Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Sul mare
di Tartaglia

L'Illustrazione italiana – 1 agosto 1926

Da dove vengo? Dal mare. E ci torno. Perché si ha un bel dire: se ne può stare lontani settimane mesi ed anni, che pare di non doverne subire più il fascino, ma non Cristo appena tra volta e volta d'un tunnel ne rivedete uno spicchio, uno scampolo, tanto quanto un fazzoletto, «ve s'apre er core come uno sportello».
Pioggia, vento, grandine in Liguria… ma ha piovuto un po' dappertutto. Tempo pazzo anche sul lago di Como… E dunque, tanto fa, torno al mare.
Benedetto il prefetto di Genova che ha vietato a uomini e donne quel girare per le vie cittadine in accappatoio e in costume da bagno! In qualche raro caso… a veder le cose come stanno, l'occhio ci guadagna, ma il più delle volte eran dolori veri, attentati non al pudore ma all'estetica. Certe braccia e certi fianchi e certi piedi che facevano ira e pena. Ora tutte con le vesti e i pigiama e le scarpe… e qualcuna persino coi capelli.
Poche, ma ce n'è ancora; e vien voglia di ringraziarle perché resistono ancora nonostante le sobillazioni e gli esempi. S'è tagliata i capelli, non sulla spiaggia ma a Courmayeur, anche la Tina che si prepara a festeggiare le nozze d'argento - sono tra giorni - con la zazzeretta. Anche lei! siciliana e conservatrice. Proprio vero che se venisse la moda di mettere gli anelli al naso, come si fa alle bufale, le donne le metterebbero senza esitazione.
Cera l'altro giorno a Rapallo una ragazza giovane e bellina, con i capelli tagliati a ragazzo tignoso e il monocolo all'occhio che faceva pruder le mani dalla volontà di darle un ceffone tanto per buttarle giù il cristallo. E la sigaretta tra le labbra, si capisce, e tanto di bocchino e la sua colonna di fumo dal naso…
Ma qualche bella treccia bionda c'è ancora e che Dio ce la conservi. E a tavola, sulle terrazze, si vedon meno bozzime e meno blu e meno bubboni, che è già qualcosa in progresso. Vivano le autorità costituite e le disposizioni prefettizie. La gran bellezza di questi giorni di festa son le processioni e le sagre sulla spiaggia.
Domenica ero a Genova: dopo quasi un secolo dacché non si mostrava più, forse perché la cerimonia era degenerata in baldoria carnevalesca e in pretesto di risse, fece la sua solenne ricomparsa la Casaccia di San Giacomo delle Fucine. Gli spiriti religiosi se ne compiacquero, ma più ancora, più assai i tradizionalisti, i fedeli a un regionalismo a un campanilismo che non vieta anzi rafforza l'amore alla patria più grande.
Quelli della «Compagna» - i genovesi di Genova autentici - esultavano. Gli altri ammiravano la magnificenza dei paramenti, dei tabarri, lo sfarzo dei velluti e delle sete gialle, celesti, rosse, viola e la meraviglia di quei gran Cristi tenuti su in equilibrio, che pare un miracolo se non precipitano.
Un tempo (leggo in un articolo erudito e colorito dell'amico Umberto Villa antiquario e giornalista e zenese purissimo) il portatore del gran «Cristo nuovo» che è il più grave di peso e artisticamente il più bello per la squisita perfezione della modellatura, non ancora affaticato dal lungo percorso, dove sì e no accettava il cambio, giunto ai piedi della scalinata di San Lorenzo l'ascendeva con quell'adorabile e terribile peso «in crocco», come si dice, e cioè senza l'aiuto delle braccia, così, a gonfalone, quasi di volo, e si fermava poi d'un colpo sull'ultimo gradino come se uomo e croce fossero diventati una cosa sola e di pietra. Roba da Spalla o da Raicevich. E pagava per compiere quella prodezza. Che se invece incespicava, e traballava nell'ascesa eran fischi furibondi e conseguenti scazzottature tra gli ascritti delle varie confraternite…
Domenica scorsa non sentii né fischi né applausi lungo il percorso, ma tutto intorno un oh lungo e fioco. Per quelli che sostenevano i gran crocifissi e per quegli altri che stavan sotto alla Cassa raffigurante San Giacomo armato a cavallo, nell'atto di sconfiggere gli infedeli con tanto di bandiera con la mezzaluna. La processione si fermava di tratto in tratto per riposo innanzi ai banchi già predisposti, bevevano un «gottin» di vin bianco, e poi su ancora, in cammino fra lo stupore della folla.
Stupore nuovo ed antico. Or fa un secolo e mezzo Charles Dupaty, che scrisse lettere gustosissime sull'Italia, interrogato rispose che molte cose l'avevano colpito a Genova, ma queste due specialmente: che certi cacciatori sui terrapieni liberassero le quaglie per avere il gusto di ammazzarle; che certi individui pagassero fior di quattrini per portare le croci che pesan quintali.
I tiri alle quaglie sono scaduti del tutto, e qua e là sul littorale ci s'è aggiunto con fortuna anche maggiore i tiri al piccione, e individui che paghino per portar le croci e tanto più paghino quanto più son pesanti pareva non si dovessero trovar più che nelle novelle siciliane o della Pescara, ma tornano ora per le vie e per le spiagge in questo gran rifiorire di cerimonie e di feste religiose.
Feste di parata o risveglio di fede? Lo dica chi più e meglio sa.
E domenica sera che folla a Santa Margherita per la luminaria, per il concerto bandistico e per i fuochi d'artificio in onore di Nostra Signora della Rosa. Mai vista tanta gente né a Santa Margherita, né altrove. I fuochi sul mare ottennero un successo quale non si vide mai l'eguale. E sì che c'era gente smaliziata ed avvezza a spettacoli pirotecnici. L'attesa, invece di stancare, aveva eccitato gli animi e messo un gran stupore negli occhi… perché a Santa Margherita, ad esser sicuri di aver la cortina di tenebre o per lo meno di cupo nel fondo, accesero i fuochi dopo mezzanotte. Quelle migliaia e migliaia di spettatori parevan tutti tornati fanciulli. C'era gente venuta di lontano, dalle due riviere, e non se n'andò fino all'alba. Tutti a cantare, a bere acque gelate e vini bianchi, a godersi lo stellato e lo sciacquio riposato del mare sino ai treni del mattino.
La popolazione stessa di Santa Margherita, per fare onore e compagnia agli ospiti, rimase sulla spiaggia, e più d'uno si sdraiò sulle barche e più d'uno si staccò dalla riva. I letti deserti.
Lunedì la maggior fabbrica non aveva che due lavoranti: tutti gli altri si rifacevano della veglia notturna e del gran muoversi e del gran bociare.

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