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    Pezzi di storia

Rapallo, antica sede di capitaneato (1/4)
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

«Io sono la Patria di messere Domenico Pastine, benemerito rapallese che da Famagosta, nel 1411, legò i «moltiplichi» all'antico e glorioso Banco di San Giorgio. Fra le mie mura videro la luce il Papa Adriano Fieschi, Giovanni da Vigo, Fortunio Liceti, Agostino Molfino e quel grandi ammiraglio Pastine che nel secolo XV fondava, in nome del Re di Spagna, la città di Valparaiso». copertina

Nel suo porticciuolo del Langano, a ponente del Borgo, la antica Rapallo marinara dava asilo ai suoi barchi e feluche. Le prime precise notìzie sulla sua marineria le abbiamo trovate nei manoscritti del «Codice Diplomatico» dell'illustre rapallese dott. Gio. Agostino Molfino vissuto verso il 1700. A p. 58-75 e sotto la data 1656, epoca del colera, che tanto devastò Genova, vi è notizia di vari Padroni di barca, rapallesi, che per ordine dell'Università di Rapallo facevano viaggi a Genova per introdurre nella Dominante viveri freschi, medicinali e derrate. (Rapallo in quell'occasione mandò nobilmente a Genova i suoi cerusici e degli infermieri volontari. Il medico Giuseppe Cherubini, partito volontario anche lui, vi morì di colera).
Al tempo di quella terribile epidemia, che costò a Genova oltre 60.000 vittime, Padron Nicola Orero, di Rapallo, aveva una fregata e con i suoi marinai rapallesi guadagnava, per ogni traversata, lire 40 di Genova; Padron Dezerega possedeva feluca adibita alle stesse mansioni; Padron Solari di Pagana, idem; Padron Figari di Rapallo, idem; Padron Costaguta di Rapallo, idem; Padron Solaro di Rapallo, idem, «et altre barche di Rapallo viaggiarono da Rapallo a Genova di propria spontanea volontà, con aumento di pericolo et senza grande aumento di retribuzione».
Il porto di Langano – porto romano – era anche frequentato da velieri forestieri. Al tempo del Capitano di Sanità Botto /1686) approdava spesso a Rapallo, con prodotti della Corsica, allora isola genovese, il Padrone Antonio Mattei, nativo di Capo Corso, con il suo barco «San Giuseppe». Anche i barchi napoletani venivano a Rapallo. Quando la peste scoppiò in Puglia, Rapallo diede una «grida» proibendo l'approdo di detti legni (1691). Un barco del rapallese Stefano Figaro, commerciante con «fondachi» a Cadice, veniva ogni anno a Rapallo. Anche i legni del Granducato di Toscana venivano a Langano carichi di cuoia e di grassi animali. (Durante il secolo XVII Rapallo era arrivata a possedere bel ventiquattro fabbriche di sapone e di concie da cuoio). A comprova vedasi la «grida» del 21 settembre 1720 che interdiceva l'approdo «di legni toscani e del Signor Duca di Massa». Durante la guerra di successione, 1745-1749, Rapallo aveva barchi mercantili che trafficavano con Livorno e con i porti meridionali. Fra i centosessanta velieri che entrarono con vettovaglie nel porto di Genova v'erano (citati dall'Accinelli e dal Sacco) accanto ai tantissimi di Camogli, i barchi rapallesi dei padroni: Solaro, Cristoforo Zerega, Odero, Bontà, Tassara, Bafico, Macchiavello, Costa di Pagana, Raffo delle Saline e Antonio Costaguta che aveva «fondachi» di commercio nell'isola di Tabarca. E la sua marineria era ottima e numerosa. Ne fa fede la Confraternita dei marinai che già nel 1720 esisteva, fiorente, sotto il Patronato di S. Erasmo.
Ai primi del 1800 certi rapallesi Padroni di barca (a differenza di quei di Santa Margherita che si dedicavano alla pesca dei coralli), erano degli audaci pescatori di spugne. Conoscevano alla perfezione i profondi fondali dell'isola di Stampalia e sapevano pescare le spugne «a tuffo», ove gli stessi greci non azzardavano avventurarsi causa la profondità delle acque ed il pericolo degli squali. Altri rapallesi si avventuravano persino ai fondali di Calino, Calchi e Simi. Ed erano rinomati per la pesca di spugne con la fiocina e il tridente.

Il vecchio e buon approdo del Langano fu enormemente danneggiato dal terribile maremoto che nella notte del Natale del 1821 si abbattè sulle coste di Liguria. E il torrente Boato fece la stessa notte opera di interramento di quella sicura insenatura ove per tanti secoli avevano trovato rifugio quei legni che causa il cattivo tempo non potevano rimontare il Portofino. Forse fu questo interramento una delle cause che contribuì ad assottigliare il numero del naviglio rapallese. E non manifesto valsero a rialzarne le sorti le 8000 lire che Re Carlo Alberto elargì nel 1839 per i restauri. Un'altra causa della diminuzione dell'elemento marinaresco fu l'apertura dei traffici verso le Americhe e la corrente migratoria verso le Repubbliche del Plata e del Pacifico. Per emigrare bisognava intraprendere un viaggio di cento e più giorni su velieri di 300 tonn. Ma pur così molti rapallesi presero da allora, 1840-1860, le vie delle Americhe. Ve ne furono stabiliti a Montevideo, Buenos Ayres, Empedrado, Gualeguaychù, Rosario di S.Fè, nonché al Chile, Bolivia e Perù. L'effetto di questa emigrazione e la comprova del tenace e onesto lavoro dei tanti rapallesi in terre d'America lo si vede ancora in tutto il golfo Tigullio, attraverso la costruzione di ville, di parchi e di palazzi che gli emigranti di quell'epoca lontana elevarono quando ritornarono, vecchi, alla città natia.

La numerosa emigrazione alle Americhe non distrusse però l'attaccamento al mare. Ancora nel 1865 esisteva, nella città che fu la Patria dell'archiatra Vico, una buonissima Scuola di Nautica, diretta da un grande matematico, il Salviati. In essa studiarono molti rapallesi e tantissimi camogliesi e rivieraschi. Detta scuola era situata alla marina, in una casa posta a levante dell'Albergo delle Saline. Vi si accedeva da Via Marsala. Nei piani superiori dell'Istituto Nautico vi abitò per molti anni l'Ammiraglio Noce.
Nella stessa epoca Rapallo vantava un cantiere navale sul quale si costruirono dei buoni «brick», delle «scune» e dei «ship's» da 1000 tonn. Gli armatori rapallesi furono pochi. Ma in compenso i buoni Capitani di gran cabotaggio ed i lupi di mare per le navigazioni oceaniche non mancarono. Nel 1827 il Regio Brig. «Zefiro», comandante L. Serra, si recò a Tenedos per compiere, in gran segreto, esperimenti su un banco di corallo. Come pratici dei posti e della pesca erano stati imbarcati due nostromi di Santa Margherita, Costa e Sanguineti, e il Cap. Solaro o Solari di Rapallo. A San Michele di Pagana vivevano altri Capitani di mare a nome Solaro. Nel 1856 erano padroni del barco «San Paolo» (vedasi Santuario di Montallegro, ex-voto per temporale sofferto in Mar Nero il 26-XI-1856). Sulla Regia Fregata «Il Bertoldo» eravi il quartiermastro militare Tassara, nativo di Rapallo. Un Capitan Chichizola, della famiglia armatoriale di Zoagli, s'era accasato a Rapallo fissandovi dimora. Fu ottimo Capitano, armatore di ben tre ship's da 1000 tonn. Un suo grande veliero, impostato sul cantiere degli Scogli a Chiavari, andò completamente distrutto da un incendio. Ne costruì subito un altro che a ricordo del fatto chiamò «La Fenice». Altri capitani di mare dell'epoca eroica della vela, degnissimi di essere ricordati, furono Cap. Bardi, il buon Capitan Scarsella, Cap. Felugo Pietro, «u Sciù Peo», Cap. Agrifoglio Francesco, Cap. Lagomaggiore Giacomo, Cap. Castagneto Lorenzo detto il «Loenzeta», Cap. Massone Giacomo che fu poi anche Sindaco della città, Cap. Francesco Fontana di Nicolò (1780-1841) che già nel 1830 frequentava il Rio de la Plata con il suo barco «Monte Allegro», Cap. Paolo Agrifoglio (1843), Cap. Ghio Matteo fu Tomaso (1839), Cap. Ardito Giovanni (1834), Cap. Antonio C. Queirolo (1860), Cap. Giacomo Chiappe (1859), Cap. F. Solari (1851), Cap. Giovanni Bertarelli nato nel 1812.
Dei viventi meritano menzione il Cap. Francesco Gennaro, nativo di Camogli, ma che formò famiglia a Rapallo. Questo Capitano navigò tutta la gioventù e l'età virile sui grandi bastimenti a vela dei camogliesi. Poi in unione di un fratello e del Cap. Agostino De Gregori si dedicò all'industria dell'armamento facendo navigare i vapori: «Messicano», «Casmona», «Messicano II», «Monarck»,
Un'altra bella figura di Capitano di mare fu il Cap. Agostino Solari. Imbarcato giovanissimo, quasi ragazzo, fece il lungo tirocinio a bordo delle «scune» e dei «brick» che veleggiavano gli scali del Levante. Studiò poi nautica nella città natia e conseguito il diploma di lungo corso, balzò al comando di grandi velieri per le navigazioni transoceaniche. Fu per tanti anni uno dei Capitani di fiducia dei Dallorso di Chiavari, una potente casa armatoriale che aveva «fondachi» per l'acquisto dei grani a Berdiansck, Kerck, Odessa e Nicolaieff. Quando i liguri, in concorrenza con gli inglesi, slanciarono i loro velieri sulla rotta di Rangoon per la caricazione del riso, Capitan Agostino Solari si ebbe dai Dallorso il comando di uno dei più bei velieri, il «Bartolomeo Gagliardo». (La flotta che i rivieraschi incanalarono sulla rotta delle Indie, contendendo agli inglesi i noli di Rangoon di Ackiab e di Moulmein – e più tardi quelli dell'Australia – fu per quei tempi imponentissima e tale da destare l'invidia e l'ammirazione di tutte le altre marinerie. Erano «alcioni» nuovi di trinca, costruiti in tutta quarcia nostrana sui cantieri di Varazze, Chiavari, Lavagna, Spotorno e Sestri Ponenti. E molti si resero celebri per le rapide traversate, in cavalleresca sfida con i clippers inglesi. Lo ship «Marinin» di Zoagli fu uno dei tanti. Degni di menzione motissimi di Camogli, uno di Quinto, vari dei Dallorso ed uno dei Danovaro).
Dal comando del «Bartolomeo Gagliardo», Cap. Solari passò al comando del «Francisca», precisamente per i viaggi delle Indie. Fu durante uno dei sui tanti viaggi da Achiab al Nord-Europa che il bastimento, trovandosi a doppiare il Capi di Buona Speranza con un carico di riso, fu sorpreso da un furioso temporale. La lotta fra la bella navedi Liguria e gli elementi scatenati durò parecchi giorni. Ma poi una paurosa falla si aprì nel bordo della nave. Le pompe rese inutili dal furioso gorgogliare delle acque, non funzionarono più. E fu a fine. Le lancie, con un pugno di uomini estenuati dalla lotta impari, si allontanarono dalla nave che a poco a poco s'inabissò nei flutti. Dopo di questo naufragio Cap. Solari comandò ancora altri bastimenti per i traffici del Nord-America. Notevoli e degne di menzione varie sue traversate da Filadelfia alla Inghilterra, con carico di grano, in soli dodici giorni, sempre in filo di ruota e correndo dei veri cicloni.
Belle campagne di navigazione che duravano anni ed anni, senza che la nave rientrasse in Mediterraneo. Viaggi di circumnavigazione che avevano la durata di quarantasette mesi e anche di cinquantasei. Si sapeva, allora, quando si partiva. Ma del ritorno non se ne parlava. Perché il barco, spedito per Rangoon, al suo arrivo in Inghilterra veniva, per esempio, rispedito in Pacifico, per un interminabile viaggio del guano, che quai sempre bisognava riportare in un porto del Nord-Europa.
Mentre gli anni passavano. E in tante case di Liguria poste in mezzo a ciuffi di oleandri e ad alberi di olivo, le spose e le figliuolanze attendevano - in mezzo a continue trepidazioni – il lupo di mare che sarebbe venuto da lontano. Anche il buon Cap. Solari si trovò preso nel ciclo di questi lunghi viaggi. Una volta partì da Rapallo mentre nella sua casa si attendevaun lieto evento. Quando ritornò, erano passati più di tre anni. Cap. Solari trovò ad attenderlo alla stazione la sua signora che aveva per mano un bimbo biondo già grandicello il quale, alla vista di quel signore severo, baffuto e sconosciuto, fece le bizze rifiutando le carezze e cercando rifugio nelle falde materne. Storia di tanti anni fa. Quel piccolo ragazzo recalcitrante altri non era che il comm. Silvio Solari, primo Podestà di Rapallo.

Un altro buon navigatore della vela, un lupo di mare che tenne alto il nome di Rapallo fu il Cap. Pietro Felugo nato nel 1853. Imbarcato giovanissimo - come si usava a quei tempi - viaggiò i mari del Levante prima e gli Oceani poi, seguendo la trafila dei gradi. Promosso Capitano di lungo corso in giovane età, ebbe subito il comando di grossi bastimenti camogliesi. I suoi viaggi al Nord e al Sud America e al Pacifico furono tanti. Tempeste del Gulf Streain e ringhianti temporali del Capo d'Horn, rimontato d'inverno, in mezzo a quelle terribili nevare che causarono la perdita di tanti bastimenti.
Comandò poi per tanti anni il «Fratelli Tubino», il più grande ship di quei forti mercatanti di grano russo che furono i Tubino di Genova. Sfogliando un suo logoro giornale di bordo si ha la impressione precisa di vivere quei tempi e le rischiose - e lunghissime - navigazioni a vela. Un suo viaggio, intrapreso nel 1892, merita di essere ricordato per sommi capi, tanto è marinarescamente bello.
Nelle parole tronche e affatto adorne par di sentire lo sferzare del vento nel sartiame, lo scrosciare dei cavalloni che la poppa squassavano del veliero, nel livore quasi tragico del Mar Nero bieco e in tempesta. E par di vedere i banchi di ghiaccio dell'Azoff che andavano alla deriva, mentre quindici lupi di mare di Liguria lottavano ai ferri corti contro gli elementi scatenati, per salvare il bastimento. E la vita.
«Ruolo: Cap. Pietro Felugo; Primo Ufficiale Luigi Chiesa, nativo di Ruta; Equipaggio 13 persone. Partito da Santa Margherita Ligure per Cagliari 11 febbraio 1892. Preso un carico di sale per Hermsland, Mare Baltico, Golfo di Botnia Da questo porto andato a Daal a caricare legname per Tunisi. Nel viaggio di ritorno, data la grande quantità di legname in coperta il bastimento, all'orza, sbandava molto, quasi a non obbedire più al timone. Fu così che nel Mare del Nord il Capitano ordinò di recalare i pennoni di velaccio e contra e poi anche gli alberetti di maestra e trinchetto. Nei pressi di Doggers Banck una furiosa tempesta durata quattro giorni mise a dura prova il bastimento e l'equipaggio, al punto che era già deciso di gettare a mare tutta la «covertada» di legname. Fortunatamente dopo quattro giorni di trinca il temporale dette a calare. Ma pur così i tentativi del pilota per salire a bordo riuscirono infruttuosi. Dopo lenta navigazione, perché fatta senza velacci e contra, si giunse a Tunisi dove, scaricato il legname, e fatta zavorra, si partì per il Mar Nero. Quando il bastimento si trovava sulle coste di Crimea, diretto a Kerck per la carica del grano, un furioso temporale con nevara e freddo intenso obbligò alla trinca per tre giorni. Tutte le manovre erano gelate e quindi pericolose le virate di bordo. Proprio la notte di Natale, un braccio nel velaccio di trinchetto rimasto imbrogliato, si ruppe l'alberetto, cadendo con i pennoni in coperta, impedendo così le manovre rese già ben difficili dal ghiaccio formatosi su tutti i cavi e bosselli, che per quanto questi ultimi fossero a cilindro, non scorrevano più. Con un freddo superiore a 10 gardi sotto zero, non accennando il mal tempo a cessare ed anche per facilitare ai poveri marinai l'arduo compito di liberare la coperta dai rottami, decise di appoggiare a Sebastopoli per le riparazioni e per attendere che Kerck fosse fatta libera dai ghiacci. Ripartiti dopo settanta giorni, e toccata Teodosia, si arrivò a Kerck trovando ancora tutta la rada piena di banchi di ghiaccio provenienti dall'Azoff. Preso un caricamento di grano, si ripartì per Genova».
Una sosta a casa, un riposo ben breve. Eppoi di nuovo in rotta per il Mar Nero. Siamo nel 1896. Il «Fratelli Tubino» ha passato felicemente gli Stretti, ha rimontato di largo prima il Capo Matapan e poi le coste della Sicilia. E' ormai vicino alla sua meta, Genova. Ma in vista dell'Elba è preso nelle spire di un rabbioso temporale e il carico di grano si ingavona. C'è ormai il pericolo di andar di traverso. In mezzo al turbinare delle acque che non lasciano vedere da poppa a prua, al chiarore delle saette che squarciano lividamente il cielo. Capitan Felugo, che da trenta ore non abbandona il ponte di comando, ordina la suprema manovra per la salvezza. Dar fondo a tutte le ancore, compresa quella della speranza e gli ancorotti. Abbandonare il barco che s'inclina paurosamente. Tutti a sottovento. Le due scialuppe sbattute e sfiancate ricevono i naufraghi. Ultimo Capitan Felugo, che tiene a tracolla il tubo di metallo contenente i documenti di bordo. Presa terra ed accampati sulla spiaggia i naufraghi attesero l'alba. Nella bruma mattiniera si vide il bastimento che resisteva ancora. L'ancora della «speranza», quella che porta il nome dei supremi tentativi, pareva avesse un'anima e teneva. Teneva. Tenacemente. Essendo più tardi un po' cessato il mal tempo, tutti ritornarono a bordo e così, semi ingavonato, con il carico a metà avariato, il barco potè arrivare a Genova, ove l'equipaggio apprese che in quella notte da tregenda vari bastimenti erano naufragati e altri andati di traverso.
Lo sforzo visivo che Cap. Felugo aveva fatto per trenta ore offese i suoi occhi. Non perdette la vista, grazie a Dio. Ma non poté più navigare al comando. Diede allora un addio alle vele e al bel bastimento che per tanti anni aveva comandato e si ritirò nella sua città ove poi, in unione d'un fratello, iniziò la valorizzazione di Rapallo, aprendo a poco a poco, con tenacia tutta ligure, la via all'industria del forestiero. Perché, caso stranissimo, fu proprio un lupo di mare, pratico di sestanti, di punti di stima, di valore dei venti e delle burrasche, colui che assieme al fratello Vittorio Felugo creò i primi alberghi, dedicandosi a tutt'uomo a far conoscere Rapallo all'estero come stagione climatica invernale. Fu anche un oculato Assessore Anziano del Comune. Ma quando la popolazione lo volle Sindaco, egli modestamente rifiutò, dicendo che altri meglio di lui avrebbero potuto dedicarsi al bene di Rapallo. Se ne andò, per sempre, verso il 1911, lasciando un gran vuoto. Chi è, a Rapallo, che non lo ricordi ancora?
Eppure nel nostro vagabondare ci ha sorpresi una cosa: che nella Rapallo d'oggi, così valorizzatrice di uomini e di cose, non vi sia ancora, murata in un capace sasso marino, una targa che ricordi il vecchio Capitan Felugo1, «u Sciù Peo», potenziatore e valorizzatore della Rapallo gaiamente fiorita e cortesemente ospitale.

Non soltanto sul Reale Brig. «Lo Zefiro», Cap. Serra - quello della crociera corallifera del 1827 all'isola di Tenedos - vi furono dei navigatori di Rapallo. Anche sulla R. Fregata «La Cristina» vi furono, ingaggiati come marinai e come quartiermastri degli uomini di questa terra. Ed anche sulla «Haute Combe», una grossa fregata sarda del 1829, vi furono un Costa, un Sanguineti e un Raffo. Si sa che un Castagneto nato nella terra di San Michele di Pagana, disertato a Buenos Ayres da bordo di un legno mercantile, verso il 1847, arrivò ad essere un buon pilota sul Rio Uruguay e che navigò molti anni sugli scali di Colonia, Fray Bentos e Paysandù, spingendosi qualche volta fino a Posadas e a Villa Rica, nel Paraguay.
A ritroso poi del tempo troviamo, nei libri manoscritti di Monte Allegro, che in data 19 agosto 1704 il Padron di barca «Gio. Battista Peragallo offre lire 25 per grazia ricevuta. Trovandosi il detto con la sua barca nomata «N. S. di Montallegro» da tramontana lustrica quaranta miglia lontano da Palermo scoperse una nave nel fare del giorno che gli era larga più d'un miglio e che gli diede caccia tutto il giorno fin sotto Monte Pellegrino; votandosi con ogni affetto alla Vergine andarono in venti ore a Palermo sani e salvi. Quattro anni dopo, e forse per un caso analogo di sventata pirateria da parte dei barbareschi, il Padron di barca «Nicolla Genaro» offriva alla Madonna un vaso d'argento. Nel 1748 - quando a Rapallo si temeva l'invasione degli austriaci - il Padron di barca Pietro Figallo riceveva lire 13,3 per «porto delli argenti et delle tappezzerie della chiesa a Genova, per timore delli tudeschi».
Nel 1825 il Cap. Gio. Battista Bontà fu Marco Antonio di Rapallo, armatore di bastimenti, donava al Santuario di Montallegro una tavoletta raffigurante un suo Sciabecco, con due statue d'argento in «lama» inginocchiate, per grazia ottenuta in un naufragio.
Nel 1826 i Solari di San Michele di Pagana possedevano barchi. Un Cap. Nicolò Solari offrì in quel tempo, al Santuario di Monte Allegro, un quadro in argento raffigurante un suo bastimento perduto in naufragio. Anche Cap. Francesco Fontana era armatore di barchi. Nello stesso Santuario esiste l'annotazione di un dono d'argento a ricordo di un veliero naufragato. Poi l'industria dell'armamento velico, come già s'è detto, declinò poco a poco. Ma nel pittoresco rifugio di Langano - quasi all'ombra degli elci secolari - venivano ancora ad attraccarsi tanti velieri. Una nota di Capitaneria, dell'anno 1867, dà come approdati, per fare operazioni di carico e scarico, ben 91 bastimenti con un movimento di 98 passeggeri privati. Nella stessa epoca figurano 14 bastimenti per «approdo forzato».

(continua)


1 I fratelli Cap. Pietro Felugo e Vittorio Nino Felugo furono quelli che fondarono a Rapallo la prima officina per la luce elettrica

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