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    Pezzi di storia

Il dialetto ligure
di Giacomo Devoto e Gabriella Giacomelli

Tratto dal libro "I dialetti delle regioni d'Italia" di G. Devoto e G. Giacomelli, 1972

L'area dialettale ligure è alquanto più ampia della circoscrizione amministrativa. Verso occidente essa comprende il territorio, attualmente francese, di Tenda e adiacenze, verso settentrione scavalca il crinale appenninico, per esempio a Garessio nella valle del Tanaro, a Novi Ligure in quella della Scrivia, a Bedonia in copertina quella del Taro, mentre a oriente coincide pressappoco con i confini amministrativi rispetto ai dialetti emiliani della val di Magra (amministrativamente in Toscana), e li sopravanza infine di una decina di chilometri alla frontiera del torrente Frigido, presso Massa.
I dialetti liguri appartengono, come quelli emiliani, lombardi e piemontesi, al gruppo dei dialetti gallo-italici. Si distinguono però dai tre altri citati, sia perché i caratteri gallo-italici sono meno vistosi, sia perché non dipendono da una diretta influenza gallica ma da correnti e influenze che hanno premuto dalla valle padana. Presa in sé, la Liguria non è mai stata gallica. La lingua indoeuropea che vi si parlava prima dell'arrivo dei Romani è detta «leponzia1».
Il processo di romanizzazione è stato tardivo e superficiale. Il periodo bellico si conclude nel 180 a.C. con la deportazione nel Sannio dei Liguri Bebiani e Corneliani. Di una colonizzazione non si può parlare fino all'età augustea, anche se i primi contatti dei Romani con Genova risalgono allo sbarco di Cornelio Scipione nel 218 a.C, quando, proveniente dalla Spagna, si dirigeva verso la valle padana. L'evento decisivo per l'inserimento della Liguria nella romanità è rappresentato dalla via Postumia, aperta nel 148 a.C, che collegava Genova con Tortona e Piacenza. Di qui, con la via Emilia si raggiungeva Rimini; donde la via Flaminia conduceva a Roma. Quarant'anni dopo veniva aperta la via Aemilia Scauri, più o meno corrispondente all'attuale Aurelia, con lo scopo di congiungere la Liguria con l'Etruria e quindi con Roma per la via più diretta.

Anche se non influenzata direttamente dalla cultura gallica, la latinità ligure rimane una latinità settentrionale. Le forze centrifughe, per quanto non favorite dalla gallicità soltanto indiretta che si è detto, si sono fatte sentire in altro modo: la latinità ligure, quale si conserva oggi, è una delle più deformate, e, osiamo dire, barbariche.
Gli esempi della gallo-italicità affermatasi anche in Liguria sono i seguenti: la Ü, al posto della U lunga latina così accentata come atona: brütu «brutto» lat. brutus; fümaea «nebbia» (cioè «fumara»); la Ö di fronte al dittongo italiano UO: növu per «nuovo», övu per «uovo»; il dittongo EI per E chiusa: beive «bevere», peive «pepe». Manca invece il passaggio di A in E negli infiniti, in cui si dice lavà «lavare» di fronte all'emiliano lavär o al piemontese lavè. La -N- intervocalica è pure pronunciata faucale2, lan-a.
La lenizione delle consonanti si accompagna negli altri dialetti gallo-italici all'eliminazione delle vocali finali diverse da -A, e, per conseguenza, a minori occasioni, per le consonanti, di trovarsi nella fragile posizione intervocalica. I casi in cui nei dialetti liguri si perdono le vocali sono solo quelli delle finali -NO -NE -NI: san «sano», can «cane», sen chen «sani, cani». Da -MO -MI si ha invece ramu «ramo», lüme «lume», rami, lümi «rami, lumi». Notiamo la vocale finale -U, di fronte all'italiano O, come desinenza nei verbi e nei sostantivi.
La caratteristica fondamentale dei dialetti liguri è invece quella di un violento squilibrio a danno delle articolazioni consonantiche, di numerose occasioni di incontri tra vocali incompatibili, e quindi di una struttura di parole quanto mai lontana da quella che era la base di partenza latina.
Da questi incontri di vocali nascono dittongazioni3 nuove, energiche contrazioni e persino spostamenti della sede dell'accento da vocali di colorito più scuro verso vocali di colorito più chiaro. I dialetti liguri più di altri possono dare l'impressione di una Babele fonetica.
Agli inconvenienti della lenizione consonantica si aggiungono quelli dell'unificazione delle consonanti liquide R e L in posizione intervocalica, e della successiva caduta, con altre numerose occasioni di incontri e adattamenti di vocali: aa «ala», attraverso ARA, caa «cara», müa dal lat. matura con la doppia lenizione totale di -T- e -R- intervocalici.
Spostamenti dell'accento si hanno in mèistru per «maestro» in una successione fonetica opposta al tipo toscano, in mòula per «midolla» o réisge per «radice», in seguito alla lenizione ligure della -D, in màiu per «marito» con la doppia eliminazione della R e del T, in màina e màusgi per «marina» e «marosi» in seguito alla caduta della -R-. Gli spostamenti di accento possono essere anche progressivi, per esempio in zuénu per «giovane».
Importantissime sono le contrazioni con la conseguente pronuncia di vocali allungate: mêgu per «medico», cêgu per «chierico»; bâgiu per «sbadiglio», propriamente da un tema del latino volgare (EX)BATACLO, sêsgia per «ciliegia».
La fragilità delle consonanti nei dialetti liguri appare attraverso la storiella del toscano e del genovese che gareggiano nel pronunciare frasi con scarso numero di consonanti. Il toscano dice: io vidi un'aquila volare, e cioè pronuncia una frase con meno consonanti che vocali. Il genovese risponde: a éia e âe? «aveva le ali?», senza nessuna consonante. Naturalmente l'influenza della lingua letteraria annacqua i caratteri dialettali più spinti e oggi si sente dire invece: a l'aveiva e ae? con tre consonanti. A questi procedimenti che scuotono a catena tutto il sistema fonetico ligure si accompagnano novità casalinghe, di scarsa portata in sé, ma che snaturano l'aspetto dei dialetti non più in direzione gallo-italica e settentrionale ma occidentale (provenzale) e meridionale (siciliana).
La palatalizzazione4 è caratteristica dei dialetti liguri per più di un motivo. Nei gruppi con L preceduta da consonante gutturale, essa segna il normale svolgimento settentrionale che a sua volta spinge a risultati estremi una tendenza già presente nel toscano. In toscano dai gruppi con CL- GL- si ha chiamare, ghianda; nei dialetti liguri, come negli altri settentrionali, si ha ciamà, gianda. Quando si hanno i gruppi con consonante labiale, si spezza invece ogni legame così col toscano come con i dialetti gallo-italici: di fronte alle coppie rispettivamente toscane e gallo-italiche di piano / pian, bianco / bianc, i dialetti liguri mostrano cian, giancu, con un procedimento che non ha paralleli se non in Sicilia e in altre aree del Meridione.
Nella sorte del latino factus si hanno tre soluzioni: la toscano-emiliano-veneta in fa(t)to, quella lombarda e provenzale in fac' e quella di tipo francese e piemontese fait, che si presenta nei dialetti liguri antichi nella forma faitu e in quelli moderni con la contrazione fätu. Analogamente di fronte all'italiano notte e al lombardo noc' si è avuto in Liguria prima noite, oggi nöte.
Finalmente ci sono casi in cui elementi palatali o palatalizzati provocano il processo opposto della labializzazione5. Il gruppo latino -TR- rimane in italiano sostanzialmente intatto, anche se talvolta lenito in -DR-: padre, madre. Nei dialetti liguri, secondo uno schema di tipo provenzale, si ha un primo passaggio a paire, maire; in seguito a questa palatalizzazione si ha la reazione labializzante puaire, muaire, che, con la caduta della -R- e conseguente contrazione genera le forme attuali puäa, muä. Questo avviene anche nel caso di altre palatalizzazioni: man, che al singolare non è né palatalizzata né labializzata, ha il plurale metafonetico muén che ha subito entrambi i processi.
Genova è il centro che determina il tipo ligure con le sue energiche innovazioni irradiantisi più o meno lontano. A occidente, per esempio a Pigna (prov. di Imperia), sono refrattari alle vocali miste dei tipi Ö Ü, ma non le rifiutano pregiudizialmente. Ne risulta l'inquadramento nella serie di E I: tali i casi di ceve «piove» che a Genova è ciöve, evu «uovo» che a Genova è övu; fimu «fumo» che a Genova è füme; frita «frutta» che a Genova è früta. Analogo è il caso che si riscontra alla Spezia, dove si dice fegu invece di fögu «fuoco».
Ma, al di là della Spezia, a Sarzana e adiacenze, non si tratta più di incapacità involontaria ad accogliere il tipo genovese, bensì si hanno attivissime le pressioni, da una parte toscane, dall'altra emiliane, e quindi non solo assenza di vocali miste ma minor lenizione e minor palatalizzazione. Nel territorio di Sarzana si dice roda invece di röa «ruota», meśura invece di meśüa «misura»; fogu invece dello spezzino fegu e del genovese fögu «fuoco»; si ha rabia e pianze invece del genovese ragia e cianze, come nei dialetti emiliani. Solo con questi ultimi vanno d'accordo le cadute di vocali protoniche e le eventuali metatesi come nei casi di vrità di fronte al genovese veitä «verità» o armendo di fronte al genovese ramendu «rammendo».

Per la morfologia bastano solo poche annotazioni, nel grande quadro dei dialetti gallo-italici. Si nota qualche cambiamento di declinazione rispetto all'italiano, per esempio di pesciu rispetto a «pesce» o füme rispetto a «fumo». Ma il carattere più importante della morfologia ligure è dato dall'impiego della metafonia a scopi morfologici, che si associa alle desinenze normali o anche le surroga.
Il plurale tradizionale di «grande» è grendi con una metafonia di A in E non essenziale. Vistosa ma ancora non essenziale dal punto di vista morfologico è la metafonia nel caso di plurali caciuéi, pescuéi, «cacciatori, pescatori» di fronte ai rispettivi singolari caciòu, pescòu.
Tipico esempio di metafonia, essenziale per distinguere il plurale dal singolare, è invece quella di chen, sen, «cani, sani», di fronte ai rispettivi singolari can, san. Che questi risultino da una contrazione con la I finale per così dire anticipata è mostrato dai tipi buìn, carbuìn, «buoni, carboni», che si distinguono, senza che si abbia contrazione, dai singolari corrispondenti bun, carbùn.
Nella morfologia del verbo influisce fortemente lo svolgimento dei pronomi personali che seguono un andamento parallelo a quello dei dialetti gallo-italici, sia pure con una maggior moderazione. Difatti il paradigma del presente di una locuzione verbale come «far rabbia» è in genovese vincolata alla presenza del pronome personale solo in due persone del verbo: fasu ragia, ti fä ragia, u fa ragia, femu ragia, fä: ragia, fan ragia.

Nel vocabolario sono in prima linea le parole tipicamente liguri, tra le quali sovrasta mugugno, ormai penetrato anche nella lingua letteraria. Seguono fra i termini di parentela frä «fratello» equivalente a «frate», «sorella» equivalente a «suor», fantin, fantin-a «celibe, nubile»; fra i mestieri e oggetti bancà, che faticosamente resiste alla penetrazione del tipo toscano FALEGNAME, già presente all'altezza di Chiavari; masacàn «muratore», anch'esso ormai insidiato dal tipo toscano, bügata «bambola», mandilu «fazzoletto», fi feretu «fil di ferro», beu «canaletto di irrigazione»; fra i termini correnti quä «voglia», brigua «pustola», ciätu «pettegolezzo, chiacchiera», a bretiu «a catafascio», véi «ieri», ascì «anche».
Altre parole si estendono anche a occidente e settentrione verso il Piemonte e il lago Maggiore, talvolta fino ai territori ticinesi e ladini: śögia «giovedì», cägà equivalente a un latino caligarius «calzolaio», ciavélu «foruncolo».
Altre gravitano piuttosto verso l'Appennino emiliano e il territorio lombardo, con documentazione più o meno ricca: asetàse «sedersi», insà «manomettere», la parola resa celebre da Balilla nella formula: che l'inse?; bulìtigu «sollecito», barba «zio», ferà «(fabbro) ferraio».
Parole dialettali che hanno connessioni più lontane sono acatà «comprare», anche meridionale, e toa «tavola» nel senso di «asse», che si trova anche nella Toscana costiera (non nella interna) oltre che in altre aree dell'Italia centrale.
Come esempi di parole di origine araba si possono ricordare méizou «mèsero, scialle da donna», dall'arabo mizar; macramè «asciugamani» dall'arabo mahrama; miscinùn «albicocca» alle ali estreme, nella Liguria occidentale e orientale, di fronte al genovese bricòcalu, infine l'esclamazione di festa scialla scialla!.

I dialetti liguri sono fortemente cambiati dal Medioevo in poi. Dante gli rimprovera l'eccessiva quantità di Z, delle quali però sopravvivono oggi solo le -Ś- sonore del tipo «rosa» e non le Z vere e proprie di «zero, zona, mezzo, tozzo».
Basta del resto una citazione di genovese antico, perché noi moderni si abbia l'impressione di un testo arieggiante al veneziano, dal quale invece il genovese odierno è lontanissimo. Ecco dei consigli sul prender moglie dal codice di un Anonimo del XIII-XIV secolo:
«Quatro cosse requer / en dever prender moier: / zo e saver de chi el e naa; / e como el e acostuma; / e la persona dexeiver (addirvi); / e dote conveneiver. / Se queste cosse ge comprendi, / a nome de De la prendi».
Sullo svolgimento dei dialetti liguri, Genova ha esercitato da prima un'influenza unificatrice, ma innovatrice, centrifuga rispetto al toscano. Le aree liguri della periferia occidentale e orientale sono, come si è visto, assai più conservatrici. Ma Genova si è aperta ben presto anche alle influenze toscane e uno spirito conservatore come Paolo Foglietta, fratello dello storico Uberto Foglietta, lo lamenta così:

Ri costumi e re lengue hemo cangié
puoe che re toghe chiù n'usemo chie
che «galere» dighemo a re garìe
e «fradelli» dighemo a nostri fré.
E «scarpe» ancon dighemo a ri cazé
e «insalatin-a» a l'insisamme assie
Sì che un vegio zeneize come mie
Questi Tuschen no intende a zeneizé.

Essi sono da parafrasarsi così: «I costumi e le lingue abbiamo cambiati / da quando qui non usiamo più le toghe / e invece di garìe diciamo «galee» / e invece di frè diciamo «fratelli». / E «scarpe» diciamo ai calzari / e «insalatina» all'insisamme (insieme di cose tagliate), / sì che un vecchio genovese come me / non comprende questi toscani nel loro genovesizzare».
Da cinquant'anni termini della lingua letteraria, tecnica, sindacale, penetrano nei dialetti liguri come in tutti gli altri dialetti italiani, rendendoli meno caratteristici. Anche la fonetica ne risente: oggi si dice avéiva invece di éia, fiure invece di sciû, marìu invece di màiu, zùvenu invece di zuénu.
La pronuncia italiana dei liguri risente invece non solo dei caratteri generali gallo-italici come la ripugnanza per le consonanti doppie e le Z sia sorde che sonore, ma soprattutto di quello speciale accento musicale sorto accanto alle vocali allungate. Esso ha condotto a una pronuncia più acuta delle vocali protoniche, cui segue una intonazione discendente dalle toniche e postoniche.
Aveva si pronuncia con A ascendente, seguita da -veva discendente.

Ed ecco alcuni esempi di dialetto ligure di quattro località da occidente verso oriente, tratti come al solito dai Parlari italiani in Certaldo di G. Papanti:
Da Taggia (Imperia): Mi dunca digo, che inte chei tempi ch'u gh'eira u prumo Re de Zipri, dopo che Gotifrè de Buglion ha faito a conchista de Terra Santa, u l'è seghìo, ch'una rica femena de Gascogna a se n'è andaita in pelegrinaggio au Santo Supercru; e cando a se ne vegniva, arrivàa in Zipri, da certi birboi d'omi i ghe son staiti faiti degli affronti con maineire da vilai. Per chesta cousa essa arraggiandose, e non sapendo darse paxe, a la pensao d'andaasene a laumentàa da u Re (A cura di Bonaventura Viani).
Da Sassello (Savona): A diggo dunque ch'ai tempi der primm Re 'd Cipro, dopo che Goffredo l'eiva conquistà ra Têra Santa, l'è successo ch'una damma 'd Guascogna r' è andà an pelegrinaggio au S. Sepoulcro, e an tou ritorno arrivà a Cipro, da zerti carognoui r'è sta tratà coum una béstia; ounde inconsolabile an toû sò dourou, r'à pensà 'd fênan una lamenta au Re. (A cura di Antonio Buonfiglio).
Da Chiavari (Genova): Diggo donque, che a-i tempi do primmo Rè de Çipro, doppo a conquista faeta da Taera Santa da Goffreido da Baglion, l'è successo che unna scignôa de Goascogna a l'è andêta in pellegrinaggio a-o Santo Sepulcro, e ne-o tornâ de là, quando a l'è arrivâ in Çipro, a l'è staeta piggiâ a-o lô-o, e mâtrattâ da çerti cattivi suggetti. Laé desgustâ, perché da nisciun a l'êa compatìa, a l'à pensoû d'andâsene da-o Re (a cura di Pietro Emanuele Devoto).
Da Sarzana (La Spezia): Ar tempu der primu Re de Cipru, dopu che Gufredu i a avù pigià Tera Santa, la gh'è stà na dona de Guascogna, che arturnandu dar Santu Sepulcru, dove l'era andà en plegrinagiu, quand la fu arivà a Cipru zerti orni pogu de bon i l'an ufesa propriu da vilan (A cura di Achille Neri).

Accanto a queste leggiamo la diciannovesima favoletta dell'Esopo Zeneise di Martin Piaggio:

Unn-a musca de stae (estate), stanca e affanà.
In scë corne d'ûn beu a s'andò a posâ,
E a ghe disse: «Se mai te peisu troppo
Dimmeo che me ne vaddo de galoppo
Sciolla (stupida) rispose u beu, ti me fae rïe.
E chi saveiva che ti fosci chïe?

1 lingua parlata dal popolo celtico dei Leponzi (Leponti o Lepontini) nelle Alpi centro-occidentali
2 suono articolato dalle fauci, faringale
3 vocale segmentata in due vocali diverse
4 le consonanti sono pronunciate sul palato
5 suoni pronunciati con labbra arrotondate e protese

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