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    Pezzi di storia

Alle origini della moneta genovese
di Giuseppe Felloni

Atti della Società Ligure di Storia Patria - Nuova serie XXXVIII (CXII) fasc.I 1998

Tra le innumerevoli testimonianze di cui si alimenta la storia (in pratica tutto ciò che resta del pensiero, delle opere e delle parole dell'uomo), le monete sono una delle fonti più suggestive, tanto piccole quanto cariche d'interesse: simboleggiano il potere sovrano ed i suoi mutamenti nel tempo; sono il mezzo di scambio conio con cui la società regola i propri rapporti economici e nel contempo il veicolo delle sue trasformazioni future; riflettono nell'iconografia i canoni estetici di epoche e popoli i più diversi; dimostrano il livello raggiunto dalle tecniche metallurgiche del tempo; infine, perché no, costituiscono un bene da collezione di scarso ingombro ed in molti casi un investimento relativamente tranquillo.
Una fonte del genere è sempre significativa, quali che siano la materia di cui è composta e la forma, ma il suo valore euristico è legato all'omogeneità dei pezzi considerati, dalla quale dipende la possibilità di seguire un unico filone di studio, sia esso un percorso evolutivo od un esame comparato. Da questo punto di vista la raccolta della Banca Carige, grazie alla coerenza con cui si è andata formando nel tempo su suggerimento di esperti locali, presenta una felice unità interna imperniata sull'attività delle zecche locali.
La parte maggiore è riservata a Genova, la cui monetazione è rappresentata in modo non certo completo ma con discreta continuità dalle origini del comune alla perdita definitiva dell'indipendenza (1814): otto secoli nei quali la moneta metallica è stata il mezzo di scambio per eccellenza all'interno di un'Europa in espansione, per cui la collezione Carige è un buon campione a livello locale di un più vasto fenomeno che coinvolge l'intero continente.
Per consentire la conoscenza e la valorizzazione dei pezzi che la compongono, i numismatici locali hanno compiuto un accurato lavoro di classificazione, integrandolo con l'analisi di documenti d'archivio e pervenendo ad ottimi risultati, non privi di residue zone d'ombra. Circa la data, ad es., le monete coniate prima del 1339 e dal 1528 al 1550 circa1 ne sono affatto prive, rendendo incerta o quanto meno controvertibile la cronologia delle emissioni d'oro ed argento e del tutto oscura quella delle monete inferiori; il peso assegnato ai singoli esemplari è quello effettivo attuale, che per ragioni d'usura e di tosatura può essere molto inferiore al peso legale. Il titolo è conoscibile indirettamente (ossia tramite le carte della zecca) per quasi tutti i pezzi della raccolta, ma non per i denari e sottomultipli anteriori al 1339; per questi ultimi può essere accertato solo con un'analisi metallografica, che consentirebbe anche di disporli nella verosimile successione cronologica. Quanto al valore legale di emissione, lo si ritrova impresso quasi unicamente sulle monete da una lira o meno antecedenti al 1792 e su tutte quelle coniate da tale anno in poi.
Questi aspetti ancora sconosciuti della monetazione genovese, a tacere d'altri, non sono affatto di importanza marginale. Anche trascurando la data di fabbricazione, a cui si può forse giungere per vie indirette, il peso, il titolo ed il valore legale di emissione costituiscono altrettante variabili fondamentali la cui conoscenza è indispensabile allo storico dell'economia che intenda accertare le condizioni di operatività della zecca e risalire per il loro tramite alla situazione del mercato monetario.
Comunque sia gestita, direttamente da funzionari statali o appaltata a privati, sino alle soglie dell'età contemporanea la zecca di Genova (come tutte le altre d'Europa) è considerata sostanzialmente una fonte di introiti per l'erario ed adempie tale funzione acquistando dai privati una certa quantità di metallo greggio e trasformandola in monete, di cui si trattiene una parte a titolo di rimborso spese, ne versa un'altra al comune a titolo di signoraggio e consegna il resto al privato in pagamento del metallo. Poiché può provvedersi di materia prima solo pagandola al prezzo di mercato, la zecca deve fissare le variabili della monetazione (taglio, titolo, valore legale) in misura tale da coprire le spese di fabbricazione e lasciare un margine di signoraggio a beneficio dello Stato2. In queste condizioni, ogni qualvolta cresce il prezzo del metallo greggio o il signoraggio preteso dall'erario, la zecca deve rivedere i termini della monetazione aumentando il taglio, riducendo il titolo o elevando il valore unitario dei pezzi. A seconda della soluzione scelta, le nuove emissioni consisteranno rispettivamente di pezzi un poco più leggeri con lo stesso titolo e valore unitario; oppure aventi meno metallo fino a parità di peso totale e valore unitario; oppure con peso e titolo invariati ma di maggior valore. Il risultato comune di questi interventi, che nel corso del tempo sono applicati alternativamente per rendere meno traumatica la mutazione agli occhi del pubblico, è la svalutazione della lira genovese di conto in termini di metallo o anche - il che è lo stesso - il rincaro del metallo fino in termini di unità di conto. E' insomma il fenomeno bifronte dell'inflazione secolare che, attraverso stasi ed accelerazioni, si manifesta contemporaneamente come svalutazione della moneta di conto ed aumento generalizzato dei prezzi.

moneta 1139-1339, Genovino primo tipo Janua (D/R - oro)

Questo fenomeno, che ha accompagnato ovunque l'uso della moneta metallica, è in atto già prima che la zecca di Genova entri in funzione. Sono ormai lontani i tempi, il 790 d.C. o poco prima3, in cui Carlo Magno ha riformato il sistema monetario del suo vasto impero ancorandolo a poche basi sicure: il conteggio dei valori in lire da 20 soldi di 12 denari ciascuno, la coniazione di nuove monete d'argento fino (denari, a cui si aggiungeranno più tardi mezzi denari od oboli e quarti di denaro) e l'equivalenza tra libra (peso) d'argento e libra (unità di conto). Su quanto pesasse quella libbra e quanto fosse realmente puro l'argento del denaro gli studiosi non concordano, le ipotesi più frequenti variando per la libbra da gr. 410 a 490 e per il denaro da gr. 1,7 a 2,0 di fino4. Quali che siano i dati reali, resta il fatto che lo smembramento dell'impero carolingio nel sec. IX spezza anche l'uniformità monetaria dei territori che lo costituivano e le zecche, abbandonate ai poteri locali, cominciano a discostarsi dal modulo originario dando vita ad aree monetarie proprie. Le monete di Pavia, capitale del Regno italico, hanno una vasta diffusione nella penisola e circolano anche a Genova che, ancora priva di moneta propria, è andata acquistando importanza come baluardo contro i saraceni ed anello di collegamento commerciale tra il Mediterraneo e l'entroterra padano. Le spinte autonomistiche interne, che agli inizi del sec. XII sfociano a Pavia nella nascita del comune, aprono tuttavia la strada ad un graduale ridimensionamento geografico della sua funzione; nonostante alcuni segni perduranti di prosperità, ne risente anche la moneta locale, che nel breve giro di una dozzina d'anni subisce due svalutazioni ufficiali: nel 1102 cessa la coniazione dei vecchi denari (denariorum papiensium veterum) ed inizia quella di denari "bruni" (novæ monetæ brunitorum), ossia con un titolo così scemato da essere evidente alla vista, che a loro volta sono sostituiti nel 1115 da denari "brunetti" ancora peggiori (moneta minorum brunitorum). Lo narra il Caffaro negli annali, ma le sue laconiche espressioni5 non debbono far pensare che ogni volta i pezzi preesistenti vengano fusi ed il loro metallo utilizzato per fabbricare i nuovi. Come confermano documenti posteriori (e com'era del resto intuibile considerate le difficoltà insormontabili delle operazioni di ritiro e rifusione), i denarii veteres continuano a circolare anche dopo il 1102, ma ad un valore maggiore di quello dei nuovi denarii bruni che ora rappresentano il parametro legale del valore; analogamente, entrambi i tipi restano in corso ad un valore proporzionatamente più alto dopo la comparsa nel 1115 dei bruneti, ai quali passa la palma di valuta corrente.
Intanto anche Genova è avviata da tempo verso la conquista di una piena autonomia politico-amministrativa e la partecipazione alla prima crociata (1098-1101), aprendo la strada alle conquiste coloniali ed al commercio oltremarino, imprime una spinta potente alla gestazione dell'organismo comunale ed alla moltiplicazione degli affari. Genova intraprende allora una politica espansiva che, sia pure a costi crescenti per il Comune, attraverso conquiste ed alleanze le assicura domini territoriali, beni immobili e cospicui introiti. La necessità di una moneta stabile (le ripetute svalutazioni del denaro pavese non favoriscono gli affari), l'orgoglio di una giovane società ambiziosa e la verosimile disponibilità di materia prima sono alla base della richiesta del diritto di zecca, avanzata da Oberto a nome dei concittadini ed accolta dall'imperatore Corrado II con suo diploma emesso a Norimberga nel dicembre 11386.
Sulla disponibilità e l'origine della materia prima si sa ben poco. Può essere che un po' d'argento si ricavi da qualche vena di rame argentifero del Levante presto esaurita; ma la maggior parte se non la totalità deve essere importata sotto forma di dirham arabi o miliaresi bizantini (guadagnati con i traffici, acquistati a buon prezzo in cambio di merci, ricavati dalle spedizioni contro i saraceni) e soprattutto (forse) sotto forma di metallo grezzo proveniente dalla Sardegna. E qui occorre ricordare i lunghi contrasti con Pisa per il controllo dell'isola (nota sin dall'antichità per le sue miniere d'argento), l'atto del marzo 1131 con cui Gonario II giudice di Torres dona alla chiesa di S. Maria di Pisa la metà del monte Argentiera nella Nurra7 e quello del dicembre seguente con cui Comita II, giudice di Arborea, dona alla chiesa di San Lorenzo ed al comune di Genova una chiesa, una curia con beni annessi e la metà delle vene argentifere del suo regno (medietatem montium in quibus invenitur vena argenti in toto regno)8; per quanto si possa dubitare del fondamento della fama di isola argentifera di cui gode la Sardegna nelle fonti del XII e XIII secolo9, il riferimento alle miniere d'argento in atti così solenni ne conferma l'esistenza e dimostra l'importanza loro attribuita dal donatore e dai beneficiati10.
Quando sia cominciata esattamente l'attività della zecca di Genova non sappiamo; il primo documento sicuro a noi pervenuto è del gennaio 1141 e riguarda la cessione ad un gruppo di privati della gestione della zecca con tutti i lucri connessi per un periodo di quattordici mesi a far tempo dal 2 febbraio11. Il documento è interessante per alcuni aspetti che si ripresenteranno di frequente nella storia locale, segnandola profondamente: le ristrettezze finanziarie del comune, che ricorre alla cessione temporanea di prerogative sovrane (in questo caso la gestione della zecca con annessi guadagni) per procurarsi un capitale in contanti (se in prestito o a fondo perduto non è chiaro), la formazione di un gruppo di sovventori privati, precursore dei consorzi che più avanti riceveranno in amministrazione i debiti pubblici (compere) ed il pagamento di un canone al comune da parte dei sovventori.
Nel caso concreto, la gestione della zecca (ianuensium moneta) è offerta publice (per asta pubblica) ed assegnata per lire 1700, di cui lire 1500 sono già state incamerate dal Comune per le proprie necessità; le altre 200 lire sono assegnate all'Opera di San Lorenzo in conformità di un decreto dell'anno precedente12. Inoltre gli appaltatori debbono versare ai consoli lire 40 ogni anno e conservare alla moneta genovese le sue caratteristiche attuali senza alterarle (il che fa supporre che la zecca funzioni già da qualche tempo). Tali caratteristiche sono esplicitamente menzionate nell'atto: lega di 1/3 d'argento con 2/3 di rame e taglio di 24 pezzi da un denaro per oncia, corrispondenti a 288 denari per libbra (gr. 316,75). Il controllo della qualità e la custodia delle monete sono affidati a due probiviri di nomina consolare, che hanno anche l'incarico di riscuotere il canone spettante al Comune; se nell'arco dei quattordici mesi non ricevono almeno i quattro quinti (de quatuor quinque) del canone, sono autorizzati a prelevare il residuo dalle monete in loro custodia13.
Il primo denaro genovese risulta quindi pesare gr. 1,10 con gr. 0,37 di argento fino, per cui la lira di conto equivale per legge a gr. 88 di argento monetato (poco più di un quinto del contenuto originario del denaro carolingio). Nel 1814, alla vigilia di quel Congresso di Vienna che porrà fine all'indipendenza dello stato genovese, la zecca sarà ancora attiva, ma su basi profondamente diverse: le tecniche di lavorazione saranno più raffinate, le monete saranno cresciute di dimensioni, il sistema sarà divenuto più complesso, ma l'equivalenza metallica della lira sarà di appena gr. 3,70 di argento fino.
Tra i gr. 88 delle origini ed i gr. 3,70 del tramonto, in un arco di tempo di quasi otto secoli, si racchiude la storia della moneta genovese.


1 Sino al 1540 per l'oro, al 1553 per l'argento e forse al 1555 per il biglione ed il rame.
2 Su questi aspetti, strettamente connessi con la gestione "industriale" delle zecche del passato, aveva già attirato l'attenzione P. F. Casaretto (La moneta genovese in confronto con le altre valute mediterranee nei secoli XII e XIII, in «Atti della Società Ligure di Storia Patria», LV, 1928, in particolare il cap. VI), ma la sua lezione è stata a lungo trascurata dagli storici della moneta. Soltanto nel 1975 la questione è stata riproposta da chi scrive nei suoi termini economici essenziali (Profilo economico della moneta genovese dal 1139 al 1814, in G. Pesce - G. Felloni, Le monete genovesi, Genova 1975, pp. 219-220), che successivamente sono stati fatti propri da altri studiosi (C. M. Cipolla, Storia economica dell'Europa pre-industriale, 4° ed., Bologna 1990, pp. 225-226).
3 P. Grierson, Cronologia delle riforme di Carlo Magno, in «Rivista italiana di numismatica e scienze affini», LVI (1954), pp. 65-79.
4 M. Prou, Catalogue des monnaies françaises de la Bibliothèque nationale. Les monnaies carolingiennes, Paris 1896, pp. XLIII-XLV; P. Naster, Trouvaille de monnaies carolingiennes à Zelzate, in «Revue belge de numismatique et de sigillographie», XCVI (1950), pp. 221-223; C. M. Cipolla, Le avventure della lira, Milano 1958, pp. 19, 108-109.
5 Egli ricorda che nel 1102 moneta denariorum papiensium veterum finem habuit et alia incepta noue monete brunitorum fuit e che nel 1115 i denarii bruni prioris noue monetæ mense octobris finem habuerunt, et alia moneta minorum brunitorum incepta fuit (Annali genovesi di Caffaro e de' suoi continuatori, I, a cura di L. T. Belgrano, Roma 1890, pp. 13 e 15-16.
6 Per l'edizione più recente del diploma di concessione v. I libri iurium della Repubblica di Genova, I/2, a cura di D. Puncuh, in Fonti per la Storia della Liguria, IV, Genova 1996, n.283, pp.16-18.
7 P. Tola, Codex diplomaticus Sardiniæ, H.P.M., I, Torino 1861, p. 207.
8 I libri iurium della Repubblica di Genova, I/1, a cura di A. Rovere, in Fonti per la Storia della Liguria, II, Genova 1992, n. 42, pp. 66-68.
9 M. Tangheroni, Dall'estrazione del minerale alla lavorazione delle monete ad Iglesias nel medioevo: le fonti, in La miniera, l'uomo e l'ambiente. Fonti e metodi a confronto per la storia delle attività minerarie e metallurgiche in Italia. Convegno di studi - Cassino, 2-4 giugno 1994, a cura di F. Piola Caselli e P. Piana Agostinetti, Firenze 1996, p. 94.
10 Sull'importanza dell'argento sardo dagli inizi del sec. XIII in poi v. P. Spufford, Money and its use in medieval Europe, Cambridge 1988, pp. 119-122; sui tentativi pisani e genovesi per il controllo delle miniere nel medesimo periodo v. anche R. S. Lopez, Contributo alla storia delle miniere argentifere di Sardegna, in Su e giù per la storia di Genova, Genova 1975, pp. 189-202.
11 I libri iurium della Repubblica di Genova, I/1 cit., n. 36, pp. 56-58.
12 Ibidem, n. 34, pp. 52-53: decreto del gennaio 1140 con cui i Consoli stabiliscono che, ogni anno in cui si conierà moneta genovese, vengano devolute lire 50 alla costruzione della chiesa di San Lorenzo.
13 Questa mi pare l'interpretazione più ragionevole di una clausola la cui formulazione originale può lasciare perplessi. Il Casaretto, così lucido e penetrante per altre cose, si è lasciato fuorviare dall'oscurità del testo ed ha ritenuto: 1) che «de quatuor quinque» indichi il rapporto tra il costo di fabbricazione (quatuor) ed il valore di emissione (quinque), ciò che implica un guadagno del 25%; 2) che non i probiviri per la quota di canone non riscossa, ma gli appaltatori per il mancato utile del 25% possano «trattenere la moneta, cioè… non metterla in circolazione fin quando non potessero conseguire nell'anno seguente quella percentuale di guadagno»: P. F. Casaretto, La moneta genovese cit., p. 63.

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