Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

I cicisbei a Genova (1/5)
di Achille Neri

tratto da "Costumanze e sollazzi" di Achille Neri, 1883

I.
Fra gli usi che contraddistinsero il secolo passato, rimase sopra ogni altro famoso il cicisbeismo; strana miscela di amore platonico e sensuale, di servilismo e di galanteria, contro al quale adoperarono la sferza, e per lungo tempo invano, poeti e commediografi, moralisti e predicatori. Il marchio del ridicolo cicisbeo non era efficace a far dismettere la rea costumanza, e molto meno valevano le paure ultramondane dell'inferno, in mezzo a quell'alito volteriano, dal quale non andarono immuni neppure i pontefici.
Non fa al mio proposito l'indagare la genesi di questa usanza, la quale, sebbene giungesse ad un largo sviluppo in pieno secolo XVIII, pur ripete la sua origine da tempo più antico, poiché il vocabolo si trova usato dal Caporali, da Lorenzo Bellini, da Ippolito Neri, e dal Magalotti.
E quanto alla sua derivazione mi sembra si possa convenire che «dalla platonica cavalleria ricevette l'Italia l'ordine de' serventi cavalieri, chiamati poi col ridicolo nome di cicisbei. Niuno ignora che loro era commesso 1'officio di far compagnia alle donne, di servirle, e di spendere in esse tutte le cure di uno sposo e di amante. Al principio il marito eleggeva il più leale fra gli amici suoi ad essere il cavaliere, che servisse la sua moglie, e guardasse con santità l'affidato deposito. Par simile al vero che allora non vi fosse tra il cavaliere e la dama altro che una schietta galanteria, ed una tenera sollecitudine, di cui non avesse la virtù ragione alcuna di arrossire. Ma questa costumanza poco spazio indugiò che si corruppe, e grandissimi disordini ne sorsero, perché il cavaliere scelto in principio dal marito dovette essere accetto anche alla moglie. D'allora in poi non fu egli più l'incorruttibile custode del maritale onore, ma era un amante, che per estrema prova di corruzione, ne avea la licenza e l'assentimento dal marito stesso».
Se non che pur accettando in massima questa sentenza, conviene tuttavia distinguere tra la cavalleria propriamente detta e la sua degenerazione; i tristi effetti della corruttela derivarono da questa, quando all'austerità del sentimento morale dell'onore subentrò nell'uomo il desiderio del piacere sensuale, ed ebbe infranto la donna quell'ostacolo per cui si manteneva soggetta e riverente al sesso maschile; nuova condizione sociale codesta, originata da un complesso di false idee attinte dal difetto di una savia educazione, e dall'allargarsi della letteratura romanzesca.
Uno studio condotto con più largo intendimento, potrebbe forse farci risalire anche più addietro dei tempi cavallereschi, e rivelarci alcuni punti di contatto fra i cicisbei del settecento e i damerini romani dell'impero; anzi condurrebbe per naturale conseguenza a ricercare, per quali transizioni il sentimento dell'amore sensuale, dopo aver attraversato con varia fortuna un periodo severamente ascetico, ed essere poi caduto in un mistico convenzionalismo filosofico, sia tornato a paganeggiare sotto l'impudente vernice della religiosità.
Certo la corruzione viene sempre determinata dalla decadenza civile; i momenti più calamitosi per l'Italia nell'ordine morale, andarono sempre di conserva con le sue disdette politiche, e se la caduta della libertà dette a Roma insieme ai poeti erotici i trosuli1 e i cinedi2, la soggezione straniera fece annidare nell'Italia uscente dal medio evo la procace galanteria francese e la sospettosa gelosia spagnuola. Bisogna dire però, che il terreno era già ben preparato per ricevere questo mal seme, e per farlo in breve fecondare con grande rigoglio; ma, come avviene appunto delle piante nutrite da nuovi succhi sott'altro clima, i frutti si corressero a vicenda e degenerarono; di guisa che ridotta più tranquilla la foga galante, e diminuita la furia gelosa, si plasmò, con il lievito del platonismo ond'era imbevuta la società italiana, una nuova foggia di amante, che non vollero neppur riconoscere coloro da cui aveva avuto origine.

Patito Nel Vocabolario Genovese-Italiano di Giovanni Casaccia, 1851, è definito "Cicisbeo, Damo; Colui che ama ed è amato da una donna, e propriamente dalla moglie altrui"

Gli spagnuoli dimenticarono che il cavaliere servente ha riscontro coi loro galanteos e cortejos; i francesi fecero anche peggio, mostrando di voler respingere dalla loro convivenza civile l'uso dei cicisbei, e quasi tutti i viaggiatori scesi fra noi, accolsero nelle relazioni dei loro viaggi questa costumanza, come osservabile ed importante a dipingere il carattere degli Italiani. Anzi il vocabolo stesso introdussero nei loro dizionari come un puro italianismo; e Paolo De Musset ritrasse siccome singolarità della vita italiana il patito e il cavalier servente, che sono due trasformazioni del cicisbeo. Eppure lo stesso Dupaty affermava che in Italia «le sigisbée represente a-peu-près l'ami de la maison a Paris». Il qual personaggio si può riconoscere nell'alcoviste satireggiato da Molière, e così descritto dal Tachereau: «On reucontrait encore chez chaque femme une individu qui, revêtue du titre singuliere d'alcoviste, etait son chévalier servente, l'aidait à faire les honneurs de sa maison et à diriger la conversation». Afferma quindi l'autore che siffatta famigliarità poteva forse dare cagione di scandalo; ma ciò non avveniva, e l'innocenza di tali relazioni ei vuol provarla con le parola di Saint-Evremond: «L'alcoviste n'était que pour la forme, parce qu'une précieuse faisait consister son principal mérite, à aimer tendrement son aimant sans jouissance, et à jouir solidement de son mari avec aversion». Né si deve credere, che il comico veneziano abbia messo, senza buona ragione, tutta la precettistica galante in bocca ad una cameriera e ad un cavaliere francese.
Fra noi questa costumanza, per un pezzo si cullò mollemente in mezzo alle sfiaccolate leziosaggini dei bellimbusti, dei zerbini, dei ganimedi; genìa per lo più innocua, e che curando molto la persona si contentava d'inchini, baciamani e languide occhiate, porgendo il fianco al ridicolo3: non sempre però, ché qualche volta gettava il disordine nelle famiglie; onde già erasi levato un doloroso grido di protesta:

O cicisbei! di quanto mal cagione
In ogni etade foste in ogni loco!

Matteo Palma nell'Anatomia dell'Amore profano (Venezia, 1667, 139) dice di questi sbarbati Falimbelli4 e Rubacuori: «Attendono con tanta cura alle chiome, al viso, alla fronte, alle mani per farle belle, che il mondo non solo ne resta ammirato, ma stupito ancora. Si pensano questi tali con una calza attillata, con legacci alla spagnuola, con una scarpetta alla francese, con una spadina vergine a canto, con una caminata galantina, con passo della picca, con misurato moto d'innamorare insin le statue, non si accorgono che sono la favola del volgo con essere mostrati a dito da tutti. Che perciò Ovidio avverte le donne, che si guardino da questi giovani ornati, dicendo:
Sint procul a vobis iuvenes, ut foemina compti».
Ed ecco che ad un marito a cui fosse toccata bella moglie, stavano

… sempre d'intorno un centinaio
D'allocchi, barbagianni ed uccellacci;

verso i quali se faceva il viso dell'arme, non gli erano risparmiate delle burrasche, e se si mostrava «cortese e non curante», gli diveniva «la testa… grave e pesante»: quando però non reputava più conveniente una solida correzione, perché

Gradisce il cavalier, che la corteggia,
Appena una fanciulla fatta sposa;
Amata e vagheggiata, ama e vagheggia,
Per non parer dell'altre men pietosa;
Quella pietà che dentro il cor le armeggia
Presto presto divien piaga amorosa;
La piaga duole, e se costei la medica,
Vien da canto il marito e suona a predica.

Era un'ultima manifestazione di resipiscenza gelosa, la quale però già andava perdendosi in quella «apatica indifferenza», che fece riguardare il cicisbeo «come un personaggio indispensabile in ogni famiglia», e nei contratti di nozze necessario quanto il marito; la moda poi andò tanto innanzi, che le dame non si contentarono più d'averne un solo, ma ne vollero almeno quattro: il qual numero parve eccessivo anche al Costantini, che ribellandosi contro l'usanza del «secolo pazzo», dichiarava, un poco acerbamente, come in questo modo si volesse mettere «in un contratto di matrimonio, che è cosa sacra, un patto che sembra descrivere le prime linee di un semicircolo sulla fronte di un marito». E da uomo sperimentato si professa eretico «sul punto che gli uomini si dedichino al servizio di una donna per puro atto cavalleresco, perché vede sempre scelte le giovani e le belle, giammai le vecchie e le brutte»; ond'ei non stupisce punto «che nascano segrete confidenze tra la donna servita e l'uomo servente», ma si meraviglia bensì «della pazzia dei mariti, che credono gli uomini di stucco e le loro donne di sasso».
Perciò Carlo Gozzi irridendo il vantato platonismo venuto di moda a' suoi dì, giustamente esclamava:

Che si dia amor platonico
Tra due di sesso vario,
S'anche venisse il diavolo
Non mel darebbe a credere.

E, curiosa contraddizione, non capiva il pover'uomo che faceva la più acerba critica a se stesso, essendosi studiato con bugiarda ingenuità di darci a bere la purezza del suo amore colla Ricci, e l'innocenza dei suoi sentimenti verso il Gratarol nel comporre le Droghe d'amore.
Triste retaggio della «gran libertà di commercio fra l'uno e l'altro sesso», lasciato in Italia dall'occupazione francese5, che «diè bando ai riguardi e rigori dell'età passata»; e funesta conseguenza in un tempo del falso e rilassato sistema d'educazione, che aveva spostato nelle coscienze il concetto dell'onore, riducendolo a cosa tutta esteriore e d'apparenza; sottoposto ormai, come il vestito, ai capricci della volubile moda, e costretto a mentire la propria dignità dalla «creanza», la quale comandava «che non ci si» stesse «tanto su». Onde il marito doveva ben guardarsi di seguire la moglie da per tutto, per non essere creduto

Un uomo senza sangue nelle vene,
Che contrassegno scioccamente dia
D'esserne innamorato oltre misura,
O che lo sproni a ciò la gelosia;

l'ufficio di condurre la moglie a zonzo era cura d'altrui, e il galateo insegnava al marito di non entrarci per non parer sciocco o malcreato; così che poteva dirsi a ragione, che si era

… veduto ancor cangiar di rito
Il sacro nodo fra moglie e marito.6

Qualche rara volta la cosa finiva in tragedia; come avvenne al «dameggiarne» conte d' Arcano, che serviva la Faustina Lazzari Gussoni, ucciso proditoriamente mentre usciva dal teatro; ma ciò rivelava la viltà d'animo del marito, il quale non sapendo contraddire alla moda, e celando sotto l'ipocrita maschera dell'apparenza le furie della gelosia, aveva dovuto prezzolare la mano ignobile di un volgare sicario. Questi tuttavia erano casi eccezionali, atti soltanto a ricoprire d'infamia il mandante, ed a muovere la compassione ne' teneri cuori per la vittima; non già a correggere il vizio, il quale anzi riceveva dal sangue del martire conforto e incremento; onde al dilagare del corrotto costume furono commosse persino le viscere di un gesuita, che ruppe in queste nuove parole: «Povera Italia! Chi mai avrebbe creduto che dopo i secoli di tante effusioni di sangue, di tante crudeltà, di tante gelosie tra' coniugati, ne dovesse uno venire di tanta effeminatezza, di tanta indifferenza dei mariti per le loro mogli, di tanta noncuranza del proprio onore?».
E il battagliero ignaziano non pensava, che la società raccoglieva appunto i frutti del mal seme educativo, sparso nella mente e nel cuore della gioventù dal suo sodalizio. Che se la dolorosa apostrofe alla «povera Italia» vuolsi pur intendere come un richiamo al sentimento della patria, bisogna convenire come fosse tardo ed inutile; ché ben altre voci e più fieri argomenti oggimai si richiedevano a scuotere la secolare ignavia. Anche il Chiabrera fin dal suo tempo, sferzando il molle vestire, aveva gettato in faccia ai contemporanei le acerbe parole:

… O gloriosa
E non men fortunata Italia mia!
Di quella Italia, che domava il mondo
Quando fremean le legion romane,
Che tanto trionfar? Non è bel carro
Da trionfare un letto? Ed un convito
Non adegua il gioir d'una vittoria?

Ma con qual pro? L'opera micidiale della servitù, aveva cancellato dall'animo l'alto sentire patriottico, e il raro levarsi di qualche voce vigorosa, quando non era puro esercizio rettorico, costituiva una nota stridula, dissonante, che si perdeva nel tacito deserto. Amore, anziché essere sprone ad atti egregi, sviliva gli animi e immiseriva i corpi. Che patria! Bastava la donna; a lei era dovuto l'olocausto della gloria e dell'onore; ce lo insegna il paganeggiante Savioli, che diceva alla sua:

I sonni miei non turbano
Sdegnati il padre e Giove;
Me, come Enea, non chiamano
Regni a mercarmi altrove.
Pur fosse ciò, non l'abbiano
I saldi fati a sdegno,
Tu mi saresti Italia,
Tu gloria a me, tu regno.

Con questi sentimenti, nei quali più o meno tutti consentivano, e specialmente i nobili che allora spadroneggiavano, non è meraviglia se l'uso di servir dama alla moda entrò nelle comuni consuetudini; e il Goldoni confessa, che allorquando fece rappresentare la sua commedia Il cavaliere e la dama, non ardì far mettere «nell'affisso il titolo di cicisbei, per non irritare preventivamente la numerosa brigata dei galanti».
Ma il gran commediografo, che sapeva essere fine della commedia, «sendo un'immagine della vita comune, il far veder sul teatro i difetti dei particolari, per guarire i difetti del pubblico, e di correggere le persone col timore di essere poste in ridicolo», non si tenne pago di quella prima prova, in cui volle «occultare la critica», ch'ei pur lanciava contro «quegli esseri singolari… martiri della galanteria e schiavi dei capricci del bel sesso», e «che sono i secondi padroni delle famiglie sregolate»; tornò quindi più volte all'assalto, rappresentando i suoi soggetti in modo più aperto nelle varie loro età e sotto i diversi aspetti. Ciò si rileva in ispecie dalla Dama prudente e dal Festino, nella qual seconda commedia, com'egli avverte, ha posto in veduta il cicisbeato in quasi tutti gli atteggiamenti nei quali suole manifestarsi. Ed ecco qua un bel quadretto delle famigliari consuetudini di quei dì, ch'ei pone in bocca ad uno dei suoi furbi servitori, il quale si meraviglia del geloso affetto della sua padrona pel marito:

… Tre case ho già servito,
E mai di gelosia parlar non ho sentito;
Veduto ho dei mariti levarsi di buon'ora,
Senza veder in faccia nemmeno la signora,
E qualchedun trovando su per le scale in fretta,
Dir con indifferenza: Andate, che v'aspetta.
Veduto ho delle mogli, che ridon del marito
Se san ch'egli si lagni d'aver il cuor ferito.
E due, marito e moglie, da me serviti in prima,
Avevano l'un l'altro di lor cotanta stima,
Che per non abusare di troppa confidenza,
Scontrandosi per casa faceansi riverenza;
E se per accidente chiedan: Dove si va?
Dicean: Vo dove voglio, con tutta civiltà.

Ond'è bella gloria per lui, se «gli si rimproverò d'essere entrato troppo liberamente nel santuario della galanteria, e d'averne svelati i misteri agli occhi profani del volgo». Il che vuol dire ch'egli toccò la piaga sul vivo.

(continua)


1 damerini
2 effeminati
3 In un manoscritto della Nazionale di Firenze, vi è una canzone intitolata: «Canzone sopra gli Zerbini Innamorati» (Cfr. I manoscritti della Nazionale di Firenze, I, 237), che per essere inedita, salvo la prima ed ultima strofe, qui riferisco sulla copia procuratami dall'amico prof. Novati, il quale mi fu largo di altri aiuti:

Donne vaghe e Gentili, / Ch'ascondete nel petto / D'amor dolce desio, nobil diletto, / Se liete esser volete / Bell'amante ma saggio aver dovete / Aver dovete.
Molte son l'infelici / Per amar senza ingegno, / Ch'hanno avvinto al lor pié legame indegno; / Però saggie mirate / Chi de vostri pensier signor voi fate / Signor voi fate.
Fate scelta di quelli / Che ben sanno tacere, / Che 'l silenzio in Amar, conviensi avere, / Che sia di Fè ripieno / E ch'onesto desio gl'accenda il seno / Gl'accenda il seno.
Voi, che sete col volto / Or di gioia, or d'affanni / Cagione altrui nel fior de bei vostr'anni, / Guardatevi d'amare / Chiunque il volgo Zerbin soglia chiamare / Soglia chiamare.
Questi molto presume / Far del Vago, e del Bello, / E sempre sopra 'l Crin, porta il cervello, / E crede ne' suoi sguardi / Che si annidi Cupido, e scocchi i dardi / E scocchi i dardi.
E' bugiardo, è loquace, / Poco dà, vuole assai, / Tutto pretende, e nulla ottien giammai; / Dirà, ch'ama contento, / E poi sempre ha la man piena di vento / Piena di vento.
Suol ne' dì più solenni / Passeggiar per il Corso, / Et a Destrier non suo premere il dorso, / E dalla fronte al piede / Crede d'essere Adone, o Ganimede / O Ganimede.
Con la spada in sul fianco. / Passeggiando con Arte, / Si crede a gl'occhi altrui parere un Marte, / E sempre ha per costume / Alla spada legar il verde lume / Il verde Lume.
S'inanella la Chioma / Con non poca sua cura: / Le Mende occulta, che gli fe' natura, / E femmina somiglia / Ch'allo specchio si liscia, e si consiglia / E si consiglia.
Travestito la Notte / Se ne va a una pazz'Ora, / E vorria conosciuto essere ancora / Sol per parer, che sia / Possessor del Malann, che Dio gli dia / Che Dio gli dia.
Dove danzan festose / Del bell'Arno le Dive / Se non si trova, per quel dì non vive, / E misero si sface / Vedend'esser d'altrui quel, ch'a lui piace / Quel ch'a lui piace.
Se nel Ballo sovente / Bella Dama l'invita, / Si crede esser di quella Anima e Vita, / Ringrazia Amore, e dice; / Ben son'io tra gl'Amanti il più felice / Il più felice.
E bugiardo è loquace, / Vantatore, et Astuto / E dalla Dama a pena è conosciuto, / E dir non si vergogna / Per vero il Dì quel, che la Notte sogna / La Notte sogna.
Sì ch'a questi giammai / Non girate il bel viso, / Ch'Animale è il Zerbin degno di riso, / E fia vostro pensiero / Bell'amante gradire e Cavaliero / E Cavaliero.

4 bellimbusti
5 Mi pare assai notabile ciò che afferma il Roncaglia che «tutti i viventi di circa 30 anni indietro avrebbero infallibilmente stimato le conversazioni de' cicisbei materia di duelli, e di irreconciliabili nemicizie»; il che vuol dire come nell'ultimo ventennio del secolo XVII l'uso non era anche divenuto generale e degenerato in vizio sfacciato. E si noti che l'autore nella prefazione, dice che scrisse la prima volta contro i cicisbei dieci anni innanzi; dunque nel 1710; il Muratori ammette l'esiziale influenza francese sui costumi nel 1707: le date riscontrano.
6 a questi versi l'autore ha posta la seguente annotazione: «Il Ganzismo, o Cicisbeato è una moda significante, e massime nell'Italia, e la più atta a correggere il cattivo umore d'una Donna con suo Marito. Un bell'ingegno in Metafisica, e de' primi Signori d'Italia, in scrivendo ad un Filosofo Francese, chiama il Cicisbeato il "Matrimonio del Delitto". La materia è vasta, e non va toccata di troppo; e l'Italiano medesimo, che or si compiace d'una sì fatta moda, avrebbe in addietro sorpassato i limiti della vendetta. Ecco la virtù della moda, che ha l'abilità di render piacevole ciò, che una volta era d'orrore, e di vitupero. Però il Mondo è stato sempre lo stesso e tanto i vizii, che le virtù egualmente han germogliato in ogni tempo. La moda disdicevole del Cicisbeato fece fare delle lagnanze al Poeta di Corte, ch'esclama fortemente contro i suoi Romani, e le Dame, che volevano a tutti i patti il Cavalier Servente. Fa d'uopo riflettere, che l'Italia è soggetta a sì brutta Crise; mentre al dì d'oggi vediamo rinnovato l'abuso de' tempi d'Augusto. Non voglio lasciar di citare il passo d'Orazio, ch'è sorprendente e per l'eleganza, e per la verità. Lib. III, Ode VI.

Fecunda culpæ sæcula nuptias
Primum inquinavere, et genus, et domos:
Hoc fonte derivata clades
In patriam, populumque fluxit.

Dopo altri quattro versi, in cui parla dell'uso ch'eravi in Roma d'insegnare i Balli lascivi alle Donzelle, di queste appena maritate prosegue a dire:

Mox iuniores quærit adulteros
Inter Mariti vina: neque eligit,
Cui donet inpermissa raptim
Gaudia, iuminibus remotis;
Sed iussa coram non sine conscio
Surgit Marito.

De' buonomini ve ne son stati sempre, che han chiuso gli occhi ai debosci delle lor mogli: e Orazio n'assegna un'ottima ragione, che è la stessa, che si può ora addurre:

… seu vocat institor,
Seu Navis Hispanæ Magister,
Dedecorum pretiosus emtor.

I Mercanti Spagnuoli, e i Capitani, che in quei tempi molto trafficavano in Roma, avevano la preferenza dalle Romane, perché pagavano benone, e a caro prezzo; "pretiosus emptor". Da questo passo d'Orazio rilevasi, che lo Spagnuolo è stato generoso, e liberale prima assai che avesse i Tesori del nuovo Mondo. Il nostro Lirico non pago di quanto rinfaccia ai Romani, arditamente, e direi da Missionario, soggiunge, che perciò la gioventù del suo tempo non era quella, che avea riportate tante vittorie sopra Cartagine, Pirro, Antioco e Annibale; ma imbastardita dall'illecita moda, era portata solo ai piaceri, ed all'ozio.

Non his iuvenius orta parentibus
Infecit æquor sanguine Punico etc.

Se Orazio vivesse in questo nostro Secolo Italico non potrebbe aggiunger, né toglier cos'alcuna a queste sue invettive».

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