nemmeno il re. Questi indugiò nell'ampia sala da pranzo di casa Chiavacci, la sala che precede la stanzetta dove il conte di Salemi si era spento e quindi deposto nella bara. L'ampia sala è dominata da una classica credenza paesana veneziana, lunga cinque metri: il re ammirò quel mobile con l'avidità di un collezionista e chiese di poterlo fare fotografare per essere in grado di copiarlo quando ne avesse avuto l'opportunità.
Insomma, Vittorio Emanuele III dimostrò di essere intervenuto ai funerali del cugino unicamente «per la platea» perché i giornali annunciassero che le onoranze si erano svolte normalmente, secondo il protocollo, ma dedicò la sua attenzione ad un mobile originale.

(continua)

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