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    Pezzi di storia

Francesco Costa, un benemerito della pubblica istruzione
di Arturo Ferretto

Il Mare - 31 luglio 1915

E' ristretto ed esiguo il numero di coloro, che presso di noi, nei secoli, che ci precorsero, ebbero in cima ai loro pensieri il pubblico benessere per ciò che disegno riguarda lo spezzamento della scienza ai nostri bimbi, lasciando redditi fissi per la costituzione di scuole.
Porta la palma per questi buoni indizi di civiltà l'allora borgo di Santa Margherita, ed il nome di questi insigni benefattori merita che più si dilati e stenda.
Presento un vecchio negoziante, nativo di San Giacomo di Corte, non tenero solo del campanile, che quale saetta ardita si slancia da quel poggio fiorito ed incantato, che domina la linea azzurra, dove cielo e mare si confondono in un bacio rutilante.
Egli, il buon vecchio, col suo sguardo d'aquila e col suo cuore grande comprese pure tutto l'altro territorio, che colle tre rimanenti parrocchie formava ora non più la Comunità di Santa Margherita.
Il figlio, ora non più dimenticato del quartiere di Pescino, chiamasi Francesco Costa del fu Vincenzo.
Il suo testamento, redatto in Genova, il 6 aprile del 1604, dal notaio Antonio Roccatagliata, dice abbastanza di lui, sicché dalle ultime disposizioni dettate balza fuori una piccola biografia.
Se morirà in Santa Margherita, scrive il notaio, sceglie la sepoltura nella chiesa di San Giacomo di Corte, nella tomba, ove fu sepolto suo padre Vincenzo; se invece morirà in Genova, sceglie la sepoltura nella chiesa dei P.P. Domenicani di Santa Maria di Castello, in una tomba, che spera ottenere da quei Padri ed ove pensa riporre pure le ossa della consorte e di un figlio già morto.
Lascia lire cinque alla Compagnia del Santissimo Nome di Dio, istituita a Corte, e lire quattro a quella del Corpus Domini ivi pure istituita «da spendere in uno ornamento per lo deposito del Giovedì Santo».
Questo tenue ricordo ci favella della pia costumanza, allora in fiore, dei Sepolcri, e necessariamente della cerimonie, che l'accompagnavano.
Continua il Costa a vergare la pagina più bella del libro di sua vita, dichiarando di depositare un capitale fruttifero di lire 4.000, i cui redditi possano giovare ad un sacerdote «che dovrà celebrare ogni giorno messa nella Cappella di S. Teramo, posta nella detta contrada di Corte, concedendo però autorità a mio figlio et agli esecutori di fargliela dire, se vorranno, nella detta chiesa di San Giacomo, nella chiesa di Santa Maria di Nozarego, nella chiesa di Santa Margherita e nella chiesa di San Siro, ma il suo principale carico sia di dirla nella detta Cappella di S. Teramo et infine della stessa debba il detto cappellano dire la Salvaregina siccome dicono li Reverendi Padri dell'Ordine del Carmine. Oltre di ciò vogliono che detto sacerdote cappellano sia obbligato ad insegnare leggere grammatica, scrivere ed abbaco a venticinque poveri putti miei parenti da padre o da madre e dei loro discendenti, se ve ne saranno, e non essendovene a poveri orfani delle quattro parrocchie dette di sopra, e, quando non vi siano orfani, ad altri bisognosi sino al detto numero, li quali putti però non passino la metà di dodici anni, concedendo però che li miei fideicommissarii et esecutori, possino concederlo ad alcuni di maggior età, perciocché la intenzione e il disegno mio è che detti putti della scuola vadino e da loro padri e parenti siano mandati nella presente città di Genova o altre città a imparare qualche arte o qualche esercizio esortando li miei fideicommissarii et esecutori ad aiutarli a far questo; doverà ancora il detto cappellano o sacerdote fare che detti putti sentano ogni mattina la sua messa e nel sabato dire ad ora conveniente la Salve Regina sudetta».

Annali di A.R. Scarsella
Anno 1604
Era salito in grande stato, a questi tempi, il sammargheritese Gio: Francesco Costa q. [quondam fu] Vincenzo, che, negoziando di seterie in Genova, aveva accumulato un patrimonio, per allora cospicuo, di 100 mila lire. Caduto infermo e sentendo prossima la fine, fece testamento, e, affinché delle sue ricchezze godessero in avvenire anche i suoi cittadini, investì nel Banco di S. Giorgio una bella somma, che servisse a fondare «una perpetua cappellania d'una messa cotidiana nel Venerabile Oratorio ossia confraternita di S. Erasmo, con una scuola di studii da farsi dal Rev.o Cappellano a N. 24 fanciulli»: non solo, ma dispose ancora che con detta somma si provvedesse «a coloro che, avendo frequentato la scuola da essolui istituita, volessero recarsi a continuare i loro studi in città; si dessero doti a zitelle povere, sussidi ai poveri, a gli schiavi fatti dagli infedeli, ai carcerati per cagione di debito». Una vera benedizione, per S. Margherita. Disgraziatamente i frutti sperati mancarono quasi affatto. Le bizze del parroco di Corte [Parroco di San Giacomo era Agostino Giudice], geloso dell'incremento che la cappellania portava all'oratorio di S. Erasmo, soffocarono la scuola in sul nascere; la rovina del banco di S. Giorgio trascinò seco una parte del capitale; quello che ancor restava fu poi riscosso, mediante un documento falsificato, da uno della famiglia Costa: e solo un piccolo frammento si ridusse nelle mani degli amministratori di Pammatone [al tempo il principale ospedale di Genova].

Nel vecchio oratorio di Sant'Erasmo, che sulla scogliera sorbiva da parecchi secoli la salsedine marina, piccolo baluardo della fede inconcussa dei patroni, dei marinai, e dei pescatori, pulsava il cuore dei Cortesi.
La scelta del luogo non poteva essere migliore, e l'idea di plasmare dei buoni artigiani dopo aver plasmato dei buoni scolari, era il dono più magnifico e superbo, che il Costa potesse regalare alla sua patria.
Il Costa era in Genova il seaterius [setaiolo] negoziante cioè in sete e velluti, fonte di lucri cospicui. I setaiuoli consegnavano alle donne tessitrici del nostro golfo le lor sete, che lavoravano egregiamente sui loro telai.
Per queste donne maestre ebbe pure un dolce pensiero il Costa, ponendo così in rilievo un'industria nostrana, che va di pari passo con quella dei pizzi.
Sentiamolo.
«Lascio lire duecento fra cinquanta maestre di quelle che ora mi averanno fatto seta in Santa Margherita, cioè nelle quattro parrocchie dette di sopra a loro giudizio (cioè delli esecutori testamentarii) non dando ad alcuna meno di lire due né più di lire otto, e quando averanno tra di loro deliberato il detto repartimento voglio che faccino celebrare uno settimo per anima mia e dei miei defunti nella detta chiesa di S. Giacomo ed invitare le dette nostre maestre ad essere presenti».
Non s'arrestò ancora la bontà di questo filone aurifero.
Volle che ciascuna povera donna delle quattro parrocchie avesse, nel giorno dei suoi funerali, quattro soldi e pregasse per la pace dell'anima sua; volle che fossero distribuite lire 200 fra sessanta dei più poveri maestri tessitori e filatori di seta di Genova e della Polcevera, i quali l'aveano servito; volle che si ponessero a frutto lire quattromila, che vi stessero per quarant'anni dovendo servire il reddito per la maritazione delle figlie Costa e per il riscatto dei Costa, schiavi in mano dei Turchi.
Volle anche dopo la sua morte la benedizione dei carcerati del quartiere di Pescino «carcerati per povertà non per vizio», quella di tutti i degenti nella schiavitù e che appartenevano alle quattro parrocchie, e quella degli ammalati, giacché di tutti si ricordò, lasciando una somma per tutti.
All'unico figlio Giacinto ordinò infine di ornare un altare nella chiesa di Corte.

O nobile figura di Francesco Costa, dalla pietà larga e dalle larghe vedute, oggi dalle tombe di Castello e di Corte, ho evocato il tuo spirito benigno, che aleggia tuttora in quel testamento, una delle pagine più belle, che non ingialliscono mai, ma che ingemmano l'album della beneficenza sammargheritese.

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