Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Elezioni
di Antonio Baldini

L'Illustrazione italiana – 16 novembre 1919

L'articolo fu scritto in occasione delle elezioni politiche svolte il 16 novembre 1919, le prime tenute con una legge proporzionale. La Prima Guerra mondiale era terminata da un anno e queste erano le prime elezioni dopo quelle del 1913; una consultazione storica anche perché vide la netta sconfitta di Benito Mussolini. I primi due partiti furono quello Socialista (Nicolò Bombacci, 32,3 %, in Liguria 31,5%) e quello Popolare (don Luigi Sturzo - 20,5 %, in Liguria 20,3%).

vignetta

L'antiche mura ch'ancor teme ed ama
e trema il mondo quando si rimembra
del tempo andato e 'ndietro si rivolve.

oggimai fanno schifo e vergogna. La battaglia elettorale entrando nella fase decisiva a colpi di striscioni e di colla non ha risparmiato né le mura, né gli archi, né le colonne, e in barba al «Divieto d'affissione, art. 445 C.P.» ha preso di fianco perfino le venerande rovine [il riferimento è alla città di Roma]:. Le invettive più sconce, gli appelli più cretini, le invocazioni più stonate fermano gli occhi dei benpensanti e fan vedere il mondo cento volte più cattivo e più volgare di quello che non sia. Mentre schiara il piovoso mattino si vedono camminar in fretta lungo i muri uomini in camiciotto turchino, al tempo stesso untori e monatti delle buone reputazioni, col secchio della colla e pacchi di manifesti sotto il braccio. Due colpi di pennello e poi via: ecco spiccare nella luce ancora incerta un nome, una parola di vilipendio, una frase oscura e tremenda per intender la quale bisogna che l'occhio cerchi più sopra o più sotto, sul medesimo muro, lo striscione che jer sera l'ha provocata. Persone rispettabilissime, che probabilmente non hanno nessun motivo particolare di volersi male e che nemmeno si conoscono di persona, si accusano a gara dei delitti più neri, di lesa patria, di commercio col nemico, si feriscono a sangue negli affari pubblici e nella vita privata, nell'onestà delle madri e delle consorti. Decoro e Gentilezza sono morti e sotterrati. Balordaggine e Infamia si son fatte stampatora e attacchina. Per fortuna intanto piove e la gente non ha nessuna voglia di fermarsi a leggere sulle cantonate; e la lotta se la sbrigano allegramente fra di loro gli uomini in camiciotto turchino, per l'occasione pagati meglio dei professoroni d'Università.

Veramente non si sa quando si debba piangere e quando si debba ridere: né sempre dove finisca la balordaggine e cominci l'infamia.
Un manifesto dice: Fascio d'avanguardia! I ciociari residenti in Roma sono convocati…
Un manifesto del P. S. U. convoca i disertori romani amnistiati alla Casa del popolo… (uno pensa che faccia tosta e che bella compagnia!)
In forma di strano sillogismo è proposta la candidatura dell'avv. Gioachino Mecheri della lista dell'Alleanza Nazionale: Ogni anno l'industria cinematografica versa più di cento milioni nelle casse dello Stato;
uno degli uomini più rappresentativi dell'industria cinematografica italiana è l'avvocato Gioachino Mecheri;
dunque tutti coloro che vivono nei cinematografo e tutti coloro che ne ammirano lo sviluppo debbono preferire il nome di Gioachino Mecheri
. (Sicché c'è il caso, richiedendo qualcuno delle sue opinioni politiche, di sentirsi rispondere: io ammiro lo sviluppo del cinematografo).
Contrassegno di scheda dei cattolici è uno scudo crociato con la scritta: Libertas. «Nel segno dello scudo crociato s'è giurato a Pontida, si è vinto a Lepanto e a Legnano. Votate per il Partito Popolare Italiano!» O imprudente, inopportuna deduzione!
«Questo è il simbolo della vittoria: - è scritto di fianco a una stella a cinque punte, contrassegno del Fascio Liberale Democratico - votiamolo al grido di W. l'Italia». Gli avversari si sono affrettati a sostituire alla parola Italia il nome di S. E. Nitti: e fa uno strano vedere.
C'è stata poi l'inchiesta sulla nazionalità di Arturo Guttinger, candidalo ministeriale. L'Alleanza Nazionale domandava agli elettori: voterete per un tedesco? Ma Guttinger, dichiarava un altro manifesto, è italianissimo «essendo nato a Bergamo il giorno tale e precisamente in via Pradello n. 2, casa propria».
Un candidato nazionalista era nientemeno accusato d'aver prestato giuramento di fedeltà a Francesco Giuseppe: ma poi s'è saputo ch'era un galantuomo che in altri tempi per divorziare, s'era acconciato a prendere la cittadinanza ungherese. Ma per fortuna tra tanti mastini rabbiosi Roma ci conserva ancora qualche bell'umore che scherza senza intenzione di cavare gli occhi. Un ignoto poeta ha fatto affìggere questo sonetto:

Un professore ha fatto un'invenzione:
dice che quanno un omo è indebbolito
si je metti una glandola in un sito
ridiventa più forte de Sansone.
Con una glandoletta de montone
ha riaddrizzato un vecchio rimbambito
tanto ch'er vecchio ha subbito sentito
le conseguenze dell'operarione.
E dice, pe' de più, che sta scuperta
serve perzino a rinforzà er talento
a chi non cià la mente troppo uperta;
Anzi er dottore, ch'è un ometto pratico
pare che voja fa l'esperimento
cor Fascio Liberale Democratico.

C'è finalmente il cav. Giaquinto, l'autorevole Re dei cuochi romani, che si rivolge in un lungo manifesto «agli abitanti di Roma con contorno» annunziando la propria candidatura «l'unica capace di cucinare in tutte le salse uomini e partiti, deputati e Governo» Non si sa, dicevamo, se si debba ridere o piangere.
Più avanti altre diciture ci afferrano gli occhi: Elettori! votate per il Cavaliere della Luna… Elettori! se volete conservare le calzature preferite la…
E così via, gente allegra il ciel l'aiuta. Difatti piove.

La battaglia più feroce, sia detto a gloria della nostra cara borghesia, è fra le due liste composte dal cosiddetto grande partito liberale: quella del Fascio Liberale Democratico e quella dell'Alleanza Nazionale. Liberali, democratici e radicali da una parte, e nazionalisti dall'altra, irrimediabilmente divisti dal ministerialismo e dall'antiministerialismo, si scuoiano e sbranano in piazza, nelle concioni e nella stampa, con gioia manifesta, come si può immaginare, dei partitanti per le liste cattoliche, socialiste e repubblicane, che han tutta l'aria d'aspettare che alla fine della rissa, come nella nota favola, sull'arena non restino che i due fiocchi della coda dei due ferocissimi leoni.
Noi il sangue non ce lo vogliamo guastare: quindi non faremo parola delle basse polemiche sorte per stabilire il grado di combattività dei qualificati «combattenti» di queste liste. Supponiamo talmente gelosa la coscienza del dovere compiuto da immaginare che per accondiscendere a mettere in piazza documenti, dichiarazioni, ordini del giorno, encomi solenni e simili, un'anima bennata, di delicato sentire, debba aver patito ore di strazio indicibile… seppure, seppure le cose non vadano molto più lisce, in casi simili, di quello chi noi supponiamo. Ma intanto, se io voglio pensare qualcuno di questi candidati sul campo di battaglia, non posso più fare a menu di vederlo nell'atto di saltare fuori dalla trincea, seguito, come da un'ombra, dall'attacchino col secchio e la pennellessa. Elettori, votate per… Viva la faccia dei tempi delle elezioni di Checco Coccapieller1, del vetturale tribuno di Roma, e dei suoi belli sgrammaticati giornali di battaglie: L'Ezio II; Il carro di Checco; Il tuono di Checco; L'eco di via de' Greci! Ma già! anche il fegatoso Checco aveva quel prurito di ricordare sempre a tutti d'essere stato il compagno indivisibile di Garibaldi nell'Agro Romano. E anche allora: polemiche, lettere e documenti, per comprovare fino a che punto «indivisibile» e fino a che punto «compagno» di Garibaldi…

Insomma, per trovare una votazione romana fatta in regola, secondo gl'ingenui dettami del cuore, bisogna andare indietro indietro fino all'ottobre del 1870: al plebiscito di Roma. Quella mattina i monticiani s'erano tutti vestiti a festa in segno di giubilo, e alla dodicesima urna, in Trastevere, gli uomini andarono processionalmente, colle madri, le mogli, le figliole, a portar la scheda, e molti che avevano i bimbi in braccio ve la facevano gittar dentro da quelle manine incorrotte perché il voto fosse anche più puro.
Che dire poi del plebiscito della città leonina2? Fino all'ultim'ora gli italiani non sapevano che decidere e s'aspettava dal Governo di Firenze una risposta in merito, che non veniva. Ma i borghigiani dicevano «noi semo Romani de Roma» e intendevano votare come gli altri Romani. Allora fu stabilito che gli abitanti della città leonina avrebbero portato la loro scheda fuori del territorio ancora in discussione: e l'urna fu posta sul ponte Sant'Angelo. Finita la votazione e suggellata l'urna di cristallo, messa poi l'urna «sopra un cuscino verde, sorretto sulle robuste braccia di un popolano dalla gran barba nera, fra due grandi bandiere tricolori, la portarono in Campidoglio dove si doveva procedere allo scrutinio de' voti. Un immenso stendardo bianco, sul quale era scritto in rosso Città leonina: Sì apriva la marcia. Seguiva l'urna, e dietro l'urna tutti i votanti, e dietro i votanti quasi tutti gli abitanti dei borghi, le mogli e le sorelle formose, i bambini, le madri curve per gli anni. Traversarono molte vie della città nel più perfetto silenzio, salutati da acclamazioni mai più finite. Quando la processione nobile e dignitosa dei borghigiani, nella quale il ceto popolare predominava, apparve in fondo alla rampa Capitolina e la salì lentamente, sempre in silenzio, non scoppiò un applauso ma s'alzò dalla folla che stava nella piazza una esclamazione, un grido sommesso di commozione e d'ammirazione. Né la commozione fu minore fra gli astanti quando i notabili della Città Leonina consegnarono l'urna alla Giunta di Governo ed il cieco duca di Sermoneta vi pose sopra le mani brancolanti come su di un sacro deposito».
Bei tempi, vero?
Mi sono fatto bello coi ricordi di Ugo Pesci. Ma lui c'era, su quella piazza, e io non c'ero.
Bei tempi, vero?
Ma allora Roma era dei Romani: e oggi è dei buzzurri. Vedrete che roba ne uscirà.


1 Francesco Coccapieller (Roma 1831 – 1901), garibaldino e massone, popolano e qualunquista, diede vita ad alcuni quotidiani, fu eletto alla Camera. Più volte querelato e condannato, trascorse alcuni periodi in carcere. Il filosofo Benedetto Croce lo definì "triviale censore e cervello squilibrato".
2 Territorio comprendente la basilica di San Pietro e il Colle Vaticano, che Papa Leone IV aveva fortificato tra l'848 e l'852 a protezione dei saraceni; dopo la presa di Roma del 20 settembre 1870 (breccia di Porta Pia) spettò al plebiscito degli abitanti della città leonina decidere dell'annessione (il 2 ottobre 1870).

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