Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Il più puro genovese si parla a Buenos Aires
di Toddi

La Stampa – 2 giugno 1940

Dove si parla il genovese più schietto?
Penseresti logicamente che, come il napoletano «verace» va cercato abbascio 'o puorto, e il romanesco autentico a Trastevere, e il fiorentino più tradizionale a S. Frediano, il genovese più puro lo si debba andare ad ascoltare in via Portoria, o nei carrugi più oscuri, oppure sotto i portici di Sottoripa o al Caricamento.

Govi Gilberto Govi

No: in nessun luogo di Genova - e specialmente della Zèna ciû granda - troverai il dialetto genovese così saldamente incorrotto come sul Rio de la Plata, alla Boca di Buenos Aires.
Ne fa fede autorevolmente Gilberto Govi:
- Nelle famiglie residenti in Argentina, i cui antenati partirono da Genova anche più che un secolo fa, si parla ancora un genovese schiettissimo, quale a Genova non si ode più.
Al di là dell'Atlantico, la lingua spagnola si è modificata in pronunzia criolla [creola], e basta l'intonazione di un «ché!» per rivelare un bonearense; ha preso vocaboli dai linguaggi indigeni - dal guaranì e dai quechúa - ed ha confezionato voci nuove, tipicamente locali. Anche la lingua italiana, tra i nostri connazionali di laggiù, ha alcune deformazioni bizzarre, per influenze varie.
«Fifa» e «Mak-pi-cent»
Può apparir dunque miracoloso che, tra le pareti domestiche, sia rimasto intatto il dialetto della nostra gente: la sola scienza linguistica positiva - quella che esamina fonemi ed etimi e trascura il sentimento come fattore importantissimo - non è capace di spiegare tale fenomeno.
Qual è il perimetro minimo entro il quale un linguaggio può assumere forme speciali?
Per parlare, son necessarie due persone almeno: questo minimo è già sufficiente per creare voci nuove.
Basta che un lui ed una lei si voglian bene perché, dopo breve tempo, usino già vocaboli d'un genio lutto loro, che sono incomprensibili agli altri: un vezzeggiativo, una parola con significato convenzionale, un vocabolo congegnato bizzarramente perché legato ad un ricordo…
In ogni famiglia esiste un frasario speciale, che è già indecifrabile per l'inquilino del piano superiore.
Ogni gruppo scolastico ha un suo repertorio di gergo: una camerata di reggimento, un settore di trincea possono considerarsi filologicamente isolati, per qualche loro peculiare espressione linguistica.
Nessun occhialuto sapientone - di coloro, cioè, che credono ottimo campo di indagine le più muffite carte - riuscirà mai a scoprire chi fu il creatore della efficacissima parola fifa, di sconosciuta etimologia, sgorgata dalla beffarda ironia di un fante o di un artigliere o di un alpino il quale seppe condensare in due spregiative sillabe il miscuglio di paura e di vigliaccheria.
Dalla Scuola Militare di Modena si sparpagliò in tutti i Politecnici d'Italia il «Mak-pi-cent», il quale deve la sua origine (il mak lo rivela) alla genialità creativa linguistica di qualche allievo piemontese. Oggi il «Mak-pi-cent», indicante i «100 giorni soli» che mancano alla fine dell'anno didattico, è di uso nazionale, almeno nel campo goliardico.
Non c'è individuo il quale non abbia creato qualche vocabolo, e specialmente nella sua infanzia. Giustissimamente V. Pisani ritiene errata la teoria del Finck, il quale non vede nella lingua che «il ricordo subiettivo del singolo d'un parlare precedente», ed afferma con ragione che «non esiste solo il ricordo, ma anche la forza di ogni parola parlata a formare un sistema, forza che costringe ognuno a plasmare secondo l'analogia una forma non ancora udita o letta» (V. Pisani, «Geolinguistica e Indoeuropeo», Mem. R. Accad. Naz. dei Lincei, Roma, 1940, pag. 211, n.).
La piccola Gianna è poco più che treenne quando ode la prima volta, in una interrogazione rivoltale, il condizionale: - Dimmi, Gianna: andresti volentieri alla spiaggia, stamane?

d'Annunzio Dal Messaggio di D'Annunzio al «Lloyd Triestino»

Il cervelluzzo di lei segue un processo logico e morfologico, compie un geniale sforzo grammaticale e suggerisce la risposta: - Si, mammina, io andresto volentieri alla spiaggia!
Ogni bimbo fabbrica parole sue: ne fabbricherà ancora da adolescente e da grande. Perché soltanto alcune di queste voci si sono diffuse ed altre no? Quali sono i requisiti indispensabili affinché una voce nuova sia viva e vitale.
Le energie antidialettali
Ecco problemi assai più misteriosi e fondamentali che non tante secondarissime quisquilie fonologiche, sulle quali son stati compilati volumoni saccenti, densi di dottrina e privi di conclusioni unitarie.
Ed esistono, in senso inverso, energie antidialettali: ossia quelle con le quali l'idioma generale, nazionale, esercita una pressione sulle parlate speciali, sui dialetti, scalzandone le posizioni.
Ancora un quarto di secolo fa, dalle straduzze genovesi saliva frequente verso le alte finestre il grido infantile: - Muèe!
Era una bimba che chiamava la mamma. Oggi la piccina di allora si sente chiamar «mamma» dalla sua piccina, anche quando questa le parla in dialetto. L'antico muèe non si ode più nemmeno nei più vecchi carrugi.
E, invece, ha acquistato prestigio sempre maggiore un altro vocabolo, meno intimamente familiare, quasi italianizzandosi: il mugugno ha prodotto anche un verbo: e «mugugnare» sta a metà strada tra dialetto e lingua.
Ma «mugugnare» per «brontolare» - per quanto localmente efficacissimo - non è certo buon italiano.
Né è buon italiano l'aggettivo «angoscioso» quando, ispirandosi al dialetto, lo si usi non nel significato nazionale («che dà angoscia o che è pieno di angoscia») ma come equivalente a «scocciatore».
Né buon italiano il curioso uso di «avanzare» nel senso di «risparmiare, omettere»: «Avanzo di spiegartelo» per «Faccio a meno di spiegartelo»!
Ed appartiene forse alla buona lingua il «levarsi di cappello», che pur qualche purista riconosce come ortodosso? Si può «far tanto di cappello», poi che il genitivo è giustificato dal «tanto » che lo regge: ma perché «levarsi di cappello» quando è più logico e semplice «togliersi il cappello»?
Ardui problemi per chi voglia distinguere la buona lingua da quella che non lo è. Il più sicuro controllo è quello del «consenso nazionale».
Ritorniamo nel camerino di Gilberto Govi, ove il grande attore dialettale, in attesa di ritornare in scena, mordicchia secondo la sua consuetudine una vitaminica mela.
Forse anche i vocaboli hanno, congenitamente, le loro vitamine A, B, C e D, che i filologi debbono ancora scoprire.
- Il genovese si va italianizzando - dice Gilberto Govi -. La frase oggi corrente «Alóa se vedemmu giovedì» non si usava certo, quando io ero ragazzo: si diceva «se vedemmu zeuggia»!
Perché, a Genova, il dialettale zeuggia ha ceduto dinanzi al vocabolo nazionale, mentre a Torino giobia rimane ancora in attività di servizio?
- Fuori di Genova, uno spettatore è venuto quasi a rimproverarmi perché, sulla scena, io ho detto «oggi»: in genovese si deve dire ancheu.
L'amico Govi vorrà perdonarci se riveliamo qui un suo espediente geniale, con il quale egli riesce ad avere un successone anche nelle regioni d'Italia dove il difficile dialetto genovese dovrebbe essere incomprensibile. E lo è.
Dialetto settentrionale?
Gli spettatori milanesi, o fiorentini o romani sono entusiasti del grande artista dialettale: ed hanno la convinzione che egli reciti in purissimo dialetto, concludendone che il genovese è comprensibilissimo.
In realtà, fuori di Liguria, Gilberto Govi recita quasi integralmente in italiano, disseminando qua e là qualche vocabolo dialettale, del quale si affretta a dare la traduzione in lingua. Ma tutto il pubblico - tranne i Genovesi presenti - ha l'illusione che gli attori parlino zenèise, poi che genovese è la pronunzia e, soprattutto, genovesissima è l'intonazione musicale della frase.
La cadénsa genovese è, con la veneta, la più tipica: e perciò sia i Liguri che i Veneti si liberano assai difficilmente di questo loro caratteristico connotato regionale. Ogni frase genovese è fonicamente composta di membri, ognuno dei quali si conclude con un esagerato prolungamento, e a tono più basso, dell'ultima vocale accentata.
Aggiungi qualche alterazione consonantica, come quella della z che diventa s, qualche raddoppiamento («Vorrei divenntare mmatta!»), e trasformerai la lingua italiana in qualcosa che dà l'illusione acustica di esser pretto genovese. Ai non genovesi, s'intende.
Il genovese è annoverato fra i «dialetti settentrionali» (G. Bertoni, Profilo linguistico d'Italia, Ist. di Filol. Romanza della R. Univ. di Roma, 1940, pag. 53): geograficamente lo è: ed ha anche alcune vocali miste (feugu «fuoco», nüu «nudo»). Ma «le finali -o, -e, -u non subiscono il dileguo come nell'emiliano-piemontese-lombardo» (Bertoni, ibid.) E questo è un connotato importante quanto quello somatico del colore dei capelli.
I Genovesi - e ancor più le Genovesi - son prevalentemente bruni: meridionalmente formose le donne. Ed i vocaboli - anche quelli più alterati e contratti - son fondamentalmente latini, pur se i Liguri non furon Latini (ma Italici quanto quelli). Non devi stupirti se il genovese sciüscià, «soffiare», appare fratello del napoletano sciuscià: hanno lo stesso linguistico sangue, generati entrambi da quel possente genitore - il latino - che è padre legittimo di tutti i dialetti italici, bruni o biondi che essi siano.
Una esilarante commedia goviana ha reso popolare in tutta Italia il vocabolo pomèlo, «bottone».
Il pomello genovese è un diminutivo del pomum latino, mentre il bottone italiano deriva da una radice germanica e celtica: bot o but che significa «sporgere» (fr. ant. bouter).
Tale fenomeno non deve stupirci: nel grande commercio i bottoni possono essere di importazione straniera, mentre quelli più casalinghi sono di fabbricazione locale: perciò il bottone dialettale, il pomèlo, è autarchicamente latino, confezionato in famiglia, mentre il vocabolo nazionale non lo è.
Non è una buona ragione, però, per scacciare questo, giacché oramai si è italianizzato al 100 per cento nella forma e nell'uso.

silos Un cubitale plurale esotico troneggia sul porto di Genova…

Basta coi silos e col Lloyd!
Non abbiamo forse sostituito, in tempi recenti, l'esotico hôtel con il nazionalissimo albergo? Eppure hôtel è il latino hospitellum (il cubiculum hospitale, l'«ostello»), mentre albergo è l'antico francese héberge, dal francico heriberga, ossia «protezione ( berga) dell'esercito (heri)». Ma héberge si italianizzò per intero: mai fece lo hospitellum ad infranciosarsi e ritornare in patria con aspetto straniero.
Veementissima protesta - e speriamo efficace - va scagliata invece contro quella grossa scritta che ti si para dinanzi quando dalla stazione principale di Genova discendi verso il magnifico porto. Un imponente edificio reca - e proprio sopra un bel motto mussoliniano - l'ibrida scritta cubitale «Silos di Genova»!
Il silo che sol nel 1775 compare nei testi francesi è il sirus latino: un secolo più tardi l'agricoltore Auguste Goffart pubblicò il suo Manuel de la culture et de l'ensilage du maïs et autres fourrages verts. Ma già dall'XI secolo, se non prima, la nostra città di Foggia aveva avuto il proprio nome dalle foveæ nelle quali si conservava il grano. Risorta, poi che i Francesi l'ebbero succheggiata nel 1528, divenne nel XVIII secolo il massimo nostro mercato granario meridionale: nel 1725 era già organizzata la «Corporazione dei Massari del Campo»: questa riuniva i produttori che depositavano nelle «fosse del grano» i loro cereali. Esistono ancora nel Piano delle Fosse, e son tuttora in uso, presso gli edifici modernissimi cittadini, queste vetuste antenate dei sili di ogni paese.
Dobbiamo dire e scrivere silo e sili, italianissimamente, senza quell'esotico s di un plurale che non è nostro né nella grammatica né nella realtà.
In tempi ormai tramontati, le più scadenti coppie di artisti di varietà credevano di nobilitarsi aggiungendo questo esotico s al loro cognome: e i programmi dei caffè-concerto abbondavano di «Pastacaldi's», di «Scognamiglio's» e di altri brothers e sisters
Il plurale esterofilo è scomparso da ogni avanspettacolo: perché troneggia ancora sul porto di Genova?
E, lì presso, attraccano i grandiosi giganti del mare del «Lloyd Triestino».
In suo messaggio, Gabriele d'Annunzio espresse acerbamente «il rammarico legittimo che un'associazione italianissima di armatori e di navigatori porti tuttora il nome del famoso caffettiere inghilese».
Assai meglio suonerebbe «Linee Triestine»: non si muterebbero nemmeno le iniziali («L.T.») che cifrano il corredo di bordo: ma esse ricorderebbero l'italiano e latino linea, che ha anche prestigio marinaro. Si denominano Line e Linie e Lijn grandi compagnie di navigazione britanniche, tedesche e olandesi, e dal latino linea fu formato il nome dei liners inglesi di massimo tonnellaggio.
Il cognome del signor Lloyd non si associa con alcuna gloria marittima: passò pomposamente ai posteri soltanto perché egli era il proprietario di un caffè della i londinese Lombard Street nel quale, nel 1716, si trasferì la sede di una società inglese di assicurazioni navali.
Abbiamo discacciato dal nostro vocabolario e dall'uso il nome di quel Conte di Sandwich, gran giocatore, che passò linguisticamente alla storia per aver inventato il connubio del pane e salame: non diciamo più sandwich ma «tramezzino».
Una grande nostra compagnia di navigazione deve aver ben maggiore importanza e più autorevole prestigio nazionale che un panino ripieno.

© La Gazzetta di Santa