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La Chiesa milanese in Liguria (7)

Atti della Società Ligure di Storia Patria – Vol.II, Parte I, 1870

(precedente)

La Chiesa Genovese dovette ne' suoi esordi estendere la propria giurisdizione a tutta quanta la Liguria marittima occidentale; imperocché, volendoci tener fermi alle date certe, noi non troviamo notizia d'alcun Vescovo d'Albenga innanzi l'anno 451; né le memorie di quelli di Ventimiglia e di Vado salgono oltre il 680. Dopo la erezione di tali Sedi però, i suoi limiti si vennero accorciando fino a breve tratto dalla Metropoli; sicché il torrente Lerone, al di là di Arenzano, s'incontra nei più antichi diplomi accennato come punto di divisione della Marca ed insieme del Vescovato di Genova. E tale dura inalterato anche a dì nostri.
Ciononpertanto, siccome la stessa Chiesa Genovese aveva da antichissimi tempi (e certo per donazioni di fedeli) acquistati beni allodiali nelle ville Matuziana e Ceriana, e poscia eziandio in quella di Taggia; così parecchi secoli trascorsero ancora, prima che lo spirituale governo delle terre anzidette uscisse dalle mani de' Vescovi di Genova per essere trasferito in quelle degli Albenganesi.
Dalla Leggenda di san Siro impariamo che l'autorità de' nostri Vescovi era in Matuziana rappresentata da un Corepiscopo; e, ben ponderate tutte le circostanze, si rileva che quell'Ormisda presso cui fu mandato Siro medesimo come aiutatore e ministro, poscia che venne da san Felice ordinato diacono, è posteriore di circa un mezzo secolo alla memoria dei primi Vescovi d'Albenga. Già notammo poi come san Romolo chiudesse la vita in Matuziana stessa, durante una visita pastorale; e soggiunge la sua Leggenda ch'ei fu sepolto nella cripta di san Siro, in arca thophea prope beatum Ormisdam; donde più tardi Sabbatino levandone le reliquie, compieva un atto di vera giurisdizione.
Ma la dipendenza delle terre summentovate dalla Chiesa Genovese riaffermavasi certamente ognor più, dacché, essendo esse rimaste, per le incursioni saraceniche, affatto deserte d'abitatori, il vescovo Teodolfo (979) vi stabiliva una colonia; mentre in appresso (1038) il Conte di Ventimiglia spogliavasi in favore de' nostri Vescovi di ogni diritto signorile sulle medesime.
Però collo spuntare delle libertà comunali que' terrazzani si mostrarono anch'essi riluttanti così alla soggezione spirituale come al dominio de' Vescovi Genovesi; onde leggiamo negli Annali di Caffaro, che del 1130 i Consoli di Genova impresero contro i sanremaschi e gli altri abitatori della Riviera occidentale una spedizione, e li obbligarono a prestar giuramento di fedeltà a san Siro (che è a dire alla Chiesa) ed al popolo genovese. Cionondimeno il passaggio di San Remo, Ceriana e Taggia sotto la giurisdizione della Chiesa d'Albenga, se pure col fatto non si era già innanzi compiuto, non si può ritardare gran tempo oltre l'epoca testé accennata; e se ne ha in prova un atto del 1163, onde quel vescovo Odoardo investiva delle decime di tutte le dette ville Anselmo di Quaranta, stipite dei Signori della Lingueglia; rinnovando poi l'investitura il vescovo Roberto di lui successore in pro' di Bonifacio figlio d'Anselmo prenominato. Né esse furono più sottratte alla Chiesa Albenganese fin presso a' dì nostri; quando cioè, per bolla di papa Gregorio XVI del 20 giugno 1821, vennero incorporate alla Diocesi di Ventimiglia.
Come a ristorarla in qualche modo di quelle perdite, Alessandro III, con bolla del 9 aprile 1161, sottoponeva alla Chiesa Genovese l'Abbazia di santa Maria e san Martino dell'isola Gallinaria, a un miglio circa lontana dal lido, fra Albenga ed Alassio; ed alla medesima la confermavano parecchi Pontefici di lui successori. Trovo eziandio che nel 1273 Arnaldo abate di quel monastero, in compagnia di tre monaci, giurava fedeltà all'arcivescovo Gualtieri da Vezzano; e del 1303, vendendo essi monaci alla città d'Albenga il borgo d'Alassio, poneano per condizione che il contratto dovesse riportare l'assenso dell'Arcivescovo Genovese. Finché del 1473, morto l'abate Carlo del Carretto, ed avendo i monaci abbandonato il convento, la Santa Sede richiamò a sé stessa il possesso dell'Abbazia; e de' redditi e diritti della medesima costituì una Commenda, della quale Sisto IV investì pel primo il cardinale Gio. Battista Cibo.

A levante invece i confini del nostro Vescovado durarono più fermi e quasi dissi inalterati; anzi furono norma a quelli del più tardo Comitato. Imperocché giunsero l'uno e l'altro alla punta d'Anzo, nel moderno Mandamento di Levanto; la quale punta dal mare in su si prolunga per un gran contrafforte trasversale fino all'Appennino, separando la Valle della Vara da quella dell'Entella. E il contrafforte in discorso, oggi denominato San Nicolò e Vasco, su cui le carte del medio evo ci attestano l'esistenza di uno Spedale, venne già in quei secoli stessi chiamato Pietra Corice o Pietra Crosa, e fu il limite di divisione della Riviera Orientale in due Vicariati. Onde il ch. Desimoni, che fu primo a segnalare come importante questo punto di topografia, rifletteva a buon diritto essere l'Anzo mirabilmente idoneo a servire di confine, e la sua posizione appena trovata giovar grandemente a chiarire la storia. A Levanto poi giunse in antico la Diocesi di Luni; e però sul territorio della medesima sorse l'Abbazia di Brugnato, cui nel 1133 papa Innocenzo II elevò a sede episcopale, costituendola suffraganea della Metropolitana di Genova.
Da un atto del 1549 si rileva come seguisse allora tra quel vescovo Filippo Sauli e l'arcivescovo Giovanni Maria Sforza una permutazione di parecchie terre, previo l'assentimento del Papa, cui appunto il Vescovo Brugnatense aveva rappresentate le difficoltà inseparabili dalla amministrazione di una Diocesi tutta posta ne' monti ed assai sparpagliata. Fra i detti luoghi però è il più cospicuo quello di Castiglione; e certo farà meraviglia all'attento lettore il vederlo qui ricordato fra i ceduti all'Arcivescovo di Genova, mentre da una parte il Registro enumera la sua pieve fra quelle donde la Mensa Genovese percepiva le decime, e mentre dall'altra la bolla d'istituzione della Sede di Brugnato si limitò a confermare alla medesima le chiese e terre già sottoposte all'Abbazia preesistente. E' quindi mestieri concludere che Castiglione sia caduto nella giurisdizione de' Pastori Brugnatensi per virtù di qualche convegno; il quale se rimase a noi finora ignorato, certamente avvenne prima del 1387, giacché la sua chiesa non figura punto fra quelle descritte nella Tassa di papa Urbano VI.

Però la Diocesi di Genova estese verso oriente la propria giurisdizione anche a più altre località, come sarebbero Portovenere e l'isola di Capraia; e ciò in virtù di circostanze affatto speciali, e per omaggio al principio allora vigente, che la circoscrizione ecclesiastica dovesse quanto più fosse possibile armonizzare con quella della città giudiziaria, ossia della città e del territorio che erano sottoposti ad un solo potere civile.
Ora i genovesi acquistata, non sappiamo per quali imprese o convenzioni, la terra di Portovenere con le isole adiacenti di Tino e Tinetto, aveanvi nel 1113 fatto edificare un castello e costituita una colonia; indi, nel 1160, cingendone il borgo di mura, e l'anno appresso costruendone di bel nuovo il castello, rendeano quella terra molto fortificata e di peculiare importanza nelle loro quasi diuturne lotte con Pisa. Il perché, come già Innocenzo II aveva nel 1133 assoggettata alla loro Chiesa l'Abbazia di san Venerio, la quale rilevava direttamente dalla Santa Sede, così a sua volta Alessandro III, colla già detta bolla del 9 aprile 1161, sottratte alla Diocesi di Luni, allora vacante per la morte del vescovo Andrea, le chiese del castello e del luogo summentovati, sottoponea le medesime all'Arcivescovo di Genova, dal quale perciò continuano a dipendere anche al dì d'oggi.
Men certi siamo rispetto al tempo in cui nella soggezione della nostra Chiesa passò l'isola di Capraia, nel Mare Toscano. Però non può farsi risalire ad epoca molto remota, se si consideri ch'essa fu tolta ai saraceni dai pisani, e venne a questi confermata con più diplomi dagli imperatori Arrigo IV, Ottone IV e Carlo IV. Conciossiaché non sia presumibile né conciliabile la politica signoria di Pisa con l'ecclesiastica supremazia genovese; né d'altra parte essa è notata ancora nella Tassa già detta del 1387. Se non che verso il 1430 Simone De Mari, signore di Capocorso, tolta la Capraia a' pisani, l'aggiunse al suo Stato; e da Simone l'ereditarono i di lui discendenti. Finché nel 1507, stimandosi i capraiesi gravemente oppressi da Giacomo De Mari, gli si ribellarono, e col mezzo del loro Pievano offersero la terra all'Ufficio di San Giorgio, che ne accettò poco stante la dedizione. Pare a noi dunque che ad una delle due epoche testé accennate, cioè al 1430 od al 1507 circa, possa con maggiore probabilità riferirsi il principio della dipendenza dell'isola dalla Chiesa di Genova. La quale tuttora la governa; perché i genovesi riguardando nella Capraia una loro colonia, anziché una dipendenza della Corsica, se ne riservarono il dominio col celebre trattato di cessione seguito fra essi e la Francia il 15 maggio 1768.

Tennero eziandio i nostri Arcivescovi il governo di Bonifazio, cui non abbandonarono prima de' grandi rivolgimenti onde si chiuse il secolo che ci ha precorsi; ed ebbero egualmente quello di Pera in Levante, fino alla sua caduta in potere de' turchi nel 1453.
Il castello di Bonifazio fu nel 1195 conquistato sui pisani dai genovesi, i quali ne cacciarono tutti gli abitatori per costituirvi una colonia; e però come signoria di Genova comparisce in più documenti del 1199. Alquanti anni appresso papa Onorio III, a troncar le liti fra i due popoli, usando del diritto d'alta sovranità che la Santa Sede si attribuiva sulla Corsica, avocò a sé stesso il temporale dominio di quella terra, benché vanamente. Tuttavia, quanto allo spirituale, l'Arcivescovo di Genova non solo ne era di già andato al possesso pel fatto della conquista sopra citata; ma il Pontefice medesimo si faceva ora con solenne atto a confermarglielo implicitamente, comandando per bolla de' 24 aprile 1217 che i genovesi dovessero administrationem castri Bonifacii…: Othoni archiepiscopo ac sancti Sirii et sancti Stephani abbatibus remittere…, ex praescripto scilicet pacto alias inter ipsos et legatum apostolicum inito.
La pieve di Bonifazio avea titolo di santa Maria Maggiore; e vedesi riferita fra le dipendenze della Chiesa Genovese nella Tassa di Urbano VI più volte citata. Ma poiché il castello, innanzi di cadere nel dominio de' genovesi, avea fatto parte del Vescovato d'Aiaccio, nacquero in progresso acerbe contese ed agitaronsi lungamente fra que' Pastori ed i nostri, a proposito di una precisa delimitazione della rispettiva loro giurisdizione. Né si venne a qualche componimento se non dell'anno 1516; nel quale, a mediazione dei Protettori delle Compere di san Giorgio, e per atto del 19 giugno a rogito di Matteo Della Porta cancelliere delle medesime, furono conclusi i patti seguenti:

  1. Godrebbero i poderi dei bonifacini, per lo spazio di tredici miglia all'intorno del castello, piena esenzione dal pagamento delle decime e di ogni altra gravezza verso la Chiesa d'Aiaccio; per modo che quel territorio sarebbe considerato onninamente immune.
  2. La Comunità di Bonifazio aprirebbe in altro dei Banchi di Genova, a favore del Vescovo Adiacense, un credito di 735 lire di genovini, valore di 45 ducati d'oro di Camera, per le spese occorrenti alla conferma che di siffatta transazione era mestieri ottenere dalla Curia Papale. Di più risponderebbe annualmente al medesimo Vescovo tanti frutti delle Compere sovra dette, quanti formassero la somma di altri 20 ducati.

Frattanto i Protettori di San Giorgio, considerantes ad predictam compositionem deventum fuisse pro comodo bonifacinorum et non aliorum, addì 29 stesso giugno decretavano quod intra terminum dictorum miliarium tresdecim… de cetero nemo audeat vel presumat laborare, seminare, nec aliquid aliud innovare seu facere nisi homines Bonifacii… sub pena amissionis fructuum recoligendorum in dicto territorio. Similmente deliberavano che, a richiesta del Vescovo d'Aiaccio si facessero mature 738 lire circa di Paghe, le quali Paolo Spinola avrebbe dovute sborsare nel loro Banco entro il termine di quattro mesi.
Se non che, avendo poco appresso il Procuratore dei bonifacini esposto a' Protettori suddetti come la Comunità ch'egli rappresentava non avesse modo onde addivenire di per sé alla assegnazione dei pattuiti proventi; statuivano i Protettori di assumere sopra sé stessi quest'obbligo, sempre che la transazione fosse ratificata da quei di Bonifazio in pubblico Parlamento ed approvata dal Papa; con promessa inoltre per parte dei primi di rilevarli da ogni danno. Alle quali condizioni essendosi il mentovato Procuratore sottoposto con ogni sollecitudine, l'Ufficio delle Compere istituiva all'oggetto di cui sopra una colonna di trenta luoghi; e ne corrispondea fedelmente l'annuo reddito a' Vescovi Adiacensi fino al 1797.
Risulta da un istrumento del 4 dicembre 1516 che il Papa commise la risoluzione del negozio a due canonici delle Chiese d'Aleria e d'Accia; e scrive l'Acinelli che la estensione delle miglia pattuite venne riconosciuta e determinata da questi delegati per atto del 10 marzo 1520, ricevuto da Gian Francesco Canaccia cancelliere della Curia Adiacense. Ma i bonifacini cui l'Ufficio di San Giorgio avea tolti d'imbarazzo, mercé l'istituzione dei trenta luoghi poc'anzi accennata, scordavano a un tratto le promesse onde il loro Procuratore avea preso l'impegno. Il perché i Protettori del 1558, a rifarsi almeno in parte del danno, ordinavano il sequestro dei proventi di una colonna di 1730 lire iscritta nelle Compere a favore della Comunità di Bonifazio; e lo manteneano fermo sino all'estinzione del loro celebre Banco.
Non rimase però tronca assolutamente con queste provvidenze ogni cagione di futuri dissidii. Imperocché i Vescovi d'Aiaccio si avvisarono (e ci sembra a tutto diritto), che il seguìto accomodamento non li avesse spogliati dell'esercizio di loro giurisdizione su quelle chiese che sorgeano nello spazio di territorio dichiarato immune quanto ai poderi degli uomini di Bonifazio. Ma gli Arcivescovi di Genova, oppugnando siffatte ragioni, spinsero tanto innanzi le pretese, da volere che il loro spirituale governo dovesse considerarsi esteso ad un modo colla giurisdizione del Commissario di Bonifazio, e così anche alle isole di santa Amanza, dei Lavezzi, dei Budelli e d'altre che sorgono prossime alle Bocche di quella terra. Né la contesa fu mai risoluta; perché la Corsica era vassalla della Repubblica Genovese più che non fosse parte del suo dominio; e come le sue civili magistrature non raramente giovarono a rifare il patrimonio d'uomini cui lo sregolato vivere avea dissipata ogni fortuna, così i suoi beneficii ecclesiastici ed i suoi medesimi Vescovadi furono per lunghi secoli quasi esclusivo appannaggio di cherici genovesi, paghi d'ordinario a godersi sul continente le rendite spillate dalle chiese dell'isola. Il perché si legge come ancora del 1750 l'arcivescovo Giuseppe Maria Saporiti investisse al prevosto Assereto di N. S. delle Grazie di Genova la chiesa di santa Maria dei Budelli, ed impetrasse dalla Santa Sede a Cristoforo Salineri di Bonifazio l'abbazia della Trinità nel distretto di quel castello, essendo la bolla d'investitura a tale effetto spedita sine preiudicio partium.

(continua)

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