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La Chiesa milanese in Liguria (9)

Atti della Società Ligure di Storia Patria – Vol.II, Parte I, 1870

(precedente)

Della Pieve di Ceta incontriamo poi di riflesso nei patrii Annali le più antiche notizie. Conciossiaché i genovesi, poich'ebbero costituito il Comune, valicarono ben presto il giogo appennino (1121), impadronendosi delle castella di Fiacone, Chiappino (sul monte omonimo), Mondasco e Pietra bissara, e di quella parte di Val di Scrivia la cui giogaia era appunto da siffatte castella coronata e difesa. In riva al fiume le ville di Ronco e di Campolungo, che poi si confuse con Isola del Cantone, erano sorte per fermo da brevissimo tempo (ché i loro nomi ce ne stanno mallevadori) , e forse il Borgo che fu poi detto de' Fornari non era ancora composto. Quivi presso sorgea però la chiesa di santa Maria; e fu essa che allora abbracciò sotto la giurisdizione di plebana tutti i luoghi testé nominati. E chiesa e Pieve, alle quali va oggi associato il nome del detto Borgo, venivano allora distinte col nome di Ceta, dalla propinqua montagna ora detta del Rivale (munte du Rivà), per lo cui mezzo si accede in galleria alla villa già mentovata di Ronco. Se non che di essa Pieve, taciono affatto, per testimonianza del Wolf, le carte tortonesi; e però a noi sembra doversene argomentare che al dominio politico abbia in siffatti luoghi tenuto dietro la giurisdizione del Vescovo Genovese, eccettuata soltanto Pietrabissara, la cui cappella di santa Croce troviamo che rivelava ancora nel 1614 da quello di Tortona, e facea parte della Pieve di Serravalle1.
In un documento del 1127 si ha poi indizio che tale giurisdizione già si estendeva lungo la Scrivia sino all'accennata villa di Ronco. Imperocché, fra i Consoli di Genova ed i Signori di Piobbeto2 essendo nata contesa circa la percezione delle decime della montagna predetta, per ciò che riguardava il tenimento di Ronco, fu deciso che i genovesi pagherebbero a quei Signori dieci lire di denari bruniti, e d'altre otto soddisfarebbero al Vescovo di Tortona, dal quale i medesimi teneano verisimilmente queste decime in feudo. In appresso però tutte le decime di Ceta dividerebbonsi per metà; ed il Comune di Genova potrebbe disporne come gli piacesse meglio, senza che ulteriormente gli corresse onere alcuno3.

E' notevole che questa divisione dovendo farsi a giudizio di arbitri, o periti della località, le parti dichiararono ne sceglierebbero due di Fiacone e due di Voltaggio. E circa il castello di quest'ultimo nome avvertiamo che sebbene il documento del 1387 già ricordato ci additi la sua chiesa come pievana, pure a' tempi onde noi ragioniamo è da stimare che essa fosse invece soggetta a quella di Gavi4. Conciossiaché non vuolsi dimenticare che Voltaggio fe' parte in antico di quel Marchesato, che ondeggiò un secolo fra Genova e Tortona, e dal marchese Alberto fu venduto a' genovesi nel 1121. E siccome una bolla di Onorio III onde più sotto diremo, ci insegna che la Pieve summentovata aveva una estensione molto considerevole, così noi entriamo in sospetto che la medesima abbracciasse in origine la intera città giudiziaria, ossia tutto quanto il Marchesato in discorso. Il quale poi non vi ha dubbio che nell' epoca sua migliore comprese tutto quel territorio che oggi si distribuisce nei tre Vicariati di Voltaggio, Gavi e Parodi; e forma l'insieme del Mandamento, che corre fino alla Bocchetta del Giogo cui sovrasta il Bricco Bastia, alla cima del quale si dà nome di monte Resta o delle Reste. E qui entra di bel nuovo in campo la bolla già mentovata di papa Innocenzo III (1198), la quale novera appunto come altro de' confini del Vescovato di Tortona quell'Ospedale di Resta, che il Desimoni rilevò già probabilmente esistito nel detto monte, presso la chiesa di san Gregorio di che apparisce tuttavia qualche traccia.
Trapassando il Lemmo, giungiamo intanto al Piota ed allo Stura, i cui paesi costituiscono la Pieve di Silvano, ultima delle succennate; la quale arrivava già sino a Ronciglione (Rossiglione), ed oggidì fa parte del Vescovato di Acqui. Dalla Bocchetta del Giogo il Mandamento di Gavi procede quindi all'incontro di quello di Voltri, confinale a sua volta con le terre del Comitato e Vescovato Savonese per le acque già dette del Lerone.
Or dunque, non trovandosi in potestà del Comune di Genova fuorché una breve porzione di quel territorio da cui la Pieve di Gavi doveva essere costituita, è naturale che Voltaggio e Fiacone (e con queste eziandio le castella di Chiappino e Mondasco, le quali non ci è noto né pare probabile avessero cappelle particolari) continuassero tuttavia sotto la spirituale amministrazione del Vescovo di Tortona, da cui appunto rilevava essa Pieve. Anzi ce ne avverte chiaramente un atto del 1130, laddove i Consoli di Genova ingiungono al suddetto marchese Alberto di Gavi di non molestare homines civitatis Janue eorumque Episcopatus, et homines Vultabii, Flaconis Montisque alti; i quali precisamente, per essere così a parte dichiarati, si vengono ad intendere affatto stranieri al Vescovato Genovese. Del castello poi di Montaldo, presso Arquata, donde ebbe origine la famiglia che diede con più altri soggetti valorosi anche un Doge alla Repubblica, narrano gli Annali che i genovesi s'impadronirono nel 1128; ma nell'atto precitato si afferma ch'essi veramente ne possedeano soltanto la metà.
Seguitando quindi le creste de' monti, i genovesi comprarono Aimero, od Amèo (1141), castello oggi distrutto, al di sopra del villaggio di Carosio, ma la chiesa del quale si rammenta ancora nel 1387; e poco stante (1148) vi aggiunsero Parodi. Strinsero in seguito coi Marchesi di Gavi più convenzioni; e finalmente (1202-1204) acquistarono dai medesimi colla sede di quel potente Marchesato quanto altro di territorio era tuttavia rimasto nella loro signoria. Allora veramente fu il caso di mettere la circoscrizione politica in armonia coll'ecclesiastica; e così avvenne che il Comune Genovese e l'arcivescovo Ottone supplicarono indi a poco al Pontefice, perché consentisse che fra le Chiese di Genova e di Tortona si scambiassero le pievi di Caranza e di Gavi. Siccome però il Vescovato di Tortona, a motivo della estensione sopra accennata rispetto a Gavi, avrebbe risentita da questo scambio una diminuzione nelle onoranze e nelle rendite, così i genovesi non mancarono di profferirsi al Papa come disposti a que' compensi che si fossero giudicati opportuni. Il perché Onorio III, con bolla del 7 dicembre 1217, commetteva all'Abate del Tiglieto ed al Preposito de' canonici mortariensi di ventilare il negozio, con facoltà, se lo stimassero, di dargli esecuzione. Però il cambio non ebbe luogo; o, per dire più giusto, i genovesi ritennero Caranza ed ebbero Gavi. Così la bolla rimase lettera morta; e ciò spiega forse la nota che il Poch lesse apposta di mano antica sul dorso di quella pergamena: Non est in Registro, nec est opus; volendosi con ciò indicare che il documento non si vedea trascritto nel Liber Jurium, né facea d'uopo inserirvelo considerata l'inutilità a cui aveva approdato.

Indagando poi le ragioni della non effettuata permutazione, tre sono quelle che si affacciano alla nostra mente. La prima è la guerra accesasi poco stante fra gli alessandrini e i tortonesi da una parte, e i genovesi dall'altra (1224), per lo acquisto che questi, di già padroni fino dal 1192 almeno di Pastorana e Tassarolo, fatto aveano di Capriata in virtù di più atti di compera o dedizione. La seconda la deduciamo dalle relazioni di vassallaggio e d'amicizia, che stringeano saldamente a Genova i Signori di Mongiardino; nel qual luogo, secondo il già detto, troviamo appunto la chiesa di san Giovanni Battista subentrata a quella di Caranza negli ufficii e nelle prerogative del Plebato. Imperocché i detti Signori che fino dalle prime deche del secolo XII erano feudatari de' nostri Arcivescovi, e tali si professavano di bel nuovo con molta particolarità di circostanze nel 1240, aveano oltre ciò, durante la guerra suaccennata, contratta lega col Comune Genovese. La terza ragione finalmente è la elevazione al soglio papale seguita, non molto dopo il ristabilimento della pace, nella persona di un cittadino genovese, Innocenzo IV dei Fieschi. Il quale volendo esaltare la costante devozione onde i nostri lo aveano assistito contro Federigo II di Svevia, e punire ad un tempo i tortonesi della loro adesione alle parti dell'Impero, con bolla del 3 giugno 1248 sentenziava: che in tutti i castelli e in tutte le terre della Diocesi di Tortona e il Comune di Genova godeva il dominio, la sua Chiesa esercitar dovesse senz' altro la propria giurisdizione. Né il decreto era senza precedenti, conciossiaché in simili contingenze, e con atti di molto maggiore momento, aveano adoperato in favore della Sede di Genova alcuni predecessori di quel Pontefice: Innocenzo II (1133) che sottraeva la Chiesa di Bobbio alla podestà di Ravenna; Alessandro III (1161) che distaccava da Milano quella d'Albenga.
Per tal guisa poi, oltre all'amplissima Pieve di Gavi, la Chiesa Genovese ebbe anche quella di Pastorana; e Capriata acquistò a sua volta una considerevolissima importanza, dopo che i nostri vi costrussero poderose fortificazioni e ne circondarono il borgo di fosso e di mura (1272). Che se più tardi essa venne rinunciata dal doge Tommaso di Campofregoso al Marchese di Monferrato (1418), passò quindi in potere dei Duchi di Mantova (1545) e per ultimo nei Re di Sardegna (1708), proseguì tuttavia, quanto allo spirituale ad essere governata dalla Chiesa di Genova; la quale in vigore del Concordato concluso nel 1731 fra quel Re e la Santa Sede, costituì in Capriata un Vicario Generale avente giurisdizione sulla già detta villa di Pastorana e sul castello di Tassarolo. E così procedettero le cose fino al 1805; nel qual tempo il Vicariato in discorso fu unito alla Diocesi d'Acqui, donde passò più tardi (1817) a quella d'Alessandria5.
Compita la nostra peregrinazione alla ricerca dei limiti della Diocesi e delle loro mutazioni, concluderemo con un riflesso il quale sarà come una riprova delle cose toccate finora circa 1'applicazione del principio inteso a concordare nel tracciamento di un solo confine la giurisdizione dei due poteri civile ed ecclesiastico. Vogliam dire cioè che a questo principio, senza che venga eretto in assoluto sistema, deesi avere molto riguardo da chiunque scriva della storia de' nostri Comuni; potendo esso fornirci una giusta spiegazione di non pochi fra' documenti di quella età. Così, ad esempio, noi potremo con la scorta di questo principio intendere perché un atto del 1149 gravasse di speciali balzelli tutti gli uomini qui non sunt de Episcopatu Janue (e la parola Episcopatu è indizio che il documento fu redatto sovra il testo di un altro più antico); e troveremo chiara del pari una frase che s'incontra nella sentenza del 1204, già più innanzi ricordata, laddove si afferma che il Comune avea da pezza esercitata la propria giurisdizione sul Brolio di sant'Ambrogio, perché questo terreno era compreso intra confinia Archiepiscopatus.

(continua)


1 Oggi il Vicariato del Borgo-Fornari ha aggiunto alle chiese di Isola e di Ronco, le altre di Vallecalda, Busalla, Rigoroso e Tegli. Ma Busalla nel 1614 dipendea tuttavia dal Vescovo di Tortona, facendo parte della Pieve di Casella, e Rigoroso era soggetto alla Prevostura di Voltaggio, alla quale di presente spetta invece Fiacone. Vallecalda e Tegli sono poi, relativamente alle già dette, parrocchie di moderna istituzione.
2 Il nome di Piobbeto (Pobleto, e nella stampa del Liber Jurium erroneamente Plombeto) si trova applicato nei documenti tortonesi del secolo XIV ora a tutta la Valle della Borbera, ed ora soltanto ai dintorni del moderno Borghetto. I Signori di Piobbeto sono perciò identici coi più noti Rati-Opizzoni.
3 Un altro lodo pronunciato da Guglielmo Pevere ed Oberto Usodimare (i quali tennero il Consolato nel 1131) avea poi stabilito che la sedicesima parte del raccolto di tutto il grosso bosco di Ceta, a iuuo in intus in Ceta (cioè verso Genova), fosse dovuto al Comune, raccogliendolo per esso i castellani di Fiacone. Se non che di ciò mossero poi lite nel 1137 con più altri la figlia di Ottone Fornari, allegando che una tale sentenza era stata riconosciuta ingiusta e perciò annullata da quelli stessi che l'aveano pronunciata.
4 La primitiva chiesa plebana di Gavi era intitolata a santa Maria, e sorgeva a ponente e un tre quarti d'ora distante da questo paese, in una penisola sulla sponda sinistra del Lemmo lungo la strada per cui si va a Castelletto d'Orba. Essa era tuttavia molto fiorente nel secolo XIV, perché nella Tassa del 1387 figura tra quelle che avendo buona copia di rendite furono maggiormente colpite. Ma nel 1582 era quasi già abbandonata. Oggi poi di tale edificio rimangono appena le mura principali; ma i beni che lo circondano sono tuttavia proprietà della Mensa Parrocchiale, ed il luogo continua ad essere distinto col nome di Pieve.
5 L'ultimo riordinamento generale della Diocesi Genovese data dai tempi del cardinale arcivescovo Placido Tadini; e fu sanzionato dal Sinodo celebrato nel settembre del 1838. A senso del medesimo le parrocchie dell'Archidiocesi sommavano in tutto a 304, di cui 259 erano ripartite in 48 vicariati.

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