Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Il traffico marinaro della paccotiglia
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

In questo libro si è accennato a più riprese alla paccotiglia senza mai dare al lettore una spiegazione di questa strana voce mediterranea e marinaresca. Fin dai più lontani tempi i naviganti l'usarono per distinguerla dal carico ufficiale del bastimento, che poteva essere orzo, grano, pozzolana, vino, olio od altra copertina mercanzia omogenea, e che figurava dettagliata nel «manifesto di bordo» da quell'altra eterogenea, ossia paccotiglia che il bastimento trasportava diciamo in «forma privata», e che era, sempre, proprietà del Capitano del bastimento o degli uomini dell'equipaggio. Se si scorre il De Simoni, Actes passé a Famagouste, si vedrà che i velieri di Voltri, Pegli, Genova, Recco, Camogli, Rapallo, che già nel 1200 frequentavano gli scali di Famagosta, Rodi ed altri approdi d'Oriente, portavano laggiù della paccotiglia, ossia degli oggetti vari, che nulla avevano a che vedere con il carico del barco. Paccotiglia, in gergo ligure, voleva e vuole ancora significare «un po' di tutto» ossia merce varia la più disparata. (Gli spagnuoli invece usavano anticamente questa parola in senso dispregiativo, volendo indicare con la voce paccotilla tutte quelle piccole cose di assai scarso valore, come specchietti, spille, bottoni, tessutu sgargianti, vetrerie, ecc., che essi davano agli indigeni d'America, sec. XV, XVI, XVII, in cambio di pagliuzze d'oro e d'argento. Altri spagnuoli invece di paccotilla usavano la parola baratijas).
Per i liguri invece la paccotiglia era rappresentata – si potrebbe dire sempre – da merce ricca e costosa. L'armatore del bastimento, onde maggiormente affezionarsi i suoi marinai, e forse anche per migliorare le scarse paghe di allora, chiudeva un occhio e lasciava che ogni marinaio imbarcasse, con la rituale cassa di bordo, cento chilogrammi di merce «libera da nolo». Stava all'intelligenza del singolo saper accentrare in quei 100 chilogrammi la merce più redditizia.
E cosa trasportavano i nostri cari Vecchi ai paesi d'oltremare? Veramente un po' di tutto. Dalle telerie di lino di Fiandra alle casseforti acquistate a Marsiglia; dai canditi di Savona ai coralli lavorati. Dagli ombrelli di seta di Lorsica ai pizzi al tombolo. Dagli oggetti di filigrana alle maglie di lana ed ai cappelli di feltro. E tante altre cose ancora. Per esempio: i marinai – e non il Capitano – portavano in Russia o ai paesi di America il corallo lavorato, allora assai di moda. Usavano per lo più acquistare la merce dall'orafo Gio. Batta Agugione, che a Genova aveva bottega in PiazzaLepre; da Del Grandi Antonio di Vico Vegetti; da Burlando Bernardi di Via Canevari e da un altro vero artista del genere, Suares, che aveva bottega in Vico del Fieno. Una signora Maria Valarino, che aveva fabbrica in Vico Agogliotti, s'era specializzata nelle cose «minute» del corallo che consegnava a fido ai vecchi marinai di sua conoscenza. Fido che durava a volte tre anni, perché i velieri, specialmente se di grossa portata, facevano delle traversate interminabili.

sciabecco Sciabecco Camogliese del secolo XVIII

Viceversa i Capitani e gli Ufficiali di bordo portavano per loro conto, specialmente ai paesi del Sud America, degli orologi d'oro, dell'argenteria, specie posate, e dei caratteri tipografici che acquistavano da tre fonditori specializzati: Rayper Federico, Alessandro Lagostena e un Lavagnino, che lavorava in Vico Vegetti. Ai primitivi negozi di oggetti navali di Buenos Ayres, Corti e Francischelli di Calle Defensa e Ruggero Bossi della Boca, i Capitani rivieraschi portavano sestanti, canocchiali, portolani ed altri istrumenti nautici acquistati a Genova o in Inghilterra. Portavano anche quadri di Madonne, che ricevevano da un abile restauratore di quadri che s'era specializzato in questo commercio. Si chiamava Giacomo Waumen ed abitava fuori porta, vicino al Ponte Rotto di San FRuttuoso. Un caro e vecchio Nonno diceva sempre che nei porti d'America era assai ricercato l'oro in fogli, che i Capitani facevano battere per proprio conto dai vecchi battiloro De Grossi Antonio di Salita Piccapietra e dai vari fratelli Merello, che furono una vera dinastia di battiloro, con botteghe in Vico Indoratori, Via dell'Arcivescovado, in Piazza Garibaldi e in Campetto. Al Capitano Tomaso Pietranera, nativo di Genova, che aveva fondato a Buenos Ayres un emporio navale, i Capitani rivieraschi portavano oggetti nautici e di ingegneria nonché busoole e sestanti che fabbricava a Varazze il sig. Francesco Vallarino, che li vendeva ai Capitani a ragione di lire 90. Nei porti del Plata e del Pacifico si vendevano facilmente a 50 patacones, pari a lire 250.
Anche i tessuti che la ditta Speick e Piroja stampava a Cornigliano (mezzari e pezzotti) avevano facile smercio negli scali d'America. I bastimenti liguri che facevano vela per Buenos Ayres verso i primi di novembre usavano fare una forte paccotiglia di frutti canditi, che si compravano a Genova dalla ditta Carpaneto e C. e da varie ditte di Savona. I marinai si portavano generalmente una cassa di pane dolce di Genova. Se il veliero, favorito dai venti, aveva la fortuna di arrivare alla «barra» di Buenos Ayres un po' prima del Natale, quella curiosa e dolce paccotiglia lasciava talora un utile del 200 per cento. (Va da sé che vi erano anche gli alti e i bassi, a seconda delle necessità del mercato. Nel 1854 per esempio, quando grazie alla caduta del dittatore Juan Manuel de Rosas fu levato il blocco, la paccotiglia in genere si vendette a Buenos Ayres, «presa a bordo dei bastimenti» a dieci volte più di quello che era costata a Genova. E' un tema tanto interessante e istruttivo, questo dell'antica paccotiglia dei liguri, che abbiamo più di una volta pensato che qualunque odierno dottore in scenze economiche si potrebbe fare molto onore sviluppando uno studio retrospettivo sulla paccotiglia dei vecchi navigatori del Genovesato).
Le donne stesse, specialmente quelle della Riviera del Levante, mentre il marito veleggiava i mari, preparavano oggetti di paccotiglia. Erano mogli di marinai di Recco, Camogli, Prtofino, Santa Margherita, Rapallo e Zoagli quelle che pazientemente tessevano, al chiaror del lumino ad olio, i vaghi pizzi al tombolo, le vaporose frangie dei «macramé» di Chiavari e le velette di seta nera. O i «cunsé» e le «manaete», reti da pesca assai stimate nell'estuario del Plata e sulle coste del Pacifico [cûunæ e manate sono un tipo di rete per la pesca delle acciughe]. Per dare una prova dell'utile che si ricavava da un «cunsé» completo daremo delle cifre. Una donna del popolo, a tessere un giuoco completo di reti da pesca impiegava quasi un anno, lavorandovi dietro le ore serali del dopo-cena, mentre la parentela recitava il Rosario. Se la rete la vendeva agli accaparratori di Genova o di Sampierdarena ricavava al massimo lire 250, con un utile, per ogni sera lavorativa, di sessanta centesimi. Viceversa consegnando al marito la rete da pesca, quando questi partiva per gli scali d'America, era facile ottenere laggiù, specialmente nei porti del Perù, persino 120 «soles» peruviani, ossia lire 600 italiane. Succedeva spesso che la paga annuale di un provetto marinaio, lire 60 al mese, fosse inferiore alla cifra che si realizzava con la vendita della «manaeta» tessuta dalla moglie.

bombarda Bombarda Camogliese del 1890 per il traffico dell'Arcipelago Greco


La paccotiglia dei navigatori chiavaresi era quasi sempre rappresentata da funghi della Fontanabuona, olio d'oliva in barili, sete e damaschi rossi ed una rinomata tela «imbiancata di Chiavari», che era unica in Italia. Molte chiese d'America furono rifornite dai chiavaresi di candelabri scolpiti in legno, di tabernacoli ed altri oggetti chiesastici, nella fabbricazione dei quali l'artigianato chiavarese eccelleva veramente. Altra merce molto redditizia erano le candele di cera per le chiese, che si compravano da Lazzaro Bancalari e da un fabbricante Bellagamba, che fu il primo ad applicare sulle candele le Madonne in calcomania.
Non v'era bastimento di Zoagli che non portasse in America, sotto veste di paccotiglia, i rinomati velluti fabbricati a mano e che laggiù avevano prezzi veramente proibitivi.
A Montevideo e a Buenos Ayres si portavano anche – e rendevano un fortissimo utile – vettura a coupé, a fiacre e a vittoria, che erano fabbricare a Genova ed a Sampierdarena. Ma come questo carico era ingombrante, richiedeva un certo capitale e «dava nell'occhio», vi era interessato anche l'armatore del barco. E gli articoli di selleria, specialmente quelli ricchi e adorni d'ottone, rendevano laggiù un forte utile. Lo stesso dicasi delle armi di Brescia, delle palle d'avorio per bigliardo, delle carte da giuoco alla «spagnuola» e della carta da sigarette che si fabbricava a Varazze e a Voltri e che fu la prima ad essere conosciuta in America.
Se si volesse approfondire nello studio di questo strano, antico e lucroso interscambio, si potrebbe dire che la paccotiglia in partenza da Genova era singolarmente individuale. Ognuno portava con sé quello che credeva più redditizio. O quello che la parentela dimorante al Plata gli aveva espressamente ordinato nel viaggio antecedente.
Viceversa quando un bastimento ligure si trovava in un porto estero e si «spediva» per i paesi del Plata o del Pacifico, vigeva d'antichissima data, un'usanza che fu sempre rispettata. Il Capitano del bastimento diventava, d'amore e d'accordo con l'equipaggio, il vero direttore della paccotiglia. Si usava formare una «colonna di bordo» nella quale ogni marinaio metteva una quota.parte di capitale. E tutta la colonna fino al centesimo si invertiva in paccotiglia. Nei porti inglesi, per esempio, si acquistava terraglia e porcellana da tavola, tessuti pettinati bleu e neri (gli americani non accettavano che questi due colori), piccole partite di ottimi rasoi che comprati a quattro «shilling» si vendevano facilmente ad una sterlina, fucili da caccia di marca, ecc.
A Marsiglia invece l'articolo più ricco e più rimunerativo era rappresentato dai letti di ferro. Detto commercio, assai lucroso, durò molti anni. E cessò soltanto quando un intelligente italiano, Eugenio Cardini, nativo di Omegna, impiantò a Buenos Ayres una grande fabbrica di letti di ferro, che fu la prima di tutto il Sud-America.
Se il bastimento partiva invece per il Sud-America da un porto dell'Olanda, si era quasi certi che tutta la «colonna» privata di bordo veniva spesa nell'acquisto di brillanti già molati che oltre Oceano rappresentavano il doppio del valore di acquisto. E a proposito di brillanti sarà curioso apprendere che molto spesso, ossia quando i velieri liguri andavano al Brasile per la caricazione dei legnami da concia, di cuoia e di sego – epoca 1850-1860 – i brillanti acquistati in Olanda od anche a Londra, non si vendevano per denari. Ma si preferiva cambiarli con gli incettatori di brillanti e di smeraldi greggi dell'interno brasiliano. Si correva un'alea e bisognava un po' intendersene. Ma generalmente il barato risultava ottimo.
Ci si dirà: e dall'America i nostri vecchi navigatori non portavano nulla? Tutt'altro: portavano il portabile: piume di struzzo, pelli di lontra, di giaguaro e di guanaco, massicci e strani piatti d'argento egregiamente lavorati dagli indiani «quichuas» del Perù, legno di rosa, palo santo ed altri legnami di pregio che gli stipettai di Marsiglia e di Bordeaux si contendevano a suon di marenghi. Quando proprio nei porti sud-americani non v'era nulla da fare, allora i nostri cari e vecchi marinai si imbottivano letteralmente di tabacco che laggiù valeva, il più buono, una lira al chilogramma. E durante il lungo viaggio di ritorno facevano i tradizionali salsicciotti. Le Dogane d'allora erano assai patriarcali e tanto umane, specialmente verso quei buoni e modesti marinai che per sessanta lire al mese andavano a giuocarsi la pelle nel Gulf-Stream o al Capo d'Horn. E chiudevano benevolmente un occhio quando la pesante cassa di bordo del lupo di mare veniva sbarcata alla Calata degli Zingari o alle Grazie. E così i profumati salsicciotti del buon tabacco Virginia entravano nelle case degli amici e del parentado, lasciando un buon utile al rude e buscavita marinaio rivierasco. Utile che messo assieme al riparto della colonna di bordo ed al ricavato delle «manaete», veniva bene per fare la dote alla dolce figliuola venuta su nella casa paterna. O serviva – e questo era il sogno di tutti i navigatori della vela – ad acquistare fuori del paese il palmo di terra, le quattro «fascette» ove in seguito, con l'utile di altri viaggi e di altra paccotiglia, si sarebbe costruita, per la propria vecchiaia e per i tanti nipotini, la piccola casetta rossa piantata spavaldamente in faccia al mare, in mezzo a quattro contorti e nobili ulivi di Liguria…

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