Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Luca Cambiaso nel quarto centenario dalla nascita
di Piero Torriano

L'Illustrazione italiana – 18 dicembre 1927

Bello e ammirevole sempre è l'esempio di Genova. Pur in mezzo al più vivo tumulto della vita moderna, quest'antica città sa come forse nessun'altra mantenere intatto il suo cuore. Le vetture elettriche, le automobili, i treni vi girano intorno senza per anche toccarlo. Le case che vi si levano alte, puntellate fra loro e asserragliate in massa compatta, sono appena divise da auguste fenditure che vi s'incrociano dal monte al mare.

quadro 1 Venere e Amore

In quei vicoletti, così serrati da secoli, pulsa la parte più viva della città che vi si chiude con le sue memorie, con la sua fede e con la sua volontà più dura: in alto, in alto, come a dirvi che il sogno è vano e vivere è necessario, essa vi lascia a stento vedere una sottile striscia d'azzurro donde la luce piove più attenuata con qualche macchia d'oro più in cima e qualche sfumatura perlacea che viene a spegnersi nel lividore del fondo dove non c'è spazio per oziare e la gente affollata s'affretta ai negozi. Bugnati robusti, grandi portali di pietra nera o di bianco marmo leggermente roso dall'aria salsa, con sopra scolpita l'immagine guerriera di San Giorgio, porte massicce e chiovate [chiodate], gradini di lavagna, atrii cupi e austeri. Improvvise e brevissime pause di sole e di cielo v'offrono per un istante una visione d'Oriente: ma poi tutto si richiude, tutto è aspra volontà di difesa e di lotta. In quegli edifici altissimi e misteriosi sentite compressa e sempre vigile una vita severa, una religione sicura, un'energia febbrile. E se passando sotto un archivolto entrate per uno di quei chiassuoli [vicoli] laterali, più deserti e tortuosi, vi può apparire all'improvviso, oltre il varco di un portone, cinto d'un loggiato romanico un antichissimo fondaco mezzo rabberciato e otturato con sopra una gradinata di fabbriche d'ogni tempo: e vi parrà quasi di sentire ancora il fiato caldo del Levante, o il fragore dei crociati che vi stanno accampati in attesa dell'imbarco.

quadro 2 Venere e Adone

Ma poi a un tratto il vicoletto s'apre su una piazza piena d'oro e d'azzurro: ed ecco la cattedrale, con i suoi leoni accovacciati, i suoi tre portali, la sua fronte a strisce bianche e nere. Nelle chiese e sul mare l'anima di Genova sembra darsi liberamente, senza misura e senza freni, in generoso abbandono e con impeto audace. Mirabili chiese nelle quali ogni età lascia le sue tracce: i suoi voti e le sue ricchezze, i suoi doni le sue prede i suoi trofei. Poi, via via che scendete al mare e in margine al porto, le vie son più fitte di popolo: le locande e le taverne, che vi s'ingolfano ai lati gialle di luce elettrica, tramandano un odor acre d'olio e di pesce che si mescola a quello della salsedine e del carbone: vi si vedono donne brune e formose con abbondanti capigliature lucide e intonse, uomini adusti la cui parlata aspra e sonora domina lo strepito. S'incontrano volti d'ogni razza, ma quella indigena vince e resiste, inconfondibile. Qualche moro cammina ciondolone, qualche cinese pallido e funereo striscia lungo i muri, una combriccola d'anglosassoni escono vociando da una bettola, rasentando la padrona che di sull'uscio li guarda con occhio duro e orgoglioso. Nulla di più avvincente che questo spettacolo di un'antica razza che si conserva. A mantenere questo spirito intatto, a conservare questo fuoco sacro trasmesso da generazione a generazione, questo tesoro di idee di gusti e di costumi ereditari, è sorta in Genova - unica forse del genere e ad ogni modo esempio a quante nacquero dopo in Italia - un'associazione di genovesi autoctoni, la quale ha ripreso il nome della «Compagna», primo nucleo originario del Comune genovese.

quadro 3 Diana e Calisto

«La Compagna», che conta oggi 25000 soci, fu fondata il giorno di San Giorgio del 1923. Benito Mussolini visitandola disse: - Sono orgoglioso di appartenere alla «Compagna». La sua attività è varia e sempre rivolta alla conservazione ed all'esaltazione delle memorie e tradizioni liguri. Tra l'altro l'associazione provvide già a far rifondere il campanone di Palazzo Ducale rotto dal fulmine e a celebrare la memoria di Marco Polo che, prigioniero di Genova per quattro anni, quivi si dice che dettasse il Milione. Ricorrendo quest'anno il quarto centenario della nascita di Luca Cambiaso, la «Compagna» ha organizzato una bella e utile mostra di opere di questo pittore le quali furono scelte e raccolte dall'architetto Mario Labò.

Luca Cambiaso, detto anche Luchetto da Genova, non lavorò che nella sua città e non se ne allontanò mai, tranne gli ultimi due anni di sua vita quando andò, chiamatovi dal Re di Spagna, a lavorare a Madrid dove noti nel 1585. E' un pittore fecondissimo e genovese per eccellenza, che della sua città ritiene l'opulenza e la religiosità, il gusto del grande e insieme quel soffio di paganità che vi s'insinua col Rinascimento senza per altro scuoterne la profonda anima cattolica. Disegnatore fiero e grandioso, compositore magnifico, prontissimo di mano e d'immaginazione traboccante, egli fu il fondatore della prima scuola di pittura genovese e l'iniziatore della grande tradizione dell'affresco ligure. Valga per tutti il Ratto delle Sabine ch'egli dipinse nella villa imperiale dell'Albero d'Oro a Terralba: affresco superbo dove contro uno sfondo d'architetture sontuose vedete muoversi una folla di cavalli, di giovani donne e di guerrieri.

quadro 4 Cristo alla Colonna

Una storia di passione, ripetuta da tutti i suoi biografi, avvolse per molti anni il fine della sua vita d'un velo di pietà romantica. Il buon Luchetto, rimasto vedovo ancor in buona età con sette figli, s'era tirato in casa per aiutarsi nell'allevarli una certa Argentina, sorella di sua moglie; formosissima donna della quale perdutamente s'innamorò. E, come le leggi canoniche gl'impedivano di sposarla, per esserne sciolto egli andò fino a Roma a pregare il Papa, il quale al contrario l'ammonì gravemente esortandolo a liberarsi da quella passione indegna e a separarsi dalla donna amata. Luca, diceva la storia, ubbidì, ma non guati però di quell'amore che lo afflisse sempre più, così da oscurarne la pittura e abbreviarne la vita. Il colpo mortale gli venne infine quando, chiamato, come s'è detto, all'Escuriale dal Re di Spagna, e conquistatane la benevolenza, ardì invocarne la sua regale intercessione presso il Papa e n'ebbe invece da quel re cattolicissimo un più severo rifiuto. Se non che, alcuni anni sono, uno studioso d'arte genovese Mario Labò - l'ordinatore della mostra attuate - poté dimostrare con documenti inconfutabili che, se pure il Cambiaso non sposò la cognata, tuttavia non se ne divise e n'ebbe anzi una figliola di nome Camilletta che nacque cinque anni dopo la pretesa ammonizione papale e che il padre più tardi anche legittimò.
Così vien meno la patetica leggenda che fece morir Luchetto di mal d'amore; ma non c'è poi tanto da rammaricarsene perché al lume della verità quella pittura dell'ultimo periodo che già parve intenebrata dalla passione e da relegarsi nel manierismo, oggi a noi sembra proprio quella più originale e risolutiva del temperamento dell'artista: quella poi da cui risaltano più vive certe sue doti che meglio rispondono al nostro gusto moderno. Liberatosi dagli influssi di Perin del Vaga e da talune reminiscenze veneziane, venutegli attraverso al Pordenone, il Cambiaso qui s'avvia ad una maniera più semplicemente costruita, forte di chiaroscuro, sobria di colore, riducendosi alle volte ad un monumento severo, rialzato con poche note vivaci, e cercando sopra tutto la composizione e l'equilibrio dei volumi, ch'egli sente in modo particolare.

quadro 5 Cristo davanti a Caifas

Ma quel che più piace nei dipinti minori di quest'ultimo suo periodo è di scrutare, oltre il vigore plastico, il sentimento dell'artista che qui rivela la tragedia interiore del suo animo tutto preso fra la passione dell'amore e la fede religiosa Qui appare la sua natura mistica e carnale ad un tempo. Ed ora è una sensualità raffrenata e quasi dolente e nostalgica che si svolge in figurazioni pagane, ed ora è una tragica misticità che nasce da violenti contrasti di luce e da scene di commozione sincera. L'amore e la fede, il peccato e il rimorso avvicendano il loro dramma. «Quels cantiques Dieu fait avec nos péchés et nos souffrances"» scrisse Léon Bloy che di queste contradizioni del cuore umano s'intendeva.
Ed ecco Venere che piange la morte di Adone, dolcissima composizione, bilicata [bilanciata] con ritmo tranquillo, piena di grave malinconia: Venere, soccorsa invano da Cupido, vi apparisce tutta molle e dolente, in un'atmosfera ombrosa e dorata dove risuona anche più cupa la nota sanguigna del panno che ricopre il morto disteso con bellissimo scorcio nel centro del quadro; ed ecco Cristo suffuso di mite dolcezza, profilarsi nell'ombra al chiarore delle torce dinanzi a Caifas, il quale appare torvo e sinistro, biecamente illuminato con un manigoldo accanto e quasi scolpito con drammatica efficacia.
E il volto della bella Argentina, il volto del suo peccato, non si distacca mai dal cuore di Luca e si mescola ad ogni sua fantasia, ricomparendo ora nella figura di Venere piangente, ed ora in quella di Diana che scopre l'errore di Calisto ed ora in quello più affettuoso di qualche Madonna.
Questa mostra di Luca Cambiaso è piena di attrattive ed utilissima ad un più profondo studio del pittore. Le opere scelte con molta accortezza spiegano compiutamente, dal principio alla fine, il vario cammino della sua arte, mettendone specialmente in rilievo taluni aspetti meno noti, o trascurati e pur tuttavia degni di ammirazione.

© La Gazzetta di Santa