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La Chiesa milanese in Liguria (2)

Atti della Società Ligure di Storia Patria – Vol.II, Parte I, 1870

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Resterebbe ora da vedere quali vicende corressero dipoi quei possessi, e quanto tempo durassero veramente nella signoria de' Vescovi Milanesi. Frattanto diciamo subito, che all'epoca della compilazione del Registro il monte di santo Ambrogio di Vara si trovava già nel pieno dominio della Chiesa Genovese; la quale ne avea disposto, consentendolo in feudo ai figli di Conone signor di Vezzano.
Delle pievi impariamo tuttavia confermato il godimento agli Arcivescovi Milanesi da una bolla di papa Alessandro III, che reca l'anno 1162; ma s'ingannerebbe a partito chi volesse ricercare in questo documento una prova indiscutibile a favore del reale possesso della Chiesa Ambrosiana, anziché un diploma la cui concessione poteva nascondere un fine politico, tendente a cattivare sempre più l'animo de' milanesi alla causa del Papa contro Federico Barbarossa, in quel movimento guelfo (se è lecita una anticipazione di questa parola) che si andava allora sviluppando nella miglior parte dei Comuni lombardi. Notiamo inoltre che la predetta bolla non è in sostanza fuorché la ripetizione di un'altra emanata già da papa Adriano IV, e che venne a sua volta confermata ancora da varii altri Pontefici: Celestino III nel 1193, Innocenzo III nel 1199 ed Onorio III nel 1219. Ma noi non potremmo da tutto ciò dedurre che una delle molte riprove, le quali ci chiariscono come gli uomini tanto più cercano puntellarsi con privilegi quanto più perdono dei loro possedimenti. E questa è la storia di tutti i tempi e di tutte le signorie; imperocché nel fatto di quelle pievi, ben possiam dire che ogni ingerenza de' successori di santo Ambrogio avea già da buona pezza cessato. Fors'anche tra esse la prima a sfuggir loro di mano, per cadere sotto la giurisdizione della Chiesa di Genova, era stata quella di Rapallo; e le relazioni commerciali e marittime che vediamo fino dagli esordi del secolo XII annodate fra genovesi e rapallini, forniscono di ciò una più che sufficiente ragione. Difatti notiamo nel Registro come il nostro vescovo Sigifredo, ricuperasse le decime onde fruivano in questa pieve i Cavaronchi, i Pevere, gli Avvocati, ecc.; e di Siro II appariamo poi come disponesse della generalità di esse decime, porzione delle quali i Cavaronchi e gli Avvocati aveano ricevute in feudo, mentre delle rimanenti godeano allo stesso titolo i Conti di Lavagna, i Castello, i figli di Ogerio delle Isole e più altri Visconti.
Al possesso di Recco e di Camogli vediamo poi diretto come un primo assalto con un lodo consolare del 1145, nel quale l'Arcivescovo di Milano si dichiara obbligato a rilasciare ogni anno a quello di Genova 22 soldi e 1/2 sovra la massa delle decime e delle pensioni che riscuoteva nel distretto delle pievi medesime. Di Uscio non è verbo.
Finalmente dei terreni mentovati più sopra, ci dà qualche lume un libello del 1012, da noi prodotto, laddove certo Milone riceve in locazione da Eriberto abbate di santo Stefano alcune vigne con casa in Albaro, le quali diconsi tenute da questo monastero ex parte sancti Ambrosii Mediolanensis. Dal qual cenno potrebbesi per avventura dedurre che delle possessioni della Chiesa Milanese, site in più luoghi e però difficili ad essere amministrate convenientemente da quella Curia, si rendessero in progresso di tempo concessionarii i monaci dell'anzidetto cenobio, con facoltà di sublocarle giusta i principii che regolavano allora l'enfiteusi, e di che altrove ci converrà tenere particolare discorso.
Or questo indizio, comecché lieve, ne porge eziandio il filo ad un'altra argomentazione. Già poc'anzi vedemmo come gli Avvocati avessero parte nel godimento delle decime di Rapallo; ma leggiamo pure che gli ascendenti di costoro, le cui memorie rimontano sino ai primi anni dopo il mille, esercitarono ereditariamente un tale ufficio (passato quindi a formare il cognome della loro famiglia) nell'interesse del monastero precitato di santo Stefano. E siccome è noto d'altronde, che quando i monasteri non aveano sufficiente numero di lavoratori o capitale mobile bastante per la coltivazione de' loro possedimenti, li assegnavano in beneficio ai potenti ed avvocati da cui speravano o doveano essere difesi; così noi portiamo opinione che i beni suddetti della Chiesa Milanese, nel volgere del secolo XI, passassero per questa ragione dal monastero in discorso ai detti Avvocati, nei quali appunto li troviam tutti raccolti allo aprirsi del XII. E coi beni della Chiesa di Milano passò probabilmente negli Avvocati medesimi la tutela delle sue ragioni, e l'esercizio dei diritti provenienti dalle immunità, che per fermo non dovettero mancare nelle pievi sottoposte alla di lui giurisdizione: cumularono l'avvocazia de' monaci genovesi con quella dei prelati lombardi; e dalla carica derivò quindi il nome stesso d'avvocazia al complesso di que' beni e di quei diritti.
Né della percezione di cotesti diritti mancano al tutto le traccie, sebbene ci si rivelino negli sforzi fatti dal nostro Comune per annientarli: dal Comune, il quale dopo avere nelle remote contrade d'Oriente innalzato il nome genovese ad una sùbita e quasi non isperata grandezza, profittava di una breve sosta per isgomberarsi allo interno la via dalle feudali signorie e da ogni altra specie di dominio che non fosse la sua; dal Comune, il quale, non disgiunti ancora gl'interessi della Chiesa da quelli dello Stato (problema sì arduo che è l'incubo dell'età nostra), avea giurato di difendere non solo, ma di accrescere l'onore, che è a dire i beni e i diritti, del proprio Arcivescovato. Il perché Rolando Avvocato, avendo esatto dagli uomini di un quartiere di Recco il tributo di quattro spalle di carne (altra delle prestazioni le più consuete in quella età, come diremo in appresso), i Consoli del 1147 pronunciavano sentenza ch'ei dovesse restituire senz'altro quanto avea tolto, perché quel quartiere non dipendeva già dalla Chiesa di Milano, da cui rilevava l'avvocazia, ma dal Comune. Se non che Rolando, declinando a sua volta la competenza del Comune medesimo, si rifiutava dall'ottemperare al disposto di quella sentenza. Però i Consoli ne toglieano occasione per riaffermarla (1162); assolveano gli uomini dell'anzidetto quartiere da ogni vincolo verso l'avvocazia (indizio dunque che un qualche vincolo v'era), proclamando com'essi costituissero una arimannia, o terra di liberi; ma concludeano il lodo essere così formulato nomine vindicte.
Ecco intanto altri fatti. Rolando riscuoteva egualmente in Recco un diritto, a titolo di pedaggio, ma i Consoli, nel 1159, lo abolivano con più altre gravezze feudali. Finché, ad un atto ben più esplicito di suprema signoria movea più tardi il Comune, quando per Recco medesima addiveniva alla creazione dei Consoli. Vero è che di ciò Lanfranco Avvocato si querelava altamente al podestà Spino da Soresina, intimandogli di desistere. Ma il Podestà richiamavasi al fatto (1223): avere, diceva, anche i suoi antecessori creati somiglianti officiali, e concludeva affermando il possesso di tutti i quartieri di Recco spettare ad essere veramente del Comune di Genova.
Né a questi moti, i quali più chiaramente ci si appalesano in Recco siccome centro e sede dell'avvocazia, in grazia della sua postura rispetto alle altre pievi, si tengono estranee quelle di Uscio e di Camogli. Conciossiaché lo stesso anno 1223 si trovano tutte aver lite con Giovanni Avvocato, in certa causa per la quale è data sentenza da un estero tribunale, quello certamente dell'Arcivescovo di Milano. Ma il Podestà di Genova decreta a sua volta, che il giudicato non abbia vigore alcuno perché nocevole ai diritti del Comune.
Lasciammo ultimi nelle nostre ricerche la chiesa di santo Ambrogio ed i beni siti in città. Diremo ora che i Vescovi Milanesi, forse dacché abbandonarono il soggiorno di Genova, commisero il governo dell'una e degli altri a preti o rettori, le consuetudini de' quali si trovano poscia accennate in un notissimo Breve del 1052, laddove è detto che mittebant libellos et firmabant et stabat. E ciò viene pur confermato da un atto del 29 marzo 1159, nel quale un prete Donato di santo Ambrogio, a nome di prete Oberto, che ne era il rettore, vendeva ad un maestro Berardo la metà di un edificio, che la chiesa prementovata possedeva in contiguità della porta, la quale era stata aperta non molto lungi dalla chiesa medesima, allorché i genovesi respingendo le minaccie del Barbarossa aveano munita la città di un nuovo cerchio di mura.
Se non che, dovendo il Capitolo di san Lorenzo fare alla chiesa di sant'Ambrogio le tre processioni onde più sopra tenemmo ragionamento, accadde che verso il cadere del secolo XII si levasse intorno a ciò questione, pretendendo il Capitolo di riceverne un correspettivo di venti soldi genovini, e protestando la Curia Milanese di doverne nove soltanto. Ma donde, chiederà taluno, questa pretesa? Per rispondere alla domanda occorre rifarci alquanto indietro, e rammentar qui ciò che abbiamo già detto relativamente alla partizione delle offerte raccolte nella circostanza delle processioni summentovate. Delle quali, per fermo, nell'istrumento dell'anno 700 sarà stata determinata appunto la quota devoluta al clero di Genova, la cui rappresentanza nel corso de' secoli si concentrò poi nel Collegio Metropolitano. Or questa quota la Chiesa Milanese, e per essa quella di santo Ambrogio, avrà inteso pagarla nella somma stabilita senz'altro in esso istrumento, o più probabilmente ancora, a norma di un ulteriore accomodamento seguito verso la fine del secolo XI, quando la moneta scadde molto di prezzo, ed allorché i denari di Pavia, antica zecca de' longobardi, ebbero corso grandissimo sì nella Lombardia e sì nella Liguria. Ora, per quello che in luogo più appropriato ci accadrà dover dire intorno a siffatto proposito, i denari pavesi si trovano valere esattamente il doppio de' primitivi genovini. Il Capitolo di Milano avrà dunque voluto star fermo al pagamento dei nove soldi, senza darsi carico del mutamento avvenuto nei valori; il Capitolo Genovese al contrario avrà riclamato che di siffatta mutazione si dovesse tenere nel suo interesse il debito conto. E poiché il denaro genovino avea nella seconda metà del secolo XII declinato già alcun po' anche dall'accennato valore primiero, così il Capitolo stesso in luogo di chiedere il doppio de' nove soldi, propose la anzidetta cifra di venti, ossia di una lira rotonda di genovini. Alla quale domanda poi non volendosi dalla Curia Milanese aderire, i canonici di san Lorenzo provvidero a rifarsene, sequestrando le pensioni o canoni che a quella derivavano dagli edifizi del Brolio.
La causa fu allora portata dinanzi al Pontefice; il quale ne commise indi la decisione a Grimerio vescovo di Piacenza. E il giudicato fu questo: Paghi l'Arcivescovo di Milano, ogni anno nel giorno di santo Ambrogio, per modo di transazione, al Capitolo di Genova quindici soldi della moneta corrente in quest'ultima città; desista il Capitolo dall'intromettersi nella esazione delle pensioni del Brolio; e pel rimanente stieno ferme le disposizioni contenute nell'atto del 700 più volte ricordato. La quale sentenza, pronunciata il dì 27 febbraio 1200, ed accettata solennemente il 3 aprile dell'anno successivo dall'arcivescovo milanese Filippo da Lampugnano, durò immutata lunga pezza dappoi. Difatti in certo codice del nostro Archivio Capitolare, che reca l'anno 1368, alla rubrica Census ecclesiarum, si legge:
Dominus Archiepiscopus Mediolanensis debet nobis annuatim pro censu solidos XV.
Per questa guisa trovaronsi composte le differenze ecclesiastiche, allorché sorsero più vive le contestazioni civili. Gli Arcivescovi di Milano, ben vedendo come la amministrazione del Brolio corresse grave pericolo tra le mani de' sacerdoti rettori di santo Ambrogio, aveano trovato miglior consiglio quello di investirne gli Avvocati. In forza di ciò l'anno 1204 Giovanni Avvocato, producendo appunto l'atto della seguita investitura, ed allegando alcuni lodi i quali affermava a sé favorevoli, pretendeva inceppare la libera azione del Comune Genovese su quella parte della città, esercitare il mero e misto imperio sopra gli uomini che abitavano nel Brolio, e sentenziare di certi delitti che si diceano fra essi accaduti. Il Comune provava però a sua volta come già da lungo tempo la pienezza del suo dominio si fosse estesa eziandio all'anzidetta contrada; ed il Causidico1 del Podestà, accogliendone le ragioni, lo mandava assoluto dalle domande dell' Avvocato.
Da tutti questi fatti gli Arcivescovi di Milano poterono bene convincersi che l'epoca di ogni loro possesso nella Liguria marittima si affrettava al tramonto; anzi che il Comune ne avrebbe presto assorbiti i residui, qualora eglino indugiassero a spogliarsene con qualche utilità da sé stessi. Perciò appunto l'arcivescovo Enrico di Settala, col mezzo di Ugone di Settala, cimeliarca2 della Chiesa Ambrosiana, trattava non molto dopo la vendita di tutto il Brolio con Guglielmo di Rosenga priore di san Giovanni di Paverano in Bisagno, chiesa e convento di canonici regolari mortariensi, con Diotisalvi di Piazzalunga e parecchi altri cittadini od abitatori di Genova. Nei quali tutti si ripartiva la proprietà degli edificii innalzati sulla terra in discorso; o sia ch'eglino stessi li avessero fatti costrurre, o sia che fossero stati loro trasmessi per diritto di successione dagli antichi livellarii di quelle aree. Il che era conforme precisamente alle disposizioni dei Brevi e Statuti genovesi de' secoli XII e XIII; i quali trattando delle ragioni competenti ai padroni del suolo ed ai superficiarii, stabilivano appunto che un edificio sul terreno altrui dovesse comperarsi dal padrone di questo, o viceversa il proprietario del suolo cedesse il medesimo al superficiario, giusta il prezzo che verrebbe determinato da pubblici estimatori.
La vendita per la quale il procuratore anzidetto si impegnava di riportare l'assentimento del Papa, doveva poi effettuarsi entro due anni a contare dalla presente stipulazione, che reca la data del 27 novembre 1229; e la somma per cui si convenivano le parti era di lire duemila di Genova; delle quali i compratori dichiaravano intanto aver depositate cinquecento nelle mani di Vassallo Grugnino, a titolo di caparra e per guarentigia di ogni danno eventuale. Pattuivasi quindi che le altre lire 1500 sarebbero pagate all'Arcivescovo entro sei mesi dall'avvenuta consegna del Brolio medesimo.
Con ciò dileguavano le reliquie di una giurisdizione della quale per lo spazio di molti secoli aveano largamente fruito in Genova e nella Liguria i potentissimi Vescovi di Milano, stati lungo tempo eziandio i dispensatori e gli arbitri della corona d'Italia, e però degni di essere chiamati i facitori dei Re italiani sì come il celebre Conte di Warwich fu detto il facitore dei Re d'Inghilterra.
Occorrebbe ancora investigare le relazioni de' nostri Pastori col Seggio Ambrosiano; ma questo argomento che non può stringersi in brevi pagine, sarà da noi trattato nel capitolo successivo.

(continua)


1 rappresentante
2 collaboratore più stretto, custode degli oggetti sacri

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