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    Pezzi di storia

Amadeo Peter Giannini (2/2)

(precedente)

Ad altre domande della Jacobson, il Giannini con la sua abituale semplicità, risponde ancora: «Generalmente, chi sale in alto tende a dimenticarsi di coloro Giannini 1 che lo ajutarono a salire. Invece, il piccolo lavoratore è il nostro amico sincero, sicuro e fedele, perché è sempre pronto ad ajutarci e a lottare per noi. E il mio amico, il mio compagno, è stato l'operajo, il rude lavoratore, l'uomo dei campi, della fabbrica, del porto, del piccolo commercio. Tra costoro sono cresciuto e mi sono fatto; e per trent'anni mi sono allenato nel loro mondo.
Negli affari, io ho avuto sempre una mia idea speciale, e ho sempre amato le cose difficili, quelle cioè che gli altri mi hanno dimostrato di non saper fare. Ma non precipito mai l'esecuzione del piano che mi sono andato formando nella mente. Bisogna saper attendere e non darsi mai alla violenza, perché in questo modo si finisce per distruggere o isterilire la materia della nostra forza con le nostre istesse mani.
No, non ho alcuna ambizione di diventare ricco. Quando si è ricchi si è isolati, appartati dalla massa, e la molla che vi spinge al lavoro si spezza o si arrugginisce. E' una necessità organica per me il contatto con la massa umana. Dopo due settimane che mi tengo lontano da essa, mi riprende il bisogno di tornare nel vortice della vita, fra gli uomini.
Qui, per esempio, nel mio ufficio, mi sento tagliato fuori. Dubito sempre, mentre mi trovo qui rinchiuso, che si proceda con lentezza. Siate solleciti, pronti, sbrigativi, dico a tutti laggiù, perché nessuno deve aspettare agli sportelli E nessuno deve fare anticamera per vedermi, né mandare carte da visita, ricco che egli sia o semplice lavoratore, perché tra l'uno e l'altro non faccio distinzioni.»
Questo, nei suoi tratti caratteristici, è l'uomo dal quale certi banchieri d'Italia, abituati a pontificare dall'alto di clausure inaccessibili ai comuni mortali, molte cose potrebbero imparare. Un uomo che ama sopratutto la semplicità, e ha in dispregio, o non cura, le forme convenzionali imposte dalla società frivola. Le complicate cerimonie, le gerarchie capricciose, le esigenze dell'etichetta, sono state create dalla gente mediocre, bisognosa d'illudersi: di credersi, cioè, più in alto della propria realtà, attraverso la finzione. Ma in un'epoca nella quale ogni cosa nasce, prende forma e colore, matura o si sfascia nel giro febbrile di vicende che non danno tregua, occorre semplificare tutto, affinché un uomo possa giungere alla meta per la via più breve. Il tempo è prezioso; è il capitale di tutti. Rispettiamolo; e fra uomo ed uomo sia meno profondo l'abisso, se è vero che tutti gli sguardi possono fissarsi in uno stesso lembo di cielo. A buon conto, gli Dei appartengono ormai all'evo unico, e l'Olimpo non è più che un remoto ricordo. Pensiero, energia, fede, azione, lavoro, siano i canoni fondamentali, la nobiltà, i fulcri della nuova vita.
In questa cornice ci pare devano essere inquadrate la vita di Amedeo P. Giannini e la grande opera sua. Un'opera della quale la Patria nostra può andare giustamente orgogliosa, per il lustro che le ridonda, e i vantaggi che i suoi interessi se ne devono attendere.
Domani, quando la «Bank of Italy» avrà conquistato alla propria iniziativa altre forze, e avrà assimilato altri esponenti della compagine bancaria nel paese di Franklin e di Washington, sarà sempre il nome d'Italia che ne uscirà ammantato di nuovo prestigio e di nuovo ascendente. Il nome d'Italia, e non altri. Lo ha detto il Giannini a chi lo consigliava di dare alla Banca una diversa denominazione, più consona al luogo nel quale svolge i suoi affari e raccoglie i benefici copiosi. «Con questo nome, egli ha detto, la Banca è sorta, e con questo nome proseguirà il suo cammino». Italia, ora e sempre!
Così, in quella California, che a molti rammenta la penisola nostra per le naturali bellezze e le orme impressevi dal lavoro dei nostri fratelli; in quella California lontana, che racchiude tante espressioni di forza e di ricchezza, l'Italia avrà nella «Bank of Italy» il formidabile braccio che ne terrà alte e rispettate le insegne; avrà sempre, in essa, un emissario autorevole che nel sacrario di mille e mille famiglie, farà amare il suo nome, le glorie e gli splendori della sua civiltà millenaria, e ricorderà quanto valga e sappia nel mondo la fibra italiana, avvezza da secoli a profondere ovunque, in silenzio, i tesori inesauribili della sua possente energia.

Neppure il terremoto fece paura al "Toro della California"
di Giacomo Maugeri

Oggi – 16 giugno 1949

E' morto Amedeo P. Giannini, l'italiano proprietario della più grande banca privata del mondo

Il 18 aprile 1906, alle cinque del mattino, il terremoto rase al suolo San Francisco. Un incendio, divampato per tre giorni, completò l'opera di distruzione. Giannini 2 Venticinquemila edifici furono ridotti in cumuli di macerie incenerite. Nelle poche abitazioni risparmiate dal disastro, bande di malfattori si abbandonarono al saccheggio, mentre la popolazione fuggiva terrorizzata sulle alture della Golden Gate.
In quel finimondo, puntualmente alle 8, come ogni mattino, la piccola Bank of Italy aprì i suoi sportelli. Amedeo Pietro Giannini, il proprietario, non perdette coraggio neanche quando le fiamme raggiunsero l'edificio. Mise in salvo a S. Matteo, una trentina di chilometri più a sud, nascondendolo sotto un carro di verdure, il capitale della banca. Poi, con una valigetta piena di contante, ritornò in città: e, seduto a tavolino, nel cortile di una casa sinistrata, fece onore agli impegni verso i depositanti.
Ebbe fiducia negli italiani
Il giorno dopo il terremoto, in una riunione di banchieri, fu decisa una moratoria di sei mesi. Le più grosse banche furono d'accordo. Solo Giannini non fu di quest'avviso: «Se chiudete per sei mesi», disse, «chiuderete per sempre, perché S. Francisco sarà completamente morta. Bisogna aprire subito e prestare denaro senza esitazione a chi vuol ricostruire la sua casa».
La piccola Bank of Italy rimase dunque sulla breccia. Se entro il 1920 S. Francisco fu interamente ricostruita lo si deve a quest'esempio di coraggio e di fiducia.
Figlio di emigranti italiani, A. P. Giannini aveva esordito facendo il venditore di verdure, poi era diventato socio del suo principale e aveva messo su un negozio a San Francisco. Qualche anno dopo, aveva abbandonato il commercio e aveva assunto la direzione di una modesta banca: era questa la strada maestra del destino. Essere banchiere aveva, per gli americani, un significato differente di quello che voleva darvi il giovane Giannini: egli non pensava ai grossi finanziatori e ai grossi prestiti, ma alla piccola gente, agli italo-americani della California, modesti esercenti, agricoltori, pescatori. Quelli furono, infatti, i depositanti e gli azionisti della Bank of Italy: gente che s'era lasciata persuadere, da uno che parlava il loro gergo di figli di emigranti, ad affidargli i risparmi che era abituata a conservare sotto il materasso. Dopo l'incendio del 1906, gli italiani del quartiere di North Beach furono i primi a ricostruire le loro case rase al suolo. La Bank of Italy accordava loro credito. Giannini aveva aperto un conto a parte e non uno di essi, negli anni che seguirono, mancò il proprio debito: tutta quella piccola gente, che senza di lui sarebbe andata in rovina, gli rimase devota per sempre.
Giannini era l'uomo che mostrava la sua calma e il suo coraggio proprio quando il momento era più avverso. Imperturbabile nei periodi di crisi finanziaria, quando le grosse banche riducevano il credito e rimborsavano in contanti solo una parte dei depositi, il piccolo banchiere di S. Francisco pagava sempre a pronta cassa, in argento e in oro. Egli resisteva al panico: e i depositanti avevano fiducia in lui.
Sul finire del 1909 la Bank of Italy poté permettersi la prima audacia, assorbendo una banca di S. José, che navigava in pessime acque. Giannini aveva un debole per S. José: era la sua città natale. Un terzo dei suoi 30.000 abitanti erano italiani. Per il giovane banchiere, questa era la circostanza più importante: in mezzo a quella gente laboriosa egli sapeva di poter lavorare con certezza di successo. Passo per passo, Giannini estese le sue iniziative facendo sempre affidamento sulle simpatie degli italo-americani. Le prime filiali della Bank of Italy nei diversi centri della California furono stabilite appunto là dove i nostri immigranti erano in prevalenza. Era una questione di reciproca fiducia, e una banca, per prosperare, ha bisogno di aver fiducia e di ispirarne.
A bordo di una Packard antidiluviana Giannini viaggiò da una città all'altra, da un paese all'altro della California, cercando ad uno ad uno i vecchi clienti di quando gestiva a S. Francisco il suo negozio di verdure.
Nel 1911 la Bank of Italy aveva sei filiali. Giannini lavorava dodici ore al giorno e passava le ore della notte progettando nuovi affari. Nel 1913 furono assorbite due banche di Los Angeles: nel 1915 la Bank of Italy penetrò nella vallata di San Joaquin, il giardino della California: nuove filiali sorsero a Stockton, a Modesto, Madera, Fresno e Bakersfield. Dalla sera al mattino le piccole banche rurali disseminate nelle ricche valli californiane furono assorbite dalla Bank of Italy: nottetempo gli impiegati cambiavano l'insegna e la banca di Giannini si insediava di soppiatto in mezzo ai farmers.
La "battaglia delle banche"
L'ombra di Giannini incominciava a dar fastidio alle più grosse banche di S. Francisco e di Los Angeles. E così ebbe inizio la "battaglia delle banche". La Bank of Italy apparve ai concorrenti come una piovra che stendeva i suoi tentacoli sull'intera California e soffocava le altre banche. In realtà Giannini aveva dato vita ad un sistema di holdings che controllava 200.000.000 di dollari di depositi e novantasei filiali. Appellandosi alla legislazione federale e a quella dello stato della California, che si proponeva di impedire il monopolio del credito, gli avversari della Bank of Italy tentavano di sbarrarle il passo. Ma Giannini era uomo che, cacciato dalla porta, rientrava dalla finestra; scaraventato dalla finestra, rientrava dalla cappa del camino.
Nel 1926, quando Richardson, il governatore della California, sembrava sul punto di dare partita vinta ai suoi avversari, Giannini - per la prima volta nella sua vita - si lanciò in una stupefacente campagna elettorale. Tutte le filiali della Bank of Italy ebbero l'ordine di sostenere la candidatura di Young, competitore di Richardson. In 165 città della California, i clienti delle 300 banche allora controllate da Giannini furono invitati a votare per Young. Giannini aveva interessato ai dividendi della banca 100.000 piccoli azionisti: la sua abilità era stata quella di frazionare il capitale nelle mani dei piccoli risparmiatori, di convincere costoro che la Bank of Italy era una cosa di loro proprietà. La parola d'ordine contro Richardson fu che, una volta confermato governatore, egli avrebbe bloccato i loro dividendi. Richardson fu battuto. Young, il neo-eletto, non si oppose alle successive iniziative della Bank of Italy: e in capo a un anno la banca di Giannini divenne il massimo istituto della California: quando essa estese il suo controllo su una piccola banca di San Pedro, questa, a sua volta, fondò nella zona circostante 139 filiali. La "piovra" era insaziabile e migliaia di piccoli azionisti s'arricchivano. Era questa la sola ambizione di Giannini.
Seguire passo per passo la Bank of Italy nella successione delle sue fortunate iniziative sarebbe assai monotono. Nel 1928, per migliaia di investitori, la Giannini 3 banca di Giannini riesumava i tempi della "Gold Rush". Ma Giannini non era soddisfatto: egli voleva conquistare Wall Street.
Disgraziatamente, scelse per quest'avventura un periodo poco fortunato.
A New York, cervello finanziario degli Stati Uniti, mancava una banca che, come la Bank of Italy della California, finanziasse il credito degli italo-americani. Giannini incominciò a scegliere clienti e azionisti a Brooklyn: e attraverso la Bankitaly Corporation ebbe inizio l'abile e metodica penetrazione nella cittadella bancaria di Wall Street. In poco tempo, una rete di banche controllate da Giannini si stese anche sulla costa orientale degli Stati Uniti, come in precedenza era avvenuto nella California. Ma questa volta i volponi di Wall Street stavano all'erta: nel 1927 essi specularono al ribasso, acquistando e rivendendo sul mercato le azioni della nuova creatura di Giannini, la Transamerica Banking Co. Giannini parò il colpo. E quando, nel 1929, si verificò lo storico crollo di Wall Street e il panico finanziario si diffuse in tutti gli Stati Uniti, solo le azioni della Transamerica ressero. In quel famoso "Venerdì nero", le Transamerica perdettero appena un ottavo di punto, mentre tutte le altre azioni crollarono di colpo del 30 e anche del 50 per cento. Ma cinque giorni dopo, dalla sera al mattino del 29 ottobre 1929, anche le Transamerica scesero da 61,1/2 a 21,1/4: anche per Giannini era il collasso. Egli aveva tentato di evitarlo, acquistando tutte le azioni che in quei giorni i piccoli risparmiatori scoraggiati avevano lanciato sul mercato, si era coperto di debiti e aveva solo ritardato il disastro di una settimana.
Parve allora che il coraggio di Giannini vacillasse; egli decise infatti di ritirarsi dagli affari: chiese alla Transamerica di essere liquidato e partì per l'Europa.
Il tradimento di Walker
Alla direzione della Transamerica rimase il suo socio Elisha Walker, che tentò di dargli una pugnalata alla schiena. Walker - nell'assenza di Giannini - cercò di liquidare al più presto l'impero finanziario della Bank of Italy e delle banche affiliate, che dal novembre 1930 si erano fuse insieme per dar vita alla Bank of America. Dall'Austria, dove trascorreva le vacanze, Giannini piombò in California per impedire il misfatto.
E qui si rivelò la sua tempra di lottatore indomabile. Attraversando tutta la California, con una spettacolosa campagna, Giannini chiamò a raccolta ancora una volta tutti i piccoli azionisti, indisse meetings nei teatri e negli stadi, cercò con ogni mezzo di sollevare contro il consiglio d'amministrazione della Bank of America l'immensa legione dei suoi fedeli. E la spuntò: il 15 febbraio 1932 A. P. Giannini fu restaurato nel suo trono ed Elisha Walker se ne andò.
Ma con Roosevelt sarebbero venuti per Giannini altri anni duri. Dopo un flirt iniziale con il New Deal, il banchiere californiano avrebbe dovuto fare i conti con le leggi antimonopolistiche, che Roosevelt voleva fare rispettare ad ogni costo. Da allora Giannini, minacciato di vedersi chiusa d'autorità la sua banca, si battè contro Roosevelt, contro Morghenthau, contro Snyder, contro Truman. Su 800 milioni di depositi bancari in tutti gli Stati Uniti, 400 milioni sono depositati presso la Bank of America: contro questi monopoli il governo di Washington ha lanciato per anni e anni i suoi fulmini, prima, durante e dopo la guerra. Perfino nel gennaio di quest'anno, a 78 anni, Giannini fu chiamato davanti alla commissione finanziaria federale per rispondere di violazione alle leggi contro i trusts. Si è difeso ostinatamente, ha confuso i suoi accusatori; e la pratica è stata passata alla Corte Suprema. Ma per il momento la Bank of America resta la più grossa banca privata del mondo, con 3 milioni di depositanti e 500 filiali.
«Sono qui», disse davanti alla commissione, a Washington, «per difendere "la mia creatura". Finché vivo non riuscirete a distruggerla».
La settimana scorsa a S. Matteo, mentre passeggiava nel giardino della sua casa, dove durante l'incendio del 1906 fu seppellito il tesoro della piccola Bank of Italy, A. P. Giannini, il Toro della California, è morto di paralisi cardiaca. Fino all'ultimo momento ha tenuto d'occhio la "sua creatura".

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