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    Pezzi di storia

Rapallo, antica sede di capitaneato (2/4)
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

(precedente)

Un buon ceppo di gente marinara e armatoriale furono i vecchi Canessa. O per meglio dire i Canessa del «Valentino», quelli che ancor oggi devono avere le case avite nei pressi di San Rocco, al «Cianellon». E altri Canessa, usciti dallo stesso tronco, ma che s'appellarono «corallieri» e che porto finirono per stabilire importanti fondachi di commercio in Sardegna. Dei Canessa del «Cianellon» abbiamo trovato un Cap. Emanuele Canessa fu Giuseppe che sul finire del 1700 era armatore di pinchi e sciabecchi. Aveva anche una flottiglia di barche per i traffici commerciali e per la pesca dei coralli e nei mari e sulle coste della Sardegna e di Barberia. Pare che dai tanti anni di intraprendenza marinara e dalla pesca corallifera ritraesse ricchezze ragguardevoli. A tal segno che in più delle terre e case che aveva nel contado, avesse acquistato il Palazzo dei Della Rovere, quello sotto i portici di Piazza Cavour e che oggi ci si dice proprietà Queirolo e Morello.
Da questo intraprendente navigatore nacque Valentino Canessa, che fu a sua volta un buon lupo di mare e armatore di ben tre bastimenti, uno dei quali, il brick «Federico», egli stesso comandò per molto tempo per le traversate al Nord-America e più specialmente sulle rive dell'Hudson, ove grazie alle sue amicizie Cap. Canessa svolgeva un proficuo traffico di «paccotiglia». Portava inoltre passeggeri, quei primi e tenaci emigranti di Liguria che tanto benemeriti si resero nei commerci delle città di New Orleans, Mobille, Pensacola, Filadelfia e New York. La sua attività armatoriale si svolse dal 1826 al 1860 circa. Tanti anni fa adunque.
Ma pur così il suo ricordo non è ancora svanito. Un vecchio Nostromo di S. Giacomo di Corte ricorda questo Capitano Valentino Canessa. Pare che durante i periodici rimpatri, quando bisognava carenare e impeciare il barco frusto dalle navigazioni oceaniche, Cap. Canessa se ne passeggiasse per la natia Rapallo sfoggiando quei tipici cilindri felpati così in uso nel Nord-America, specialmente all'epoca pre-guerra civile fra sudisti e nordisti. E certi lunghi palandroni che gli conferivano l'aspetto di un rispettabile e patriarcale quacchero americano. Questo buon lupo di mare, che fu il primo a far conoscere il nome di Rapallo sulle rive dell'Hudson e che nel suo intimo di certo sperava che i suoi figliuoli avrebbero seguito le orme paterne, li vide invece addottorarsi, uno, Lazzaro Canessa, in medicina, ed Emanuele Canessa in avvocatura.
Ma come succede spesso nei vecchi ceppi marinari di Liguria, dal figlio avvocato Emanuele nacquero poi i due virgulti che sentirono la poesia e il richiamo atavico del vecchio navigatore delle rive dell'Hudson. Furono, uno il Silvio Canessa, diplomato costruttore navale e l'altro, il giovane e baldo Cap. Tito Canessa, che fu allievo ufficiale di marina, nel 1918, durante la grande guerra in Adriatico, a bordo di un «mas» lanciato in avanscoperta, immolava la sua bella gioventù e i suoi vent'anni per la vittoria e la grandezza d'Italia.
Altri navigatori di questa famiglia furono i Canessa «corallieri», discendenti da Gio. Batta Canessa, fratello di Cap. Valentino. Un figlio, Michele, passato poi in Sardegna, vi fondò fiorenti case di commercio. Un altro figlio del Gio. Batta vide un suo figliuolo, Francesco, abbandonare le vie del mare e addottorarsi in medicina.
Quasi tutti i Capitani camogliesi che frequentarono assiduamente - e per tanti anni - l'estuario del Rio de la Piata lo ricordano ancora con simpatia. Egli fu il dott. Francesco Canessa, colto ed apprezzato capo medico del «Resguardo» di Buenos Ayres.
Razza marinara, quella dei Canessa di Rapallo. E che contò sempre, anche nei secoli andati, dei marinai, dei Padroni di barca dei «Patronus» di fuste coralline e degli abili Nostrromi. Uno ne abbiamo trovato, vecchio navarca rapallese - Bartolomeo Canessa - che già nel 1500 era Padron di galeazza e come tale aveva la «patente di corsa» dalla Repubblica di Genova per fare la guerriglia contro i legni spagnuoli veleggianti verso il Reame di Napoli. La tradizione dice che fu proprio questo Capitan Canessa colui che al comando di un galeone portò, nel 1503, il Cardinale Giuliano della Rovere verso quel Conclave dal quale doveva uscir eletto Papa. I discendenti dei Canessa conservavano ancora vari esemplari di un antico e rarissimo vasellame, stemmato e inciso con gli attributi araldici dei Della Rovere. Sono il pegno di stima che il Cardinale aveva voluto dare al vecchio navigatore rapallese.

Un Nostromo rapallese degno di essere ricordato è quell'Antonio Costaguta che imbarcato sul brigantino di Chiavari «Valente Rupinaro», Cap. Copello, fu sbarcato ammalato nel 1820 a Savanilla, di ritorno da un viaggio per il traffico dell'indaco. Ristabilitosi e non trovando da imbarcarsi per il ritorno in Patria, si ingaggiò quale Pilota Mayor (Capitano) su una goletta da guerra appartenente al Governo rivoluzionario della Columbia, che lottava contro la Spagna per la propria indipendenza. Stimato dalle autorità per la sua pratica nautica, si ebbe poi il comando di un altro bastimento armato in corsa, «La Guerrera», con il quale trasportò da Santa Marta alla Provvidenza le varie compagnie di insorti capitanati da un ex-colonnello Napoleonico, il colto e valoroso italiano Agostino Codazzi. Nell'ultimo viaggio la nave, sorpresa da un uragano fu gettata su una scogliera e affondò. I naufraghi, più di trecento, sarebbero certamente periti di fame senza il coraggio del rapallese. Egli improvvisò una zattera di fortuna e da quell'isola sperduta si diresse ove supponeva fosse l'approdo di Provvidenza. Riusclto nell'intento, ritornò con un veliero e poté salvare tutti i trecento naufraghi della «Guerrera». Questo pilota Costaguta si ebbe dal Governo indipendente della Columbia degli estesi terreni sul Maddalena e morì nella sua «hacienda» ancora in buona età. Il signor Pietro Cuneo di Chiavari, che in gioventù ebbe commerci di tessuti in Bogotà e a Quito, ci diceva che laggiù lo si ricorda ancora come «el Capitan Rapallès».

Altro buon casato marinaro di Rapallo fu quello dei Bontà. Nel corso del 1700 navigarono vari Bontà, tutti «Padroni» di velieri da cabotaggio. Un nipote di questi navigatori fu Emanuele Bontà, nato a Rapallo verso il 1800. Nel 1825 era già Capitano e Padrone di una grande «feluca», una vera diligenza del mare, che faceva i viaggi a giorni fissi, trasportando passeggeri e merci. Partiva dal Langano, scalava a Portofino e poscia puntava direttamente su Genova. Tempo permettendo erano due i viaggi settimanali di questa feluca di Cap. Manuelo.
(Prima dell'apertura della strada ferrata, le Feluche ed i Bovi della Riviera di Levante ed i Cotri di quella di Ponente, che facevano servizi di merci e passeggeri da e per Genova, erano assai numerosi e preferiti dall'elemento rivierasco che doveva recarsi a Genova per l'imbarco sui grandi velieri oceanici. I marinai preferivano le «feluche» alle «diligenze» perché sulle prime potevano imbarcare, gratis, le pesanti casse di bordo, il sacco d'incerata e molto spesso il «collo» della paccotiglia, formata di pizzi al tombolo, di macramè di Chiavari, di seta della Lorsica e delle maglierie che ogni buon marinaio portava per conto proprio agli scali del Plata e del Pacifico. Camogli arrivò a contare ben sei feluche-diligenze e poi, anno 1860, su vaporetto a ruote chiamato «Camuggi»; Bapallo ebbe quella del «sciù Manuelo» ed un'altra di Padron Solari; Santa Margherita una di Galleano; Sestri Levante due degli Stagnaro e Bonassola, terra di tanti navigatori, ebbe un celebre e veloce «bovo» coperto, che partiva tutte le settimane, scalando a S. Margherita e a Recco).
Più tardi, con i proventi del suo tenace lavoro Cap. Bontà armò una Scuna a verga secca, con la quale si dedicò ai traffici di Sardegna e dell'Elba. Conseguito poscia - e proprio nell'antico Istituto Nautico di Rapallo - il diploma di Capitano di lungo corso, partì per Buenos Avres al comando del brigantino «Madonna di Montallegro». E a somiglianza di altri Capitani rivieraschi, Cap. Emanuele Bontà rimase molti anni laggiù, dedicandosi alla navigazione fluviale fra i porti della provincia di Buenos Ayres e quelli di Corrientes. Fu in quel tempo che lo raggiunsero in terra argentina i suoi due figli, Marco e Carlo Bontà, mentre un altro figlio, Giacomo, stava terminando a Rapallo gli studi nautici. Cap. Manuelo dovette ritornare più tardi in Patria, perché colpito da quella febbre palustre, il «chucho», che coloro che navigarono l'Alto Paranà, specialmente nelle zone di Posadas e della «Mesopotamia Argentina» sanno quanto è violento e spesso micidiale. Dal suo ritorno la piccola casetta di Avenaggi allietò il riposo del buon lupo di mare. Ma poi il lontano richiamo dei figli e, forse, anche un po' il nostalgico ricordo dei grandi fiumi navigabili dell'Argentina, decisero il suo ritorno in America. Cap. Emanuele Bontà rivide ancora la «Barra», «Punta de Indio» e l'insidioso «Banco Inglese» e la distesa gialla e sconfinati del maestoso estuario del Rio de la Plata. E nei giorni della sua serena vecchiaia sarà andato spesso a visitare i tanti bastimenti di Liguria che si ancoravano, numerosi, alla «Vuelta de Rocha» o lungo la palizzata di Pedro de Mendoza. Ed avrà ricordato i suoi tanti viaggi e le sue ardite traversate. Tutta una vita passata sul mare. Poi vi furono gli anni del lento declino, lontano dalla sua Rapallo. Ma v'erano i figli, a lenire il dolore della dipartita. Capitan Manuelo, autentico lupo di mare dell'epoca della vela, si spense serenamente fra le braccia dei figliuoli Marco e Carlo Bontà che a Buenos Ayres avevano fondato importanti case di commercio.

L'altro figlio, Capitano di lungo corso Giacomo Bontà, calcò le orme paterne dopo d'avere, giovanissimo, preso parte alla battaglia di Lissa. I suoi viaggi oceanici furono innumerevoli. Si occupò anche di paccotiglia e di mercatura, dimorando a B. Ayres vari anni, ove lo si ricorda ancora quale socio fondatore di varie benemerite Società italiane, quali l'Unione e Benevolenza, l'Italia Unita e l'Unione Genovese, che specialmente alla Boca del Riachuelo e in Barracas al Nord vantò tanti soci rivieraschi. Rapallo ricorda questa bella tempra di navigatore dal fare rude e sincero. Seppur già ammalato egli potè, dalla sua casetta rossa, ascoltare ancora il gioioso canto delle campane di Rapallo annunzianti la vittoria finale delle armi d'Italia. E sentì il passo ferrato di coloro che ritornavano, vincitori, dalle giogaie del Carso. E nella gioia di quell'ora suprema la sua mano scarna, resa ormai diafana dal lungo soffrire, poté accarezzare ancora il suo vecchio libretto di navigazione, quello che in una pagina ingiallita portava l'annotazione della battaglia di Lissa, alla quale egli s'era guadagnata una menzione onorevole. Il cocente dolore del 1866 era ormai vendicato. Ben vendicato. Sembrò proprio che Cap. Bontà non aspettasse che la vittoria finale, per andarsene. Infatti pochi mesi dopo, nel giugno del 1919, i suoi occhi così serenamente buoni e onesti si chiusero. Per sempre. Ma v'era già sul mare, a continuare il ciclo marinaro dei Bontà, un suo figliuolo, il Cap. Luigi Benedetto. Ancora poco tempo fa l'abbiamo trovato sulla plancia dell'«Àugustus» dirigendo la manovra. La bella nave italiana se ne andava verso lidi lontani. Verso quei mari che altri Bontà di Rapallo, i suoi Vecchi, avevano già solcato. Un secolo fa. Così, sempre così, con la bella e tradizionale continuità marinara delle nostre famiglie rivierasche.

Di altri antichi navigatori rapallesi, che emigrati quasi un secolo fa in terre lontane, si fecero onore con le opere e con i commerci, ci è caro ricordare Giuseppe Sanguineti, marinaio di Rapallo, sbarcatosi a Buenos Ayres da un veliero di Camogli, il «San Prospero», nell'anno 1838. Questo rapallese era stato in gioventù garzone di una piccola fabbrica di paste alimentari, stabilita a Rapallo in un fondaco in Via Vittorio Emanuele. Visto che in Buenos Ayres non esisteva ancora detta industria, il Sanguineti ne impiantò una assai rudimentale, in un piccolo «galpon» situato sulla «barranca» di Calle Balarce. Poi, a poco a poco, a forza di sacrifici, onestà e lavoro, trasportò la sua fabbrichetta - e la ampliò - in un terreno della Calle Artes. Si può dire con certezza che questo rapallese ha il vanto di essere stato il primo a fondare in Buenos Ayres, un secolo fa, la prima - seppur rudimentale - fabbrica di paste alimentari. Verso il 1847, quando più forti imperversavano le lotte tra il Partito «Federale» rappresentato dal dittatore Manuel de Rosas e il partito «Unitario» impersonato dai fedeli e colti seguaci del generale Juan B. Lavalle, il Sanguineti, in piena buona fede, diede asilo nella sua casa a dei signori per bene, arrivati una notte dalla campagna. Denunziato alle autorità per aver ricoverato degli «unitari», fu fatto prigione e condotto ai quartieri di S. Benito di Palermo, per essere fucilato. Lo seppe la figlia del dittatore, la dolce e buona Emanuelita Rosas, che subito perorò la causa del rapallese davanti al terribile - ma anche giusto - generale Juan Manuel de Rosas. Il quale, sentite le ragioni e vista la buona fede del Sanguineti, revocò l'ordine di fucilazione con questa curiosa motivazione: «Che si perdonava al «gringo» Sanguineti, per non privare Buenos Ayres d'un uomo che aveva saputo per il primo far conoscere la fabbricazione di «fideos»».
Giuseppe Sanguineti ebbe numerosa discendenza e morì molto anziano. I Rebora di Recco discendono da lui per via materna. Ed a Buenos Ayres il suo ramo diretto è oggi ai posti di comando. Suo pronipote è quel generale dell'esercito argentino Sanguineti, figura di primo piano nell'elemento militare, lo stesso che pochi anni fa figurò nelle lotte politiche imperniate sul nome del generale Justo.

Un'altra bella figura di emigrante rapallese fu quella di Giuseppe Canessa fu Gio. Batta. In gioventù fu marinaio sulle barche «coralline» che andavano a pescare i rossi zoofiti sui banchi della Tripolitania. Fu poi combattente a Lissa, sulla «Vittorio Emanuele», guadagnandosi una medaglia d'argento. Imbarcatosi più tardi su un legno mercantile genovese, di quelli che andavano al Pacifico per la caricazione del «guano» alle Chinchas, sbarcò al Callao, chi dice nel 1867 e chi nel 1869. Stabilitosi a Lima, vi fondò una piccola casa di commercio. Chiamò poi da Rapallo due suoi piccoli figliuoli: Gio. Batta e Gerolamo. E a forza di lavoro onesto e di oculata economia, aiutato dai figli divenuti grandi, arrivò a fondare ed a far prosperare una grande industria del cuoio, che fu una delle più importanti del Perù. E che fece e fa onore a Rapallo e all'Italia. Perché la vecchia casa rapallese, fondata nel lontano 1870, esiste ancora ed opra sotto la ragione sociale «Canessa Hermanos», diretta da un intelligente ed intraprendente figlio di Rapallo: Ratto Gio. Batta, rilevatario della ditta antica.

Un'altra rude ma simpatica figura di vecchio navigatore emigrato fu quella del Capitano marittimo Biagio Arata. Ottimo Capitano, formatosi alla forte scuola dei grandi lupi di mare camogliesi. Negli anni dell'infanzia naviga sul «Valparaiso», un grande veliero che portava mercanzie e passeggeri a Montevideo, Buenos Ayres e Callao. E che dal Pacifico faceva le traversate del «guano» ad Anversa. Poscia passa sul brigantino camogliese «Industria» per i traffici del grano di Berdiansck. Verso il 1870, quando a Rapallo - allora ancora molto marinara – vi era la Scuola di Nautica diretta dall'illustre prof. Salviati (un uomo emerito che insegnò a più di cinquecento Capitani camogliesi l'arte del buon navigare), il Biagio Arata frequenta detta Scuola e ne esce diplomato Capitano. Negli intervalli, fra studio e studio, effettua un viaggio con il grande ship camogliese «Due Cecilie», che era dell'armatore Valle, ed uno con il «Castel Dragone» dell'armatore Schiaffino. Poscia su un altro ship camogliese che si chiamava «Amore», a ricordo della gentile e tragica storia di due cuori. E poi ancora sull'«Emilia Figlia», uno dei più maestosi bastimenti dell'armatore camogliese Cap. Cav. Prospero Lavarello, per un viaggio Londra-Singapore. L'ultimo suo viaggio lo fece con il «Peppino R.», verso il 1874. Poi anche lui prese la via delle Americhe. Stabilitosi a Iquique, lavorò duro, con la bella e onesta tenacia che tanto distinse i rivieraschi nelle nazioni del Sud-America. La sua casa di commercio era, già nel 1885, una delle più importanti di Iquique. Ritornò a Rapallo anziano. E nella città natia, ove tante cose gli ricordavano la lontana infanzia operosa, passò la sua serena vecchiaia.

(continua)

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