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La Chiesa milanese in Liguria (10/10)

Atti della Società Ligure di Storia Patria – Vol.II, Parte I, 1870

(precedente)

Quantunque l'assoluto difetto di documenti ci vieti di ricercare nei loro particolari le primitive costituzioni della Chiesa Genovese, non vuolsi però mettere in dubbio che l'elezione de' Vescovi sia seguita fra noi giusta le norme che si praticavano comunemente a quest'uopo, e che più Concilii aveano solennemente approvate e sancite. Il seggio episcopale doveva perciò rimanere vacante il minor tempo che fosse stato possibile, ed in ogni caso non più di tre mesi; l'eletto voleasi tolto dai cardinali, ossiano canonici, della Chiesa vedovata, ed anzi quegli che tra' medesimi venisse per integrità di costumi, vastità di scienza ed attitudini speciali riguardato il digniore, secondoché raccomandarono nelle loro epistole varii Pontefici. Prescrizioni santissime, ma che troppo di frequente, a cagione di torbidi, furono poste in oblio. Difatti nei primi accenni che rispetto a questo argomento si trovano negli Annali di Caffaro, leggiamo che dopo la morte di Ottone (1120) per… tres annos stetit civitas sine episcopo; e la lunga vacanza, rileva opportunamente il ch. Grassi, trova bene la sua ragione nelle fierissime vertenze che erano sorte poco prima fra il Comune di Pisa e quello di Genova, combattenti per l'onore ed i privilegi del rispettivo Episcopato, non meno che nella condotta dell'arcivescovo milanese Anselmo da Pusterla già altrove da noi ricordata.
Quanto è poi della elezione de' Vescovi, essa era dai sacri canoni demandata al clero ed al popolo; i quali, trattandosi di un suffraganeo, aveano obbligo di farne entro l'accennato spazio di tre mesi la presentazione o postulazione al Metropolitano, e, trattandosi di un Metropolitano, al Pontefice. Non facendola, scadeano per quella volta dal loro diritto; ed il Metropolitano od il Papa provvedeva da sé alla cattedra vacante. Abbiamo detto dal clero e dal popolo, ma non voglionsi intendere già quelli di tutta la Diocesi, bensì limitatamente i chierici e gli abitatori della città; i quali componeano insieme la civium universorum collectio, come esattamente si esprime, secondo a noi pare, il cronista Landolfo seniore. Così il nostro vescovo Oberto, parlando della elezione di san Siro, nota che cuncta Plebs Januensis Urbis unanimiter et consona voce sanctum ministrum Syrum in Sacerdotem subrogaverunt; e ci è buon testimone, se non altro, dell'uso vigente nei tempi in che egli scriveva. Né, riflette il Nardi, poteva essere altrimenti; «considerando che chi avesse fatti venire i villani ed i preti rurali, i quali dipendevano dai potenti, i primi per colonia, i secondi o per patronato o cappellania, … sarebbero stati inevitabili i partiti e le male arti, e indipendentemente da ciò ne sarebbe nata una strana confusione». Cionondimeno se ristringendo nei soli preti ed abitanti della città il diritto di concorrere alle elezioni si menomarono i pericoli, questi per fermo non si scongiurarono affatto, in ispecie dopo le grandi contese che tennero sì acerbamente divisi il Papato e l'Impero. Del resto, lasciando anche da parte le dissidenze politiche, come mai sarebbesi potuta contenere una moltitudine sempre grande e per lo più indocile e capricciosa, senza che in mezzo ad essa si aprissero l'adito que' brogli che in altro campo viziano pur oggi la espressione delle popolari elezioni? Fu dunque bene inteso e provvido il costume de' tempi posteriori, quando la nomina de' nostri Vescovi ebbe luogo per compromesso, in quella guisa medesima che troviamo essersi adoperato eziandio per le civili magistrature. Che se del tempo nel quale andò in vigore siffatto sistema a noi mancano gli indizi per discorrerne con sicurezza, vogliamo però osservare che a mezzo il secolo XI non doveva essere ancora introdotto, giacché il precitato vescovo Oberto ricorda senz'altro il concorso alle elezioni di tutta la Plebs Januensis Urbis. Ma neppure si ha da credere posteriore gran fatto agli inizi del secolo XII, se si avverta che l'annalista Caffaro descrivendoci le cerimonie giusta le quali seguì nel 1163 la nomina dell'arcivescovo Ugone, mostra parlarne come di pratiche non più nuove allora. Eadem vero die (così egli si esprime, e fu per avventura il 1° di ottobre) statim post humationem ipsius (Syri II), convenerunt clerici et religiosi viri, consules quoque et pars magna senatus, et de eligendo pontifice tractatum habentes, in unum spiritum convenerunt. Commissa est itaque electio abbatibus sancti Benigni, sancti Syri, sancti Stephani, prepositis sancte Marie de Vineis, sancti Donati, presbiteris Johanni de sancto Damiano, Vassallo sancte Marie de Castro, Oberto de sancto Ambrosio, canonicis quoque presbitero Ribaldo, magistro Anselmo et Dodoni subdiacono, qui omnes de electione ipsa in hunc modum iuraverunt: Sancti Spiritus adsit nobis gratia. Ego cum sociis mihi ad hoc assignatis, absque omni fraude et dolo, nihilum obstante vel persuadente amore vel odio, timore aut servicio ullo, eligam in archiepiscopum civitatis huius illam personam quam moribus et scientia ad hoc convenientiorem et honestiorem et utiliorem cognoscam, vel sine fraude credam, ita tamen quod nostre huiusmodi electioni publice annuerit.
Quo iuramento prestito, convenerunt iuxta altare beati Laurentii nominati electores, et prius in canonicos inspicientes eiusdem ecclesie, elegerunt in Archiepiscopum dominum Ugonem, qui tunc archidiaconus erat; qui eadem die a clero et populo in sede pontificali est feliciter constitutus.

Né in guisa dissimile avvenne la nomina del successore immediato di esso Ugone, descrittaci da Ottobono Scriba sotto l'anno 1188; e né pure da tale disciplina si dipartirono gli elettori di Ottone alessandrino nel 1203 e di Giovanni da Cogorno nel 1239. Bensì in queste due ultime elezioni fu assai più esiguo il numero dei compromissari: manifesto segno che il Capitolo Metropolitano divisava ormai di ristringere in sé stesso quel dritto. Né il farlo poteasi giudicare onninamente fuor di ragione; perché col moltiplicarsi delle parrocchie in città, il clero secolare non era più tutto nella cattedrale; mentre l'intervento del regolare, secondo rileva il Nardi, non procedette mai da alcuna ragione assoluta, ma piuttosto da una speciale cortesia od anche da qualche privilegio particolare. Al Capitolo adunque nell'una e nell'altra delle ultime elezioni citate vedonsi riserbate, giusta siffatto principio, o la ingerenza esclusiva, o quanto meno la preponderanza. Conciossiaché alla nomina di Ottone concorrono soltanto il preposito e l'arcidiacono di san Lorenzo; e per quella del Cogorno electi fuerunt electores duo de Capitulo, videlicet dominus magister Hugo prepositus et presbiter Rollandus, et unus de omnibus aliis, scilicet abbas sancti Syri, fuit electus per alios prelatos. Ma rispetto a quest'ultimo il cronista diligente si affretta a soggiunger la clausola: salvo iure Capituli.
Frattanto il sistema delle elezioni per compromesso veniva a soggiacere, e quasi dissi a soccombere, a due colpi gravissimi; conciossiaché l'anno 1253 papa Innocenzo IV, forse perché genovese, volle di sua spontaneità provvedere al governo della nostra Chiesa , dando al Cogorno un successore nella persona di Gualtieri da Vezzano. Poi, morto costui nel 1274 (26 settembre), essendo la città desolata da gravi torbidi e sottoposta ad interdetto, trascorse il tempo utile onde fruire, giusta le prescrizioni dei Concili del diritto di nomina; né in seguito gli elettori si arresero allo invito di papa Gregorio X, il quale avea con lettere del 4 giugno 1275 ordinato loro di comparire al suo cospetto entro lo spazio di un mese, allo scopo di provvedere di concerto al seggio lungamente vedovato. Di questa guisa l'arcivescovado continuò a rimanere vacante infino a che Ottobono Fieschi, salito alla cattedra papale col nome di Adriano V, nel breve tempo in cui provò quanto pesi il gran manto levò via l'interdetto, e seguendo l'esempio di suo zio Innocenzo IV, mandò a reggere la Chiesa nostra Bernardo da Parma (1276), il quale per dirla coll'annalista nec Comuni fuit nec populo gratisous. Cosicché, conclude il Paganetti «fecero più di novità su questo punto i due Pontefici genovesi, che gli stranieri».
Che se tosto, alla morte di Bernardo (1287), il Capitolo Metropolitano fece prova di richiamare in sé stesso la prerogativa della elezione; la discordia de' suoi membri, che si scissero in quattro partiti eleggendo ciascuno un campione, diede origine a tali scandali di cui niun fatto valse meglio a corroborare la intromissione assoluta de' Papi. A cessare pertanto ogni contesa, Nicolò IV deputava Obizzo Fieschi all'amministrazione della Chiesa Genovese (1288); e dopo la costui morte eleggeva in arcivescovo Jacopo da Varagine (1292), come più tardi Bonifazio VIII nominava a succedergli il famoso ghibellino Porchetto Spinola (1299). Tuttavia si vuol riflettere come entrambe le elezioni, piuttosto che abrogare nettamente l'antica disciplina, fossero fatte in via di mera eccezione, ed avessero per causa le turbolenze che ogni dì più infuriavano in Genova. Tanto è vero che la bolla di nomina dello Spinola afferma avvocata la stessa alla Santa Sede per questa volta, e con ciò viene a riconoscere implicitamente il diritto del Capitolo Genovese. Sane dudum Ecclesia Januensis per obitum bonae memoriae fratris Jacobi… Pastoris solatio destituta, nos provisionem ipsius Ecclesiae hac vice dispositioni Sedis Apostolice duximus reservandam. Difatti le due posteriori elezioni ebbero nuovamente luogo mercè l'opera di esso Capitolo; conciossiaché leggiamo nello Stella (1321) che, morto appena lo Spinola, a canonicis… Ecclesiae Januensis Bartholomeus de Regio, qui erat ex ipsis canonicis… archiepiscopus fuit electus; e sappiamo del pari che dai canonici stessi (1336) fu nominato Goffredo Spinola. Se non che quest'ultima elezione non potea più considerarsi legale, dacché per bolla data in Avignone del 30 luglio 1322, papa Giovanni XXII rendendo più stabile il sistema che in via temporanea vedemmo adottato da alcuni suoi predecessori, avea riservato alla Santa Sede il provvedere non pure a' Vescovadi, ma ad ogni altro benefizio che fosse d'allora in poi rimasto vacante nel patriarcato d'Aquileia, e nelle archidiocesi di Milano, Ravenna, Genova e Pisa. Difatti Goffredo rinunciò tosto ad ogni ragione derivante dalla nomina capitolare nelle mani di Benedetto XII; e questi mandò al governo della nostra Chiesa Dino di Radicofani trasferendovelo dal Patriarcato di Grado. Vero è che la bolla in discorso allega siccome causa di tale riserva le gravi discordie che ad ogni elezione si concitavano, e limita quindi lo esercitarla donec…, sublata procella temporis impacati, eisdem Ecclesiis et personis earum plena in eligendo securitas ministretur; ma è vero altresì che questa disposizione non venne mai rivocata; per modo che le successive nomine degli Arcivescovi Genovesi furono tutte fatte dai Sommi Pontefici. «Forse altrimenti sarebbe ito l'affare (concluderemo col Paganetti), se avesse nelle elezioni avuto parte col Capitolo il clero, e col clero il popolo tutto…; ma perché prima del clero cessò il popolo, e poi dal Capitolo fu escluso il clero, così ora il Capitolo restò escluso dal Papa. Della mondana politica negli affari di Chiesa queste sono le solite conseguenze».

Venendo ora a trattare della consecrazione, rammentiamo come innanzi all'erezione della nostra Chiesa in metropolitana, questa cerimonia spettasse di pieno diritto agli Arcivescovi Milanesi; e come essi vi potessero anche ottemperare col mezzo di delegati, ed eziandio oltre i limiti segnati alla vastissima loro Archidiocesi. Difatti allorché l'arcivescovo Anselmo IV disponevasi a partire per la Crociata, Grossolano eletto vescovo di Savona fu per ordine di lui consecrato in Milano da Armanno di Brescia, Airaldo di Genova, Mainardo di Torino; e d'altra parte Villano successore di Armanno nella sede di Brescia venne consecrato dall'arcivescovo Giordano da Clivio (1116) in Roma.

La bolla poi del 1133, con cui lo stesso papa Innocenzo II elevava la Chiesa di Genova alla dignità metropolitica, dovendo in tutto pareggiarla a quella di Pisa, disponeva ut Januensis Archiepiscopus, eo ordine quo et Pisanus, a solo Romano Pontifìce consecretur; non senza aggiungere quod si forte Pisanus Archiepiscopus a suis suffraganeis fuerit consecratus, Januensis quoque a suis nichilominus similiter consecretur. Oltre di che nel modo stesso in cui Onorio II aveva, sino dal 1126, consentito a favore del Primate Pisano l'uso del cavallo nelle processioni, coll'ornamento di una bianca gualdrappa, così egualmente la bolla sopra detta il concedeva all'Arcivescovo Genovese, accompagnandovi eziandio il privilegio di farsi recare innanzi la croce per tutta la diocesi (provintia).


Nei primi tempi del Cristianesimo il nome di ecclesia venne attribuito genericamente a tutti gli edifizi nei quali furono soliti di congregarsi i fedeli. Moltiplicatisi poi col volgere de' secoli siffatti luoghi, s'introdussero più distinzioni; ed ecclesiae chiamaronsi quelle soltanto ove si celebravano i riti più solenni, che è a dire le cattedrali, mentre gli altri edifici assunsero gli appellativi di basiliche, oratorii, cappelle, e somiglianti. Le cattedrali poi si dissero anche madri e matrici, pievi, battisteri, o chiese battesimali; e parrocchie talvolta si chiamarono eziandio le intere diocesi.

Il battistero poi era un tempietto per lo più separato dalla Cattedrale, ma ad essa vicino; e così è del nostro di san Lorenzo, tuttora esistente sul lato sinistro del Duomo: le porte del quale battistero sappiamo che appunto nella citata solennità del sabato santo, lungo il secolo XII, custodiva il Cintraco donec Archiepiscopus et canonici veniant ad benedicendos fontes cum processione. E ciò naturalmente per impedire i disordini della folla che vi conveniva all'oggetto non solo di vedere, ma anche di essere battezzata; giacché molti allora tardavano a ricevere questo sacramento infino agli anni della vecchiaia.

Le leggi caroline dispongono che le decime pagate dal popolo si dividano in quattro parti, l'una delle quali si dia al Vescovo, l'altra ai cherici, la terza s'impieghi a sollievo de' poveri, la quarta si spenda nella fabbrica e nel mantenimento della chiesa episcopale. Raccomandano inoltre a' vescovi che le riscuotono di provvedere acciò le chiese e cappelle comprese nella loro parrocchia, emendentur et luminaria eis prebeantur; infine, che da esse i preti inservienti possano trarre onde vivere.

Rammenta eziandio la decima del mare; e con siffatto nome accenna a quella imposta onde a favore del Vescovo erano colpiti i traffici marittimi, e che doveasi così dai genovesi come da' forastieri che navigavano insieme con essi. E dico che colpiva i traffici, perché le navi armate in corso ne andavano immuni, mentre non poteano esimersene i proprietari di que' legni che li avessero venduti, quando anche la vendita fosse seguita in paese straniero. Forse i nostri Prelati ebbero la concessione di questa decima per autorità imperiale, così come gli Arcivescovi di Milano, secondo attesta Galvano Fiamma, ebbero per tale autorità la gabella (teloneum) sulle strade regie e sopra qualunque carro, cavallo od uomo che entrasse in città; sì che d'ogni carro di legna prendevanoun pezzo, d'ogni sporta di pesci un pesce, d'ogni infornata un pane. Nel modo stesso la Chiesa di Cremona ripeteva, o almeno pretendeva ripetere da Carlo Magno, e men dubbiamente da altri Imperatori, alcuni dazi e i tributi del sale onde in effetto godeva Veniva poi la decima del mare esatta proporzionatamente alla importanza delle diverse traversate; e pagavasi in natura, trattandosi di sale, di grano e di biade. Per ogni altro genere di mercanzia, sopra ciascuna nave che giungesse dal Pelago si percepivano 22 soldi ½, ed una metà soltanto di questa somma se tornava di Sicilia; nove soldi per ogni arrivo dalla Sardegna, e sette per ogni approdo dalla Corsica. Né coloro che partiti da qualche punto delle Riviere fossero direttamente sorti nel nostro porto ne andavano immuni, sempre che quivi stesso avessero smerciate le loro derrate.
La decima poi, quanto è almeno delle navi reduci dal Pelago, riscuoteasi nell'interesse della Chiesa dagli stessi nocchieri su tutti i naviganti; e la Curia ne lasciava in compenso a' collettori una parte (soldi 2 ½), ovvero forniva loro un pasto. Infine gli emendatori aveano del 1166 inserito nel Breve della Compagna un capitolo, in forza del quale gli associati giuravano che al ritorno da ogni viaggio avrebbero satisfatto all'obbligo della decima, secundum quod consuetudo itineris exegerit in ordinatione Consulum.
Ci rimane a soggiungere che ad egual trattamento andavano soggette le navi che avessero approdato in ogni altro porto scalo del terrirorio cui si estendeva la giurisdizione spirituale del Vescovo. Ce ne stanno mallevadori più documenti nei quali per questo rispetto si citano Rapallo, Sestri, e quanto di littorale si stende dalla pieve di Lavagna a Portovenere.

il Comune, mirando a liberarsi da ogni ingerenza ecclesiastica, o come oggi direbbesi a secolarizzare il governo, contestava forte all'Arcivescovado il possesso di tale diritto. Donde nasceva un litigio, composto poscia in virtù di transazione ai tempi di Gualtieri da Vezzano. E la forma del componimento era questa (1258): che l'Arcivescovo rinunziava all'esercizio degli allegati diritti; il Comune, a compensarnelo, gli pagherebbe annualmente cento lire di genovini, e aggiungerebbe cinquanta mine di sale.

Comunque siasi i Vescovi, divenuti signori, non mancarono di procacciarsi a loro volta de' vassalli, consentendo in feudo alcune delle proprietà della Chiesa. I quali vassalli certo erano di condizione elevata, e forse anche scelti fra gli ufficiali mandati a reggere il dominio con titolo di viceconti od altro somigliante.

I beni della Chiesa posti in città e nel borgo occidentale rilevavano direttamente dall'Episcopio, e perciò dall'Economo o Vicedomino; quei delle valli e delle riviere erano distribuiti nelle cinque Curie di Molassana, di San Michele di Lavagna o di Graveglia, di Nervi, di San Pier d'Arena e di Medolico.

Tra le Curie anzidette poi sono certamente di più antica formazione e di maggiore entità quelle di Molassana e di Lavagna. Perché la prima oltre all'abbracciare tutta la valle del Bisagno, si estese in origine anche ad alcuni punti dell'opposto versante della Polcevera, compreso il borgo ed ora città di San Pier d'Arena, mentre guadagnando l'erta del Greto, discese eziandio nella ubertosa valle di Scrivia sino a Busalla; la seconda spaziò da Rapallo a Sestri lungo la costa del littorale, e si addentrò quindi nella Fontanabuona.

Ma vi ha pure un altro genere di istrumenti del quale, a complemento del fin qui esposto, è mestieri ci intratteniamo: intendo le precarie o prestarie, confuse non infrequentemente co' libelli enfìteutici, ma che sono in sostanza locazioni a vita od anche per due generazioni, le quali mediante un piccolo canone, si faceano dalle chiese ai loro devoti, e riguardavano i beni ch'esse aveano ricevuti dai medesimi in donazione. Il che non toglieva già ai locatarii la libertà, ma induceva l'obbligo di ossequi e di fedeltà; era in sostanza una soggezione di persona a persona, ossia la ligietà, uno degli antichissimi elementi del feudo. Diceansi poi tali contratti precarie, perché la prima parte dell'atto conteneva la preghiera dei donatori; prestarie, perché la Chiesa, annuendo alle fattele istanze, concedea loro i beni siccome a prestito. Né vuolsi credere che liberalità siffatte movessero sempre e semplicemente da spirito di religione; ché molto v'entrava eziandio la pia industria di procacciarsi una valida protezione, e di godere quietamente i propri beni, esenti dalle pubbliche gravezze, tra cui l'eribanno fu certo la maggiore, abbandonando quindi alla Provvidenza la cura dei posteri. Bene è vero che l'imperatore Lotario I riparò poscia alla frode, sottoponendo anche siffatta specie di beni agli oneri del pubblico servizio; ma la consuetudine non venne meno, conciossiaché, soggiunge il Muratori, quantunque il donatore «con tal arte non si sottraesse ai pubblici aggravii, pure col patrocinio della Chiesa difendeva i beni livellarii dalle unghie del Fisco, e dalla violenza dei potenti».
Ripiglia il Cibrario osservando che le precarie e prestarie furono più antiche e frequenti oltre l'alpi che in Italia, dove, se non il fatto, certo il nome rimase pur sempre raro. Ad ogni modo poi tale contratto «s'usava con persone libere e, per l'ordinario, di condizione rilevata; perché ai poveri ed ai rustici di rado si faceano tali concessioni senza apporvi patti servili». La scritta rivestiva insomma l'apparenza di una semplice locazione a lungo termine, ed il prezzo della medesima stipulavasi il più frequentemente in denaro, senza alcun aggravio di prestazioni in natura o d'opere personali e reali, che se non l'essenza presentavano almeno i caratteri della servitù.
Le concessioni fatte a titolo di precaria si risolveano quindi in investiture feudali, ed erano perciò rette dalla Costituzione di Lotario III sui feudi, inserita all'uopo nel nostro Codice. Gli investiti costituivano la classe dei nobili vassalli, cui si aggiunsero in seguito potenti signori anche stranieri alla Liguria, e formavano propriamente la Corte del Vescovo. Dividevansi in vassalli di città e di contado; e tra i primi erano scelti i vessilliferi, cui il Registro addita nelle persone di Merlo da Castello, dei figli di Gandolfo di Ripa, d'Alberto e Merlo di Palazzolo e dei Signori di Sommaripa. Tra i secondi si annoverano il marchese Obizzo Malaspina, i Signori di Nassano, i Conti di Lavagna, i Signori di Mongiardino e Fulcone Stretto nobile di Piacenza. Or questi vassalli, oltre l'obbligo della fedeltà da giurarsi all'Arcivescovo, sicut bonus vassallus … suo bono domino et vero, non solamente all'atto dell'investitura ma ad ogni elezione di Prelato, e il censo pattuito in denaro, veggonsi pur gravati non raramente della prestazione di varii uomini. I quali in complesso ascendono a ventitré, e sono dovuti da ventidue vassalli, perocché due si trovano imposti a Merlo di Castello. Ma anche quest'onere si risolve in moneta; perché la contribuzione d'ogni uomo si può cambiare nella prestazione di dieci soldi.

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