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    Pezzi di storia

I cicisbei a Genova (5/5)
di Achille Neri

tratto da "Costumanze e sollazzi" di Achille Neri, 1883

(precedente)

Non può sfuggire certamente a nessuno l'importanza di questa commedia, come rappresentazione satirica delle prave costumanze italiane, né quella che acquista in modo singolare riguardo a Genova, recata innanzi come prototipo di corruzione. Del che tanto più noi rimarremo persuasi leggendo una poesia popolare in vernacolo, cicisbeo 1 più volte ristampata in foglio volante, che viene opportunamente a rincalzo del fin qui detto. E' intitolata: Lanterna magica zeneise; in essa il poeta dopo aver toccato dei vizi che inquinano tutti gli ordini dei cittadini, e detto della pessima educazione, onde si crescono i giovani, prosegue:

De figgie poi grandette
S'avesse da parlâ,
No son ciù semplicette
Dovieivo spopolâ.
N'emmo de prêuve, e quante,
Neo Santo Matrimonio,
Che se n'attreuvan tante
Amighe do Demonio;
Parlo da modda andante
Do Cavalier Servente,
Che mi o ciammiò Serpente
Insidiatò arrogante.
A questo se permette
Trattâ con confìdensa,
E se ghe dà licensa
De fâ de gren burlette.
O modda infame indegna,
Che veddo dappertutto!
Questo o l'è un vizio brutto
Che da tanti anni o regna.
Ma ciù di ricchi assæ
Che se ne fan un vanto;
Intanto che i despiæ
Stan soli lì in t'un canto.
Mi veddo o carbonè,
L'ommo de bassa man,
Che van con so moggiè,
E Cicisbei no n'han.
I veddo fraddelin
Senz'atre cose in testa,
I veddo scì de festa
Piggiane ciù un gottin;
Ma ao manco in te so strasse
Ghe dorman solo lò,
E guai chi s'accostasse
Pe daghe un brutto odò.
Invece çerte stanze,
E çerti sciti belli,
Son leughi da bordelli
Ammissi da i usanze.
E chi poesse dì…
Ma zitto bocca taxi;
S'ho da contà di caxi
Quando a porrio finì?
Oh quante donne ho visto
Corrì peo Giubbileo,
Raccomandase a Cristo,
Ma ai fianchi o Cicisbeo!
E questo o l'è pregà,
E questa è divozion?
Me o lascio giudicà
Da di ommi de raxion.

Notiamo sopratutto nei versi riferiti il calzante confronto fra i nobili ed i popolani, poiché trova riscontro in quanto afferma lo stesso Richard: «Le peuple n'a point admis les cicisbei, et regard leur établissement parmi ses maîtres comme un tres-grand abus. Le bonne bourgeoisie même, ce que l'ont appelle citadins, ne les souffres pas, et si quelques femmes plus deliée que les autres se met sur le ton d'en avoir un, il faut que le mari ait des raisons particulières pour le souffrir, et qu'il veuille être en pleine liberté de la part de sa femme; on compte les citadines à cicisbeo: combien celles qui n'en peuvent avoir se dedommagent à en plaisanter? Mai le peuple qui est jaloux sans en rougir, ne les tolere point. De temps en temps les femme de cet état qui veulen sçavoir ce qui en est, donnet lieu à des scènes três-sanglantes. Un cicisbeo du bas étage qui s'opiniâtre à exercer son emploi, court risque de la vie, et les lois sont assez favorable au mari, que l'on admet a se justifier, en prouvant qu'il a trouvé le cicisbeo en flagrant délit, et qu'il a vengé son honneur outragé». La quale differenza fra il costume delle nobiltà e della plebe, veniva accennata ben più anticamente anche dai legislatori: poiché nelle ricordate leggi suntuarie del 1449, mentre, come ho detto, erano proibite le veglie nelle loggie, siffatto divieto non si estendeva «ad suburbia civitatis, ubi pauperes mulieres vigillare solent, lanificio aliisque operibus suis intente».
Né voglio tuttavia negare che nell'ordine dei patrizi vi fossero legami di onesta simpatia fra dame e cavalieri, specie quando nascevano dalla comunanza delle idee e dall'amore alle lettere; del che ci porge esempio il Gorani, il quale narrata la conoscenza ch'ei fece in Genova con Ippolito Durazzo e Nicolò Grillo-Cattaneo, noti scrittori degli elogi di Colombo e del Doria, soggiunge come essendosi l'un d'essi dovuto assentare per affari, «l'autre me présente à sonintendia ou dame de ses pénsées». E questa dama, di una delle più antiche famiglie genovesi, apriva le sue sale con molta liberalità a geniali ed erudite conversazioni. «Instruite sans vouloir le parôitre, s'exprimant trés-bien sans y mettre de prétention, elle étoit ce que je voudrois que fussent toutes les femmes; elle étoit aimable et estimable». Ma nella universalità del male, questa costituiva una nobile eccezione. Forse altri, a mostrare come la generosità non fosse al tutto spenta nell'animo dei nobili, vorrà ricordarci il fatto glorioso del 1746; ma gli si potrebbe rispondere come il Viviani a quel patrizio che menava lo stesso vanto: «Voi vi vedete sempre dove non eravate per nulla… Il popolo si sollevò quando fu battuto e malmenato. Fu un atto di difesa che interessava lui, e dove voi non eravate per nulla, o se v'eravate per qualche cosa, è per la colpa di averlo abbandonato». Anzi quella sollevazione tutta di popolo favorisce il mio argomento, poiché manifesta come i generosi sentimenti di patria dignità albergassero nei petti della parte men corrotta.
Siamo al cader del secolo, e tutti sentono che anche in Italia, come già nella vicina Francia, spirano aure nuove non più sentite; è un sentimento indefinito, dal quale sono inconsciamente affaticati gli animi, e che fa sorridere alcuni di liete speranze, mentre infosca gli altri di terrore. La moda, sebbene costretta a subire gli effetti della nuova condizione dei tempi, pur si mostra ribelle, e cerca con ostentata ostinazione vantare la sua potenza conservatrice; ma il ridicolo aveva segnato ormai con marchio indelebile la fronte degli smaschiati patrizi. Allora il Bondi trovava nota più viva e vibrata per rappresentarci il cavalier servente così:

Femmina di costumi, e di maniere,
E d'esercizio sol maschio e di sesso,
Non marito, non celibe, ma spesso
L'uno e l'altro per genio e per mestiere:
Supplemento diurno, il cui dovere
E' di star sempre a l'altrui moglie appresso:
Ed ha per patto e complimento espresso
Noiarsi insieme le giornate intere:
Che legge, quando sa, cuce e ricama,
E dieci ore del dì, molle, indolente,
Serve or d'ombra, or di corpo, a la sua dama.
Questo è lo strano indefinibil ente,
Quell'anfibio animal, ch'oggi si chiama
Per tutta Italia Cavalier servente.

E un poeta genovese, volgendosi a' suoi concittadini coi versi incisivi d'Orazio:

O… servum pecus, ut mihi saepe
Bilem, saepe jocum vestri movere tumultus,

mette loro innanzi l'imagine del cicisbeo in questo sonetto:

Che sianvi al mondo pazzi da catena
E' cosa certa, e fede ognor ne feo
Ogni saggio Latin, Barbaro, Acheo,
Che attestano la terra esserne piena:
Ma che fra tutti i pazzi d'ogni mena
Vi sia un eguale, un uomo sì babbeo,
Come chi fa, infelice! il Cicisbeo,
Se il dice alcuno, ha gli occhi nella schiena.
Son le donne fantastiche all'estremo,
E a discrezion del strambo lor cervello
Chi si espon, non si mostra affatto scemo?
E' un nobil Buonavoglia: Amor bargello
Or lo mette al carretto, ed ora al remo,
E la Donna il careggia col flagello.

V.
Fu già detto con molta assennatezza essere oggimai inutile il ricercare, se la rivoluzione francese, nelle sue conseguenze in Italia, fosse un bene od un male, «dal momento che tutti sono d'accordo nel riconoscere che fu la conseguenza di un moto storico, complesso e inevitabile. A quel modo che la vita e la coltura cicisbeo 2 italiana fluirono per tutta Europa, quando noi avemmo riaccesa la fiamma dell'incivilimento, la vita e la coltura di tutta Europa doveva rifluire sopra di noi, quando, maturatisi i tempi e fatta più diffusa la civiltà, il vivere sequestrati e rinchiusi nel concetto delle vecchie nazionalità intellettuali, sarebbe stato lo stesso che morire d'isolamento, o ammuffire nell'inedia: quando (come dicevano quei del Conciliatore) le Alpi non potevano, anche volendolo tutti gl'Italiani, tramutarsi in gran muraglia chinese». D'altra parte bastò una prima scossa per demolire l'edificio sgretolato da tutte le parti, e roso dal tarlo nelle fondamenta. Ci fu resistenza? No. Il patriziato non aveva più fibra atta a resistere: incapace di seguire il movimento delle nuove idee; innetto a guidare la trasformazione sociale; ritroso a risanguarsi per via d'impuri contatti; aborrente dalla operosità fisica e morale, si abbiosciò tremando innanzi al popolo insorto. E, fatto notevole, l'esempio di tanta fiacchezza ebbe l'Italia singolarmente dalle due repubbliche, che le avevano procacciato tante ragioni di gloria; ma che s'erano acquistato «triste primato di facilità di costume fra le città italiane».
Colla rivoluzione doveva dunque cessare questa moda dei cicisbei o «cavalieri serventi legali, che erano stati uno dei mille indizi della necessità di posare la società su nuove fondamenta»; ma certe istituzioni radicate nella consuetudine sociale non scompaiono così alla prima; si piegano, si divincolano, cedono a poco a poco, si trasformano, né si spengono affatto se non vinte dalla inesorabile costanza del tempo demolitore.
Cessò il governo dei patrizi in Genova nel 1797, ma non furono pochi quelli che o indotti dalla necessità, o dall'ambizione, o per essere fautori delle novità politiche, fecero gitto del titolo nobiliare e s'imbrancarono col popolo; così non è meraviglia se nelle cronache erotiche di quel tempo figurano i nomi delle ex nobili, decorate del nuovo titolo di cittadine, le quali non sdegnarono mettersi a paro delle vezzose borghesi; liete queste di trovarsi innalzate là dove avevano forse in segreto tante volte aspirato.
Né tutte costoro si mostravano insensibili ai dardi d'amore, e facile albergo trovarono nel loro animo i sentimenti d'affetto che si studiavano ispirare i nuovi venuti; onde fra il vorticoso avvicendarsi del governo, e lo strepito delle armi, pur sempre Genova era stanza di donne e cavalieri innamorati.

Gli Augei diversi di color di forme
E non men di pensar che di sembianze,
Al Ligustico lido in varie torme
Scendeano fra i timori e le speranze;
E qui stagione ai voli lor conforme
Aspettavano intesi a tresche, a danze,
Lor disastri pingendo e loro imprese
Alle beltà dell'ospite Paese.
L' ira ingiusta di un barbaro destino,
Le belligere palme, il nome altero,
L'ali gemmate, il becco porporino,
Ed il flebile canto lusinghiero,
O il Fato, che antepor nel suol Latino
Volle sempre l'audace e lo straniero,
In sì teneri cor destaron mille
Di amore e di pietà sensi e faville.

E che cosa facevano in questo «bel Recinto… lieto d'erbe olezzanti… in grembo ai fiori», dopo aver trovata nello stuolo femminino dei pennuti così graziosa ospitalità?

Qui a tenor del diletto e del costume
Stavansi in dolci nodi bezzicando,
E al contrasto degli atti, e delle piume
Parea cacciata la modestia in bando:
Rinfranto in Iri l'ondeggiante lume
Dagli occhi iva nei cor rifolgorando,
E allo spettacol nuovo, lusinghiero,
Abbagliato restava anco il pensiero.

Ma invano si cercherebbe in queste belle la fedeltà, ché al giungere di nuovi e stranieri augelli, verso quelli si volgono lasciando nel pianto e nelle amarezze i primi amatori, il che muove il poeta al grave lamento:

Ahi che involârsi dall'Ausonia terra
Gli aspri costumi e la virtude antiqua,
E sol senza pudor gavazza ed erra,
Cinta di mirti la licenza iniqua!
Se alcun libero muove al vizio guerra,
Guatasi con cipiglio e fronte obliqua:
Curvi intanto al crudel giogo straniero,
Siamo favola e scherno al mondo intero.

Se non che mal s'apporrebbe chi volesse giudicare tutt'una cosa col cicisbeismo gli amoreggiamenti, onde rimasero famose alcune donne genovesi, come l'Anna Brignole, l'Antonietta Costa, la Felicina Tealdi, e la Luisa Pallavicino, le quali passarono a noi nei versi del Petracchi, del Gianni, e in quelli immortali del Monti e del Foscolo. Anche qui aveva la moda il suo impero, ma a poco a poco cambiava natura, e subiva pur essa una profonda trasformazione, uccidendo il serventismo. Il quale tuttavia lottava ancora, e parve un tratto risorto colla nuova aristocrazia creata dall'Impero. Infatti esiste sempre a Genova intorno al 1811, ma non ha più l'antica importanza1; ché gli uomini sono oggimai insofferenti di quella schiavitù, né le donne amano siffatti legami; e se nel 1819 la Morgan vide ancora «parmi la vieille aristocratie, quelques monumens du vrai patito génois, qui continuent à porter le livre de priéres, à présenter le bouquet d'usage à leurs dames et maitresses, et à l'accompagnér le matin à l'Eglise de l'Annunciata, et le soir à la promenade de Strada Nuova», pure era costretta a confessare un grande progresso «non seulement sur la société genoise, mais sur l'amélioration des moeurs domestiques d'une nation, qu'on a long-temps accusée de n'en avoir aucunes. Une famille de trois génerations, une jeune et charmant mère, occupé à éléver et à soigner ses enfans, une mari jeune et affectioné, et une aimable grand'mère présidant sur le tout avec une tendre sollicitude, etaient des images bien nouvelles dans les salons d'un palais génois. Point de sigisbé, point de patito, point de confesseur».
E qui, pare a me, si chiude la storia del cicisbeismo; poiché come andò perdendosi a Genova, la stessa sorte, e per le stesse ragioni, ebbe nelle altre parti d'Italia, volta ormai a dare a sé un assetto politico più omogeneo e più degno. Del costume contemporaneo faranno la storia con maggior serenità i nostri posteri, e toccherà ad essi, il determinare a quali titoli di benemerenza ha diritto la nostra età, rispetto al tempo che fu.


1 In un lunario genovese del 1814 «L'Indovino», si legge questo apologo:

I due cagnolini (Dorilì e Lesbino).
D. Che t'avvenne, perché piangi?
L. Perché piango? Ah Dorilì!
Era in seno alla padrona
Quando giunse un non so chi,
Che la mano le imprigiona,
E v'imprime baci, e baci;
Chi potea quegli atti audaci
In silenzio sopportare?
Ben m'apparve d'abbaiare.
Ah non mai l'avessi fatto!
L'ossa mie furno a un tratto
Scosse tutte, e malmenate
Da percosse replicate.
E jer l'altro che mordei (sic)
Suo marito, ella mi dette
Quattro fresche ciambellette.
D. Passi i giorni fra le gonne,
Né conosci ancor le donne?
Can, che aspiri alle dolcezze
De' bocconi più squisiti,
Agli amanti fa carezze,
E non morde che i mariti.

Qui il cicisbeo, come s'intendeva nel secolo precedente, non c'è più; comparisce l'amante e la moglie infedele, tipi che sempre furono e saranno; ma non c'è, dirò così, la legalità dell'adulterio. Perciò si deve considerare come eccessivo questo iracondo scoppio di malumore del Niccolini: «Si dice a lode del secolo che non usano più i cavalieri serventi. Son perciò le nostre signore più caste? ne hanno uno per mese: così in un anno passano in rivista i più belli e robusti giovani del paese. Le loro madri avevano la moralità del vizio: il cicisbeo era un vicario del marito che ne esercitava i diritti, impediva lo scandalo dei moltiplicati adulterii: prima le donne erano mogli di due, ora difficilmente potrebbero dire chi sia il padre dei loro figli». E' la solita tendenza di generalizzare ciò che è eccezione. Del resto il fatto solo del disprezzo verso chi mena vita sregolata, od ha anche la sola apparenza di far rivivere il serventismo, sia pur meramente platonico, dà chiara prova di migliorato costume.

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