Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

Santa Margherita Ligure (1/3)
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

Santa Margherita Ligure, una delle perle del Tigullio, fu, nei secoli andati assai marinara. Tanto tenacemente marinara e pescatrice che persino nel suo scudo copertina araldico vi figura un rosso ramo di corallo, di quello rosso sangue, che i sanmargheritesi sapevano e osavano andare a pescare a Tenedos1, ove gli stessi greci non ardivano pescare per timore degli squali. (Quei di Santa Margherita erano tanto pratici di quei fondali, che quando nel 1827 il Reale Brigantino2 «Zeffiro», comandante L. Serra, si recò a Tenedos per compiere, in gran segreto, esperimenti sui banchi di corallo, furono imbarcati, perché pratici dei posti, due Nostromi di Santa Margherita, Costa e Sanguineti, ed un Nostromo di Rapallo: Solari). Conoscevano inoltre il segreto dei fondali di Corsica, di Sardegna e di Barberia3. I pescatori catalani, che da secoli vivevano abbarbicati alle coste occidentali della Sardegna e che venivano a pescar corallo persino sui banchi dell'isola Gallinara, usavano dire che nella pesca del corallo non avevano paura di nessuno, fuorché dei sanmargheritesi. Ambito elogio. Perché i catalani furono, coi sorrentini, i più formidabili ed arrischiati cercatori di corallo del mondo. Le barche che Santa Margherita dedicava a questa lucrosa pesca furono molte. Più nel 1700 che nel 1800. Le barche formavano flottiglie, anche per darsi man forte nei pericoli. Vi era la flottiglia per la Corsica, quella della Sardegna, quella delle coste di Barberia e Tripolitania e poi la più agguerrita (ogni barca era veramente armata) per le isole dell'Arcipelago4. In tutto arrivavano forse a 150. Lo si può dedurre da un avvenimento del settembre 1746.
Una delle flotte, quella che pescava in Sardegna, composta di ventotto barche, navigando di conserva, veniva assalita da navi inglesi armate in guerra. Il capo convoglio fece rompere la formazione per poter più facilmente sfuggire all'attacco. Alcune si dileguarono a Ovest. Ma una quindicina, dopo un lungo inseguimento, tentarono di approdare al canale di Viareggio, pensandolo terra neutrale. Ebbero invece dal presidio lucchese un malo ricevimento. Ma pur così, si trincerarono alla «Fossa», una specie di basso canale e si difesero a lungo dagli inglesi ben superiori di numero. Quasi tutte le «coralline» andarono distrutte e abbruciate. Ma gli inglesi non poterono spuntarla contro quel tenace pugno di tenaci sanmargheritesi. Non solo. Ma fu tanto lo scalpore, che quei di Santa Margherita ne sollevarono che la Repubblica di Genova esigette dall'Inghilterra - e l'ottenne - le scuse e il risarcimento dei danni.
Ancora nel 1800 le barche adibite alla pesca del corallo, che durava da aprile a novembre, arrivavano al centinaio. Due soli Padroni, Roisecco e Gimelli, amministratori della tonnara, ne armavano ben otto. Il Padrone Giuseppe Costa, armatore d'un barco con il quale trafficava in Corsica, ne possedeva quattro: «Madonna del Carmine», «Piro», «Santa Maria», «Il Nozarego». Un altro Padrone Costa possedeva varie barche coralline, due delle quali si chiamavano «Sant'Antonio» e «San Francesco». Possedette inoltre per molti anni una grossa barca con la quale faceva i regolari traffici di Bona d'Africa5, trafficando laggiù in tessuti e in paccotiglia. I signori Francesco e Antonio Costa discendono da questo ceppo che è ancora chiamato dei Costa dei «Bona», a ricordo dei commerci che detta famiglia tenne fiorenti sulla costa d'Africa. foto
Un Padrone di San Giacomo di Corte, detto il «Galleano», ne armava altre quattro. Un Costa, che aveva fabbrica di cordami di lisca, industria che per quasi un secolo rese rinomate le maestranze del paese, ne armava tre. Innumerevoli erano poi i capibarca padroni di un solo battello. I nomi delle barche ripetevano quasi sempre quelli dei Santi protettori e quelli dei genitori e delle mogli. Si ebbero cosi molte «Madonne della Rosa», «San Giacomo», «Santa Maria», «San Giuseppe» e numerose «Madonne del Carmine». E poi «Il Padre», «Buoni Genitori», «Madre Rosa», «Madre Filomena», «Madre Ottavia» e «Madre Petronilla» che era di un capobarca sposatosi a Zoagli. Le barche venivano costruite a Santa Margherita. Erano grossi battelli, lunghi otto metri e con coperta lunata, chiusa a poppa da boccaportino. L'equipaggio era composto di sei marinai e il capobarca. Quando si avvicinava l'epoca della pesca, molte di queste barche puntavano direttamente sulla Corsica, che costeggiavano poi, fondale per fondale. Quelle invece che volevano pescare al sud della Sardegna, venivano imbarcate su una grossa scuna6 di Chiavari, chiamata «La Giulietta», che si era specializzata nel trasporto delle barche, potendone portare nelle stive persino sessanta. Queste barche coralline usavano per la pesca un ordigno molto ingegnoso fatto di due assi, lunghi quattro metri, inchiodati a forma di croce. I bracci erano armati, alle quattro estremità, da un ferro uncinato. Sotto quel ferro si collocava un sacco di tela ruvida sostenuto da un grosso cavo. Per pescare, l'uomo addetto al congegno lo calava nei fondali ove sapeva o arguiva vi fosse ricchezza di corallo. E così, a forza di remi, si procedeva al rastrellamento del fondo, manovrando piano piano acciocché gli uncini sradicassero i rami di corallo rimasti impigliati nelle pieghe del sacco.
Questa pesca fu prospera e redditìzia fino al 1860. Poi la moda del corallo declinò lentamente. E le tante barche coralline di Santa Margherita andarono in disarmo. Molte però tentarono ancora una nuova pesca - quella dei pesci da corsa – nei mari di Francia. Tutto il Plané7 vide per anni delle vere flottiglie di barche, proprietà di gente di S. Margherita. E per quasi quattro lustri i mercati da Tolone a Marsiglia furono approvvigionati dai sanmargheritesi, colà chiamati i tremaggin. Le barche che andavano a pescare nei mari di Francia erano venticinque e quelle che pescavano sulle coste della Tunisia oltrepassavano la trentina. Un quasi centenario Nostromo di San Giacomo di Corte, Galliano, ricordava ancora il nome di tante barche «coralline» tramutatesi poi in barche tremaggin.
«La Santa Rosa»; «Padron Francesco»; «San Giacomo di Corte»; «Madonna Addolorata»; «Il Buon Padre»; «Fratelli Costa»; il «San Filippo» e il «San Lorenzo», tre grosse barche di Padron Costa. La «Santa Rosa», il «Giacinto», «Uno», «Due, Tre, Quattro», quattro barche di un Cap. Gimelli discendente di quello che nel 1790 era amministratore della tonnara di Santa Margherita. «Vergine della Lettera»; «Vergine della Rosa»; «Vergine della Candela», tre barche armate da un Cap. Bozzo detto il «Bozzin». «Il Bravo di Nozarego»; «Madre Rosa»; «Madre Sanguineti»; «Gesù e Maria»; «La Giulia». Il «Cristoforo»; l'«Antonio» e «San Pietro», tre barche armate del casato Gazzolo. Un casato Cichero, oriundo di Recco, armava quattro barche: «Il Suffragio», l'«Ettore», l'«Unione Cichero» e la «Madonna di Caravaggio». Un altro Costa aveva il «Sagaro» e la «Luxerna».
Una barca di altri Costa, che avevano parenti in Sardegna, si chiamava «Putifigari».
Ormai la pesca del corallo, che era anche vita di avventure e d'osamenti, è per Santa Margherita un bel ricordo lontano. Ma ricordo veramente bello. Perchè la città della Madonna delle Rose fu, di tutte le cittadine del Levante, quella che tenne, incontrastato, il primato della pesca corallifera. Camogli stessa, così marinara, non contò che trentasei barche coralline. Portofino ne ebbe una trentina e Rapallo ventisei, oltre ad un'altra diecina per la pesca delle spugne a tuffo nelle lontane isole di Simi, Calino e Calchi8. Ma Santa Margherita Ligure nel 1700 con 150 barche e nel 1800 con 100, primeggiò su tutti per l'imponenza delle varie flottiglie e per la sua meravigliosa marineria «corallina». E non si creda che i Capibarca fossero soltanto degli audaci pescatori. Ve ne furono invece di quelli che arrivarono ad essere forti mercatanti in proprio, che spedivano il corallo, a mezzo diligenza, a Milano, Venezia, Vienna, Stoccarda ed Anversa. Nella seconda metà del 1700 uno dei più ìmportanti mercati, per Santa Margherita, fu Cracovia, che aveva abilissimi orafi ebrei. E dal 1800 al 1860 il gran mercato fu tutto il Mar Nero, la Crimea e il Chersoneso9.
Le donne di Santa Margherita, quelle stesse che oggi sanno così egregiamente creare i delicati pizzi, erano tutte adibite alla cernita dei coralli. I termini commerciali erano: «gambo grosso», quello che si prestava ad essere inciso per cammei, sigilli, medaglioni e fiori; «gambo dritto», quello che serviva a fabbricare buccole, collane e rosari; «ramo» di prima, di seconda, di terza, quello che si prestava per la lavorazione dei tanti piccoli monili, dei quali furono maestri insuperati i tanti orafi sorrentini e genovesi. V'era poi il «rosso sangue» e l'altro molto ricercato dai russi, chiamato il «rosa venato». Da Tenedos e dalle coste di Barberia si portava talvolta il corallo bianco, di grana compattissima e iridescente. Era allora tanto stimato che lo si contrattava a peso specifico.
Dalla cernita della pesca corallifera avanzavano delle forti quantità di rottami. I catalani, i sorrentini stessi e quei di Laigueglia ritornavano al mare quei detriti. I mercanti sanmargheritesi – e anche quei di Rapallo - avevano invece saputo valorizzare anche quel prodotto. Lo spedivano insaccato a Genova, Marsiglia, Venezia e Vienna. Per anni e anni non si seppe a cosa servisse. Ma se ancora oggi, 1939, si andasse nei saloni dei palazzi posti a Genova, in Piazza Umberto I e lungo la Via San Lorenzo, si potrebbero osservare dei magnifici pavimenti alla veneziana, ricchi di fregi e adorni, ottenuti con i coralli di Santa Margherita. E di questi pavimenti ve ne sono ancora a Tolone, Marsiglia, Venezia, Verona, Vienna ed in altre città dell'alta Austria.

Di Santa Margherita Ligure vi sarebbero da scrivere innumerevoli cose. Ma una penna molto al di sopra della nostra - quella del tanto modesto ma coltissimo Prof. Attilio Scarsella - ha, con i suoi pregevoli e concettuosi Annali, dedicato alla città un monumento talmente granitico che noi non potremo mai eguagliare anche se scrivessimo un denso volume. Attenendoci adunque alla sola parte marinara, diremo soltanto quel poco che abbiamo appreso dalla viva voce dei vecchi navigatori. E cioè che di buoni e coraggiosi marinai margheritesi, nostromi, velieri e quartiermastri ve ne furono su tutti i bastimenti da guerra sardi. Sulla R. Fregata10 «La Cristina», nel 1826, vi erano Costa, Sanguineti e Rainusso. Nel 1829, sulla «Haute Combe» v'erano Oneto, Bozzo e Antonio Costa; nel 1833, sulla «Regina» v'erano Gimelli, Filippo Galliano, un Roisecco e un Gazzolo.
Il rione di San Giacomo di Corte, che fu sempre nido d'avventurosi pescatori e di navigatori, è quello che già nel 1698 aveva istituito tonnare proprie, sotto forma di patriarcali cooperative. Un direttore di queste tonnare, nel corso del 1700, fu Cap. Roisecco. Poscia un Pellegro Olivari. E più vicino a noi, il Cap. Gerolamo Guigello ed il Cap. Pellegro Olivari. E fu un navigatore di Corte, rimasto nell'Uruguay causa il naufragio del suo barco11, il padre di quel Giuseppe Antonio Tavolara, nato a Montevideo nel 1837, mandato a studiare a Parigi per le preclari sue doti e che ritornato poi nell'Uruguay, fu uno dei più illustri nelle belle lettere. Compromesso in una congiura politica subì l'esilio. Ma richiamato a Montevideo fu, fino alla sua morte, l'illustre e grande direttore e fondatore della Biblioteca Naciònal. (Ad onore d'Italia si deve dire che fu un altro italiano, L. Pareggi, colui che fondò il Museo Nazionale di Montevideo). Ed era della Corte quel buon marinaio, Luigi Giudice, che il 31 maggio 1874, con il rischio della vita, salvò due naufraghi a due miglia dal Monte di Portofino. Così dice la medaglia d'argento al valore di marina concessagli con brevetto N.304 del 26 luglio 1874.
Due baldi marinai da barche «coralline», cannonieri scelti sul «Re d'Italia», si inabissarono a Lissa con la propria nave. Un altro «corallino», Stefano Zappettini, si faceva uccidere a Custoza accanto ad un altro margheritese, il sergente Angelo Clemente che, scampato per miracolo ma assai mutilato, si ebbe sul campo la medaglia al valor militare.
Ed erano ancora navigatori di Corte quei che, a ritroso nel tempo, se ne venivano un giorno dalla Corsica con un carico di carbone e che giunti a Santa Margherita non poterono attraccare causa una violenta mareggiata. Quando il barco si trovava proprio a mal partito, il capobarca vide a manca, vicino al forte della Torretta, una zona di mare stranamente calmo. Un buon colpo di timone e la prua fu puntata verso quella che si sperava la salvezza. E nel ristretto specchio tranquillo i marinai videro galleggiare una piccola immagine della Madonna, venuta da chissà dove e forse relitto di un naufragio. (Infatti, anni dopo, si seppe che una barca di Messina, città ove il culto della Madonna della Lettera è radicatissimo, era naufragata vicino a Capo Corso). I marinai raccolsero la sacra effigie e – racconto che si è sempre tramandato di padre in figlio – la barca, sebbene il mare torno torno fosse rabbioso, poté felicemente approdare nell'ansa di San Giacomo di Corte. I bimbi degli scampati corsero il paese gridando: «E' venuta la Madonna ed ha salvato i marinai!». E questi, ancora fradici d'acqua e a piedi scalzi portarono l'immagine miracolosa nell'allora piccola Chiesa di San Giacomo, quella sul poggio. Da quel giorno, 27 luglio 1783, i marinai di Corte ricordano ogni anno, con una suggestiva funzione detta della «Venuta», il ritrovamento della Madonnina, in mezzo alla tempesta. E la miracolosa salvezza del barco degli avi12.
Furono ancora le case di San Giacomo di Corte, le umili dei pescatori e le ricche degli armatori, quelle che diedero ospitalità larga ed asilo ai volontari del generoso Luciano Manara. Perché fu a Santa Margherita che si preparò il nobile raduno per l'impresa di Roma. Le dame e le popolane della città offrirono i pizzi rari, gli ori filigranati ed i coralli incisi dagli orafi di Sorrento onde poter comprare fucili per i volontari non armati. E quando il mattino del Venerdì Santo del 1849 uno sdrucito vapore portò quel pugno d'eroi verso il sacrificio e la gloria, tutta la popolazione era alla marina, per lo accorato commiato…
Navigatori e bastimenti di Santa Margherita
Già durante i secoli XVII e XVIII Santa Margherita si sapeva costruire egregiamente i suoi velieri. Aveva ottime maestranze, buoni mastri d'ascia e rinomati maestri del cartabono13. Le «penicie»14 e i grossi «bovi»15; dalla coperta arcuata, le «tartane»16 e le «coralline» venivano fabbricate su ben tre cantieri. I Valle, onesti costruttori all'antica, lavorarono sul Cantiere, di padre in figlio, per ben cinque generazioni. Nei primi anni del 1800, quando Santa Margherita cambiò nome e fu chiamata Porto Napoleone (negli archivi di Francia esiste una rarissima incisione con questo nome), da quello che i vecchi chiamavano il «Cantiere grande», scesero in mare per conto del Governo di Francia degli agilissimi «cutter»17 che furono armati in guerra e destinati alla polizia costiera. Se gli eventi di quegli anni lontani avessero preso un'altra piega, se non vi fosse stata la parentesi dell'Elba e la fatalità - non la disfatta – di Waterloo, se il grande Còrso, che fu anche un grande Italiano, non fosse stato ingenerosamente sequestrato dagli inglesi, Santa Margherita e Rapallo sarebbero oggi la Tolone d'Italia. O forse più. Perché l'eclettico Imperatore, dopo d'avere abbandonato il suo primo grandioso progetto di fare di tutto il Bisagno fino a Molassana, un sicuro porto interno aveva proprio messo gli occhi su Santa Margherita, E vari dei suoi ingegneri, in special modo il Duquesne, avevano fatto dei piani ed un progetto.
Il nome stesso dato alla città indicava dove si voleva arrivare. Molto lontano. Più di Tolone. Perché avrebbe dovuto essere il porto, l'arsenale dell'Imperatore. E Re d'Italia. Arcani voleri di Dio – non degli uomini – fecero crollare il Colosso che tanto avrebbe forse fatto per la terra dei suoi padri. E Santa Margherita riprese nuovamente il suo nome gentile, quello della piccola Vergine romana. E le sue barche, specialmente le coralline ripresero anch'esse, a primavera, le vecchie rotte di Corsica, Sardegna, Sicilia, Tripolitania e Stampalia18. Erano tante quelle barche. Più di cento. Tre anni dopo, 1817, quasi una quarantina avevano puntato verso Tripoli di Barberia, ove i Capibarca conoscevano le tante «poste» dei banchi coralliferi.
Quell'anno infieriva laggiù la peste nera. Molti equipaggi morirono e le barche furono vendute. Quelle poche che ritornarono furono fermate al largo da un brigantino sardo armato in guerra. Portate poi d'appoggiata19 al Lazzaretto di Livorno, la maggior parte dei santamargheritesi morì. E le banche, quasi tutte, bruciate. Ma i tenaci pescatori superstiti non si scoraggiarono. Nuove chiglie si eressero sui cantieri. E nuove barche furono benedette, al varo, dal vecchio Prevosto di San Giacomo di Corte.
Si ricordano di quegli anni le seguenti barche: «Madonna della Lettera», «L'Immacolata», «Geronima C.», «Due Cognati», «San Giacomo di Compostella», «L'Erasmo», «Lo Ardito Costaguta», «Madre Antonia», «Tre Fratelli Costa», «San Giacomo I», «San Giacomo II», «La Santa Margherita», «N. S. della Rosa», «Il Corriere del Tigullio», «Il Buon Padre», «Madre Filomena S.», «I due Cognati», «Scorridona», «Corallo Rosso», «Corallo Bianco», «S. Tomaso», «Il Mancino del Pedale», «Buon Padre Secondo», «La Livietta».

Verso il 1850 uno dei cantieri ampliò lo scalo, e fu possibile così l'impostazione di bastimenti di più elevato tonnellaggio. Gli armatori camogliesi costruirono i più grandi, quelli da 1000 tonn., come il «Fiducia Ligure» del Cap. A. Schiappacasse, il «Rosa S.» del Cap. Andrea Simonetti, il maestoso «Alba» del Cap. Agostino Chiesa fu Giuseppe, l'«Unione S.» del Cap. F. Schiappacasse, l'«Alfa» del Cap. Fortunato Ansaldo, l'«Angela Schiaffino» del Cap. Enrico Schiaffino, tutti costruiti dall'ingegnere navale F. Rolla. Persino i viareggini vennero a Santa Margherita, attratti dal rude ma buon costruire dei maestri d'ascia di San Giacomo di Corte. Cap. Polacci v'impostò il «S. Marco» e Cap. G. Fabbricotti il «Pellegrino Rossi», bellissima costruzione di F. Rolla.
Gli armatori T. Bozzo Costa vi costruirono le «scune»: «Giovanni Padre» e «Geronima»; Cap. Zolezzi lo ship20 «Bartolomeo Padre» ; Cap. Toso la «Vittoria Madre».
Il patriarcale cantiere di A. Valle varò i seguenti: «Gigin» del Cap. V. Borzone; «Maria Carmine» del Cap. Stefano Dezerega; «Sant'Antonio» del Cap. B. Consigliere; la «Rosa» del Cap. Descalzo. Ed il brigantino goletta21 del Cap. Giuffra, una bellissima costruzione eseguita su piani dell'ing. navale camogliese Mario Casabona, perduta poi corpo e beni sulle coste della Sardegna.
Uno degli ultimi - e dei più maestosi - fu lo ship «Francesco Caffarena», costruito da F. Rolla per conto dell'armatore di Recco Cap. F. Caffarena.

(continua)


1 isola turca nella parte nord-orientale del Mar Egeo
2 veliero a due alberi con vele quadre
3 paese dei Berberi (Marocco, Algeria, Tunisia e Tripolitania)
4 isole greche
5 città e porto dell'Algeria orientale
6 veliero a due alberi (a volte tre) con vele auriche (trapezioidali), simile alla goletta
7 Provenza e Costa Azzurra
8 isole greche del Mar Egeo, nell'arcipelago del Dodecaneso
9 penisola di Crimea
10 nave leggera a tre alberi con vele quadre
11 termine ligure per i bastimenti a vela con più di un albero
12 questa è una di diverse descrizioni dell'episodio
13 squadra a lati mobili uniti come le punte di un compasso, che serve a rilevare e riportare angoli obliqui sui pezzi di costruzione; elemento essenziale per sagomare la faccia esterna di ciascuna ossatura perché aderisca al fasciame che vi si appoggia e che costituisce la carena
14 imbarcazione a fondo piatto che si incontra sui fiumi francesi
15 bovo, piccolo bastimento di forma goffa, con un solo albero e vela latina, utilizzato per la pesca nel Mediterraneo
16 barca con uno o due alberi, vela latina e bompresso con uno o più fiocchi, estremità tonde e fondo piatto; due tartane accoppiate per la pesca si dicono paranze
17 barca con la chiglia a coltello, con un solo albero, qualche vela quadra, i fiocchi e una gran randa; molto veloce, è usata spesso per sport
18 isola dell'Egeo, la più occidentale del Dodecaneso
19 manovra di una nave che ne raggiunge un'altra sulla stessa rotta
20 nave con tre alberi (a volte quattro), pieni di vele
21 piccola nave con due alberi reclinati verso poppa con vele auriche (trapezioidali) e un gran trinchetto quadro volante per correre con vento favorevole

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