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    Pezzi di storia

Come nacquero le fiere (2/2)
di Alberto Marzocchi

L'Illustrazione italiana – 14 aprile 1929 (supplemento)

(precedente)

A Francoforte sull'Oder, le Fiere furono in origine tre: in marzo, in luglio e in novembre, ufficialmente della durata di soli otto giorni ciascuna, ma in pratica di almeno il doppio. Ed erano dal Governo prussiano favorite di ogni esenzione e facilitazione per le merci e per gli uomini.

onorari La solenne presentazione degli onorari
al Rettore dell'Università di Parigi
il giorno dell'apertura
dell'antica Fiera francese del Lendit

E tre pure furono sul principio quelle di Lipsia, a Capod'anno, a Pasqua e a San Michele. Ma soprattutte quella di Pasqua fu celebre. In essa, accanto alle pellicce del Canadà e ai cotoni lavorati di Manchester, alle chincaglierie di Parigi, alle porcellane di Sassonia, agli orologi della Svizzera, ai vetri lavorati, ai tessuti, alle lane, ai ferri battuti, alle cineserie d'ogni sorta, al bestiame di ogni razza, ai prodotti d'ogni terra e d'ogni mano, tutti gli editori di Germania convenuti a imponente congresso, lanciavano le copiose edizioni dei libri nuovi. E, dilatatasi dalla Fiera alla città, Lipsia diventò il grande mercato librario che tuttora rimane.
Ma tale, per molteplici e complesse ragioni, si mantenne l'importanza delle Fiere in Germania mentre nel resto d'Europa ne declinava quasi dovunque l'istituzione, che da una statistica del principio dell'Ottocento si calcola il numero dei "mercatanti" e dei "compratori" intervenuti a quella pasquale di Lipsia a ben trentacinquemila, "senza contare gli ebrei".
E i prezzi in esse raggiunti servirono a lungo a fissare la media dei prezzi dell'anno su tutti i mercati, specie di sommario listino per le elementari esigenze d'un commercio ancora in infanzia pel mondo.
Senza contare le altre minori Fiere germaniche a Brema, a Colonia, a Treviri, a Magonza, a Berlino, a Stoccarda, a Cassel, a Brunswick, a Offenbach, sempre tutte fissate (come un po' al giorno d'oggi) con una cura meticolosa del calendario perché la rinomanza dell'una non dovesse danneggiare gli affari dell'altra, è certamente alla Russia che si deve lo spettacolo delle altre più grandi Fiere dell'Ottocento. Ecco, per la sterminata pianura, accorrere da ogni parte verso la confluenza dell'Oka e del Volga le carovane dei mercatanti, a prender possesso degli innumerevoli bazar di Nijni-Novgorod (stimati i più belli del mondo) pei due interi mesi della loro apertura. Un tempo questa celebre Fiera si teneva a ottantaquattro verste1 più a oriente, a Makarief, fin che essendosi, nel 1817, incendiati tutti quei padiglioni, il Governo colse l'occasione per trasportarne dall'anno appresso la sede a Nijni che essendo, per le varie ramificazioni dei canali e dei fiumi, in comunicazioni d'acque col Baltico, il Caspio e il Mar Nero, poteva ben a diritto considerarsi, in un paese così scarso di strade e così povero di altri mezzi di comunicazione, il grande emporio naturale di tutto il commercio interno della Russia. Tutta l'Europa orientale v'accorreva un tempo a scambiare i prodotti delle proprie industrie con quelli che tartari, armeni, circassi, kirghisi, mongolici, cinesi, persiani vi portavano dalle loro remote regioni, decuplicando la scarsa popolazione della fortunata città e coprendo letteralmente l'Oka e il Volga di navi. Le oltre tremila botteghe della Fiera erano suddivise in quartieri regolari, distinti ciascuno per la qualità delle merci, il tale per le sete, il tal altro per il tè, il tale per le pellicce, il tale, in enormi pile all'aperto, per il ferro siberiano, con una cifra d'affari che mezzo secolo fa si calcolava intorno ai duecento milioni di rubli.

Beucaire La vecchia Fiera di Beaucaire

Ma per l'esotismo delle merci e quello pittoresco della folla, la vinceva, sulla Fiera di Nijni, la seconda grande celebre fiera dell'antica Russia, a Kiashta, sulla frontiera mongolica con la Cina. Nel dicembre della sua festa, la piccola cittadina sperduta nel cuore della sacra Asia vedeva moltiplicarsi a dismisura la sua popolazione, e la sua sonnolenta funzione di semplice guardafrontiera elevarsi a quella di centro commerciale e politico di primo ordine, passando da essa in quel tempo tutto il traffico ed allacciandosi solo per essa ogni relazione politica fra i due imperi. I russi venivano a vendervi le pellicce, le pelli di montone e di agnello, i panni, i cuoi, le tele, le stoffe di lana, l'oro e l'argento delle loro miniere, i manufatti delle loro primitive industrie, il bestiame dei loro sterminati pascoli, e vi compravano dai cinesi il tè, le sete gregge e lavorate, le porcellane, lo zucchero, il rabarbaro, il muschio, le spezie, raggiungendo, soltanto fra i due paesi, cifre d'affari veramente imponenti. Nel 1831 ad esempio si esportò per Kiashta per quattro milioni e mezzo di rubli e si importò per sette milioni, rappresentati in maggior parte dagli oltre due milioni di chilogrammi di tè, fra il nero peko della migliore qualità e quello scadente destinato ai nomadi tartari e ai barbari siberiani. E per trasportare le merci in Europa, occorrevano allora, ai pochi monopolizzatori delle vie e dei mezzi possibili, ben due anni di tempo per via di terra e quasi tre per via d'acqua, a traverso i valichi impervi e i canali bloccati dai ghiacci per tre quarti dell'anno…

costumi Costumi esposti alla Fiera nel Palazzo del Louvre sul principio del secolo XIX

Religiosa e commerciale come da principio in ogni altra parte del mondo, l'avvicinarsi della Fiera estiva della Mecca popola le vie dell'Arabia delle innumerevoli carovane dei mercanti-pellegrini in via verso la città santa per baciarvi almeno una volta nella vita la Pietra Nera2 e per trafficarvi in onor del Profeta le merci che ciascuno porta con sé! Vengono dall'Europa e dall'Asia Occidentale per la via di Damasco, da tutta l'Africa maomettana d'oltre canale per le vie del Cairo e di Suez. E il gran mercato intorno alla sacra Caaba è dei più vivaci, affollati e pittoreschi.
Contrapposto al mondo mussulmano, il vasto mondo indù ha, nel cuore dell'Indostan, la sua Mecca a Hurdwar, a poco meno di duecento chilometri da Delhi. E là, sulle sacre rive del Gange, ove il fiume esce dai monti, la grande Fiera si impianta ogni anno verso l'equinozio di primavera, ma più spettacolosamente ogni dodici soli, al cadere dell'anno sacro. Allora da tutta l'India, da tutta l'Asia Settentrionale, due milioni tra mercatanti e pellegrini, tartari, afgani, persiani, traggono alla città santa a fare la sacra abluzione e a commerciar stoffe, scialli, tappeti, indaco, zucchero, spezie, frutta dell'esuberante produzione tropicale, cavalli selvaggi, bestiame d'ogni sorta. La polizia inglese tien ordine in quella paurosa babele di volti, di sangue, di lingue, di nomi, di patrie, di costumi che avanti la sorveglianza europea finiva sempre in disordini e in stragi. A parte le risse e i tumulti, un solo dodicesimo anno, nel 1819, quando fu dato ai devoti impazienti l'annuncio del momento propizio per bagnarsi nel fiume, la calca fu tale che si ebbero ben quattrocento morti tra schiacciati e annegati…

industria Parigi - L'Esposizione dei prodotti dell'industria, organizzata nel cortile del Louvre nel 1801,
col concorso di 220 espositori

In Italia, come nelle Fiandre e nelle città baltiche tedesche, un maggiore spinto di libertà, le tutele sempre accordate al commercio, le minori vessazioni ai mercanti, la maggior frequenza di strade e di grandi centri, una condizione civile più progredita, insomma, non resero così necessarie le Fiere del passato come altrove. Usarono pure da noi porti e mercati franchi, ma le città funzionando con le loro maggiori piazze da empori perpetui, non s'ebbero mai nella vecchia Italia le solenni adunate periodiche di Lipsia o di Nijni, né mai si vide la franca sarabanda a comando fisso di tempo d'un Lendit o d'un Saint-Germain.
Delle nostre maggiori Fiere, la più celebre fu certamente quella di Sinigaglia3 (finita nella parodia dei banchetti milanesi di Porta Ticinese!4), alla quale dal 14 alla fine di luglio e un po' ancora nell'agosto accorrevano italiani di tutti gli Stati, esteri di tutte le nazioni, levantini di tutti i mari, e tanto prosperosamente durò che nel primo quarto del secolo scorso si contava ancora la cifra delle importazioni per la sua via ad oltre ottanta milioni annui. Vi si trafficavano specialmente stoffe, merletti, passamanerie, ferramenti, acciaio, derrate coloniali, spezie, zucchero, pesce, chincaglierie, minuterie, in cambio dei nostri manufatti e dei prodotti naturali del nostro suolo e di quel del levante, frutta, olio, vino, formaggi, soda, zolfo, alluminio, oltre le sete gregge e filate. E gli Stati della Chiesa ne traevano lucro e splendore.

Poznan La Fiera di Poznan

Contavano pure in Italia le Fiere meridionali di Benevento, di Foggia e di Salerno, alla principale delle quali, in settembre, accorrevano molte nazioni d'oltremare: e nel settentrione quelle prevalentemente agricole di Reggio Emilia, di Savona, di Pinerolo, di Alessandria, quelle antichissime di Padova sul magico Prà della Valle, quelle di Bolzano, alle quali accorreva tutto il mondo svizzero e tedesco d'oltre alpe, e quelle di Bergamo ove, prima che in altri luoghi, venne eretto per degnamente ospitarle un apposito grandioso edificio munito all'interno di seicento botteghe e di altrettante stanze al di sopra per albergare i mercanti.
E più caratteristica di tutte fu quella sulla collina toscana dell'Impruneta, immortalata da tanti quadri e specialmente dalla celebre stampa secentesca del Callot.

Ma quando, con lo sparire del feudalismo, con l'affrancarsi delle libertà, col progredire del mondo, tutte le città rinnovate e ingrandite poterono di fatto considerarsi come altrettante Fiere permanenti riallacciate da facili e sicure vie coi centri principali di rifornimento, allora si cominciò ad avvertire la molestia di questi grandi periodici mercati ora ad est ora ad ovest, ora a nord ora a sud, che obbligavano i mercanti a continui dispendiosi e rischiosi spostamenti con tutte le loro merci, assoggettandoli a periodi di febbrile attività e ad intervalli di tediosa inazione: che forzavano le popolazioni a interminabili attese della propizia occasione di rifornirsi e all'aggravio dei sopraprezzi che, per le loro ingenti spese, i mercanti facevano naturalmente pesar sulle cose vendute; che costringevano i Governi ai forti dispendi pei tribunali e la polizia della Fiera e per la sorveglianza d'intorno, dispendi che non trovavano più la contropartita nel reddito diretto e indiretto d'un tempo. E mentre il commercio ridestato ricorreva al credito, alle rappresentanze, alla trattazione degli affari a distanza, le popolazioni meglio disciplinate si usavano ai quotidiani mercati e i Governi sostituivano alle volubili taglie le regolari dogane, le Fiere sminuivano sempre più d'importanza, restando soltanto qua e là come sporadiche scene di popolare esultanza (le Kermesses di Germania, di Olanda e delle Fiandre!) e non sopravvivendo nella loro antica funzione di mercato universale se non dove la civiltà più stentava ad imporre i suoi usi, le sue sicurezze e il suo ordine nuovo.
Si giunse così al lumicino.

Vienna La "rotonda" della Fiera di Vienna

Salvo le Fiere bestiame, prosperose ancora dovunque, o quelle di tutt'altro carattere come le Fiere di divertimenti o di beneficenza o di più particolari scopi e più curiose consuetudini, - come alcune religiose sui sagrati dei santuari, quelle parigine di Saint-Cloud o aux pains d'épice5, quelle alsaziane delle servette, quella bretone di Guingamp detta des pommes, per l'antico diritto del popolo di lanciar pomi… di gioia contro coloro che un tempo a nome del Signore dichiaravano aperta la Fiera (e anticamente il Signore del Ducato esigeva una taglia su ogni misura di mele che vi si vendeva e i trattori e albergatori della città dovevano recargli in gran pompa un pasticcio alto e largo due piedi!), o quella, pure bretone, del vicino villaggio di Brée… delle candidate al matrimonio, - non s'intese quasi più parlar seriamente di Fiere Generali in Occidente. Vi furono, è vero, ma con diversi intendimenti, le grandi Esposizioni nazionali, internazionali e mondiali, alle quali mancava soprattutto, delle antiche istituzioni, l'elemento della periodicità, pur restando imponenti rassegne di tutto il lavoro e di tutti i prodotti umani.
Fin che, dopo la grande guerra, per tanti aspetti risuscitatrice degli antichi costumi, il riesame della situazione economica del mondo, lo studio dei nuovi bisogni del commercio, l'aggiornamento delle manifestazioni alle necessità e delle iniziative alle aspirazioni, portarono alla grande risurrezione. Non più le pletoriche Fiere di merci da vendersi in serie sugli sterminati mercati, ma le semplici Fiere dei Campioni di tutti i prodotti dell'innumerevole industria, della più razionale agricoltura, di quanto la mano dell'uomo e la virtù della terra producon pel mondo, per esibirli riuniti alle valutazioni degli intenditori, allo studio dei concorrenti, ai bisogni di tutti.
Le antiche Fiere che, come quelle di Lipsia, seguitavano a trascinare la loro grama esistenza, si uniformarono subito alle nuove vedute: altre, ormai vive soltanto nella tradizione, risorsero vittoriosamente: cento nuove sorsero d'incanto dovunque e ogni anno sorgono, con un crescendo imponente.
Ora a tutte le cantonate i grandi manifesti a colori riesumano tutti i nomi e richiamano in tutti i luoghi: alla Fiera di Francoforte e a quella di Lipsia, a quella di Parigi e a quella di Vienna, a quella di Praga e a quella di Lione, a quella che non vuol essere più soltanto di cavalli di Verona e a quella solennemente inaugurantesi di Milano.

Milano Milano - L'antica "Fiera degli organetti"
vista dall'alto del Duomo

E le gare del mondo nuovo si uniscono a quelle del mondo vecchio.
Ecco per emulare gli sforzi di Praga che ha or ora costruito il primo grandioso moderno palazzo della sua Fiera, destinato a funzionare, durante le more delle più vaste competizioni, da Mostra Campionaria permanente per ben ottocento espositori, ecco Chicago lavorare alla costruzione di un favoloso "Marchandise-Mart" che, nel campo della sua Fiera, dovrà costituire la meraviglia delle meraviglie e già si battezza dalla fragorosa stampa d'oltre Atlantico il più grande palazzo mercantile del mondo, destinato a ospitare nei suoi innumerevoli piani una Esposizione permanente di merci per più che duemila espositori del mondo intero…
La battaglia si fa a sviluppo di costruzioni e a cifra di affari…
E tra il prodigioso fiorire delle Campionarie Generali delle quali nella sola vecchia Europa se ne annoverano già annualmente oltre trenta di veramente importanti, le Fiere e le Mostre di carattere particolare - come quella Coloniale di Tripoli, quella Orientale di Leopoli (che è per l'introduzione delle merci in Oriente ciò che è quella di Lipsia per l'introduzione delle merci in Occidente), quella delle sete artificiali di Manchester o quella gastronomica di Digione - e i cosidetti Salons delle industrie motoristiche si moltiplicano senza fine e le ormai sorpassate Esposizioni Universali non decampano6, secondo un calendario mondiale il cui solo riassunto forma attualmente un grosso volume.
Oriente e Occidente, Nord e Sud, tutto il mondo è uno sterminato mercato e, segno dell'universale lavoro e della prosperità universale, da Milano o da Lipsia, da Padova o da Bruxelles, da Fiume o da Barcellona, da Bari o da Leopoli, da Torino o da Smirne, da Bologna o da Birmingham, da Verona o da Salonicco, da Poznan o da Basilea, da Utrecht o da Budapest, da Londra o da Rio de Janeiro e da Chicago, sono dovunque i vivaci pennoni, i multiformi stendardi e le trombe echeggianti delle nuovissime Fiere a chiamare pel mondo…


1 Antica unità di misura russa pari a 1.066,52 metri.
2 Roccia nera nella Caaba della Mecca, baciata da Maometto nel suo secondo pellegrinaggio dopo l'Egira, l'esodo.
3 Senigallia, in provincia di Ancona.
4 La Fiera di Sinigaglia, mercato delle pulci milanese che risale al 1800.
5 Nel sobborgo di Saint-Antoine, così dette perché per tre settimane c'erano principalmente, oltre ad altro, giocattoli per bambini, confetteria, caramelle e soprattutto pan di zenzero.
6 scompaiono

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