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    Pezzi di storia

Il colera del 1835 in Liguria
di Gioachino Valerio

"Delle cause che favorirono lo sviluppo del cholera morbus in Piemonte ed in Liguria" di Gioachino Valerio, 1851 (Cap. VIII)

Il colera è una malattia infettiva causata da un bacillo che si installa nell'intestino. Quando il libro fu pubblicato (1851) non si conosceva la causa dell'epidemia, poiché solo nel 1882 Robert Koch isolò il batterio e osservò che la principale fonte di infezione era l'acqua. Si scoprì poi che in molti casi la malattia è trasmessa mangiando cibi che sembrano buoni, ma che in realtà sono stati contaminati da feci contenenti il batterio.
Evidenti le analogie con coronavirus, la malattia infettiva respiratoria provocata da un virus al quale non si è ancora trovato rimedio.
Significativo l'isolamento imposto da Sardegna e Corsica e il contributo dei medici, riconosciuto dall'autore.

La riviera di Levante che da Genova mette al confine toscano è il più ameno a delizioso sito della Liguria. Gli aranci, i cedri , gli oliveti ed ogni sorta di fiori fanno mirabile adornamento a questa via, cui lambe il mare in tutta la sua grande e svariata bellona.
Collocate in sua vicinanza ed a poca distanza le une dalle altre con giovane e rigogliosa vita sorgono le ville di Nervi, Recco, S. Margherita, Rapallo, Zoagli, Chiavari, Sestri, Moneglia, Levanto, Monterosso, Spezia, Lerici e Sarzana.
Mi sovvengono oggi più dolce ancora alla mente le gioie di un altro tempo, quando quasi pedestre percorsi quell'incantevole parte di terra italiana, recandomi in Firenze al Congresso scientifico, ove la scienza, ad insaputa dei tiranni, s'era fatta pronuba di libertà! E non poteva immaginare allora che pochi anni dopo avrei seduto nel Parlamento Nazionale, rappresentante di quei siti, al cui aspetto si commoveva più soavemente il cuore, desideroso di quel soggiorno e di sì bella parte di cielo.

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Per voi, generosi cittadini di Rapallo, le memori dolcezze di quei giorni si consociano ora a sentimenti di riconoscenza. Questa espansione di simpatia mi consentano i lettori, è un tenue fiore d'affetto che io pongo in mezzo al serto di cipressi, di cui si compone il mesto tema che tratto in queste appendici.
Io non poteva pronunziare il nome di Rapallo senza dire qual suono abbia egli nel mio cuore, poiché l'onore di deputato del popolo, Rapallo fece per me più grande, e, direi più orgoglioso, perché mi venne dato da una città eminentemente italiana, nudrita al sincero amore di libertà, e non degenere dalla fama, per cui vanno lodate nella storia e nel giudicio dei contemporanei le città liguri.
I cittadini fuggenti da Genova per il terrore dell'orrida strage che ivi menava il cholera, si ripararono in folla in quel sito, ove loro pareva che tanta fortuna di cielo e di terra fosse sicuro asilo contro il sottile germe della crudele malattia, che oramai più non contava le sue vittime. Ma se non valse la felicità del suolo e la purezza dell'aere ad eluderne i danni, giovarono tuttavia i doni di natura e la previdenza degli uomini a limitarli e correggerli.
I casi di cholera avvenuti nei paesi che accennai non furono molti. L'opera efficace e pronta dei varii municipii meritò la riconoscenza pubblica. Il timore fu per somma ventura il maggiore dei danni; ma il timore questa volta non prese consiglio dalla disperazione, corresse l'inerzia dei magistrati, ed evocò i mezzi di riparo che risparmiarono molti lutti e molte lagrime.

colera Il vibrione del colera

Non mi consta che Nervi, la cedraia della Liguria, come la dice il nostro Davide Bertolotti, sia stata dal cholera attristita. Non la fu pure la gentile Rapallo, questa interessante città, che siede in riva al mare, nel centro dell'antico golfo di Tigullio. Ricca di viti e di ulivi, è distinta pel traffico dei coralli, e per la pescagione del tonno. Né l'industria a lei niega i suoi prodotti; le fabbriche di cera e di sapone sono ivi tenute in grande considerazione. Le donne di Rapallo poi sono vispe, pulite nel vestire, e lavorano a far pizzi e merletti di filo di fiandra, sedute in sulle soglie delle case, come usano le donne di Toscana.
La sua storia rammenta generose prove di coraggio e di valore, e mostra con quanta fede fosse legata all'antica Repubblica di Genova, cui sovvenne d'opera e di consiglio. Questa città si onora della culla di uomini grandi nella scienza medica; i nomi del maestro Battista da Rapallo e del suo figlio Gioanni Del Vico professori di chirurgia, trovano onoranza negli scritti di Muratori e Tiraboschi. Del professore in medicina Fortunio Liceti disse con parole d'encomio il dotto medico Moien.
Rapallo è patria ad un tempo al distinto giurisconsulto Carlo Cuneo, che, illustre scrittore, dettò un erudito volume sulla banca di San Giorgio, e cittadino di molta carità, tanto giovò in tempo dell'invasione del cholera nel quartiere di Portoria in Genova con utili ed efficaci provvedimenti.
Il cholera fa portato in varii punti del mandamento di Chiavari; le cure dei municipii furono, come in Rapallo, saggie e pronte, ed il male si limitò a pochi casi; fu maggior segno alla sua sevizie Zoagli, ove il seme della malattia fu parimenti recato dalle mura di Genova.
Una donna, parimenti venata da Genova in quell'epoca , era sorpresa dal cholera, nel recarsi a Monterosso, sua terra natale, un miglio circa distante dalla Spezia. Fu ivi trasportata subito nella chiesa della Madonna della Scorza; isolata , non si permise l'accesso a lei che al medico curante ed a due suore della carità, dette le Figlie della Maria dell'Orto, del convento di Chiavari. Morta dopo due giorni di sofferenza, fu sepolta nella stessa chiesa.
Si aprì intanto nella città di Spezia un ospedale contemporaneo nel convento di San Francesco; ivi si accolse un fornaio del paese, venuto anch'egli da Genova, ed infermato con sintomi di cholera. Muore; s'ammala la sua figlia incinta, muore anch'essa: abitava col padre.
Un frate spagnuolo, proveniente anch'egli da Genova, soccombe per cholera in quello stesso ospedale, con provvida cura scielto in sito distante un quarto di miglio dalla città. Gli abitanti della Spezia, in quella circostanza, serbarono grata memoria alle generose cure del conte Gerolamo Federici, che si mostrò degno del suo nome e della stima con cui era onoratissimo in paese. Il municipio non mancò ai doveri dell'ufficio suo, e si comportò come il pericolo richiedeva, e vide l'opera sua benedetta e coronata da ottimo successo, poiché altri casi non ebbero luogo in città.
Sarzana fu libera affatto.
Non così Recco: dirò di lui più diffusamente.
Recco dista da Genova circa dodici miglia; è capoluogo di notevole mandamento ed ha 4.700 abitanti. Verdeggiano in quel suolo fertili colline ed ubertosi orti; hanno i coloni vivido aspetto e temperamento robusto. Il promontorio di Portofino lo difende a levante; la sinuosità della valle lo tutela dalle rapide ed impetuose bufere settentrionali. Ai venti australi si oppone come antimurale la prima linea delle sue case altamente locate. Il clima è ivi benigno e salutare; non acque stagnanti, non siti paludosi, non località malsane, seppure si eccettui un tronco di torrente che attraversa il paese, con danno della pulitezza e dell'amenità del sito.
Gli abitanti di Recco esercitano i loro traffichi nell'agricoltura, nelle telerie, nella fabbrica dei bastimenti e nei prodotti del mare; avvezzi a parsimonia e semplicità di vitto, vivono vita longeva. Le malattie ivi più comuni sono le febbri infiammatorie, le intermittenti, le reumatalgie e lo affezioni gastro-enteriche.
In mezzo a questa popolazione, non ultimo dei benefizii che la fortuna accordò a questo paese, vive un uomo di tanta bontà di cuore, di così sentito affetto per la patria e di sì pregievoli dottrine, che non so proprio parlare di lui senza proporlo ad esempio, come il vero modello del medico, quale l'età antica ci ricorda, in ossequio alla scienza ed alle consuetudini degli uomini che la professavano. Il dottore Luigi Ghiraldi da 35 anni ivi esercita l'arte salutare con affetto e modi di padre. Primo in ogni opera di beneficenza e di patriotismo, egli è la provvidenza di quel paese; sinceramente e fortemente amante del popolo, egli si studiò sempre di divezzarlo dai pregiudizii, di richiamarlo a dignità di se stesso, di consigliarlo e nell' igiene e nella coscienza dei suoi dritti. Ebbe persecuzioni sotto il dispotismo; soffrì l'arresto ed il carcere in tempi che si dissero liberi e cadevano le bombe su Genova, e Recco era anch'essa in istato d'assedio; in tutta la sua vita fu sempre dolorosamente martoriato. Tristo ed eterno guiderdone con cui si ricambiano in terra italiana i sacrifizi, l'abnegazione e le civili virtù!
Quando il cholera, ancora lontano, minacciava la piaggia ligure, il venerando medico Ghiraldi ne vaticinava i danni, perocché vedeva i magistrati e i dignitari della scienza addormirsi in una colpevole inerzia e pari al pericolo non preparare i mezzi. Fu quella la più schietta e sapiente voce che si elevasse sulle liguri terre a consigliarne utili propositi ed efficacia d'azione. Così l'avessero ascoltato i reggitori della pubblica salute! molti danni si sarebbero risparmiati.
Con quale accorgimento di scienza e d'arte egli giudichi ed apprezzi le cose, vedremo altrove: lettori, egli ora vi dice del cholera in Recco; ricordo le sue stesse parole, le quali trovo in un opuscolo che nel 1836 egli pubblicava in Genova . Dopo descritta l'indole della malattia, così racconta la presenza del cholera in Recco:
<«Giungeva agosto del 1835, e con esso il sospetto dell' imminente infezione. Eravi calma negli elementi, come il riposo che accenna tempesta nella natura, siccome l'indicato tacer delle malattie che dicevasi foriero del cholera morbus; ovunque ben presto un irregolare aspetto di cielo, un alternarsi di scosse elettriche e di pioggie, un abbassarsi ed un risorgere della temperatura termometrica, suggeriva l'idea della colerosa atmosfera. Notavasi soffiar insolito di venti, studiavasi il corso e la natura delle nuvole e delle nebbie: e poiché vi era la preconcetta opinione di un'aria mortifera, molti il dicevano, alcuni il sentivano, tutti credevano nell'ambiente un quid oppressivo, soffocante, fattore di mal essere deletereo. Non vedeano i contadini de' passeri, delle rondini la quantità che altro volte. I cacciatori lamentavansi come non vedessero un'ala, una piuma degli insidiati uccelli. Temevasi la morte de' pollami, si presagivano epizoozie ne' quadrupedi mammiferi ed altri animali domestici. Gli uomini sentivano un peso allo stomaco, una fiacchezza di vita, com'essi dicevano, uno strano modo di essere. Lo scrivente esaminava con attenzione e segnava con apposite note il risultato. Eccone i corollarii: nel modo che un inconcepibile fascino aveva allucinate le menti, per la consueta opinione nelle pesti, di propinati veleni; nel modo che l'apparir di una cometa innocente porta seco nel volgo un presagio di massime sventure, così il dirsi che in Tolone, Marsiglia ed altre vicine città coincideva in cielo nebuloso e pesante con l'ingruenza del morbo, così il vedere le non insolite in agosto fasi atmosferiche, determinava la prevenzione e dopo questa la necessità di un giudizio. Soffiassero i venti da qualunque siasi punto, e soffiavano or di terra or di mare, spazzassero od ingombrassero con molte nuvole l'aria, piovesse o no, era tutto uno; quel vento, quella nuvola, quel piovere e quel soprastare dinotavano casi colerosi. Alcune coliche, due cholera sporadici, alcuni gastricismi ne' primi venti giorni di agosto, malgrado l'aria detta pestifera, sanarono ubbidienti a' soliti metodi. La digestione non era lesa che nei padroneggiati dallo spavento; ma rincorati appena, tornavano con appetito ai cibi di prima. Io ho creduto sempre l'aria innocente, non capace che di portare a brevi distanze areole infette, e distruggitrice anziché no di tutte le esalazioni. Sul calare d'agosto e nel cominciare del successivo mese sino all'avvicinamento ai giorni equinoziali mi vidi al punto di essere strascinato dalla volgare corrente. Il critico esame delle svariate opinioni, la consulta con moltissimi individui differenti per ogni verso, il vedermi deluso nei prognostici, lo sceverare gli effetti del patema e della illusione dalle ordinarie conseguenze dell'aereo temperamento, mi permisero credere soltanto le seguenti probabilità di fatto.
L'umidità, l'elettricità, la nebolusità, il predominio de' venti australi, sono predisposizioni ne' corpi, o sono mezzi per lo svolgimento della causa prossima alterante. I contatti infetti determinano per assorbimento in moltissimi individui un mal essere che aspetta tempo, luogo e quasi sempre un disordine per isorgere al grado di malattia. E' un inganno un ragionare, dopo questo per questo, ad uso peripatetico, per chi accusa l'atmosfera dei guasti che risentonsi nel microcosmo…
Famiglie numerose, timide, prive degli usuali comodi della vita, in anguste case, in siti tutt'altro che salutari, vissero sane ed incolumi perché isolate e segregate. Il mandamento di Recco accolse centinaia di fuggitivi dalla città, e le campagne vicine albergarono un decimo degli abitanti del paese; tremarono come foglie, ma non infermarono. In onta all'aere che gli ravvolgeva, alle vicissitudini del cielo che temevano, non sentirono il menomo prodromo, se eccettui quattro in cinque individui che giunsero infetti. E' fatto che intorno alle frutta, alle mense, alle carni ed alle vendemmie, cominciando dall'agosto seguendo a mezzo settembre, non fuvvi la solita frequenza di mosche, vespe e congeneri insetti. Mancarono i topi campagnuoli, ma non le zanzare. Pochissimi uccelli, tranne a monte, ove non mancarono che nel rapporto de' scorsi anni. Mi accertarono alcuni viaggiatori (e medici illuminati fra questi accorsi per onorevole mandato) che avvenisse la istessa carestia in vari paesi centrali dell'Italia, quantunque lontani dal sospetto dell'infezione. Dicono i cacciatori mancasse il passaggio degli uccelli trasmigranti, e poco figliassero i nidi de' soggiornanti. E' pur fatto che non si rinvennero uccelli morti, per quanto io sappia, dopo ripetute interrogazioni, specialmente a' garzoni che portano le greggie al pascolo sulla prima aurora. Non spoglie od ultimi avanzi di selvaggi animali. Gli uccelli nelle gabbie non morirono, non infermarono. Sanissimi furono i pollai, sanissimi i numerosi bestiami del paese e de' villaggi. Vegeti, vispi tutti gli animali domestici…
Il giorno 14 agosto 1835 nel comune limitrofo di Camogli occorreva il primo caso coleroso nella persona di un tal Peragallo, vecchio marittimo proveniente da Genova. Moriva dopo 24 ore. Ne' successivi 18 e 19 alcuni marinai della istessa provenienza accusavansi costà di sintomi prodromi, e medicati, guarivano. Il 20 moriva alla Pieve di Sori un Giovanni Migone, proprietario sfuggito alla desolazione della città. Recco era sano. La sera del 22 Angela Sanguineti, domestica del sig. Cassinelli, venuta da Genova malaticcia, decumbeva, e nel seguente giorno dinunziavasi cholerosa dal chiarissimo mio collega il dottor Sanmichele. La mattina del 24 un secondo caso nel marinaio Matteo Ogno, venuto il 22 da Genova in istato di piena salute. Datosi in preda a stravizzi e disordini dietetici, fu la prima vittima, e legò a' parenti, coraggiosi assistenti, decisa predisposizione, o possente seminio. Tutti più o meno infermarono fra gli otto che compongono la famiglia. Successe il terzo caso in Bernardo Capurro, muratore, non proveniente. Il quarto nella prossima notte in Andrea Revello, vecchio oste e facchino ch'ebbe sospetta comunicazione con infetti. Nel 28 quattro casi, due provenienti, due no. Sei casi per ogni giorno ne' tre ultimi del mese senza nota di sospetta origine. I giorni di massimo momento e di pronunciata irruzione furono il primo e terzo di settembre. Quindici casi. Progressivamente tre, quattro giornalmente. Il dodici numeravansi già settantadue casi denunciati, oltre le colerine e i casi lievi taciuti. Cominciò a declinare la malattia, però qua e là mostrandosi con casi singolari e fulminanti. Tacque il 20 sino al 25. Due casi nel 27, uno al 29, e con il numero 83 sembrava limitarsi e cessare, dopo 29 giorni di sua durata, con il finale del mese.»

I fatti ivi narrati sono seguiti da assennate osservazioni, corroborati da casi particolarizzati nel loro metodo di cura, e rischiarati in fine da note statistiche. Abbiasi il venerando benefattore di Recco nell'affetto e nella riconoscenza de' suoi concittadini compenso alle immeritate sventure, come le sue virtù lo affidano della sua coscienza e della stima dei suoi concittadini, beni questi che nissuna prepotenza estera od interna non gli potranno né contendere, né scemare.
Quando io ritrovo di siffatti uomini, che vissuti nell'esercizio della medicina, e quindi in mezzo alle passioni, alle arti, alle delusioni della società, e non caddero nell'apatia, nel scetticismo e nel disprezzo di tutte cose, e serbarono anzi intatto e vergine il cuore, mantenendo viva la fede ai principii ed alla virtù, la qual fede difficilmente è niegata agli anni giovanili, io gli guardo con rispetto sommo e dico che non sono ad essi mancate le prove, non le tristi insinuazioni del dispotismo, non le torture infernali ed onniformi con cui fu tentata e minacciata la loro forza d'animo e la loro costanza; ma dico che la fede fu grande, grande la gagliardia dei sentimenti, e mi prostro loro davanti come a solenne reliquia scampata dal turbine e dalle vicissitudini dei tempi per testimoniare una grandezza antica, ed in mio cammino li venero come santa cosa.
Quanto spesso suona nel mondo questa parola: «Oh è un vecchio medico: che cosa gli importa la morte di quel malato? Egli è freddo, è impassibile, non sente più né per nervi, né per anima.» E la sarà così.
Ma a chi la colpa? Chi può dire per qual trafila di casi e di violenze egli s'assiderò in mezzo ai tumulti e le agitazioni della vita? Chi può contare le lagrime che egli ha versato sui dolori che gli vennero dalle vostre ingiustizie, dai vostri raggiri e dalle vostre crudeltà, o uomini che governate questo vivere, il quale chiamate sovente, non so perché, civile ed umano? Come avete voi compensato in lui i lunghi studi, i nobili aneliti, gli atti d'abnegazione e di virtù? Come l'avete retribuita quella vita stanca ed affranta dai disagi, dai patimenti, dalla privazione di tutte cose? Quali sacrifizii non gli avete per lo incontro imposti? Di quali servilità non lo faceste dolcemente, lentamente, povero ed inconsapevole schiavo?
La parola generosa e schietta come l'accettaste? Le prove d'un affetto che superò, nei momenti gravissimi per la vostra salute, ogni altro affetto che vi fosse attorno nei membri della vostra famiglia, come le guiderdonaste nei giorni dei trascorsi pericoli? Oh saria lunga e triste la storia dei mezzi con cui la società perviene a fare freddo innanzi tempo il cuore al cultore dell'arte salutare, né qui sarebbe forse opportuno il dirlo; ma quando io mi incontro in qualche incolume sortito libero ed intatto dai vostri bersagli, o uomini della società, io obbedisco al sentimento di ammirazione e di meraviglia, e dico: - Ha tanto patito dall'umana ingiustizia, eppure si serbò incorrotto nell'affetto e nel sentimento. Sia egli benedetto!-
Di siffatta eccelsa natura sono i medici Giacinto Viviani in Genova e Luigi Ghiraldi in Recco. Liguri, amateli questi uomini onorandi: essi non sono l'ultima delle vostre glorie.
Qui ha fine l'esposizione dei fatti, raccolti con molta cura e precisione sull'invasione del cholera del 35 nella riviera ligure; trarrò più tardi da questi le deduzioni che possono consigliare quanto di meglio si può fare nell'avvenire, seppure i lettori dalle cose narrate non ne avranno fatto di per se stessi giudizio.
Ma, in mezzo a tanti fomiti d'infezione, in mezzo agli infortunii di Nizza e di Genova, di Tolone e di Marsiglia, qual sorte toccò alla Sardegna, quale alla Corsica?
La Sardegna, questa interessante isola del Mediterraneo, rimase immune dalla malattia. Come abbia evitato il terribile flagello, altra ragione non si presenta se non la misura adottata dalla Giunta generale sanitaria di Cagliari. Fu un grave e solenne momento per quel popolo quando nel 1837, radunato in piazza, aspettava la decisione del congresso come sentenza di vita o di morte per tutta la Sardegna. Prevalse il senno di decretare lo sfratto irremisibilmente, superando in tal guisa il timore dello sdegno ministeriale e le mene degli avidi mercanti che il guadagno antepongono alla pubblica salute. Non si perderà così presto la memoria del parere che in quell'occasione emetteva nella Giunta un ecclesiastico di acuto ingegno, dotto in materie teologiche a gusto vecchio, non progressista, non gesuita, e d'illibati costami. Richiesto il decano Domenico Deroma che combatteva i rimessi, che risolverebbe se al porto di Cagliari si presentasse il re, con franco animo rispose: - Se capitasse il papa, gli farei dar lo sfratto. Or voi decidete per il re. -
Furono i Sardi inflessibili nell'eseguimento della deliberazione adottata dalla Giunta sanitaria, e non solamente fa guardato il litorale ed i porti colle ronde, ma ributtarono i legni regi senz'alcun riguardo. In quel torno di tempo compariva nella rada di Cagliari una fregata comandata dal cav. De-Giorgino Mameli, con alcuni colerosi moribondi a bordo. E perché si mostrava insistente agli ordini precisi che gli spedivano perché ripartisse, gli puntarono contro i cannoni, ed avrebbero tradotte in opera le minaccie di calarlo a fondo, se, rientrato in sé, non si fosse persuaso che i suoi concittadini, che pure lo amavano tanto, avevano diritto e ragione di respingerlo. Compresero bene i Sardi che la salute del popolo è legge suprema di natura, e che per essi l'unico mezzo di evitare il cholera è l'isolamento quando infierisce in vicinanze. E l'atto prova ancora che i Sardi quando vogliono, possono.
Lo stesso contegno si osservò nella Corsica, che noi riguardiamo come una continuazione della Sardegna, sua grande sorella. Per posizione geografica, per indole e per genio, terra italiana, sebbene soggetta a governo straniero, respinse dai suoi lidi ogni comunicazione.
E Sardegna e Corsica furono i soli punti nel Mediterraneo dove non fu lutto né pianto per vittime mietute dal cholera.

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