Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

La popolarità del Balilla
di Mario Labò

L'Illustrazione italiana – 12 dicembre 1920

La questione, che i profani neppure sospettano, ma che i dotti hanno dibattuto e dibattono, se il Balilla sia mai esistito, andrebbe posta in questi termini: se sia vero che un ragazzo, tirando una sassata contro i soldati austriaci che il 5 dicembre 1746 conducevano un mortaio da bombe attraverso il quartiere di Portoria, abbia iniziato la rivolta che condusse alla cacciata dello straniero da Genova.

statua La statua di G.B. Cevasco (da un disegno del "Mondo Illustrato" del 1847)

In questi termini, che sono i suoi, la questione non può avere che una risposta affermativa. Gli storici contemporanei del fatto, assai numerosi e in buona parte ponderati e autorevoli, sono addirittura unanimi. Tutti raccontano, che trasportandosi il mortaio il 5 dicembre attraverso Portoria. la strada si sfondò sotto il peso. I soldati di scorta richiesero d'aiuto i passanti per disincagliare il pezzo: e siccome si vedevano assai mal soccorsi uno dei tedeschi incominciò a lavorar di bastone. Fu allora che un ragazzo del volgo, dato di piglio ad un sasso, lo scagliò contro i soldati gridando: Che l'inse? La sassaiola divenne generale: la ribellione divampò per tutta la città dove l'odio contro gli austriaci già covava sotto le ceneri; e dopo cinque giorni alternati di battaglie e di tregue gli ultimi austriaci prendevano la via d'oltre Giogo.
Come vedete, è il raccontino che avete letto a suo tempo nel primo libro di lettura, ch'io vi ripeto. Ed è genuinamente quello che ci tramandarono i contemporanei che assistettero ai fatti, o parlarono con chi vi prese parte. Sta scritto così nella Storia dell'anno 1746 pubblicata l'anno dopo dal Pitteri Dicono lo stesso, Gian Francesco Doria, patrizio genovese che in quei fatti ebbe parte cospicua, e ne pubblicò la storia sotto l'auspicio del Muratori; il prete Accinelli che generosamente servì la patria in quei frangenti: il Mecatti che stampò la sua Guerra di Genova nel 1749. Accolse l'episodio nei suoi Annali d'Italia il Muratori. Ed anche il giurista lucchese Castruccio Bonamici, che scrisse la storia pressoché ufficiale (pubblicata con la falsa data di Leida nel 1750-51) della rivoluzione e della guerra di Genova, e che veggo poco citato a questo proposito, ci parla di un fanciullo di straordinaria audacia (singulari puer audacia), che gettando un sasso contro i soldati iniziò la mischia.
Una scrittura inedita, certo contemporanea, posseduta dal Cervetto, riferisce che quando il mortaio fu riportato alla Cava l'11 gennaio 1747, sopra un carro trionfale, vicino ad esso sedeva quel ragazzo che fu l'autore delle sassate.
Raggiungiamo, ripeto, l'unanimità. L'inquisitore più fiscale e meno contentabile, proclamerebbe raggiunta la prova del fatto.

arco L'arco trionfale in Portoria
per il 10 dicembre 1847 (da un disegno
del "Mondo Illustrato" del 1847)


Lo stato civile del ragazzo è assai meno inoppugnabile della sua esistenza e della sua gloria.
Il nomignolo di Balilla, vezzeggiativo di Battista, doveva esser rimasto vivo fra gli abitanti di Portoria, come appartenente a lui. Quanto al casato, chi lo pronunziò per la prima volta fu Michel Giuseppe Canale, il quale, in un breve cenno inserito nell'Omnibus, almanacco genovese per il 1845, scriveva: «Gli abitanti di Montobbio pretendono che fosse loro, e di nome Perasso, nato nel villaggio di Pratolongo, e qui venuto [a Genova] per apprendere l'arte dei tintori, quel valoroso ragazzo che il dì 5 dicembre 1746 proruppe nell'eroico grido: Che l'inse?».
Sopravvennero gli albori della Rivoluzione italiana. Il Balilla ne apparve subito come un emblema superbo; e non ci voleva meno di quel nome e cognome per scatenare le bramosie dei ricercatori. Furono frugati gli archivi di Montobbio e si trovò che un Perasso, battezzato Gian Battista, era nato nel casale di Pratolongo l'8 aprile 1729. Nel 1746, egli aveva 17 anni, e cioè un'età conveniente; perciò la questione poteva dirsi risoluta.
Slortuna volle che anni dopo, nell'archivio parrocchiale di Santo Stefano a Genova, si accertasse l'esistenza di un altro Giambattista Perasso, oriundo se non nativo di Montobbio, nato in Genova nel 1735, sposato nel 1753, morto nel 1781.
Costui nel 1746 aveva 11 anni, e quindi poteva unch'egli incarnare il ragazzo lapidatore.
Purtroppo, un Perasso escludeva l'altro, forse a beneficio di un terzo ancor da scoprire; e la ricerca documentale doveva così dichiarar fallimento.

E fu essa a far nascere le controversie a proposito del Balilla. Poiché i fanatici delle carte d'archivio, riversarono addirittura sull'avvenimento le incertezze dei documenti sulla persona del suo protagonista: e dichiararono reo di lesa storia chi si accontentava di prestar fede al Doria e all'Accinelli. D'altronde i sentimentali dichiararono reo di lesa patria chi dubitava. I due Perasso fecero dividere il campo in due fazioni di zelatori: fra le quali ne sorse ancora un'altra, in vero esigua, che proponeva il nome di un Giuseppe Vaccaro.
E sulla rivalità fra i due Perasso val la pena ch'io estragga dall'Archivio Civico di Genova un ben curioso episodio delle discussioni cui essa diede luogo.
Nel 1881, centenario della morte di uno dei due Perasso, il genovese, si deliberò di commemorarne solennemente la ricorrenza. Il Comune assunse la direzione dei festeggiamenti; e nominò anche una commissione di dotti che procedesse a indagini storiche. Ne facevano parte eruditi quali il Belgrano, il De Simoni, lo Staglieno, il Barrili. I più erano scettici: i primi tre, famosi esploratori degli archivi genovesi, apertamente dichiararono di non conoscere alcun documento sull'identità del Balilla. Fu poi il Belgrano a far presente che nel 1865 il Comune aveva accordato un sussidio a certa Cabella, quale discendente dell'eroe di Portoria. Richiamati gli atti della deliberazione, invitati anzi a consulto due membri della commissione nominata per tale pratica, fu accertato che il Comune nel 1865 aveva accettato qual vero Balilla… l'altro Perasso, cioè quello di Montobbio. Tra le righe del verbale, si capisce che ai commissari vennero i sudori freddi: tanto più che i due superstiti della prima commissione si protestavano più che mai fermi nella convinzione di allora. Ma dotti e profani si diedero la mano per uscire dalla situazione paradossale. I commissari vecchi furono convinti di errore: il De Simoni fece ammenda dei dubbi già esposti, ed espresse anzi (non so quanto spontaneamente) la quasi certezza che il fatto di Portoria fosse da attribuire al Perasso di Genova: ed in fretta il presidente, il consigliere anziano Pizzorni, concluse dichiarando in oggi rimosso ogni dubbio sulla designazione della persona del Balilla.

monumento Monumento a Balilla a Genova
di Vincenzo Giani

Dopo di che la seduta fu sciolta, e i commissari dovettero dare un bel respiro di sollievo.
Ma è indubitabile che nonostante la deliberazione quasi d'imperio, la questione dell'identità del Balilla ha da ritenersi ancora aperta; e i dubbi tutt'altro che rimossi. Cosa che del resto importa poco.

Neil'iconografia contemporanea i ricordi non diciamo della persona del Balilla, ma dell'insurrezione del dicembre sono scarsi. Possediamo un quadro attribuito al pittore Comotto, uno dei popolani che presero parte più attiva alle nostre Cinque Giornate, membro del Quartier Generale, il quale ci ricostruisce il fatto in tutti i suoi particolari. La figura del Balilla nell'angolo inferiore a sinistra è nella maggior evidenza. Scaglia con veemenza il sasso, e tiene fra i denti aperto un coltellaccio. Altri sassi stanno volando per aria: e già dalle finestre una grandine di proiettili d'ogni genere cade sulla malcapitata scorta del mortaio. Questo appare trainato da bovi.
Certamente sincrono è un disegno a guazzo di P. Francesco Barisione, che riproduce il carro trionfale su cui il mortaio fu riportato alla batteria della Cava, onde era stato tolto, l'8 gennaio 1747. Siccome il mortaio era dedicato a Santa Caterina, ed all'intercessione della santa fu riconosciuto gran merito della vittoria, la vediamo disegnata in alto in uno stendardo, quale apparve al Padre Candido Giusso: che proprio nella notte del 10 dicembre, mentre gli austriaci facevano i bagagli, rapito in estasi la vide genuflessa ai piedi di Maria Santissima, patrona di Genova. Questo è il carro sul quale, secondo il manoscritto del Cervetto, sedette il Balilla accanto al mortaio.
Abbiamo ancora, del tempo, una bandiera o per meglio dire le reliquie di una bandiera di seta: che oramai non si può neanche più svolgere. In un vecchio disegno che la raffigura ancor si intrav-ede, dipinta in alto la Madonna incoronata e scettrata; in mezzo lo stemma di Genova; e sotto da una parte una bomba, dall'altra un cannone con piramide di palle.
Questa bandiera figurò nella commemorazione secolare del 10 dicembre 1847, ed era posseduta da un vecchio. Nicolò Bixio, che si spacciava discendente del Balilla, e dopo molte ripulse accettò anche un sussidio: ma sembra che poi fosse riconosciuto impostore. E vi fu chi tacciò di trucco d'occasione anche la riesumata bandiera, che senz'altro era stata detta del Balilla. Però, dalle lettere di Maria Mazzini recentemente pubblicate dal Luzio, risulta che essa era stata esposta già nel 1837, durante le feste centenarie di Santa Caterina Fieschi-Adorno. Questa circostanza esclude l'idea del trucco commemorativo. Ma si tratterebbe in ogni caso di una bandiera del 1747, posteriore al fatto che diede al mortaio di Portoria tanta celebrità.
E la bandiera ci richiama a un così detto autografo del Balilla pubblicato nel 1848 dal chierico Pasquale Sbertoli. Qui il trucco è evidente. Questa specie di testamento politico, scritto dal Balilla il giorno stesso del fatto, è messo insieme apposta per avvalorare la bandiera. Che sia stato lo Sbertoli stesso a comporlo, invaso com'era dallo spirto Portoriano? Sorridendo un po' malignamente nella sua barba candida, Achille Neri mi accenna di sì…
Tutti i cimelii accennati si trovano nel Museo del Risorgimento di Genova.

E la musa vernacola, cantando al suo tempo la liberazione di Genova, perseguì di beffe gli Austriaci fuggenti; ed esaltò, anche se non ne disse il nome, il Balilla.
Per non dar troppo da studiare ai lettori in quel dialetto, che ostico per detta di tutti (naturalmente… non dei genovesi!) anche nella sua forma moderna, più lo è nell'antica, mi limito a trascrivere le due terzine di un sonetto della Cadenna Zeneize dro Scignor Gallin .

autografo Autografo attribuito al Balilla
(Genova, Museo del Risorgimento)

Il mortaio è affondato: gli Austriaci, dopo aver pregato per aiuti, minacciano.

A questo tiro un tresto de garzon
Dâ man a un sascio e a quello caporâ
Piggia ra mira e taffe int'ro gippon.
Oh impreiza d'un eroe, primma sasciá!
Comme a tempo descheito Carretton!
Beneito e benexio bello Mortâ!

Ma certo, del 1884 è la rinascita del Balilla: e degli anni che seguirono, la sua apoteosi.
Delle speranze e dei proponimenti dell'ora, Balilla divenne il segnacolo. Il chierico Sbertoli che nel Corriere delle Dame lo paragonava nel '48 a David giovinetto che non misurava la propria statura a quella del Filisteo, e lo vinceva, doveva far delirare di entusiasmo il suo pubblico.
Scrittori di storia, artisti e poeti, si unirono per glorificarlo: e il popolo si inebriò del suo ricordo e ne moltiplicò le imagini.
Del 1846 è la prima statua che lo rappresenti. E' di Giambattista Cevasco. In quell'anno si adunava in Genova l'VIII congresso degli scienziati italiani. L'Accademia Ligustica dedicava a loro la sua esposizione annuale, e il Balilla del Cevasco fu posto al n.1 della prima sala, e figura in testa al catalogo
La statua fu ammiratissima. Riprodotta subito in disegno nel Mondo illustrato, con un fervido articolo del Chiossone, il Berzolese nell'Eco dei giornali proponeva una sottoscrizione per farla eseguire in marmo e collocarla in Portoria. E l'anno dopo, ripresa l'idea della sottoscrizione, Bettino Ricasoli mandava il suo obolo, con una nobilissima lettera, a Giorgio Doria. Il prete Pedevilla, Scio Tocca, insisteva nel proposito e quale antiporta del suo almanacco per il 1848, stampava addirittura un progettino del monumento. Nella commemorazione solenne del 10 dicembre 1847, la statua del Cevasco fu innalzata sull'arco trionfale che aspettava in Portoria il corteo reduce da Oregina, dove il Padre Giusso aveva avuto la visione di Santa Caterina: dove i Collegi si recarono in pompa magna ad ascoltare il Te Deum subito dopo la cacciata degli austriaci, e dove ogni anno si rinnovava, e continua ancora, il pellegrinaggio votivo. In quell'anno vi prese parte Goffredo Mameli e l'inno suo fu cantato per la prima volta. Vi prese parte, a braccetto con la bodissona, con le più umili popolane, la marchesa Teresa Doria che due anni dopo a Novara accendeva la miccia al primo colpo di cannone sparato contro gli austriaci. Essa certamente è la Clorinda patrizia di cui parlano due quartine stampate sotto una litografia del tempo che rappresenta l'arrivo del corteo sotto l'arco trionfale, il saluto delle bandiere, e il giuramento sulla pietra che segna il luogo dell'affondamento del mortaio.
La buona proposta di eseguire in marmo il modello del Cevasco non ebbe seguito: ed il modello in plastica andò perduto. Altri, come diremo, diede le forme al monumento genovese del Balilla. Ma della figura del Cevasco troviamo curiosi riflessi, che provano con quale simpatia essa fu accolta; ed insieme la popolarità del Balilla a quei giorni.
E' appena il caso di parlare di una stampa a colori che riprodusse fedelmente la statua, ma per comodità di trasporto capovolta, onde il Balilla apparisce mancino. Una medaglia in rame dorato di un Berti-Galura poco noto, la riproduce pure tal quale.
Più liberamente e senza miglioramenti, vi si ispira un ricamo posto su una sciarpa di dragona, posseduta dal Museo del Risorgimento. Rattrappita per contenersi in una striscia di limitata larghezza, essa si allontana dal profilo del Cevasco solo per deficienza di esecuzione.

medaglia Medaglia con la figura del Balilla

Ma addirittura inaspettato è vederla apparire in una tendina da finestra. La rintracciò il prof. Manucci a Vezzano Magra e ne fece dono al Museo del Risorgimento di Genova. Nei campi lasciati liberi da una decorazione a fiorami essa appare ripetuta con la sigla: G. C. F., che verosimilmente significa Giambattista Cevasco Fece.
Dodici anni dopo l'esposizione della statua del Cevasco, un giovine allievo del Vela all'Accademia albertina. Vincenzo Giani, ritentava la prova, ispirandosi al Balilla in una statua che fu esposta a Torino nel 1858. E poiché un suo compagno di scuola, Giuseppe Cassano, esponeva alla stessa mostra la statua di Pietro Micca, la Società Promotrice aperse una sottoscrizione per far eseguire in marmo le due statue, e donarle, alla città di Genova quella del Balilla, a Torino quella di Pietro Micca.
Il patriottico pensiero ebbe poi soccorsi inattesi. Vittorio Emanuele II personalmente volle che il dono avesse carattere nazionale: e per deliberazione del Parlamento Subalpino le due statue vennero fuse in bronzo nell'Arsenale di Torino a spese dello Stato.
Torino così ebbe il suo Pietro Micca. Genova il suo Balilla.
A Genova la statua arrivò a principio del 1863. La sua collocazione procurò dispiaceri non pochi all'Amministrazione comunale, liberale ma un po' all'antica. Da prima, essa fu posta nel Palazzo del Comune; poi per timore, come fu detto, che le gazzarre liberalesche della plebe venissero troppo spesso a cantarvi gli osanna, fu traslocata nella piazza dello Spedale; e cioè nel cuore del sestiere di Portoria; e se ne fece una fontana. Nel 1881, in occasione del centenario cui abbiamo accennato, la fontana fu soppressa, il basamento innalzato, e il monumento ebbe la sua forma attuale.

La bibliografia letteraria, sul Balilla, è ricchissima. Dilagarono in occasione del centenario le pubblicazioni storico patriottiche, gli opuscoletti di poche pagine spesso terminanti con una poesia. Si ampliarono poi coll'andare del tempo, presero mole e disegno di letteratura posata. E vale la pena di nominare almeno il Romanzo storico del barone Mistrali, e la Narrazione storica di Felice Venosta.
E piacevole sarebbe rintracciare in queste opere, e specialmente nel romanzo del Mistrali, i postumi del romanticismo, le tirate di stampo guerrazziano peggiorato, la macchinosità, volta a volta lugubre e comica, della fantasia che vuol completare gli scarni responsi della storia.
Ma anche più interessante è fermarsi sulla letteratura drammatica, che è anch'essa abbondante, poiché neppure il Balilla potè sfuggire al destino di andar sul teatro.
Nientemeno che tre drammi ispirati a lui apparvero nel 1859.
Uno è dovuto ad un avvocato torinese, Cesare Bodini, e il Balilla vi appare solamente di scorcio. Il Bodini è anch'egli un liberale di mediocre razza romantica, ma paluda di classicismo i suoi versi sciolti dal portamento alfieriano. I personaggi si trattano tutti col tu, alla romana; il Balilla è paragonato a Camillo; un popolano morente invoca il destino di Epaminonda: il Chotek stesso rievoca Coriolano dinanzi al Botta Adorno. Per aggiungere gravità al consesso degli adunati Collegi, il Doge Brignole, che nel 1746 non aveva che cinquantun anni, diventa quasi settuagenario. Una banda nazionale annunzia la vittoria del popolo; e licenze poetiche e storiche trasportano volentieri l'azione dal 1746 al 1859.
Giacomo Lomellino parafrasa addirittura il canto di Donna Caritèa che i fratelli Bandiera intonarono andando al supplizio.
Il poema drammatico del Bodini non mi consta che sia stato mai rappresentato.
Invece, al Teatro Diurno dell'Acquasola fu rappresentato il 12 giugno 1859, dalla Compagnia Zammarini, La cacciata degli Austriaci da Genova nel 1746, del Ricciardi. Il dramma non fu replicato, e passò oscuro. In seguito, come ricorda Achille Neri, dopo l'apertura delle ostilità l'arte patriottica invase il teatro; e la Compagnia Bellotti recitò un Balilla,di cui sono ignoti l'autore e il contenuto.
Nella primavera del '62, al Teatro Doria si rappresentò l'opera in musica Balilla, di Stefano Fioretti, musicata da Luigi Kyntherland. Il Kyntherland, capitano della Divisione Türr-Regg. La Porta, dedicò il suo lavoro a Garibaldi, nuovo Balilla d'Italia tutta, condottiero del popolo, stella e speme d'ogni nazionalità oppressa. Nel libretto, la deformazione del fatto a favore del simbolismo politico è radicale. Ma l'opera ebbe successo; ed applausi toccarono anche allo scenografo Michele Bruno, specialmente per gli scenarii rappresentanti la Chiesa di San Pietro di Banchi, ed il laboratorio del Balilla.
Finalmente, perché il disgraziato protagonista compisse tutta la via crucis del repertorio teatrale, nel 1877 si vide al Politeama Genovese anche un balletto intitolato al suo nome. La composizione coreografica era di Luigi Pulini, la musica di Romualdo Marenco, allora nel suo pieno vigore.
La verità storica… anche qui fu lasciata da parte. Per rimpolpare la figura del Balilla, lo si fece uccisore di una sentinella austriaca e liberatore di Giacomo Lomellino prigioniero, ed in bocca sua si posero le famose (e probabilmente non mai pronunziate!) parole di Giovanni Carbone nell'atto di rimettere ai Collegi le ricuperate chiavi della città.
Però una certa abilità nella scelta e nel taglio dei quadri non si potrebbe negare al coreografo. Ma il balletto non ebbe fortuna. Dopo un fiasco alla prima rappresentazione (il 10 aprile), non valsero le notevoli modificazioni apportate dall'autore. La sera del 17, non bastando i fischi a far sospendere la rappresentazione, il pubblico invase a forza il palcoscenico, vincendo i tentativi di resistenza della parte meno gentile del personale mimo-danzante.

Ma la sua assunzione più degna, Balilla l'ebbe nei canti e negl'inni popolari. Non obbligati a scegliere fra i due Perasso, in diritto anzi di ignorare una qualsiasi questione sul casato, liberi da vincoli di circostanziato ossequio al vero, i canti rievocarono l'epopea solo pronunziando il suo nome.
Fu primo Goffredo Mameli con le sue poesie più belle, l'Inno e Dio e popolo, scritte entrambe per le feste del 10 dicembre 1747.
Ma una pleiade di rimatori fece eco; e passando in rassegna i versi, or mediocri ora buoni, non senza commozione si scorge un motivo quasi unico apparire e definirsi a poco a poco.
L'inno che termina l'opuscolo del Cuneo, Vita e morte del Balilla, del '48, dice:

Sorgeranno novelli Balilla,
Sorgeranno guerrieri dai Doria,
E di nuovo gli eroi di Portoria
Faran santo di Patria l'amor.

Nel Giuramento dei Genovesi sul mortaro di Portoria, si legge:

Sì, il giuriam! Sotto un solo stendardo
Volerem delle trombe agli squilli,
E a migliaia novelli Balilli
Voleremo a vittoria o a perir.

In una poesia di Pietro Berlingieri:

Del Balilla sulle ceneri
Si ridesta altro Balilla.

Un canto vernacolo s'intitola: A comparsa do Balilla in sciò Mortâ de Portoja in set-tembre (sic) do 1847. Un altro in italiano, ancora più francamente: I Morti genovesi - che ritornano in vita - per ascoltare - i loro fratelli in Portoria.
Ormai lo avete capito da voi, qual è il motivo unico. E' la risurrezione dei morti, che a commemorare od a combattere risorgono per unirsi ai vivi; e dar quasi un crisma d'eternità sacra all'impeto nuovo che tutta scuote la patria. Dalla poesia, l'imagine si effonde. In una stampa del tempo il Balilla, fra il Pittamuli e Pier Maria Canevari, con la bandiera crociata in mano, è propriamente raffigurato come Cristo risorto attraverso la pietra del sepolcro.
Quando, un decennio più tardi, Luigi Mercantini riprenderà questo concetto, e lo svolgerà, e dirà: Si scopron le tombe, si levano i morti, non farà che dar forma nitida a quanto i suoi precursori del Quarantotto, in gran parte anonimi e dimenticati, avevano già intravveduto.

(la Gazzetta ha pubblicato un diverso articolo, "Balilla", il 24 ottobre 2018)

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