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    Pezzi di storia

Le eresie
di Giovanni Ruggeri

La scelta, Rivista di Socrem Genova – giugno 2006

Al fine di poter comprendere, il più chiaramente possibile, il complesso fenomeno delle eresie, occorre risalire al periodo protocristiano.
I primi gruppi di fedeli si riunivano per costituire un'ecclesia nel loro comprensorio ed eleggevano fra i componenti della comunità un presbitero il dipinto 1 quale esercitava le funzioni sacerdotali.
La mansione veniva svolta gratuitamente ed il sacerdote non aveva segni di distinzione né per il tenore di vita che conduceva, uguale a tutti gli altri, né per l'abito che portava.
Durante le funzioni si limitava ad indossare una bianca tunica romana ed inoltre non era tenuto a praticare il celibato.
La successiva grande espansione del Cristianesimo portò prima all'elezione di un Episcopo, che aveva il compito di coordinare le varie ecclesie a livello di comprensorio e poi all'elezione di un Patriarca o Metropolita, per il coordinamento di aree geografiche più ampie.
I primi Patriarchi furono eletti a Roma, Costantinopoli, Gerusalemme, Antiochia ed Alessandria d'Egitto.
Il Patriarca di Roma, venne chiamato PAPA, ma le sue attribuzioni non superavano quelle di tutti gli altri Metropoliti, egli era solo il vescovo di Roma.
Fu nel V secolo che la Chiesa romana, la quale stava assumendo una connotazione politica, iniziò a sviluppare la teoria per la quale, avendo S. Pietro fondato a Roma la prima ecclesia, aveva inteso attribuirle un primato.
Era una questione di potere che aveva promosso questa interpretazione e pertanto, nel Concilio di Calcedonia del 381, il vescovo di Roma venne proclamato Primus inter pares.
I Presbiteri, gli Episcopi ed i Patriarchi venivano ancora eletti dalle comunità dei fedeli e godevano di un'ampia autonomia, ma la strada che avrebbe portato alla centralizzazione del potere nell' Urbe era ormai stata aperta.
La Chiesa di Roma, che mirava all'unità del comando, si trovò però a fare i conti con le forze centrifughe di coloro che erano saldamente legati alla tradizione.
Nella galassia dell'ecclesie delle origini emersero numerose divergenze con la Chiesa romana e si costituirono vari gruppi, i quali sostenevano tesi teologiche in contrasto con quelle dei romani, ma la teoria che ebbe maggior seguito fu quella di Ario1.
Il predicatore di Alessandria confutava la consustanzialità del Padre e del Figlio, per cui non riconosceva la divinità di Gesù.
Costantino il grande, la cui politica tendeva a costituire l'unità religiosa dell'Impero, convocò il Concilio di Nicea nel 325, nel quale vennero stabilite notevoli variazioni alla liturgia del culto protocristiano, la quale, impostata originariamente su canoni di origine giudaica, venne stemperata con l'assunzione di simbologie e cerimoniali pagani.
Dalla celebrazione del sabato si passò a quella della Domenica, che era il giorno del sole, un culto che praticavano i pagani, tanto è che nella lingua inglese la domenica viene detta Sunday, letteralmente il giorno del sole.
Nel Concilio di Nicea la tesi di Ario venne bollata come eretica ma il predicatore continuò imperterrito a sostenere la sua proposizione e con lui molti Vescovi che erano rimasti vincolati alle vecchie usanze e soprattutto favorevoli alle autonomie locali. dipinto 2
L'arianesimo fece proseliti soprattutto fra i popoli barbari, i quali mal sopportavano ogni costrizione, prevalentemente nel Nord e nel Sud dell'Europa: Ostrogoti, Longobardi, Visigoti, Goti e Vandali.
I Longobardi, che si insediarono stabilmente in Italia nel VI secolo, si convertirono al Cattolicesimo solo all'inizio del VII secolo, sospinti dal carisma della regina Teodolinda, fervente cattolica.
Tra il V ed il VI secolo le eresie di Ario, Donato2 e Nestorio3, nonché il sorto contrasto con gli Iconoclasti4 bizantini, esploso nell'VIII secolo e protrattosi per tutto il IX, minacciarono seriamente di scardinare la Chiesa di Roma e la crisi fu superata grazie a coloro che oggi vengono considerati i suoi padri: Ambrogio, Gerolamo e Agostino.
Le dissidenze teologiche rimasero però latenti nell'Oriente, in quanto il vero contrasto risiedeva nel potere oltre che nella supremazia religiosa.
Il Papa di Roma era ormai divenuto un sovrano assoluto, giuridicamente investito di un potere decisionale illimitato, sia in campo temporale che religioso, su tutta l'Europa.
Quando Carlo Magno andò a Roma nel Natale dell'800, si inginocchiò davanti al Papa che lo proclamò Sacro Imperatore Romano; era stato sancito il principio che il titolo d'Imperatore doveva essere legittimato dal Papa di Roma. Una legittimazione che per secoli venne esercitata anche per i titoli di regalità.
Il Patriarca di Bisanzio era invece semplicemente il cappellano dell'Imperatore che lo poteva nominare e deporre a suo piacimento; giuridicamente rimaneva un subordinato.
Per gli altri Metropoliti, si ritiene che fossero ancora eletti secondo l'antico rituale, e comunque rimanessero arbitri solo su questioni della loro Chiesa, senza influenze sul potere temporale.
Il peso delle divergenze teologiche incominciò a farsi sentire pesantemente nel IX secolo generando discordie che si prolungarono sino al X, quando con l'elezione di Leone IX nel 1049, le divergenze fra Oriente e Occidente divennero inconciliabili.
Leone IX aveva portato sostanziali modifiche alla liturgia tradizionale, quali: l'obbligo dei preti al celibato, l'eucarestia con pane non lievitato, il battesimo per aspersione invece che per immersione, l'Obbligo dei preti di tagliarsi la barba, ecc.
Queste riforme furono considerate eretiche dalla Chiesa d'Oriente ed il latente conflitto sul mistero della trinità, che era sorto nel 589, assunse una valenza dirompente.
Nel Concilio di Nicea del 325, era stato stabilito che lo Spirito Santo promanava dal padre attraverso il figlio - ex Patre procedit - un dettato dal quale la Chiesa d'Oriente non si discostava, e fu per questo che venne chiamata ortodossa.
La Chiesa d'Occidente aveva invece tenuto un Concilio a Toledo nel 589, nel quale era stato stabilito che lo Spirito Santo promanava dal padre e dal figlio - ex patre fìlioque procedit -.
Il problema del fìlioque, che elevava Gesù alla divinità, mentre precedentemente era stato considerato solo un grande profeta e l'imposizione del celibato, furono decisamente respinti dalla Chiesa d'Oriente, la quale si scagliò furiosamente contro l'adozione di queste innovazioni.
I frutti di questo barbaro uso, dissero gli orientali, li vediamo osservando l'Occidente, dove legioni di figli di preti ignorano chi sia il loro padre, e aggiungevano "Degli uomini usciti dalle tenebre dell'Occidente hanno tutto corrotto con la loro ignoranza; il colmo della loro empietà è stato quello d'aggiungere parole arbitrarie al sacro testo, dicendo che lo Spirito Santo non promana solo dal padre, ma anche dal figlio. E questa è una rinuncia al monoteismo cristiano.
Le tesi erano incompatibili, per cui il grande scisma venne consumato; correva l'anno 1054.
Con la caduta dell'Impero d'Oriente nel 1453, il patriarcato di Costantinopoli non esercitò più un'influenza determinante sulle ecclesie d'Oriente, le quali rimasero condizionate dalle vicende storiche che nel corso dei secoli investirono quelle regioni, specie per quei territori che caddero sotto l'impero ottomano.
Ovviamente l'alternarsi delle dominazioni influì su alcuni aspetti della liturgia e del culto, ma fondamentalmente ogni ecclesia conservò gli assunti basilari del concilio di Nicea.
Possiamo infatti osservare che ancor oggi, quando si riuniscono i rappresentanti delle varie Chiese, troviamo i Patriarchi ortodossi d'Armenia, della Grecia, della Russia ecc., mentre per la Chiesa cattolica il Papa di Roma rimane l'unico interlocutore.
Dall'epocale momento dello Scisma d'Oriente, lungo si fece il percorso di scismi, eresie ed eresiarchi. Sopravvivenza di antichi fermenti manichei, seguaci di una dottrina fondata da Mani nel III sec. in Mesopotamia, apparve la religione dei Catari5 che ebbe larga diffusione nella Francia Meridionale, specificamente in Linguadoca, dove, presso la città di Albi, venne fondata una diocesi scismatica. Di qui il nome di Albigesi5 dato ai suoi seguaci.
Debellata l'eresia catara, in Val di Susa si formò un movimento riformista con la predicazione di Valdo, i Valdesi6, che, dopo la persecuzione subita nel 1561, trovarono asilo in Val Pellice. Nel contempo due altre figure di eresiarchi si affacciarono alla storia, John Wycliffe7 in Inghilterra e Jan Huss8 in Boemia.
Se Erasmo da Rotterdam fu severo censore dei costumi della Chiesa di Roma, la loro rilassatezza, il mercato di indulgenze, la corruzione dilagante provocarono nel Cinquecento la grave crisi della Riforma luterana che coinvolse quasi tutti gli Stati tedeschi e con le tesi di Zwingli lo scisma si estese in Svizzera.
Attingendo dalle medesime fonti di Martin Lutero e di Zwingli, Giovanni Calvino portò il protestantesimo in Olanda, gli Ugonotti, e in Inghilterra dove i Puritani si opposero anche alla Chiesa Anglicana.
Come noto, nel vasto movimento scissionista che divide ancora oggi i Cristiani d'Occidente, la Chiesa cattolica cercò di porre un argine con la Controriforma enunciata dal Concilio di Trento.


(note tratte da ilcattolico.it/catechesi/apologetica/dizionario-delle-principali-eresie.html )
1 Ario, prete di Alessandria, verso il 320, sostenne che Gesù Cristo non era propriamente Dio, ma la prima creatura che il Padre creò perché collaborasse all'opera della creazione e che per i suoi meriti elevò al grado di suo Figlio; come tale se rispetto a noi Gesù Cristo può essere considerato come un Dio, non è però Dio rispetto al Padre, perché la sua natura non è uguale e consostanziale a quella del Padre. Questa eresia si diffuse rapidamente e conquistò un prelato ambizioso della corte di Costantino, Eusebio di Nicodemia, che divenne quasi il capo militante del partito degli ariani; anche lo storico della Chiesa Eusebio di Cesarea simpatizzò per Ario. Questi nel 321 lasciò Alessandria e andò a propagare la sua eresia nell'Asia Minore e nella Siria. Nel 325, Costantino, preoccupato dalla diffusione dell'eresia e dalle lotte che dividevano i cattolici, radunò a Nicea il I Concilio ecumenico, il quale condannò Ario e i suoi seguaci e nel Simbolo detto niceno affermò: "Noi crediamo in un solo Dio, Padre onnipotente, creatore di tutte le cose, visibili e invisibili. E in un solo Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, solo generato dal Padre, cioè della stessa sostanza del Padre, Dio da Dio, luce da luce, vero Dio da vero Dio, generato non creato consostanziale al Padre, per mezzo del quale sono state fatte tutte le cose nel cielo e sulla terra, il quale è disceso tra noi uomini per la nostra salvezza, e s'è fatto carne diventando uomo." L'anatema contro Ario suonava così: "Quanto a quelli che dicono: ci fu un tempo in cui il Figlio non esisteva, oppure non esisteva allorquando non era stato ancora generato, oppure è stato fatto da nulla, oppure coloro che dicono del Figlio di Dio che Egli è di un'altra impostasi o sostanza, o creatura, o cangiante e mutevole, la Chiesa cattolica li anatematizza". Costantino poi, all'anatema del Concilio, aggiunse l'interdizione per Ario di tornare ad Alessandria e alcuni mesi più tardi esiliò nella Gallia Eusebio di Nicomedia e Teognide di Nicea. Ma il partito di Ario cedette le armi; riconquistò le grazie dell'imperatore. Campione della fede nicena fu sant'Atanasio, vescovo di Alessandria, che sostenne lotte ed esili finché non vide debellato l'arianesimo, che si camuffò in vari modi e si diffuse tra i barbari germanici ai confini settentrionali dell'Impero: Ostrogoti, Vandali e Longobardi, tra i quali resistette molto a lungo. Gli ultimi ariani longobardi scomparvero verso il 670, grazie all'abilità di san Gregorio Magno.
2 Affermatosi dapprima come uno scisma nella Chiesa africana, il donatismo non tardò molto a diventare anche un'eresia. Sorse dall'opposizione di alcuni vescovi nella Numidia alla nomina di Ceciliano ad arcivescovo di Cartagine, accusato di essersi fatto consacrare da Felice di Aptonga, considerato come uno dei "traditores", di coloro cioè che durante la persecuzione di Diocleziano avevano obbedito agli editti dell'imperatore del 303 consegnando i libri delle Sacre Scritture. Un concilio di settanta vescovi della Numidia depose Ceciliano, sostituendolo con Maggiorino, trovò un capo e un organizzatore. Nonostante la sua buona volontà di far rientrare i dissidenti nelle fila della Chiesa cattolica, Costantino imperatore non ci riuscì; i dissidenti divennero ancor più fanatici perseguitando i cattolici e distruggendo le loro chiese (circumcelliones). Parminiano successore di Donato dal 355 al 391, e il vescovo di Cirta Petiliano, il maggior esponente del donatismo, ai tempi di sant'Agostino, furono i più focosi sostenitori della setta con i loro scritti. Nonostante l'azione dottrinale di Ottavio di Milevi e di sant'Agostino l'intervento dell'imperatore Onorio nel 405 che li perseguitò come eretici e portò un po' di pace nella Chiesa africana, i donastici sopravvissero fino alla conquista araba del 650. La loro dottrina era assai semplice: sostenevano che la Chiesa visibile è composta soltanto di giusti e di santi e che i sacramenti sono invalidi se amministrati da un ministro indegno.
3 Nestorio, patriarca di Costantinopoli, fu piuttosto il propagatore e il sostenitore dell'eresia che va sotto il suo nome e che si era già manifestata negli scritti di Diodoro di Tarso fin dal 378 (m.394) e di Teodoro di Mopsuestia, suo discepolo (m.428), della scuola di Antiochia. Diventato patriarca di Costantinopoli nel 428 e imbevuto delle idee di Teodoro, per combattere l'eresia apollinarista usò tutta la sua eloquenza e l'autorità della cattedra, ma negò alla Vergine il titolo di Madre di Dio che già da tempo le veniva attribuito. Maria, diceva in sostanza Nestorio, non è madre di Dio ma madre di Cristo, perché la persona di Cristo, nata da Maria non è identica alla persona del Verbo generato del Padre; cioè le due nature in Cristo non si sono unite ipostaticamente (secundum hypostasim o secundum essentiam) ma in una nuova persona che non è né la persona del Verbo né la persona dell'uomo, ma la persona del composto. Di conseguenza, in Cristo non si possono in concreto attribuire le proprietà della natura divina all'uomo e le proprietà della natura umana a Dio (comunicatio idiomatum). Contro la dottrina di Nestorio si levò un teologo di primissimo ordine, san Cirillo vescovo di Alessandria. Nestorio chiese nel 429 a papa Celestino la convocazione di un concilio generale che lo giustificasse. Il Papa domandò informazioni anche a Cirillo e nell'agosto 430 in un sinodo romano fece condannare la dottrina di Nestorio; poi spedì quattro lettere: una a Nestorio perché si ritrattasse, un'altra alla chiesa di Costantinopoli, una terza a Giovanni di Antiochia che sosteneva Nestorio e una quarta a Cirillo che lo incaricava di rendere esecutoria la sentenza del sinodo romano. Poichè Nestorio tergiversava accusando Cirillo di apollinarismo, Teodosio II, d'accordo con Celestino I, convocò il Concilio di Efeso che condannò la dottrina nestoriana (11 luglio 431). L'eresia di Nestorio sopravvisse nelle scuole teologiche di Nisibi e di Edessa e più tardi si propagò nell'Arabia, nelle Indie e perfino nella Cina. Nel secolo XVI, la maggior parte dei nestoriani ancora esistenti tornarono all'unità cattolica, e gruppi sparuti vivono ancora oggi nell'Iraq, nella Siria, nella Persia, nell'Iran e nell'India.
4 La lotta contro il culto delle immagini ebbe in Oriente due fasi. La prima fu avviata, con estrema violenza, dall'imperatore Leone III Isaurico nel 725 con una serie di editti che proscrivevano il culto e l'uso di immagini dei santi e degli angeli, di Cristo e della Madonna, e si concluse nel 780 con la morte dell'imperatore Leone IV. A una fanatica distruzione di tutto un patrimonio artistico e religioso, espressione viva della pietà popolare, corrispose una reazione non meno energica sia da parte di san Germano, patriarca di Costantinopoli, deposto dall'imperatore nel 730 e di san Giovanni Damasceno, i quali nei loro scritti non solo confutarono l'accusa di idolatria mossa contro la Chiesa ma spiegarono la legittimità e la natura del culto delle immagini; sia da parte degli altri vescovi orientali e di papa Gregorio III che condannarono l'iconoclastismo. Alla lotta contro le immagini seguì ben presto anche la persecuzione che fece non pochi martiri. Costantino V Copronimo (741-775) continuò l'opera del padre, e così pure Leone IV (775-780), sebbene quest'ultimo fosse meglio disposto a un ristabilimento della pace, grazie ai suggerimenti della moglie Irene, la quale diventata vedova e imperatrice, d'accordo con papa Adriano I e col patriarca di Costantinopoli san Tarasio, radunò il II Concilio di Nicea (VII Ecumenico) nel 787. In questo concilio fu definita la legittimità del culto delle immagini e fu condannato l'errore iconoclasta: "Noi decidiamo di ristabilire, accanto alla Croce preziosa e vivifica, le sante e venerabili immagini: cioè la immagine di Nostro Signore Gesù Cristo, Dio e Salvatore, quella di Nostra Signora Immacolata, la santa Madre di Dio, quelle degli angeli onorabili e di tutti i pii e santi personaggi, perché più si riguardano a lungo attraverso la immagine che li raffigura e più coloro che li contemplano si sentono eccitati al ricordo e al desiderio dei prototipi; decidiamo di rendere loro omaggio e adorazione d'onore, non certo la idolatria vera e propria che proviene dalla fede e non compete che a Dio solo, ma l'onore che si presta alla Croce preziosa, ai santi Vangeli e agli oggetti sacri; decidiamo anche di arder loro l'incenso e di accendere loro dei lumi com'era pia costumanza degli antichi. Poiché l'onore testimoniato all'immagine venera la persona che l'immagine rappresenta". La seconda fase iconoclasta durò circa trenta anni, dell'815 all'842 e fu avviata da Leone l'Armeno (813-820) e proseguita da Michele il Balbuziente (820-829) e da Teofilo (829-842). Vi mise fine l'imperatrice Teodora, vedova di Teofilo, e così la prima Domenica di Quaresima dell'843 fu solennemente celebrata in Santa Sofia di Costantinopoli la prima festa delle immagini o festa dell'Ortodossia, che è restata anche oggi nella Chiesa Orientale.
5 Diffusisi con sorprendente rapidità nel Mezzogiorno della Francia, nella regione d'Albi (dove furono abbastanza potenti e presero il nome di Albigesi) e nell'Italia settentrionale (dove ebbero anche il nome di Patarini), i Catari (dal greco=puri, perfetti) costituirono tra i secoli XII la più pericolosa eresia non solo per la Chiesa ma anche per la società civile. Il catarismo era uno strano miscuglio, su un fondo decisamente manicheo, di tramontate eresie, come il docetismo e lo gnosticismo, e di religioni orientali. Secondo i catari più rigorosi, i due princìpi del bene e del male interna lotta nel mondo sono ugualmente eterni, onnipotenti; secondo i più mitigati, il principio del male è una creatura di Dio, un angelo decaduto, che vien chiamato Satana, Lucifero o Lucibello, e avrebbe creato il mondo visibile della materia in opposizione al mondo visibile della materia e al mondo invisibile degli spiriti buoni creato dal principio del bene. La creazione dell'uomo è opera del principio del male che riuscì a sedurre e a imprigionare nei corpi alcuni spiriti puri. Per salvare questi spiriti puri racchiusi nei corpi umani, Dio mandò la sua Parola, per mezzo di un messaggero, Gesù, che era un suo angelo fedele e che Dio, per questa accettazione redentrice, chiamò suo Figlio. Gesù discese sulla terra e per non avere alcun contatto con la materia prese un corpo apparente e visse e morì apparentemente come uomo. Gesù insegnò che la via della salvezza consiste nel rinunziare a tutto quello che ha sapore di carnale, se si vuole liberare lo spirito puro che è racchiuso o imprigionato dentro di noi. Perciò è peccato non solo il matrimonio ma anche l'uso dei cibi carnali, mentre l'ideale della santità sarebbe il suicidio come mezzo per sottrarsi volontariamente all'influenza del principio del male. Alla fine del mondo tutti gli spiriti saranno liberati e godranno la gioia eterna, e non ci sarà inferno per nessuno perché ognuno avrà raggiunto la salvezza attraverso le reincarnazioni purificatrici. I seguaci del catarismo si distinguevano in puri o perfetti e in credenti. I puri o perfetti vivevano nel distacco assoluto dai beni terreni, in rigorosa ascesi, e evitavano qualsiasi contatto carnale ("il matrimonio è un lupanare" e fare figli significa procreare diavoli. "Pregate Dio che vi liberi dal demonio che avete nel seno" diceva un puritano della setta a una donna incinta); i puri arrivavano a questo stato con un specie di sacramento, il consolamentum che consisteva nell'imposizione delle mani e del libro dei Vangeli. Un rituale cataro di Lione ci ha conservato i particolari di questo rito per i puri; la cerimonia iniziava col servitium, cioè con la confessione generale fatta da tutti i presenti; poi il candidato si metteva davanti a una tavola ove stava poggiato il Vangelo e rispondeva alle domande che gli rivolgeva il decano dei perfetti o puri; poi si passava al melioramentum, che consisteva nella confessione del confidato, dopo di che il decano gli consegnava il Vangelo. Decano e confidato recitavano una sequela di Pater. Poi veniva il consolamentum, che era un impegno da parte del condidato a rinunziare agli alimenti carnali, alla menzogna, al giuramento, alla lussuria. All'iniziato veniva imposta la veste nera della setta, che egli poteva sostituire con un cordone nero, in tempi di persecuzione. I credenti invece dovevano venerare gli eletti e nutrirli; non avevano obblighi dalle astinenze carnali, anzi venivano esortati al concubinato, al posto del matrimonio, perché non avendo come fine la procreazione dei figli non prolungavano l'opera di Satana; ai credenti, soltanto sul letto di morte, veniva dato il cosolamentum, che era come la loro rigenerazione. Il culto dei catari comprendeva: il pasto rituale, in cui un perfetto benediceva e spezzava il pane che veniva poi diviso tra i presenti; il melioramentum che si faceva ogni mese e consisteva in una confessione generale seguito da tre giorni di digiuno. Ogni cerimonia finiva col bacio di pace che i presenti si scambiavano sulle due guance. Il catarismo scomparve in seguito alla feroce repressione che andò sotto il nome di crociata contro gli Albigesi, guidata da Simone di Monfort e conclusasi con la battaglia di Muret del 12 settembre 1213. L'inquisizione, creata nel 1184, fece il resto. Ma non bisogna dimenticare che ugualmente fanatici e violenti erano diventati i catari. Tra gli apostoli evangelizzatori dei paesi contaminati dal catarismo ricordiamo San Bernardo, il vescovo spagnolo Diego de Azvedo e l'ordine dei frati predicatori fondato da San Domenico di Guzman.
6 Pietro di Vaux o Valdo o Valdès era un mercante di Lione, nativo del Delfinato, che dallo studio della Scrittura fu portato a vivere una vita più perfetta secondo l'ideale evangelico. Desideroso di far conoscere la Bibbio al poplo, con l'aiuto di due sacerdoti suoi amici, iniziò la traduzione in volgare, ma nel 1170 essendo morto improvvisamente uno dei due sacerdoti, credette di vedere in questo una chiamata del Signore, e dopo aver distribuito tutto ai poveri e abbandonata la moglie, si mise a predicare la povertà e la penitenza per le piazze di Lione e dei dintorni, attaccando anche le eccessive ricchezze della Chiesa e la cattiva condotta del clero. Attorno a lui si costituirono dei gruppi che si diedero il nome di "poveri di Lione" e che il popolo chiamò valdesi. La predicazione di Pietro e di altri laici accodatisi a lui e che senza alcuna preparazione intendevano piegare la Scritture, preoccupò l'arcivescovo di Lione, che proibì loro di predicare. Pietro appellò a Roma e papa Alessandro III pur approvando il modo di vivere dei seguaci di Valdo li sottopose per la predicazione all'autorità episcopale del luogo. Pietro non volle sottostare e seguitò a predicare senza alcuna autorizzazione, sicchè l'arcivescovo fu costretto a condannarlo. Papa Lucio III nel 1184 approvò la sentenza del prelato lionese, e fu allora che Pietro con i suoi passò all'eresia: negò il sacerdozio nella Chiesa, dissero che l'uomo si salva da solo senza l'appartenenza a una Chiesa qualunque e che ogni fedele è depositario dello Spirito Santo; poi negò la presenza reale eucaristica, si attribuì il diritto di conferire i sacramenti da semplice laico, non ammise altre preghiere oltre il Pater nostrer, ritenne il giuramento una bestemmia e negò alla società il diritto di punire e alla Chiesa il diritto di possedere. Il movimento valdese s'organizzò in setta, con capi propri che vivevano di elemosina e in perfetta castità; si diffuse nel Delfinato, nella Provenza, nella Linguadoca, in Germania, nella Spagna, nella Boemia, nella Polonia e si attestò solidamente in alcune vallate delle Alpi piemontesi dove in seguito Pinerolo e Torre Pellice costituirono il centro preferito dei valdesi. Nel 1533, nel sinodo di Cinforan, i valdesi aderirono alla dottrina calvinista, e perciò oggi vengono considerati come una setta protestante. Attualmente il loro numero non supera i cinquantamila, di cui trentamila in Italia.
7 Giovanni Wyclef (1324-1384), parroco di Fillingan, elemosiniere del re, accumulatore di benefici ecclesiastici e maestro di teologia a Oxford, scrisse una serie di opere (Il dominio divino, nel 1375, Il Dominio civile, ancora nel 1375, La Chiesa nel 1378, L'ordine cristiano, L'apostasia e L'Eucarestia nel 1379, e la più importante opera, il Trialogus, nel 1382) in cui si atteggiava a riformatore e rivoluzionario. La sua dottrina è sintetizzata nelle quarantacinque proposizioni condannate dal Concilio di Costanza, il 4 maggio 1415. Scagliandosi contro la Chiesa romana, diventata sinagoga di Satan e corpo dell'anticristo, sosteneva che la Chiesa deve essere puramente spirituale, senza gerarchia, quasi senza sacramenti e senza sacerdozio, costituita invisibilmente dai predestinati. Poiché la sovranità appartiene soltanto a Dio, e il potere viene esercitato sotto l'autorità di Dio e quasi per delegazione divina, non ha diritto alla sovranità sia temporale che spirituale che non si trova nello stato di grazia; di conseguenza, il papato, il clero, i monaci, accusati tutti di peccato, non rappresentano nessuna autorità. La Bibbia è l'unica regola di salvezza e perciò Wyclef ne favorì la traduzione nella lingua nazionale. Inoltre negava la transustanziazione e la libertà umana, sostenendo la predestinazione degli eletti e dei reprobi. Queste teorie trovarono fautori nella corte inglese, avida di beni ecclesiastici, e propagandisti popolari che si chiamavano "i poveri preti" ma che il popolo chiamò lollardi. Condannato nel sinodo di Canterbury del maggio 1382, Wyclef morì due anni dopo. I suoi seguaci furono dispersi da Enrico IV di Lancaster nei primi anni del secolo XV.
8 Giovanni Huss (1369-1415), professore e poi rettore dell'Università di Praga, era un asceta, animato da zelo riformista, un predicatore eloquente e un ardente patriota. Conquistato dalle dottrine di Wyclef importate in Cecoslovacchia da Girolamo da Praga, le fece sue e se ne servì per riaccendere maggiormente non solo la lotta per la riforma della Chiesa ma anche il nazionalismo ceco contro il dominio germanico. Scomunicato da Alessandro V nel 1412, si ribellò appellandosi a Cristo e all'autorità della Bibbia, di cui si diceva infallibile interprete; dietro di lui stava anche il popolo che lui infiammava con le sue prediche contro il clero e contro il dominio germanico. "Bisogna obbedire al vero maestro Huss piuttosto che a una banda d'impostori, di adulteri e di simoniaci" diceva il popolo. Andato al Concilio di Costanza nel 1414 per difendere le sue teorie, si vide condannato come eretico e consegnato al braccio secolare. L'imperatore Sigismondo, che gli aveva dato un salvacondotto per Costanza, lo mandò al rogo appena lo ebbe tra le mani (6 luglio 1415). La stessa sorte toccò all'amico Girolamo da Praga pochi mesi dopo. Dopo la morte del loro capo, gli hussiti si divisero in utraquisti perché richiedevano la comunione sub utraque specie, e in taboristi, più fanatici, cosiddetti dal loro centro Tabor. Con Giovanni Zizka, capo dei taboristi, gli hussiti passarono all'azione politica, con "la defenestrazione di Praga" del 1418, l'invasione del Parlamento, e il massacro dei consiglieri cattolici. Nel dicembre del 1419 gli hussiti cercarono un accordo con l'imperatore Sigismondo, facendo quattro proposte: libertà di predicazione, comunione sotto le due specie, povertà apostolica del clero, punizione dei peccati mortali come la simonia. L'imperatore non accolse le proposte e ordinò una repressione degli eretici agitatori. Nel novembre del 1420 gli hussiti guidati da Giovanni Zizka sconfissero le truppe imperiali; uguali successi militari ottennereo nel febbraio e nel novembre del 1421. Seguì un periodo di calma; poi nel 1424 morì Giovanni Zizka e gli successe Procopio il Calvo non meno intrepido di lui come militare; difatti sotto la sua guida gli hussiti arrivarono in Ungheria, nella Sassonia e nella Slesia. Al Concilio di Basilea convocato da Martino V, anche Procopio vi andò e difese le tesi hussite; riforma dei costumi del clero, soppressione dei benefici ecclesiastici, comunione sotto le due specie. Intanto in seno agli hussiti si moltiplicavano le sètte, come quella dei millenaristi e degli adamiti, che si abbandonavano a ogni sorta di immoralità, gli uni perché ritenevano vicina la fine del mondo, gli altri per arrivare alla perfezione col nudismo e con la promiscuità dei sessi. Nel 1434 Procopio fu ucciso in battaglia, e gli hussiti andarono man mano scomparendo.

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