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La Chiesa milanese in Liguria (6)

Atti della Società Ligure di Storia Patria – Vol.II, Parte I, 1870

(precedente)

La cura o difesa (mundiburdio1), come si disse, del patrimonio de' sacri luoghi, fu sotto i longobardi affidata agli scarioni2 ed agli azionarii, e regolata da una legge di Astolfo. I primi che erano uomini d'armi, ossiano arimanni, doveano difendere le chiese da ogni attacco, per esse combattere in duello e per esse giurare; conciossiaché il giuramento, sebbene approvato per giusto dalla ragione, fosse per le disposizioni canoniche vietato al clero. Gli azionarii poi amministravano i beni non altrimenti che come fattori e causidici.
Ma col volgere de' secoli, e col mutarsi della dominazione longobarda in quella dei Carolingi, mutarono anche siffatti nomi; per modo che in luogo degli scarioni entrarono gli avvocati, ed al posto degli azionarii i vicedomini. Si aggiunga che da' tempi dei Carolingi in appresso, le proprietà delle Chiese aumentarono rapidamente; ed i Vescovi avendo allora conseguite amplissime immunità, e perciò estesi territorii liberi in gran parte dalla giurisdizione de' Conti e degli altri ufficiali dell'Impero, le attribuzioni della Difesa acquistarono una maggiore importanza; onde l'Avvocazia delle Chiesesi vide ricercata allora anche da' principi, quando dalla potenza di esse speravano aumento alla propria.
Gli avvocati, la cui nomina era fatta col concorso del Conte, giudicavano quindi in materia reale delle contestazioni che si elevavano fra gli uomini liberi ed i proprietari dei beni fondi; in materia personale delle relazioni giuridiche fra gli uomini non liberi ed i loro signori; e nelle cause riservate alla giurisdizione comitale, che è a dire nelle criminali di maggior momento, rappresentavano e difendevano dinanzi al tribunale del Conte le persone comprese nel territorio immune.
Tuttavia anche dopo le mutazioni accennate serbaronsi lungamente in vigore le prische appellazioni della Difesa e dei Difensori, per la consueta ragione che i nomi sopravvivono sempre alle cose. Perciò appunto, e perché le formole derivate nel nostro Registro appartengono a tempi molto più remoti di quelli cui spettano gli atti che sovr'esse vennero modellati, noi troviamo nei documenti del Codice in discorso alternarsi la memoria della Defensio e dei Defensores sacrosanctae Ecclesiae Januensis in tutti i libelli enfiteutici che vi sono inseriti, a partire dal 916 fino al 1148. Intorno al quale anno però anche l'antico formolario fu messo in disparte, sostituendosi nella introduzione degli atti di tale natura alle parole Peto defensoribus, o Defensionem, le altre che erano più consentanee alle mutate condizioni e più vere: Placuit atque convenit inter dominum Archiepiscopum etc.

Chi poi si fossero gli avvocati della nostra Chiesa in tutto il periodo de' tempi sopra mentovati, noi non possiamo rilevarlo dai documenti; non incontrandosi in essi altra memoria che quella di Azone suddiacono (a. 1006 e 1008), il quale fu vicedomino del vescovo Giovanni II. Tuttavia, quanto agli avvocati non si può disconoscere, comecché per notizie assai posteriori, che eglino si debbano ricercare negli ascendenti di quella gente che nel secolo XII cognominossi dei Bulgaro; conciossiaché in tale famiglia precisamente vediamo derivate le prerogative che furono per più secoli destinate appunto a serbare il ricordo della Avvocatura, un tempo esercitata in favore delle Chiese matrici. Tra le quali prerogative certamente la più comune fu quella del condurre il palafreno3 dei nuovi Vescovi nella cerimonia del loro insediamento, e del riceverlo quindi dai medesimi in donativo. Di che al nostro proposito rende testimonianza Giorgio Stella, laddove, raccontando il solenne ingresso di Pileo De Marini (1401), scrive che ad ipsius habenas equi, et circum eum totum, peditus ibant scientificus Andreas de Bulgaro medicinae doctor, aliique de sua stirpe de Bulgaro ianuenses, quibus a vetusto temporum hic in Archiepiscoporum susceptionem mos est, quibusve semper, dum novus Archiepiscopus sic ad sedem verendam deducitur, equum suum gratis elargitur, quando Basilicam maiorem ingreditur.
Inoltre, come tutti gli avvocati delle Chiese ebbero in loro potere alcuni fra i beni delle medesime, così noi vediamo Ugone e Giovanni di Bulgaro essere, a questo titolo certamente, annoverati tra i vassalli dell'Arcivescovo; e poi i figli di esso Ugone ricevere da Siro II (1149) la investitura della decima che Anselmo de' Folcoini avea restituita alla Chiesa. La qual decima verisimilmente è quella del porto di Genova, o del mare, cui nel 1241 Andrea ed Enrico qm. Marino, nonché i figli di Ugolino, e Bulgarino co' suoi fratelli, tutti di Bulgaro, dichiaravano la loro famiglia avere a titolo di feudo ricevuta in antico dall'Arcivescovado.

L'ufficio degli avvocati necessariamente disparve col dileguarsi delle immunità, o quanto meno cessando essi dal rivestire allora la qualità di difensori insieme e di giudici, cessò con questa la ragione che agli ecclesiastici non avea consentito l'esercizio di una siffatta carica. D'allora in poi il loro compito si ristrinse a quello di semplici economi; e con tal nome precipuamente e qualche volta con questo e l'altro insieme di avvocati ce li indicano per l'appunto i documenti. Di più l'ufficio di economo e quello di vicedomino furono talvolta cumulati in una sola persona, e devoluti quasi sempre a' canonici, preti o diaconi, ed anche suddiaconi. E ciò premesso riesce chiaro non solo, ma naturale, quanto dal nostro Registro si impara, che cioè avvocato ed economo di Siro II fosse il di lui suddiacono Alessandro, prevosto in pari tempo della collegiata di santa Maria di Castello, ed autore del Registro della Curia secondo che abbiamo già notato a suo luogo. Finalmente siccome l'ufficio dello economo risponde a quello che oggi ancora presso molti Capitoli si sostiene dai canonici camerarii o camerlenghi; così noi stimiamo che il Camerarius Archiepiscopi, di cui nel citato Registro si fa cenno a proposito delle offerte dovute dalle chiese della città, non sia punto da ritenere una carica e persona diversa da quella dello economo, ma piuttosto un vocabolo derivato nel nostro Codice a significazione dell'ufficio medesimo da quel vetusto Cartolario dell'Arcivescovato, il quale già sappiamo che Alessandro interamente rifuse nella sua compilazione.
Del citato Alessandro abbiamo memoria fino dal 2 ottobre 1140, per essere egli intervenuto quale testimonio alla investitura del Monte Lanerio consentita da Siro II a Guglielmo figlio di Caffaro; e troviamo poi che del luglio 1142 fu presente del pari all'istrumento onde lo stesso Arcivescovo diede in feudo a Caffaro medesimo alcune porzioni dei molini di Noce e del Cerro. Se non che in entrambi questi atti Alessandro non si dichiara altrimenti che suddiacono dell'Arcivescovo; né ad alcuna qualità si trova accoppiato quindi il nome di lui in altri documenti così del ridetto anno 1142 come del luglio e dell'agosto 1143. Onde noi saremmo inchinati a credere ch'ei rivestisse la carica di economo solamente dopo quest'ultima data; né però tardasse gran fatto, conciossiaché ci occorse già di avvertire come nel novembre del 1143 ponesse mano alla compilazione del Registro. Per tal guisa appena assunto all'ufficio, avrebbe impreso ad esercitarlo con tutta alacrità. Dicemmo egualmente come le notizie di Alessandro si arrestino all'ottobre del 1149; e come sia da ritenere che a lui subentrasse Oberto Sulfure. Costui, appunto come Alessandro, comparisce dapprima nel Registro in qualità di semplice testimonio, o fra gli addetti alla Curia; ma ch'egli vi esercitasse quindi per qualche anno l'economato, o meglio l'ufficio di vicedomino, è certo per la convenzione da lui stipulata cogli uomini di Lavagna, non meno che per la memoria del placito ch'egli ebbe con Balduino, quando remansi apud Sanctum Romulum in vice domini Archiepiscopi. La più recente notizia di Oberto è poi quella che si rileva da un atto del giugno 1155; né dopo abbiamo altrimenti parola di economi o somiglianti officiali fino al 1166; anzi gli istrumenti che spettano al periodo intermedio fra queste due date si vedono personalmente conclusi dagli arcivescovi Siro ed Ugone. Finché del 1166 noi ci abbattiamo in Anselmo canonico di san Lorenzo, il quale dicendosi maestro parrebbe essere stato onorato nel Capitolo Metropolitano della dignità di magiscola, e variamente s'intitola economo, vicedomino, ministro e procuratore della Curia, nel cui interesse agisce continuatamente fino al 1173. Circa tale anno però fra il detto Anselmo e l'Arcivescovo dovettero insorgere gravi dissidenze, ultimate poi nel 1176 con una dichiarazione per cui esso Anselmo, pur ritenuta la dignità di vicedomino, si dimetteva da ogni ingerimento nella amministrazione della Curia, per tutto il tempo dell'arcivescovato di Ugone.
Due lodi del 1177 ed un terzo dell'anno successivo rammentano poi i procuratores domini Ugonis archiepiscopi; i quali in un placito del 1180 assumono invece il nome di nunzii. Se non che, questi vocaboli potrebbero essere intesi nel senso di legali rappresentanti in giudizio e nulla più, qualora in certa autenticazione onde i Consoli dei Placiti, addì 16 gennaio 1181, munirono un lodo che era stato emanato nel 1140, non si trovasse detto che questo era seguito supplicatione yconomorum Archiepiscopi.

Doveano poi rilevare dall'economo i gastaldi, dei quali uno o più erano preposti alla diretta amministrazione dei beni situati fuori di città, e distribuiti per Curie od in altra maniera, come verremo notando a suo luogo; e forse anche erano posti sotto la sua dipendenza gli addetti al servizio personale del Vescovo. Fra questi ultimi il Registro nota un Girardo che al tempo degli arcivescovi Siro ed Ugone tenne l'ufficio di dapifero, ossia di sovrintendente al servizio delle mense: carica allora di non lieve riguardo, se si consideri che del 1177 papa Alessandro III mandò appunto un suo dapifero a pigliar possesso di Bertinoro. Viene appresso il canovario, così appellato da canova o magazzino, che è a dire il custode delle provvigioni di bocca e della cantina4: ufficiale di gran considerazione, dacché trovo per più riscontri com'ei godesse talvolta dei beni delle Chiese col titolo onorifico di beneficio (feudo). Così i beni del Vescovo di Trento erano distribuiti per canove; e dell'805 il canovario della Chiesa di Bergamo era in pari tempo attore della medesima. In un libello del nostro vescovo Oberto, i locatarii di un molino si obbligano a consegnare al cannavario de donno Episcopo la quarta porzione del ricavo di esso molino; e del 1169 ho altresì memoria di Fazio canevario dell'arcivescovo Ugone.
Nel Registro incontriamo pure citato Ugone serviente (serviens) dell'arcivescovo Siro, ed Oberto ortolano dell'arcivescovo Ugone.

Enumerati così gli uffici diversi della Curia, è mestieri che ora da noi si vegga quali altre persone fossero comprese nella medesima, e più propriamente costituissero la Corte dei nostri Pastori. E queste persone erano per fermo tutti i loro vassalli, ossiano que' nobili della città e del contado i quali teneano in feudo dalla Chiesa Genovese le decime, le pensioni, i terreni, i molini, ecc., e doveano per ciò prestare ai Vescovi medesimi il giuramento di fedeltà sicut bonus vassallus… suo bono domino et vero. Fra i quali vassalli sono poi da ricordare come precipui i Signori di Palazzolo e di Sommaripa, che aveano grado di vessilliferi od alfieri, quei di Nassano, di Lavagna, di Mongiardino, ed il marchese Obizzo Malaspina.
Or questi vassalli, il cui numero non fu scarso, dovettero in antico formare del pari il tribunale del Vescovo, presieduto dall'avvocato, ed intervenirvi in qualità di assessori o di giudici; benché il Registro non serbando documenti di controversie dibattutesi nei tempi della piena immunità, ci tolga modo di poterne addurre un qualche esempio. Tuttavia neppur cessarono affatto dopo che il Comune ebbe assorbita in sé stesso ogni altra giurisdizione di natura simile alla sua; ma piuttosto il loro ufficio si limitò a conoscere e decidere delle contese che poteano sorgere tra i vassalli ed i Vescovi, oppure tra vassalli e vassalli, nel qual caso giudicavano come pari; serbando intatto soltanto il primitivo ministero di giudici nei luoghi di Ceriana e San Remo, come quelli che fino all'uscire del secolo XIII furono sottoposti all'assoluta signoria della Chiesa. E col procedere degli anni assunsero anche denominazioni diverse; perché sotto di Sigifredo si chiamarono buoni uomini, primo in ordine fra loro essendo ancora un avvocato (Guilielmus Avocatus), e tal nome ritennero eziandio a' tempi di Siro II, almeno fino al 1153; mentre in appresso (1163) si dissero rettori e ordinatori della Curia; ed infine sotto di Ugone usarono apertamente il titolo ben più proprio e significativo di Pari. Talvolta eziandio cotesti giudici sostennero le parti di arbitri; né mancarono di far cenno, nei lodi pronunciati da essi in tale qualità, come la loro elezione fosse avvenuta pel concorde volere dei litiganti.

Con queste notizie sulla Curia, noi chiudiamo intanto la prima parte del nostro lavoro, disponendoci a trattare nella seconda delle chiese e delle decime. Ma gioverà come preambolo uno studio sulla circoscrizione della Diocesi, opportuno, a quel che ci sembra, non solo, ma necessario. Conciossiaché se i limiti segnati alla giurisdizione della Chiesa Genovese furono più volte, ed anche di recente, delineati in carte topografiche; niuno scrittore al contrario si è mai occupato di ricercare di proposito le modificazioni che essa ebbe a subire nel corso dei secoli, e sopra tutto le cause d'onde quelle modificazioni medesime trassero origine.

(continua)


1 impegno a tutelare e proteggere
2 ufficiali dipendenti dal castaldo, amministratore delle rendite del re
3 cavallo nobile, da parata
4 Anche oggidì, presso i montanari, la cantina dicesi caneva. E della caneva del vino e dell'olio è frequente memoria in un codice del secolo XVI, già del monastero di san Girolamo della Cervara, ed ora custodito nell'Archivio di san Giorgio.

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