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    Pezzi di storia

I cicisbei a Genova (4/5)
di Achille Neri

tratto da "Costumanze e sollazzi" di Achille Neri, 1883

(precedente)

Né questo innalzare all'ufficio di bracciere un famiglio era sempre scevro da pericoli, poiché lo Spinola ammoniva: «quei servitori sul braccio de' quali si van reggendo le nostre mogli, non siano giovani, e di buon atto, com'esse dicono, ma gente attempata e molto ben conosciuta: non credendosi che resti provvisto a cicisbeo 1 questo punto, col far che il servitore giovane regga la padrona, posto di mezzo il mantello fra la mano et il braccio». E sebbene in seguito questo ufficio fosse disimpegnato dai cicisbei, pure non si abbandonò affatto l'uso dei servi in qualità di braccieri; solo quel che era regola dapprima diventò eccezione. Ce ne porge chiara prova lo Stefani in un de' suoi dialoghi, facendo sì che la dama nel concludere come dalle ragioni esposte dal suo interlocutore, apparisca «pericoloso il dare il braccio alle dame», soggiunga un poco stizzosamente: «Da qui avanti sarà bisogno di privarsi ancora del servitore, perché in caso di necessità fa questi similmente l'ufficio del cavaliere». Al che di rimando Don Gile: «Non sarebbe già male quando voi vi privaste di questo comodo, e vi bastassero i soli vostri piedi per camminare, senza cercare altro appoggio. Il servitore è vestito colla livrea di panno ordinario, e voi di seta o di stoffe, o d'altra simile vanità; ma è però figlio d'Adamo come siete voi, e quantunque le sue qualità lo trattengano di farsi avanti, non per questo impediscono il desiderio; e vi so dire che non sareste voi la prima dama, che si fosse innamorata del servitore». Le quali parole giovano ad illustrare quanto già aveva avvertito più di un secolo innanzi lo Spinola, e mostrano fino a qual punto fosse caduto in basso il costume dopo quel tempo. Donde si vede che erano riusciti vani i consigli assennati del Cebà, il quale dichiarava non essere dicevole al cittadino di repubblica condursi, o per cagion di diporto o sotto titolo di galanteria, a ragionar molto o dimesticarsi con le dame; ché anzi la dimestichezza diveniva sempre più grande, e più frequenti si presentavano le occasioni di trovarsi insieme nelle mattinate, nelle veglie e nei festini. Quivi facendo pompa di ricchi adornamenti, e di lussuriosi vestiti, venivano «condotte per lo polso» dai cavalieri le dame, sfolgoreggianti «al riflesso de' lampadari di cristallo», ed erano poi servite alle cene, sontuose per ogni maniera di cibi squisiti, di delicature e di vini. Ed ecco che nel calore delle danze, negli aggiramenti per l'ampie sale e nei riposi entro ai morbidi salotti, s'infervorava il confidente conversare, turbato pur qualche volta o dai sospetti dell'ombroso marito, o dalla gelosia di poco accetti pretendenti; donde avevano esca le satire mordaci, i duelli, e le vendette per mano dei bravi tenuti a soldo dai patrizi.

IV.
Ma se non si poteva dire per anco che vi fossero propriamente i cicisbei, pur tuttavia già esistevano i germi atti a far sì che la pianta nascesse sollecita e rigogliosa. Infatti nel 1718 troviamo radicata in Genova l'usanza «di quella specie d'animali», che ha conferito a rendere «assai perfezionato il portamento» delle signore, le quali «affettano le foggie francesi», e riescono «più gentili di quelle che imitano». Si afferma anzi, né so con quanta ragione, che quivi ne incominciasse il costume, e venisse accolto in tutta l'Italia, dove i mariti non erano «terribili creature», secondo se li figuravano gli stranieri; né v'era chi pretendesse «trovare vizio in un uso tanto bene stabilito e politicamente fondato»; poiché, e questa davvero è curiosa, «fu un espediente immaginato dal senato per metter fine agli odj tra le famiglie, che laceravano lo stato, e per trovare occupazione a que' giovani, i quali erano obligati a tagliarsi l'un l'altro la gola, per passare il tempo». Che cosa ci sia di vero in queste asserzioni non saprei dire, ché mancano i documenti a provare la prima, e quanto alla seconda si esagera alquanto la condizione della gioventù, divenuta per difetto di freni educativa, prepotente, facinorosa, disordinata. Era ufficio dei cicisbei d'accompagnare la signora «in tutti i pubblici luoghi, come alle commedie, alle opere, alle ragunate», dove essi collocavansi «dietro la loro scranna», custodivano «il ventaglio ed i guanti»; e quando usciva, la dovevano servire «in luogo de' domestici; trottando gravemente presso la sua portantina»; onde al Fiorentini «il mestiere di servir dame a Genova» parve «mestiere da lacchè vestito in mantelletta». Di tutte queste confidenti sollecitudini il marito non aveva a prendere alcun sospetto geloso, o almeno non dimostrarlo; anzi a lui spettava l'elezione del cicisbeo, sebbene avesse la medesima facoltà anche la moglie, quando la scelta non era di suo gusto, il che, si capisce, accadeva assai spesso; né uno solo bastava, poiché v'erano donne, le quali contavano nel loro seguito «jusqu'à cinq ou six de ces adorateurs». Dunque nessuna gelosia da parte del marito; nessuna fra i cicisbei: perciò l'accusa di gelosia, che si dava agli italiani, non si doveva applicare ai genovesi; essendovi «peu de pays au monde où les femmes ayent plus de liberté, et où elles pechent plus en apparence».
Se non che il male del cicisbeismo diventò acuto sulla metà del secolo, e non ultima cagione si fu la stanza che ebbero in Genova i francesi, venuti ad aiutare la repubblica contro gli austro-sardi; chi guarda infatti quali fossero i costumi della corte di Luigi XV, e quelli del duca di Richelieu, comandante le truppe, facilmente si convince quanta influenza quella disonesta ed eccessiva libertà, dovesse avere nella nostra convivenza civile; né d'altra parte v'ha alcuno che voglia negare, nel periodo del quale ragioniamo, la sudditanza morale e intellettuale dell'Italia alla Francia, per quella smania d'imitazione che fu e sarà sempre la nostra più grave disdetta. Ora anche le poche notizie che abbiamo intorno alle imprese erotiche del Richelieu e dei suoi, ben ci dimostrano di quali insegnamenti fossero maestri.
Le testimonianze della triste fama acquistata da Genova nel fatto del cicisbeismo, ci occorrono varcato appunto il mezzo del secolo scorso; è genovese la dama ambasciatrice dell'Algarotti al «Congresso di Citera»; il cavaliere servente veterano dell'Alfieri, già onore dei lombardi cicisbei, imparò ne' suoi primi anni

Nella città di Giano il fior dell'arte;

e mentre il Lalande non trovava a Milano la cicisbeatura «une etiquette pour les femmes, et une servitude pour les hommes» come a Genova, il Dupaty, avvertendo che «le sygisbeisme mérite une attention particulière», soggiungeva: «il n'est nulle part plus en vogue qu'à Gênes». Il che non si attentava negare neppure quell'anonimo genovese, che pubblicò una lunga lettera contro molte affermazioni dello scrittore francese; perché alle riferite parole risponde: «le métier de perdre son temps auprès d'une femme est tombé comme bien d'autres, et ce n'est pas celui dont il faut déplorer la décadence; notre jeunesse à enfin compris que pour que les femmes parussent toujours aimables, il ne falloi pas les voir a tous les instans». Questa anziché una difesa mi pare una confessione implicita, perché l'autore maliziosamente scambia il vero e proprio cicisbeato con gli amoreggiamenti dei vagheggini, i quali venivano di per sé ad essere esclusi, per quel vecchio aforismo: «ubi maior, minor cessat».
Ma scendiamo a più minuti e curiosi particolari. In casa il marito sta ben poco, i negozi, gli uffici, il servir dama lo tengono lontano; mentre vi è assiduo il cicisbeo, la scelta del quale «c'est une affaire de famille». Allorquando è stabilito il contratto di matrimonio d'una giovine nobile, «on songe à la pourvoir, d'acord avec son mari, d'un cicisbeo, qui soit agreable aux parties contractantes. D'ordinaires ils sont de l'âge du mari, et de son rang, quelquefois plus jeunes». Il che prova l'uso d'introdurre nei contratti o negli accordi di nozze la scelta del cicisbeo; onde venne notata come cosa singolare, e fu davvero una virile protesta, l'assenza del cavaliere servente, stipulata per contratto dal marchese Spinola alla metà del secolo.
Devono i cicisbei «accompagner par tout la dame à la quelle ils sont attachés, à la mèsse, à la promenade, aux assemblées, aux spectacles; une femme ne va point sans son cicisbeo, il aide même a l'habiller, il est son confidente nécessaire, et comme il ne va chez elle que pour la servir, il y a droit d'y entrer à toute heure et en tout temps». L'accompagna altresì al passeggio in carrozza, e poiché questa in generale non ha che due posti, quindi non vi può capire un terzo incomodo. «A table le cicisbeo est toujours à coté de sa dame; au jeu il est au moins derriere sa chaise, s'il ne joue pas à coté d'elle. Un étranger admis à ces assemblées, et qui veut lier conversation avec une dame Génoise, doit se croire heureux, s'il en trouve quelqu'une dont le cicisbeo soit malade ou absent; alors s'il a le talent de s'énoncer avec agrément, il est sûr d'ètre bien reçu».
Le cose medesime, ma con parole più acerbe, ci sono esposte dal Goudar, il quale confessa non intendere egli stesso quel che sono intimamente i cicisbei, «car je n'immagine point qu'il y ai une société sur la terre, dont les mœurs soient assez corrumpues, pour que les femmes s'y prostituent ouvertement, et pour que les maris s'y desonhorent publiquement». E con satira salace aggiunge: «Je crus d'abord que ces Sigisbées étaient des Eunuques; mais la nombreuse propagation des dames Génoises prouve le contraire, à moins que cette sorte d'eunuques n'ait le privilège d'engendrer; j'ai même oui dire qu'une des premières conditions pour être Sigisbée, etoit d'être homme».
Le quali parole sarebbero eccessive se non venissero confermate da un documento paesano; poiché in un catalogo di libri immaginari posto fuori in questo tempo, come satira dei rei costumi, uno ve n'ha col titolo seguente: «Nuova istruzione per occultare i parti delle cicisbee: opera del signor Giuseppe d'Abramo». Senonché il Chinese volendo rappresentare con vivezza maggiore l'usanza genovese, intesse un aneddoto satirico, del quale egli stesso si fa protagonista. Venuto a morte il cicisbeo di una giovane dama, pensò il marito, un poco geloso per natura, di provvedere al proprio riposo eleggendo in suo luogo il Chinese, col quale avea contratta amicizia in un caffè, ritenendo per fermo che la sua «figure étrangere» avrebbe fatto «peu d'impression sur sa femme». Gli scrisse perciò la lettera seguente: «Monsieur le Chinois. Nos autres maris Génois sommes trop occupé, et nos femmes le sont trop peu pour qu'elles puissent se passer de voir compagnie. Il leur faut un galant, un chien, ou un singe; c'est pourquoi je m'adresse à vous pour vous prier de remplir, après de là mienne, celui de ces trois emplois qui vous plaira le plus. Son Sigisbée est mort depuis huit jours: je vous offre sa place. Ma femme est jeune et ne manque pas de vivacité; je crois que vous vous amuserez bien ensemble. Je vous attenderai cette après diner chez moi, pour vous présenter à elle moimème». Eccolo dunque in ufficio di cicisbeo. Egli temeva che il suo colore e la sua figura non lo facessero accetto, ma s'avvide subito che la dama «s'en accomodoit assez». Ignaro dei doveri del suo nuovo incarico, domandò istruzioni al marito, che gli fece immediatamente conoscere una lunga serie d'articoli, i primi otto dei quali son questi: «1. Le Sigisbée doit se rendre, touts les matins, chez sa dame, précisément à neuf heures, pour lui servir lui-même dans le lit le chocolat ou le caflè. 2. En entrant dans sa chambre il doit avoir soin d'ouvrir les fenètres, afin qu'en servant sa dame dans son lit, il voye bien ce qu'il fait. 3. Si la dame lui demande une epingle pour mettre au haut de sa chemise, afin de cacher sa gorge, il en cherchera une partout dans l'appartement; et quoique il y en ait deux ou trois-mille sur sa toillette, il aura soin de n'en pas trouver une seule. 4. Au cas que ses filles ne soient pas dans sa chambre, lorsqu'elle voudra se lever, le Sigisbée ne se retirera point pour cela; mais l'aidera au contraire à s'habiller. 5. En assistant à sa toelette, il se tiendra debout derrière elle comme un domestique, afin d'être à portée de lui donner tous les ingredients nécessaires, qui entrent dans la composition d'un visage Génois. Il lui présentera tour-à-tour, le blanc, le rouge, la boëte à mouches, la pomade pour les levres, sans confondre aucun des ustenciles de la beauté. 6. La toilette finie, il lui donnera la main pour la conduire dans sa chaise à porteurs, et ira avec elle à la messe, marchant devant ou à côté de la chaise comme un valet de pied: de cette manière il devancera les porteur et arriverà tout essoufflé à la porte de l'église, pour lui présenter de l'eau benite. 7. Le soir il la conduira au spectacle, ou il s'assiera auprès d'elle. 8. Dans l'hiver il lui donnera sa chaussette, et la placera lui-même sous ses juppes». Più altri che si tacciono «sont secretes, et les maris Génois doivent faire semblant de les ignorer».
Spogliando questa viva rappresentazione dei fregi intessuti dallo spirito sarcastico dello scrittore, rimane pur sempre abbastanza evidente in quali condizioni si trovava la vita morale dei genovesi; ed è quindi ovvio riconoscere come ormai quasi spezzati i legami e gli affetti della famiglia, fosse ridotta la società a «des femmes, des hommes qui s'unissent pour n'être jamais unis, qui, huit jours après l'hymen, forment par un usage étrange, un autre lien, où l'amour n'a pas plus de part qu'au premier, mais qui n'en brise pas moins le noeud le plus sacré, et avec celui-là, tous les autres». Questo però non diminuiva per nulla il zelo religioso delle dame, le quali con una strana disinvoltura, e come se fosse la cosa più naturale del mondo, mescolavano insieme l'ascetismo e la galanteria, lasciando la cura di governarle ai loro confessori; i quali alla vigilia delle grandi solennità, quando le dame penitenti si apparecchiavano alle pratiche religiose, accompagnavano essi stessi in villa, o nella riviera di Ponente o in Polcevera, «un ou deux patiti, pour laisser, pendant ces jours saints, l'âme de leurs penitentes dans cette parfait quiétude qui prepare au repantir et à la penitence»; pronti poi, passati quei giorni, a tornarli a riprendere, per ricondurli alla consueta amabile servitù galante, che poteva dirsi così esercitata col permesso della santa Chiesa. Né deve meravigliarsene chi ricorda le condizioni generali del clero a quei dì, e quelle particolari degli ecclesiastici in Genova, dove il prete e il frate tutto poteva; era ad un tempo direttore spirituale, consigliere domestico, fattore, faccendiere, mezzano di matrimoni, promotore di divorzi, e finalmente, in mancanza di meglio, anche cicisbeo1.
Una viaggiatrice trattenuta a Savona dal cattivo tempo, cerca un pianoforte per passare la noia; gli è offerto il suo da un frate, al quale essa domanda, se vi sono in città conversazioni, o adunanze di divertimento; poche, egli risponde, «car il y a une disette d'hommes, qui a mis les femmes dans la nécessité de nous prendre pour leurs sigisbés; l'évêque en a murmuré, il a même employé son autorité pour nous éloigner d'auprès d'elles, mais en vain; car après tout il faut bien que les dames soient servies». Al che la signora: e la vostra è bella? - «Si è la più bella del paese». - Cade in quel punto il fulmine, e il frate segnandosi offre alla viaggiatrice una reliquia; ed essa, mentre l'accetta, soggiunge: «Révérend pére, les reliquies en Italie chassent la foudre; mais avouez qu'elles n'ont ni le pouvoir de préserver de certains faiblesses, ni celui de vous rendre moins galant».
Notabile documento del cicibeismo ci è porto dall'Alfieri colla commedia Il Divorzio.
Una famiglia genovese, ché la scena è proprio a Genova, ha una figlia da marito, alla quale si presenta opportunità di buon accasamento; ma il padre del giovane, uom dritto ed onesto, è ribelle ai corrotti costumi presenti, e mostra aperto che in sua casa non consentirà mai s'introduca la moda corrente. La sposa educata da una madre che ha due cicisbei, Ciuffini e Piantaguai, al suo servigio, e da un prete ignorante, Don Tramezzino, che le fa da messaggiero amoroso, scappuccia in un amoretto più che platonico col Ciuffini, giovane nobile e letteratuccio; il quale quando sa del matrimonio combinato dà in furori, e non s'acqueta neppure alle proteste della giovane, di aver accettato il partito solo per uscire dalla casa paterna, e dargli agio di poterla trattare con libertà. Ma l'amante trova troppo giovane e bello il promesso sposo, e poi conosce l'austerità del padre, quindi la induce a rompere le nozze. In ciò è puntualmente ubbidito; al giovane casca la benda dagli occhi, e suo padre tutto lieto, poiché non gli piaceva il parentado, lo conduce a viaggiare fuori d'Italia.
Il padre della ragazza, buon uomo in fondo, ma debole, tutto affari, e un po' avaruccio, vorrebbe rimediare la cosa e fa una gran chiassata minacciando il monastero alla figlia e alla madre; ma questa, che ormai s'avea messo i calzoni, lo lascia sbattere, e con furberia tutta donnesca, va a pescare un vecchio ricchissimo, d'una prodigiosa melonaggine, Fabrizio Stomaconi, e stringe con lui il contratto di nozze per la figlia.
Il marito, che sulle prime non ne vuol sapere, s'arrende subito quando sa che il vecchio la sposa con una dote minore di quella fissata col primo. Siamo alla firma del contratto, ed è apprestata la festa. La famiglia, lo sposo, i cicisbei, il maestro, l'avvocato, il notaio e gli amici sono presenti; si propone la lettura dell'atto di matrimonio, che viene portato a cielo come un modello, un capolavoro, essendo stato combinato fra la madre e l'avvocato Sparati;ma il vecchio sposo ha fretta e vuol prima firmare; si leggerà poi. Infatti apposte le firme, l'avvocato, invece del notaro Rodibene, che ha voce troppo nasale, legge i ventotto articoli cicisbeo 2 del contratto, dai quali si rileva che la moglie vien costituita nella più ampia libertà, ed il marito è quello che paga moralmente e materialmente. Senonché sorge un serio intoppo all'art. 34. Coi due antecedenti veniva dichiarato:

… Degli amici, falsamente
Denominati in riso Cicisbei,
La s'avrà quanti, e quali, e come
Le aggradiranno più…
… Ma il servente primo in capite,
Scielto, s'intende, a piena arcipienissima
Volontà della sposa; avrà di fisso
Mattina, e sera la tavola in casa,
Né potrà mai spiacere, che il dimostri,
Al marito.

Il padre, che andava da un po' di tempo masticando, nel sentir questa enormità, grida:

… questo ell'è poi troppo;

ma gli altri tutti addosso a dirgli che non capisce nulla, ed egli:

Capisco, che quest'è uno scandal nuovo.
Io qui nei primi articoli con Prospero,
Questo primo servente, già che pure
Un tal malanno è d'uso, i' l'avea posto
A scelta almen del suocero; né tavola
Gli avea assegnata, né l'umiliante
Approvazion sforzava del marito.

Non gli danno retta, e si viene al

Ventiquattro: E la scelta del suo servente
Primo in capite, e fisso, verrà fatta
Dalla Signora, e dichiarata, e scritta
Qui, dove in bianco se ne lascia il nome.

A questo punto la madre eccita la figlia ad usare del suo diritto; questa è perplessa, gli altri, compreso lo sposo, la incuorano, ed essa dichiara suo primo servente il Ciuffini. Ire della madre contro la figlia, e poi contro il transfuga cicisbeo quando sente che accetta, furori addirittura, vedendosi abbandonata anche dall'altro cavaliere, il Piantaguai, che reputa miglior partito seguire «la corte giovine». Per aquietarla il vecchio sposo, così consigliato, va ad offrirsele in cicisbeo. Frattanto il contratto è firmato, e le nozze son fatte, ma la festa rimane sospesa e il padre, licenziata la comitiva, esclama:

Oh fetor dei costumi italicheschi,
Che giustamente fanci esser l'obbrobrio
D' Europa tutta, e che ci fan perfino
Dei Galli stessi reputar peggiori!
Oh qual madre! Oh che scritta! Oh che marito!
Ed io, qual padre! Maraviglia fia
Che in Italia il divorzio non si adoperi,
Se il matrimonio italico è un divorzio?
Spettatori, fischiate a tutt'andare
L'autor, gli attori, e l'Italia, e voi stessi;
Questo è l'applauso debito ai vostri usi.



(continua)


1 Ho qui dinanzi quattro processi a stampa per scioglimento di matrimonio fra patrizi genovesi, cioè Gio. Andrea D'Oria e Teresa D'Oria, Paolo Francesco Spinola prima con Maria Brignole poi con Maria Geronima Mari, Nicolò Costantino Ferri e Angela Benedetta Gherardi, e in tutti salta fuori il prete o il frate. In questi processi vi è un prodigioso e ributtante cinismo, specie da parte delle donne; e il Richard notando la frequenza dei divorzi, mostra credere alla venalità del giudice ecclesiastico. La causa dirimente era messa innanzi con facile impudenza, e sostenuta senza vergogna con mezzi sporchi ed illeciti.

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