Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Archivio segreto dei Savoia (8/8)
di Carlo Richelmy

Stampa sera – 1 agosto 1953

(precedente)

La "bela Rôsin"
Dopo aver letto, su Stampa Sera del 23-24 luglio, l'articolo su «La bela Rôsin», la contessa di Mirafiori (erede del nome della moglie Vercellana 1 morganatica di Vittorio Emanuele II) ha voluto inviarci alcune informazioni e precisazioni, che in parte integrano quanto è stato scritto da Carlo Richelmy. Volentieri pubblichiamo questa lettera:
«Signor direttore,
Rosa Teresa Vercellana nacque a Moncalvo (Casale Monferrato) il 5 giugno 1833, e morì a Pisa il 27 febbraio 1885. Suo padre, Vercellana Giovanni, era tamburo maggiore nelle Milizie napoleoniche, decorato sul campo della Stella della Legione d'Onore dall'Imperatore. Dopo la Restaurazione prese parte alla spedizione di Grenoble col Reggimento Cacciatori Italiani; rifiutate in seguito le offerte dell'Imperatore di ritornare al suo servizio, ebbe da Vittorio Emanuele la medaglia d'oro al valore militare e, istituito l'Ordine militare di Savoia, ebbe la croce di cavaliere dello stesso ordine.
La Rosa Vercellana era una ragazza semplice; non accettò la corte di nessuno, a solo subì il fascino del Re Vittorio, fascino subito da tutte le persone potenti ed umili. Fu sposata dal Re Vittorio Emanuele il 7 novembre 1869, ed il matrimonio fu celebrato a San Rossore (Pisa) da S. Em. il cardinale Cossi, arcivescovo di Pisa, e come testimoni ci furono il conte Cappo Giuseppe Renzi, il conte Maurizio de Sonnaz, il conte cav. Federico di Castellengo. Il Re diede il titolo di Vercellana 2 Contessa di Mirafiori e Fontanafredda per lei, e per tutti i suoi eredi.
La Contessa Rosa di Mirafiori ebbe una ottima influenza sul Re, invitandolo e spingendolo a soccorrere gli umili.
I suoi due figli, Vittoria andò sposa al marchese Grimaldi Spinola, ed Emanuele sposò Bianca di Sordevolo di Firenze. Quest'ultimo lasciò la sua brillante carriera militare per dedicarsi all'agricoltura, ed il suo motto era lavoro per essere amato; egli raccomandò nel testamento ai suoi figli Vittorio e Gastone che sia bandita dalla casa la superbia, e che l'elemosina sia sempre il loro pensiero. Fra i tanti telegrammi giunti da tutte le parti del mondo, ricordo quello di S. M. il Re Umberto ai Conti Vittorio e Gastone: "Intesi con profondo rammarico la perdita del loro amatissimo padre. Per lui ebbi, sempre, il più sincero affetto. Questo sentimento sarà da me continuato alla famiglia del rimpianto Conte di Mirafiori, alla quale esprimo vive condoglianze".
Ed ora per amore della storia dichiaro che il Castello di Sommariva fu lasciato dal Re Vittorio al Re Umberto che lo vendette al Banco di Napoli con l'immensa tenuta sino a Sommariva Bosco. Il Banco di Napoli lo vendette al fratelli Sevi di Alba, che spezzettarono la tenuta; non rimaneva che il Castello circondato dal parco, e dalla vigna. La contessa Rosa di Mirafiori li acquistò. Il figlio del Conte Emanuele di Mirafiori ebbe la vita stroncata a 22 anni da una caduta da cavallo; già tenente nel Reggimento Piemonte Reale, il figlio Gastone si dedicò all'agricoltura, fu nominato deputato nel Collegio di Alba all'età di 30 anni, ed ebbe la più bella votazione d'Italia. Egli non venne mai meno alla fiducia che gli fu data, e lavorò sempre nell'interesse della Patria e della popolazione.
Margherita di Mirafiori».

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