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La Chiesa milanese in Liguria (1)

Atti della Società Ligure di Storia Patria – Vol.II, Parte I, 1870

La Chiesa Genovese rilevò per lo spazio di molti secoli dal seggio episcopale di Milano: uno de' più ragguardevoli d'Italia non solo, ma della Cattolicità; illustrato da santo Ambrogio, temuto da Teodosio il Grande, glorioso di avere coperti delle sue ali i trascorsi di santo Agostino. Però le relazioni delle due Chiese divennero più che mai strette e frequenti, e quasi gli interessi dell'una si confusero con quelli dell'altra, in quel periodo di tempo che corre dall'anno 569 al 645 circa.
Il che è quanto dire dalla calata dei longobardi nell'Italia superiore alla conquista della Liguria marittima, la quale Rotari aggregò violentemente al suo regno (a. 642) togliendola alla dipendenza del Greco Impero1.
Ora egli è appunto dal periodo sovra indicato, comecché di gran lunga anteriore all'epoca a cui rimontano gli atti del Registrum Curiæ ed in generale la serie dei documenti spettanti alla storia del nostro paese, che noi abbiamo stimato si dovessero pigliar le mosse alla presente Illustrazione; conciossiaché non pochi fatti e diritti ai quali nel nostro Codice si accenna riguardano pure a' Vescovi di Milano, ed anzi ripetono dal predetto periodo le origini loro.
Dappoiché i milanesi, per consiglio del loro vescovo Onorato2, cessata ogni resistenza contro l'esercito de' longobardi, aprivano ad Alboino le porte della loro città, e questi, contro la data fede, l'abbandonava al saccheggio delle sue orde; quel venerando Pastore con molta parte del clero e con l'eletta de' cittadini della desolata metropoli riparava in Genova, seguito in breve da Sodaldo vescovo d'Acqui, secondo il Biorci attesta di aver letto in una vetustissima pergamena.
Ed è certo, come ben giudica il Troya, che il rifugio allora cercato nella nostra città da tanti insigni personaggi e da cospicue famiglie, e la stanza che per non breve tratto vi ebbero quindi fermata quei nobilissimi viri, secondo che trovansi ripetutamente nominati nelle lettere di papa Gregorio Magno, valse grandemente a mantenere e corroborare presso di noi la romana civiltà, già da molte contrade quasi affatto sbandita.
Al nome di Onorato, il quale passò di vita nel 570, succede in qualche serie quello di Fronto anziché l'altro di Lorenzo. Se non che Fronto fu pseudo-vescovo e non vero pastore: ardentissimo partigiano dello scisma di Aquileia e da' fautori dello stesso creato; e ad ogni modo, secondo chiarì l'Oltrocchi, il periodo del suo reggimento, che fu di undici anni, vuolsi porre innanzi a quello di Onorato non solo, ma di Ansano che fu di esso Onorato l'immediato predecessore. Deposto quindi di seggio, pare che Fronto venisse, per opera di Narsete, confinato nella nostra Liguria; e, dopo l'arrivo di Onorato in Genova, fosse quivi sotto buona custodia sostenuto prigione sino alla morte, acciocché nulla potesse tentar oltre in favore di sé e dello scisma summenzionato. I Cataloghi antichissimi della Chiesa Milanese recano di lui, che Genuæ depositus (fuit) apud sanctum…; ma non registrano il nome della chiesa, dubbiosi per avventura se Fronto sia stato sepolto in luogo sacro o profano3.
Di Lorenzo predetto, il quale fu nominato dopo un triennio di sede vacante nel 572, e sedette oltre a 19 anni, è da notare la grandezza dell'animo e la singolare carità, perché da certa lettera scritta nel 584 (secondo il Troya ) da un cancelliere di Childeberto re dei franchi in nome di questo principe, si rileva che la fama delle limosine praticate in Genova da Lorenzo erasi propagata fin nella Francia; e di più si apprende com'egli, precorrendo a' Romani Pontefici, avesse pregato i franchi a scendere in Italia per liberarla dalla perfida gente longobarda.
Del resto Lorenzo provvedeva a' negozi del Greco Impero nella Liguria, ed insieme vigilava alla salvezza dei romani fornendo di opportuni ragguagli l'Esarca di Ravenna, da cui la nostra Provincia e tutta quanta l'Italia rimasta nel dominio dei greci era allora amministrata. Finché in Genova stessa essendo egli passato di vita, fu quivi sepolto nella chiesa di san Siro.
Trovasi poi che all'epoca della sua morte, il numero de' milanesi residenti nella nostra città doveva essere tuttavia notevolissimo; perché il papa san Gregorio, poiché da Magno prete della Chiesa di Milano gli fu annunciato come tutti i voti del clero e del popolo residenti in quest'ultima città concorressero nel designare Costanzo come successore di Lorenzo, commise a Giovanni suddiacono (cui altri avvisa essere Giovanni Bono ed altri contrasta) di recarsi a Genova, per investigare se i milanesi che ivi dimoravano consentissero del pari in quella elezione. La quale, poiché fu dal comun voto ratificata, san Gregorio notificò a Romano, Patrizio ed Esarca di Ravenna, pregandolo acciò, verificandosene il bisogno, volesse prestare aiuto al nuovo Pastore.
Del resto i Vescovi Milanesi esercitarono allora in Genova, come osserva il Trova, ogni loro ufficio liberissimamente. Onde lo stesso Papa scriveva a Costanzo, perché soccorresse a Venanzio vescovo di Luni nella impresa che questi si era assunta di emendare i vizi introdottisi nel suo clero; e, che è più, intimasse a' chierici ed altri religiosi colpevoli di recarsi a Genova, e quivi li punisse di castighi condegni ai loro falli. Né Costanzo si rimase dallo eseguire la volontà del Pontefice; perché in altra lettera Gregorio, assentendo alle di lui proposte, si impegnava a dare parecchi provvedimenti, e fra gli altri questi: che l'ex-prete Vitaliano fosse deportato in Sicilia, e Giobino diacono, un tempo, di Portovenere, venisse da qualche degno uomo sostituito nel suo ministero.
Tutto l'epistolario di san Gregorio fa inoltre fede della più attiva corrispondenza di questo Papa col Vescovo summentovato. Si arguisce del pari da alcune fra le lettere di esso Pontefice che le relazioni tra Genova e Ravenna, nonché tra Genova e Costantinopoli, furono allora frequenti ed animate da assai benevoli sensi. Difatti il Pontefice raccomanda a Costanzo un Giovanni, uomo magnifico, venuto in Genova ad esercitarvi le veci di Prefetto dell'Impero; e gli commette di condursi a Ravenna, per giudicarvi la causa di un Marino prevaricatore della Chiesa Salonitana.
Morto poi Costanzo ed essendo chiamato a succedergli Diodato, papa Gregorio spediva a Genova il notaio Pantaleone, affinché si certificasse che quella nomina era seguita all'unanimità dei suffragi (unanimità morale, s'intende); e risultando sì di questa e sì della irreprensibile vita dello eletto, lo facesse ordinare. Bene è vero che il re longobardo Agilulfo volea dare ai milanesi un altro prete per vescovo, ed a quei che vivevano in Genova avea sopra ciò dichiarata per iscritto la sua volontà; ma Gregorio esortava pure calorosamente questi ultimi a non far conto di simili intimazioni.
L'Oltrocchi si domanda perché mai anche dopo la morte di Agilulfo, mentre che la piissima Teodolinda in nome del figlio Adaloaldo teneva il Regno, i Vescovi Milanesi non tornassero nella città loro propria da quella adottiva di Genova; ma crede, non senza ragione, che di ciò fossero causa i furori sempre crescenti dello scisma di Aquileia. Perciò, morto in Genova Diodato, gli succedette Asterio; a costui poscia tenne dietro Forte, e finalmente Giovanni Bono da Camogli, nella valle di Recco. Il quale era appena in sugli esordi del suo vescovato, allorquando, regnando Rotari, ritornava l'onore del Seggio alla patria di santo Ambrogio. Frattanto dopo Rotari e Rodoaldo, tornava al trono de' longobardi con Ariberto I la stirpe di Teodolinda (a. 653); e con esso rifioriva nel Regno la religione cattolica. Anzi Ariberto consentiva a Giovanni d'istituire la Chiesa di santo Ambrogio erede di tutte le sue facoltà, come un antico inno ci insegna; ed è questo il primo esempio che si abbia di testamenti in favore delle chiese.

Ma in che consistessero i mezzi dai quali, durante la persecuzione de' longobardi ariani e la dimora de' Vescovi Milanesi in Genova, trassero questi di che sostenersi unitamente al loro clero, è ora d'uopo che di proposito da noi si ricerchi.
Certamente fra tali mezzi sono da noverare anzitutto le rendite che derivavano alla Chiesa Milanese dal patrimonio che essa aveva in Sicilia, ed i beni particolari de' Vescovi al cui governo quella Chiesa era affidata. De' primi si ha cenno in una epistola dell'anzidetto papa Gregorio Magno al vescovo Lorenzo; e meglio ancora in quella esortazione al popolo, ai preti, ai diaconi ed al clero milanesi, contro le minaccie di Agilulfo, laddove scrive nulla essere in queste di che possano eglino concepire timore; giacché gli alimenti pei chierici di santo Ambrogio (così prosegue) Voi non li traete già dai luoghi occupati da' nemici4, ma dalla Sicilia e da altre parti della Repubblica. E de' beni privati de' Vescovi abbiamo pur memoria a proposito del summentovato Lorenzo; leggendo come egli costituisse di una parte de' medesimi, nel proprio testamento, un legato a favore di Aretusa chiarissima femmina; il che dinota, osserva il Troya, essere il marito di lei stato di famiglia senatoriale. Ed è chiaro, soggiunge, che le cose per tal modo lasciate doveano esistere in Genova o nella Sicilia, da che Costanzo, successore di Lorenzo, si vede prescelto ad eseguire in questa parte le sue volontà. Se non che, circa siffatto legato dibattutasi quindi una lunga lite, Costanzo era morto prima che il negozio avesse sortita alcuna conclusione; e però il Pontefice scrivendo direttamente al clero milanese (a quello s'intende che in Genova risiedeva), lo invitava a mettere Aretusa nel possesso de' suoi diritti. Bensì Costanzo medesimo avea disposto a sua volta di un legato simile a quello di Lorenzo, in favore della propria nipote Luminosa.
Ma altre e non lievi rendite trassero pure i Vescovi Milanesi dalla stessa nostra Liguria, e più propriamente da Genova e da alcune contrade della Riviera orientale.
Ai loro possessi in città, secondo risultano dal Registro o da altri documenti sincroni, poniamo pertanto come centro la chiesa, o più propriamente cappella, di santo Ambrogio; la quale a buon diritto l'Oltrocchi stima fondata dal vescovo Costanzo, dacché sotto di questi ne appariscono le prime notizie. Certo egli è che Costanzo ne fece la solenne dedicazione; per la qual cerimonia avendo richiesto papa Gregorio d'alcune reliquie de' santi Paolo apostolo, Giovanni e Pancrazio, il Pontefice, a mezzo d'Evenzio diacono, gliele rimise, avvisandolo in pari tempo acciò innanzi tutto disponesse che la chiesa fosse provveduta delle luminarie e delle alimonie5 per gli inservienti. Di più, come si legge nei Cataloghi precitati, Costanzo venne appunto seppellito in questa chiesa; e ciò era conforme allo esempio de' suoi predecessori, i quali costumarono e vollero essere tumulati in quelle basiliche medesime cui essi aveano edificate.
Vollero pure i Vescovi Milanesi onorarla di privilegi; al quale effetto disposero che il clero di Genova ogni anno vi si dovesse condurre processionalmente al ricorrere delle solennità dei santi Ambrogio, Gervasio e Protasio, ed Andrea. Imperocché le processioni furono ognora annoverate fra i diritti dovuti dalle chiese inferiori alle maggiori; anche per ciò che le oblazioni, le quali in simili circostanze soleano essere fatte dai fedeli, potessero cedere in tutto o per la miglior parte a beneficio di quelle chiese medesime. Pare anzi che la bisogna fosse nel caso presente regolata in quest' ultima guisa, cioè per modo che una porzione delle offerte dovesse pur toccare al clero genovese; e che si redigesse in proposito, non molto dopo la traslazione del Seggio a Milano, un istrumento del quale però al dì d'oggi poco più avanza che la memoria. Il quale istrumento facea fede della volontà espressa dal vescovo Giovanni Bono, forse nell'atto della traslazione medesima, o forse anche nel testamento ricordato poc'anzi; e dicesi rogato in Genova da Ambrogio cancelliere della Chiesa Ambrosiana addì 14 maggio dell'anno 700 di Cristo, regnando Luitperto.
E ciò consuona eziandio con un luogo del nostro Registro, laddove accennandosi ai diritti di riparto che competeano all'Arcivescovo di Genova ed a' suoi canonici, quando recavansi in qualche chiesa della città a celebrare i divini officii, quella di santo Ambrogio vedesi notata insieme colle altre, in un capitolo apposito. Se non che al foglio cui esso risponde nel Codice, il tempo ha recata sì grave offesa, che noi trovammo appena brevi parole da potervi deciferare. Fors'anche a questo luogo si notava come dovuto all'Arcivescovo l'annuo tributo di una libbra di cera, il quale incontriamo poi specificato in certi libri censuali della nostra Curia pertinenti alle due ultime decadi del secolo XIV, ed oggi serbati (non sapremmo indovinare per quali vicende) nello Archivio delle Compere di san Giorgio.
Contiguo alla chiesa predetta di santo Ambrogio sorse quindi il Brolio, che vale terreno cinto di mura ed ornato di piante, e risponde a quella regione che poscia venne chiamata degli Orti di santo Andrea, e così anche tuttora si appella, dal contiguo tempio e monastero intitolati a quell'apostolo, ma già da pezza volti agli usi di carceri giudiziarie. Ora sovr'esso il Brolio quei Vescovi pigliarono stanza in un palazzo (palatium ed anche domus) da loro medesimi certamente fatto murare; il quale in progresso di tempo fu pur circondato da più altri edifizi, e questi di legno senza dubbio per la ragione che di tal materia si usarono costrurre in Genova la maggior parte delle case fino al secolo XII, come avemmo opportunità d'accennare in altra scrittura, e perché non si spiegherebbe altrimenti come un incendio distruggesse in breve ora, nel 1122, la intera contrada di santo Ambrogio.
Nella Riviera orientale la Chiesa Milanese ebbe poi quattro fra quelle pievi; Recco, Uscio, Camogli e Rapallo; rispetto alle quali ci sembra poter ritenere che gli stessi Imperatori d'Oriente ne assegnassero a' Vescovi della lombarda Metropoli il godimento, sì come stimiamo di potere accedere alla opinione di alcuni dotti storici, i quali reputano averne i Romani Pontefici attribuita a' Vescovi medesimi la spirituale giurisdizione. Certo egli è che più luoghi della Riviera anzidetta doveano allora giacere incolti, ed essere riguardati siccome silvæ nigræ o beni demaniali; e così una parte di essi vediamo anche più tardi in possesso degli Ottoni, leggendo come l'imperatrice Adelaide facesse dono al monastero di san Fruttuoso di Capodimonte di una terra arabile in quel di Brugnato, confinante con più altri terreni di proprietà dell'Imperatrice medesima. Del trasferimento poi della giurisdizione abbiamo anche un esempio posteriore, in Accellino vescovo di Betlemme, al quale (ritrattosi nel 1139 dalla sua Diocesi nella Riviera di Ponente), fu assegnata la terra di Varazze, per ciò sottratta all'amministrazione de' Vescovi di Savona.
Ma di quelle pievi al certo, nella incursione di Rotari, per cui le più cospicue nostre città furono ridotte in vici fu poi spogliata la Chiesa di Milano, finché Ariberto I dovette restituirle a Giovanni Bono, «sì come indi Ariberto II restituì al Pontefice Romano il patrimonio delle Alpi Cozie» sito anch'esso nella Liguria. Diremo anzi di più che tali pievi furono per avventura costituite nell'epoca stessa del soggiorno di que' Vescovi in Genova; o, per lo meno, che le loro chiese vennero costrutte, ampliate o dedicate durante il periodo della giurisdizione di essi Pastori sulle pievi medesime. Conciossiaché, a passarci di quella dei santi Prospero e Caterina vergine e martire di Camogli6, i santi Giovanni Battista, Ambrogio, e Gervasio e Protasio, da cui s'intitolano rispettivamente le altre di Recco, d'Uscio e di Rapallo, riscossero tutti un culto speciale nella Diocesi di Milano. Galvano Fiamma notò infatti che nella descrizione della città e contado milanese, dettata nel 1288 da Buonvicino da Riva, si contavano 130 chiese dedicate a santo Ambrogio, 57 a san Giovanni Battista, 40 ai santi Gervasio e Protasio.
Sono per ultimo da aggiungere ai detti possessi alcuni altri beni e diritti: una parte dell'alpiatico nella pieve di Bargagli, diverse terre in Albaro, a Capodimonte e nella Valle di Lavagna (terre di sant'Ambrogio), a Maxena presso Chiavari, a San Michele presso il fiume Graveglia, a Santa Maria di Liggi di là dall'Entella; e fors'anche, a giudicarne dal nome, i monti di sant'Ambrogio in quel di Rapallo e nella pieve di Vara. Verisimilmente poi alcuni dei terreni prenominati sono da ritenere come il patrimonio privato onde Giovanni Bono, morendo, avea chiamata erede la propria Chiesa.

(continua)


1 Impero romano d'Oriente, bizantino
2 Il primo ad essere chiamato arcivescovo di Milano fu Tommaso nell'anno 777
3 La morte dì Fronto si ascrive al 581
4 Troya fa notare come i longobardi sieno dal Papa chiamati sempre nemici, in onta alla tregua ch'egli avea con essi fermata, e che dovea durare per tutto l'anno 600, nel settembre od ottobre del quale fu appunto scritta la presente esortazione.
5 alimenti
6 Di san Prospero narrasi che fu vescovo di Tarragona in Catalogna, e fuggendo l'invasione dei vandali riparò in Liguria, dove morì nel luogo di Ruta sopra Camogli. Quest'ultima terra ne serba tuttavia il corpo in gran venerazione, e ne celebra ogni anno solennemente la festa nella prima domenica di settembre.

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