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La Chiesa milanese in Liguria (3)

Atti della Società Ligure di Storia Patria – Vol.II, Parte I, 1870

(precedente)

Dopo gli studi accurati e gli argomenti esposti dal ch. canonico Grassi in una sua dotta Dissertazione sui primi Vescovi Genovesi, non è più consentito a chiunque non sia privo di sana critica il far rimontare oltre le ultime decadi del secolo IV l'erezione della nostra Chiesa alla dignità di Episcopale; a meno che non si voglia assolutamente ammettere che de' suoi più antichi Pastori sia andato smarrito persino il nome.
Il primo Vescovo adunque del quale si ha memoria egli è Diogene; e ne abbiamo eziandio la data certa, per essersi egli trovato in compagnia di santo Ambrogio ad un Concilio in Aquileia nel 381. Vengongli appresso, con o senza intermedio, san Valentino, cui un vetusto Corale appella Dottore della Chiesa; e san Salomone, il quale pel fatto che trovasi registrato nei Martirologii Geronimiani, si rileva aver vissuto circa la metà nel secolo V, quando cioè si cominciarono ad iscrivere in questi atti anche i santi non martiri, né riputati siccome tali.
Certamente poi successore immediato di Salomone fu Pascasio, che del 451 convenne in Milano ad una riunione di Vescovi, e soscrisse ad una lettera indirizzata a papa Leone I, dove si condannano gli errori di Eutiche. Una egual sicurezza ci manca però intorno ad un altro Pastore, il cui nome fu letto da Cristiano Lupo in un Codice Vaticano per Eusebio Genuensi; mentre il Mansi ha stampato Senensi, e l'Ughelli lo ha posto tra' Vescovi di Siena. Bensì notiamo che se Eusebio fu realmente nostro Vescovo, egli deve ritenersi per fermo come succeduto a Pascasio; perocché il nome di lui si ha fra quelli di più suffraganei1 della Provincia Milanese, i quali assistettero al Concilio Romano celebrato da papa Ilario, nella Basilica di santa Maria, correndo il novembre del 465: indizio anche questo, e non lieve, dell'opinione favorevole a Genova. Che se poi tal fosse la verità, chi potrebbe ricisamente negare che l'Eusebio vescovo di Genova siasi da' contemporanei considerato come santo al pari di quasi tutti i suoi predecessori e di parecchi fra coloro che gli succedettero; e che perciò alla memoria di lui sieno state originariamente erette parecchie cappelle e siasi attribuito quel culto, onde oggi ancora nelle nostre valli di Polcevera e di Bisagno si venera un altro santo vescovo, vogliam dire l'assai più noto Eusebio di Vercelli? Che nel volgere dei secoli ogni traccia dell'Eusebio genovese sia andata perduta, non è meraviglia; oltrecché di mutazioni simili a quella testé supposta, e non rare a' dì nostri, fu il medio evo sopra modo fecondo. Ne vedremo noi stessi parecchi esempi.
Verso il cadere del secolo V noi possiamo poscia registrare con tutta certezza il nome di san Felice; del quale fu successore san Siro nativo di Struppa, o più propriamente di Molassana, in Bisagno. Il ch. Grassi pose già con buone ragioni intorno i principii del secolo VI il vescovato del detto santo; ed ora egli stesso ci comunica gentilmente una sua nuova avvertenza la quale non solo conferma il discorso da lui, ma può anche meglio determinare questo importantissimo punto cronologico. Racconta adunque la più antica Leggenda del santo come nel mentre se ne recavano le mortali spoglie alla chiesa, un marinaio d'Africa (nauclerus Libyæ Provinciæ, e giusta la Leggenda amplificata che venne scritta per avventura dal Varagine, il quale l'accenna nel Chronicon, e che ci fu conservata dallo Schiaffino, africanus) detergesse con un lino il sangue che usciva in copia dalle nari del venerato Pastore; e come tornato egli ai patrii lidi, operandosi la mercé di tale sangue molti prodigii, il Vescovo di quella provincia si movesse ad erigere una chiesa in onore del nostro san Siro. Le vicende dell'Africa hanno cancellato ogni traccia di tutto questo; ma siccome quella contrada fu intieramente sottratta all'Impero da Genserico fra il 429 ed il 439, nel quale fondò il regno di Cartagine, ed egli ed i suoi successori fino a Trasamondo, che morì nel 523, furono talmente crudeli persecutori de' cattolici, che, oltre al non permettere loro la erezione di nuove chiese, abbandonarono le già esistenti al furore de' vandali ariani, così tornerebbe al tutto impossibile ritenere il fatto sopra narrato come avvenuto dal secondo quarto del secolo V al primo quarto del secolo VI. Bensì è da attribuirsi al periodo immediatamente successivo, e da collocarsi cioè o sotto il regno di Ilderico (523-530), il quale appena salito sul trono richiamò i Vescovi esiliati e protesse il cattolicesimo, o sotto il dominio di Gelimero che spodestò Ilderico nel 530 senza aver tempo ad inferocire contro i cristiani, perché fu subito combattuto da Belisario, il quale di già nel 534 avea purgata l'Africa dai vandali ritornandola all'Impero. Vero è che l'invasione mussulmana non cominciò poi a desolare quella provincia se non nel 641, né fu consumata innanzi al 668, per modo che la erezione di un tempio cattolico in Africa si rende possibile dal 523 al 641 almeno; ma noi non possiamo ritardare gran fatto oltre le prime decadi del secolo VI l'episcopato di Siro, perocché siam certi d'altronde ch'egli era passato di vita innanzi l'invasione dei longobardi in Italia, e prima che il vescovo milanese Onorato cercasse in Genova un rifugio contro le persecuzioni di que' barbari.

E qui sorge tosto la questione, se durante il periodo di oltre settant'anni nei quali i Vescovi di Milano ebbero ferma stanza in Genova, ognuna di quelle Diocesi abbia avuto il suo proprio Pastore, o se al contrario i Milanesi abbiano retta eziandio la Chiesa Genovese. Inchinarono alla prima sentenza parecchi scrittori antichi, né mancarono i moderni (fra' quali contiamo precipuo lo Spotorno) a sostenerla. Ma già l'Oltrocchi (al quale ora accede il Grassi) aveva osservato come niun valido monumento sia giunto mai a stabilire incontrovertibilmente nella serie de' Vescovi Genovesi que' nomi i quali vi si vedono iscritti per l'anzidetto tratto di tempo; ed esprimeva perciò la ferma opinione che sotto il regno de' longobardi, o più propriamente fino alla conquista della Liguria marittima per opera di Rotari, la Chiesa Milanese e la Genovese sieno state rette appunto da un solo Pastore. Difatti Apellino, del quale si pretende aver cenno all'anno 617, dicendosi com'egli favorisse di que' giorni gli errori del monaco Agrestino, e Paolo che si ascrive alla metà del secolo VII, non sono altrimenti Vescovi di Genova, ma di Ginevra degli Elvezii; ed Asterio, la cui esistenza si fissa all'anno 638, e si fonda sovra un passo di Beda nella vita di santo Osvaldo d'Inghilterra, è lo stesso che Asterio vescovo di Milano, il quale visse in dignità dal 629 al 640. Che se nel precitato passo (dove si narra come egli, per commissione di Onorio I, consecrò Birino Vescovo di Westsex) Asterio viene appellato onninamente Vescovo di Genova, ciò non vale tanto in favore della tesi avversaria, quanto è argomento a conferma che l'amministrazione della Metropoli Milanese e della suffraganea di Genova si trovava allora confidata alle mani di un solo Pastore. Di che l'Oltrocchi ritrae eziandio un'altra testimonianza a proposito della elezione di Giovanni Bono, che egli stima avvenuta appunto mercé i suffragi comuni dei genovesi e milanesi. E Giovanni si vede inoltre appellato anch'esso Pontifex Januensis, nell'inno del suo ufficio, secondo la lezione prodotta dall'Oltrocchi medesimo.
Tutto concorre eziandio a farci credere che i Vescovi Milanesi officiassero, almeno nelle solenni occorrenze, non già nel loro tempio di santo Ambrogio, ma sì nella cattedrale di san Siro, ed esercitassero con ciò un atto di piena giurisdizione sopra la Chiesa di Genova. Infatti le bolle di Alessandro III ed Onorio III, non danno mai all'edificio anzidetto altro titolo che quello di cappella; mentre Giorgio Stella, nel secolo XV, la chiamava ancora basilica. I quali vocaboli, per ciò che ne diremo in altro de' capitoli successivi, dinotavano dei semplici oratorii, e non mai chiese cui fosse affidata (come dicesi) la cura delle anime, dove si potessero celebrare gli uffizi maggiori e sopra tutto amministrare i sacramenti. Le bolle in discorso parlano anzi di questa cappella in guisa da farla ritenere non solamente vicina, ma annessa alla residenza di que' Vescovi, o forse anche situata nello interno della residenza medesima (palatium cum cappella beati Ambrosii), benché aperta pure all'uso del pubblico. E di tal fatta oratorii o cappelle, secondo che avverte il Nardi, si hanno ben molti esempi di remotissima antichità. Ma bastino al caso nostro, e per una speciale analogia, quella di san Michele de Domo, o sub Domo, a Milano, così chiamata per essere prossima al Palazzo di quei Metropolitani precisamente appellato Domus, come talvolta fu detto pure quello ch'essi aveano sul Brolio nella nostra città; e l'altra di san Gregorio, cui un rogito del 1336 designa prope pontile Palatii Archiepiscopalis, quel Palazzo cioè che fu costrutto in contiguità del Duomo di san Lorenzo poco avanti la metà del secolo XII. La quale cappella è ricordata non poche volte nel Registrum Curiæ, ma più specificatamente ancora in que' libri censuali del secolo XIV altrove da noi mentovati; e fu per avventura intitolata a san Gregorio per la divozione delle messe dette gregoriane; le quali per essere volte già al suffragio de' trapassati, s'incontrano frequentemente raccomandate nelle disposizioni testamentarie ricevute da' nostri notai dalla seconda metà del secolo XII in appresso.
Né la cappella di santo Ambrogio mutò della primitiva sua condizione per molto spazio di tempo. Conciossiaché quei rettori de' quali abbiamo tenuta parola nel capitolo anteriore, non si hanno da intendere altrimenti che come amministratori; null'altro essendo nella gerarchia ecclesiastica che semplici preti. Difatti quell'Oberto, che, per mezzo del suo confratello prete Donato, vende nel 1159 la metà di un edificio pertinente alla detta cappella, nel rogito di Giovanni Scriba chiamasi præsbiter; e præsbiter Obertus de sancto Ambrosio è detto egualmente dall'annalista Caffaro, laddove, sotto il 1163, riferisce com'ei fosse tra gli eletti a nominare l'arcivescovo in luogo di Siro II poc'anzi defunto. E in fatto di titoli non dimentichiamo che il medio evo procedette assai più cauto di quello che a gran pezza non si costumi nella età nostra.
Ma, tornando ora alla questione, importa pure e sommamente lo avvertire come i Vescovi Milanesi che tennero stanza e morirono in Genova, fossero tumulali eziandio nella predetta chiesa di san Siro, soli eccettuati Onorato e Costanzo. Però, rispetto alla sepoltura di quest'ultimo nella cappella di santo Ambrogio, allegammo di già le ragioni consuetudinarie ed affatto speciali; e quanto ad Onorato, eccoci ad esporre di presente insieme con l'animo nostro, una soluzione la quale dal già lodato canonico Grassi ci è stata proposta.
Egli pare assai probabile che il clero ed i nobilissimi uomini milanesi, i quali in una col vescovo Onorato l'anno 569 si rifugiarono in grandissimo numero nella Liguria marittima, non abbiano così di subito presa stanza definitiva in Genova, ma siensi accomodati là dove più rada essendo la popolazione, poteano incontrare maggior facilità di soggiorno: e con ciò vogliamo accennare a quell'ampia regione la quale abbracciava le quattro pievi onde nel capitolo antecedente abbiamo fatta menzione. Or bene egli è pur credibile che anche in quel territorio, ed in mezzo a' suoi diocesani, fermasse dimora Onorato medesimo, e quivi a breve andare chiudesse la travagliata esistenza. Vero è che i Cataloghi altrove citati dicono questo santo Vescovo depositus ad Nocetam, ed i commentatori soggiungono parlarsi qui di Noceta o Noceto, che è luogo un due miglia discosto da Milano. Ma, di grazia, non riesce egli malagevole il pensare che Onorato sfuggito alle ire dei longobardi, volesse poi tornarsene in breve, e vivente tuttavia Alboino, ad abitare presso la Porta Romana, in mezzo a loro, sfidandone quasi i furori? E tutto non si concilierebbe invece considerando come anche nella nostra Liguria, e precisamente in quello spazio di territorio assegnato a' Pastori Milanesi, vi abbia pure un luogo appellato Noceto, che oggi è parrocchia sottoposta al Vicariato di Camogli? Ben so che altri, coll'appoggio dei Cataloghi stessi, potrebbe soggiungere che la chiesa del Noceto ligure è intitolata a san Martino, mentre di sant'Onorato si afferma che fu sepolto in ecclesia beati Georgii. Lasciando in disparte lo entrare a discutere se in antico abbia potuto esistere o meno, anche nel nostro Noceto, una chiesa dedicata a san Giorgio, il culto del quale in tutta Liguria è per fermo antichissimo, benché assai augumentato dopo le prime Crociate, replichiamo subito che la indicazione della chiesa non si legge punto nelle più antiche redazioni degli anzidetti Cataloghi, né di essa trovasi alcuna certa memoria innanzi il 956; e che perciò tale indicazione vuolsi avere in conto di una amplificazione introdotta da chi, sapendo del Noceto milanese e della sua vetusta chiesa di san Giorgio, credette poter francamente completare quelle parole brevissime che nei citati documenti ad Onorato si riferiscono. Dai quali Cataloghi certamente derivò poi le sue notizie Galvano Fiamma (scrittore vivuto troppo tardi, e troppo povero di critica perché possa qui farsi valere la sua autorità), laddove notò che Onorato ad propriam sedem reversus moritur, et ad sanctum Georgium ad Nosetam, ubi Mediolanensis Ecclesiæ Cardinales tunc temporis commorabantur, tumulatur.
Il Sassi ritiene a sua volta che Onorato sia morto in Genova, e si trasportasse quindi il suo corpo a Noceto milanese. Ma i Cataloghi hanno depositus ad Nocetam senza far motto di traslazione; e siccome egli morì il 25 di febbraio, mentre la Chiesa Milanese ne celebra invece il Natale nel giorno 8 dello stesso mese, così è da ritenere col Sassi medesimo che questo sia il commemorativo della sua traslazione; non però da Genova a Noceto milanese, com'egli suppone, ma da Noceto ligure a santo Eustorgio di Milano, dove tuttora appunto se ne conservano le reliquie2. Di più la traslazione dal Noceto milanese quasi non meriterebbe tal nome.
Chiarite per tal guisa, a nostro giudizio, alcune circostanze di non lieve peso all'argomento del presente lavoro, ripigliamo il filo del discorso, considerando che se i Vescovi di Milano avessero avuto la cappella di santo Ambrogio di Genova in conto e vece di cattedrale, quivi per fermo insieme a Costanzo predetto sarebbero eglino stati sepolti; o quanto meno non tutti sarebbero stati deposti in san Siro, avendosi memoria come anche in altre chiese della città si costumasse già di seppellire a que' giorni i fedeli. Così in santa Sabina aveavi la iscrizione di un Magnus miles, morto nel 590, illustrata dall'Oderico con una dotta Dissertazione rimasta inedita3. Pure quanto alla chiesa cattedrale di san Siro, non solamente furono in essa tumulati quei Vescovi, bensì gli attinenti alla loro Curia. Di che si ha notizia per un certo miracolo riferito da san Gregorio ne' suoi Dialoghi, laddove rammenta essere ivi stato sepolto un cotal Valentino difensore della Chiesa Milanese. Si avverta altresì che il Papa afferma averlo edotto del fatto Venanzio vescovo di Luni, quel desso che già dicemmo raccomandato da Gregorio medesimo al vescovo Costanzo perché lo soccorresse nell'opera riformatrice del suo clero; e Liberio, cui egli dà titolo di magnificus e vir nobilissimus, nel quale noi potremmo perciò ravvisare uno de' tanti illustri milanesi, aventi dimora in Genova, e più volte ricordati nelle sue lettere dal santo Pontefice.

(continua)


1 vescovi di una diocesi dipendenti da un metropolita
2 Caffi, accennato come sia anche incerto quando pervenissero siffatte spoglie alla Basilica Eustorgiana, così prosegue: «Gotofredo da Bussero, parlando di sant'Onorato vescovo di Milano, dice: eius ossa nuper Mediolanum delata. Parrebbe quindi che tale traslazione fosse a lui contemporanea; ed allora dovrebbe attribuirsi al secolo XIII e forse all'arcivescovo Ottone Visconte, il quale sappiamo… aveva fatto costruire a sue spese un'arca d'argento per riporre cotali reliquie».
3 Egli è vero che l'Oderico stima quella epigrafe, oggi perduta, come recata da altro luogo in detta chiesa; ma il giudizio dell'illustre archeologo partendo dalla supposizione che allora non si concedessero sepolture in luoghi sacri, è contraddetto dal racconto di papa Gregorio Magno da noi riferito.

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