Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Lo scorno di Dragutte il pirata
di Pier Angelo Soldini

La Stampa - 26 agosto 1939

Si tratta della piacevole lettura romanzata di una vicenda storica che è stata oggetto di precedenti articoli di taglio storico pubblicati dalla Gazzetta nel 2017 ("Il saccheggio di Rapallo del 4 luglio 1549") e nel 2019 ("Bartolomeo Maggiocco (1528-1605)".

Dragutte. Basta il nome a metterti in gran sospetto. Qui c'è puzza di buriana: teste che volano e donne in perdizione. Un nome di quelli, Dragutte, che non transigono: deciso e risoluto come una intimazione. Chi se lo sente addosso non può esimersi, dinanzi alla storia, dal compiere gesta fuori del comune: diavolerie o Dragut peggio ancora. Lo stesso che chiamarsi Sacripante, Rodomonte e Saladino. Infatti Dragutte…
Prova ad aprire una qualunque enciclopedia: anche una da pochi soldi. E vedrai che il nostro eroe s'è pappata, per l'eternità, almeno mezza colonna. Al pari d'un venturiero, d'uno scopritore di nuove terre, d'un martire e d'un poeta.
Anche in Francia c'è chi lo conosce. E lungo tutte le coste dell'Iberia. Tanto le sue truculenti imprese hanno dato da fare alla pacifica gente.
Ma qui, dentro il golfo Tigullio, e specie in quel di Rapallo, dove il pirata ha addirittura scatenato il finimondo, qui è rimasta tanto viva nel terrore del popolo la memoria delle sue scorribande, che basta scantonar ancora oggi un pochino per sentirsi subito dire: - Tu sei peggio di Dragutte.
E non c'è addolorata madre che non lo urli al figliolo screanzato. Non c'è morosa che non dia, nel nome del corsaro, la stura alle lagne dinanzi all'impassibile ganzo: - Tu mi fai soffrire più che Dragutte! - E Dragutte è il marito briaco, Dragutte il padron di casa, Dragutte persino l'innocente fattorino che ti porta la bolletta del gas…
Voi credete che io scherzi: ma andate un po' alla Galleria degli Uffizi in Firenze. Eccolo là, Dragutte. Gli han fatto un quadro ad olio grande così. Un quadro, dico, degno da museo, tanto il «soggetto» meritava d'essere eternato. Ceffo rubesto, tutto sdruci e spavalderia: una grinta di quelle che, appena la vedi, ti vien subito da pensare: «questo è un mangiacristiani».
Dunque a Dragutte, mentre con la flotta corsaresca sta incrociando al largo di Portofino, in attesa che qualche barca della Serenissima incappi nella sua rete, al taciturno Pirata si presenta un uomo di ciurma. Uno di quei vigliaccuzzi disposti a tradir il padre medesimo pur di guadagnarsi un posto sotto coperta: dove non ci sia da arrischiare un fendente sugli orecchi ad ogni accostata.
Notte di bivacco
Il golfo, tra Sestri e la Cervara, pare una tela dipinta. L'acqua chiara, cilestrina, immobile come un arazzo da stendere sul balcone. Vicino alla costa si vedono fluttuare nel fondo i mazzi delle alghe. E e meduse lentamente salgono alla superficie simili a bianche ninfee che stanno per aprir la corolla al tepore del sole. Primavera dell'anno 1549.
Le intenzioni del Corsaro sarebbero quelle d'arrangiarsi un paio di buone imbarcazioni, con mercanzia e tutto. Ma Dragutte non ha voglia di pensare all'abbordaggio. E' triste. Cammina svogliatamente lungo la murata e scruta a quando a quando il filo della cotta dei barchi genovesi solo per l'onor del nome direi. Appunto perché si chiama Dragutte. E, quando un pirata si chiama Dragutte, proprio non può, in coscienza, anche se ha intenzione d'essere una volta tanto magnanimo e generoso, proprio non può voltarsi da l'altra parte nel vedersi passar sotto il naso una qualche povera vittima.
Anche la ciurma è melanconica. Malata, come si dice nel gergo marinaresco. E non c'è uomo che non guardi alla terra senza che non gli si stringa il cuore. La cerchia dei monti che cinge il golfo è tutta rinverdita. A quando a quando giunge a bordo il caldo alito della terra, da stordire. Lontano, le case dai balconi fioriti, con donne e fanciulle alla finestra. Pare di udir cantare, quando stormisce un alito di brezza tra le vele in bando.
Sì che, quando il marinaro dice al Pirata di conoscer gli approdi per sbarcare, quando gli dice che lui conosce la fanciulla più bella del golfo, Dragutte fa scendere le vedette dalle coffe e promette alla ciurma una notte di bivacco.
La canaglia a terra
Doppiata, all'imbrunire, la punta di Portofino, e guadagnata, lentamente, dentro la foschia della sera, la piccola ansa di Pagana, appena tutte le ombre della notte son calate la flotta corsaresca irrompe nella rada di Rapallo.
Tutto il borgo è immerso nel sonno. Nel dolce languido sonno delle notti di primavera: l'unica stagione dell'anno in cui ci si addormenta con il volto sereno come quello dei fanciulli. Senza contorsioni per il freddo, senza patemi per la gran calura: ma lungo distesi, ché l'aria è carezzevole, morbida, e pare di stare in paradiso, sulle nubi di bambagia, anche se il letto è imbottito di nodosi granturcali. Chi non dorme, poi, chi è in giro a far l'amore guarda il cielo, nelle notti di maggio. Guarda le stelle. E le finestre socchiuse. Non guarda il mare. Il mare lo si guarda per rimpiangere, non per desiderare, per scordare, non per attendere. Ve lo dico io che sono stato marinaro. Lo si guarda per perderci nell'infinito, sì da non sentire più il peso di queste nostre quattro ossa, per lasciar evadere le pene.
Avvenuto in silenzio l'attracco, fu poi come lo sgranarsi della folgore a ciel sereno quando il primo pirata balzò sulla banchina del porto. Un urlo. Poi il boato di tutta la ciurma che scavalcava le murate. E rumor di ferraglie: ascie, spade, picche e randelli al vento. La calata fu invasa dalla forsennata canaglia. Porte scardinate, masserizie che volavano dalle finestre, donne che si divincolavano disperatamente dai furibondi abbracci degli assalitori, magazzini a sacco, cantine prosciugate. Poi, le fiamme dell'incendio. Come se il fuoco si fosse affrettato a disperdere l'orrore della barbara scorreria.

Non dice il discreto cronista quante vergini e quante mogliere furono vittime delle furenti brame dei turcomanni. Dice invece, con un piglio così compiaciuto che par di vederlo sorridere, dà per sicuro che l'accanito Dragutte rimase a bocca asciutta.
Perché, la più bella fanciulla del golfo (quella che il ruffianello gli aveva promessa in caso di sbarco) tanto urlò e pianse, tanto si sciolse in strilli e lamenti che riuscì a farsi udire dal fidanzato proprio quando, a una spanna dalla prora della goletta ammiraglia, stava per perdere le forze e la speranza di cavarsela alla meno peggio.
Sì che, il fidanzato, certo Bartolomeo Maggiocco, ebbe luogo e maniera, nell'accorrerle in difesa, ad accaparrarsi il primo posto nell'elenco degli eroi paesani. Oltre alla bella soddisfazione, dico, di riportarsi a casa sana e salva, intatta, l'amorosa.
Era, il Maggiocco, un giovanotto moderno dei suoi tempi. Rampollo d'una delle più illustri casate di Rapallo, non c'era, in paese, chi fosse stato più in vista di lui: sia per le avventure amorose che per le imprese nel campo del diporto. A differenza che, invece d'esercitarsi con la racchetta del tennis, partecipava a giostre e raduni con certi spadoni e certe picche da porre in soggezione un armigero vero. Gli attrezzi sportivi di quel tempo, insomma.
Quindi, allenato com'era a menar botte sacrosante, quando calò dalla collina, dove appunto abitava con la famiglia, fu un uragano di sventole e stoccate da seminar teste rotte lungo tutto il cammino che percorse. «Tre turchi decollò» dice il cronista: ed altri tre ridusse con la trippa di fuori, e ad altri ancora aperse il cranio come con i cocomeri, e ad altri ridusse l'ossame in tritumaglia. Sino a che, con l'aiuto dei paesani che intanto s'erano un poco rimessi dalla sorpresa, riuscì a liberar la fanciulla e a ributtare in mare la ciurmaglia barbaresca.
Salpata in fretta e furia l'incauta flotta, il povero borgo continuò a bruciare sino all'ultima casa. E non c'era chi si fosse avanzato, dalla rapina, un solo cucchiaio di legno. Chi non avesse avuto le costole peste o qualche sforacchiatura nella pelle. Ma l'onore era salvo. E, lungo ogni vicolo, erano tanti e poi tanti i saraceni con le cuoia sbucciate, da elevarne cataste come le biche del grano durante la mietitura.
Oasi di pace
Corso dunque il rischio di rimetterci la bella fidanzata, il Maggiocco trovò finalmente il sistema per occupar le sue giornate. Si fece infatti banditore della immediata costruzione d'un Castello che avesse protetto dalle scorrerie l'indifesa rada. Lo stesso maniero che ancor oggi se ne sta lì, in mezzo all'acque, bonaccione e innocuo come un capanno per il passo dei beccaccini. E tanto fece, l'ardito giovane, radunando artigiani, ammucchiando palanche, lavorandosi signorotti e «autorità» del luogo, che l'anno appresso – nel 1550 precisamente – le mura maestre erano già in piedi, a terror degli inimici.
Dragutte, infatti, dal giorno in cui vide ergersi l'ardito fortilizio, girò prudentemente al largo. Molti dicono per lo scorno subito l'anno avanti. Fatto sta che manco altri pirati e ladroni s'azzardarono a farsi vivi.
Sì che, le truppe borghigiane, armate ed addestrate dal Maggiocco, inquadrate come una autentica guarnigione, non ebbero altro da fare, dal dì in cui furono collocate nel Castello, che ammazzare il tempo in formidabili dormite. Sonni così saporiti e tranquilli che l'aspirazione di tutti gli sfaticati del paese divenne quella d'indossar la uniforme di scherano.
Un poco discosto dal litorale, per andarci, al Castello, bisogna percorrere una passerella. Niente molesti rumori, quindi, niente strida di donne e sferragliare di cariaggi. Come in una isola. O, meglio, come in una nave. Una nave che, a differenza di quelle vere, non ha da temer neppure la bufagna, e il molesto scarrocciare del rollio, il noioso altalenare del beccheggio. Con il sole, durante l'inverno, che lo rosola dai quattro punti cardinali. E il fresco durante la canicola. Con il dolce cullante ritmo delle onde che lambisce le pietre delle fondamenta come una placida musica in sordina.
Poi, il Castello, l'hanno tramutato in carcere. Un carcere così delizioso però, così adatto per il riposo e la meditazione, che, anni addietro, un poveraccio messo in libertà dopo un paio di lustri di profonde dormite, ha finito per bussare alle porte del maniero, per chiedere un altro poco di ospitalità: visto che al mondo, per guadagnarci il Regno dei Cieli, pare non ci sia rifugio più adatto.

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