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    Pezzi di storia

Rapallo, antica sede di capitaneato (3/4)
di Gio. Bono Ferrari

tratto dal libro "L'epoca eroica della vela" di Gio. Bono Ferrari, 1941

(precedente)

Nella primavera del 1864 un gagliardo giovanotto rapallese, stufo dei viaggi di cabotaggio e della magra mercede connessa, prendeva energicamente la via delle Americhe, in cerca di vita nuova e di fortuna. Era sua intensione dirigersi al Perù, ove i rapallesi s'erano già affermati con solide case di commercio. Il destino panorama invece lo scaraventò nella Repubblica del Salvador, ove da anni risiedeva un Canessa suo parente. Il giovane emigrato si chiamava Ambrogio Canessa, nato a Rapallo nel 1846. Pure essendo dotato di buona istruzione, i primi anni furono assai duri. Ma il rapallese non si scoraggiò. Entrato a lavorare in una piccola «fazenda», imparò la coltivazione del caffè e il segreto dei vari innesti della pianta preziosa. E appena poté, con le prime economie, acquistò dei campi lontani, di quelli che i creoli credevano di nessun valore. V'era da fare tutto, nella regione ove si spinse Ambrogio Canessa. Non solo bisognava disboscare e distruggere le ceppaie e le tante tenacissime liane. Ma bisognava altresì difendersi continuamente dagli agguati del felino giaguaro e dall'insidia dei tanti rettili velenosi della «savana». Chi saprà mai quanto lottò e soffrì Ambrogio Canessa prima di poter vedere nella «fazenda» da lui fondata e chiamata «La Veneziana», le piccole delicate piante crescere in filari e poi diventare adulte e redditizie? Chi potrà mai raccontare quello che passava nell'aperta mente del rapallese in quei lontani tempi che, pioniere fra i pionieri, oprò e penò onde affermare nella Repubblica del Salvador, primo fra tutti, la coltivazione razionale del caffè? Perché fu proprio lui, Ambrogio Canessa, quello che diede il la a un'era di vero progresso commerciale. Prima di lui non esisteva una vera coltivazione del caffè, intesa come tale. Ma soltanto, trascuratissima, la coltura di poche piante, fatta da ogni famiglia «creola» per uso proprio. Il caffè si coltivava insomma in quantità assai minima e con metodi primitivi. Come, per esempio, in Liguria qualcuno coltiva pochi alberi di lauro-cerasa. (Mentre che in nostre località prive di acqua e di humus si potrebbero fare delle estese piantagioni di quest'albero così caro agli antichi eroi romani. Perché dalle sue foglie si può distillare un olio che la chimica paga assai bene).
E oggi la Repubblica del Salvador produce annualmente più di un milione di sacchi di caffè dei quali ben ottocentomila si esportano alle Antille, al Nord-America e in Europe, Quando Ambrogio Canessa principiò a disboscare la sua prima fattoria non se ne esportava un sacco. Come liguri e come italiani pensiamo che sarebbe tanto bello - e anche tanto nobile - che in qualche piazza di quella lontana Repubblica del Centro America vi fosse un busto o almeno una targa a ricordo del rapallese che con la sua tenacia e il suo lavoro marcò l'inizio della ricchezza di quella nazione. Sarebbe giustizia. Null'altro. Nella provincia di Santa Fè, al nord della Repubblica Argentina, le autorità hanno nobilmente, e da anni, innalzato un bronzeo monumento al primo nucleo di agricoltori piemontesi che avevano osato, sotto la diuturna minaccia degli indiani, fondare prima la Colonia di San Carlo, poi quella di Cavour, «La Esperanza» e «Bella Italia». Erano dei piemontesi oscuri. Ma oggi sono eternati nel bronzo e in capaci blocchi di granito rosso delle Andes. Ambrogio Canessa, morto tanti anni fa proprio sulla breccia, un ricordo se lo meriterebbe.
Perché dopo dello stabilimento della «Veneziana», fondò quello più grande di «El Salto». E quello di «S. Ambrosio», e l'altro estesissimo di «San Mariano». Aveva allo studio fondazione modello, «La Nueva Rapallo», quando la morte lo colse nel 1913. Un suo figlio, nato in America, ma educato in Europa, raccolse le imprese del tenace e benemerito pioniere. Ed invece di sottostare ai voleri dei grandi accaparratori di caffè dell'Havre, d'Anversa e d'Amburgo, stabilì una casa d'importazioni in Italia, risolvendo così l'annoso problema: dal produttore al consumatore.
Il rapallese Ambrogio Canessa non ebbe soltanto il vanto d'avere creato al Salvador le prime fazende di caffè a sistema moderno. Ma egli fu altresì maestro del metodo di raccolta a selezione. Prima di lui i creoli usavano effettuare il raccolto scrollando violentemente i pochi alberelli della propria «chacra». I frutti, somiglianti a piccole olive, cadevano al suolo, maturi e non maturi e venivano poi raccolti assieme a terriccio e pietruzze. E si aveva così un tipo di caffè composto di chicchi aromatici e di chicchi asprigni. Il che dava un caffè affatto prelibato. L'Ambrogio Canessa, a forza di esempio e di persuasione - e vi mise degli annni - riuscì a convincere i suoi «peones» che la raccolta delle rosse bacche del caffè si doveva fare almeno in tre tempi e senza scuotere l'arboscello che è delicatissimo di radice. Il sistema insegnato dal rapallese ed ormai in uso in tutte la «fazende», consiste nel passare varie volte, in giorni alterni, attorno all'albero, raccogliendo soltanto i chicchi rossi e mai quelli gialli o di colore verdastro. Raccolta fatta a mano, ben s'intende, chicco per chicco. Questo metodo permette anche di scartare, fin dall'inizio del raccolto, quei chicchi che per ragioni diverse presentano dei difetti d'origine. Ecco perchè il caffè del Salvador per selezione, per forza e per profumo è oggi così apprezzato. Tutto merito di un rapallese. Che appartenne alla bella falange degli emigranti. Dei silenziosi pionieri italiani. Di quegli uomini che dal 1830 in avanti presero, volta a volta, le vie delle Americhe, per portare laggiù la forza del braccio e la chiarezza delle menti italiane. Benemeriti, santi emigranti dell'epoca ormai lontana del «passaporto rosso». Che andavate per il mondo seguendo delle arcane e misteriose rotte di emigrazione, non tracciate dagli uomini, che poco o niente si occupavano di voi, ma tracciate da Dio stesso. E che avete fatto, proprio da soli, tante cose egregie, come la completa colonizzazione della Repubblica Argentina, come le tante e più moderne «fazende» del Brasile e del Centro America, come tutte le linee ferroviarie, dal Messico alla Patagonia. E che dal nulla creaste quei meravigliosi intercambi commerciali fra le tante città, costiere e interne, del Chile, del Perù e dell'Equatore.
Che avete primeggiato nella coltivazione del cotone negli sterminati campi degli Stati Uniti. Che nella California avete creato le strade, i vigneti e le grandi piantagioni di frutta, fondandovi nel mezzo una città che chiamaste Asti. Che avete dato all'Argentina le sue ciclopiche opere d'irrigazione ed alla Bolivia ed al Perù le ardite strade ferrate a 4000 metri d'altezza. E che ovunque, da Punta Arenas alla Baia di Hudson, avete affermato le stupende caratteristiche della nostra razza, sempre proba e lavoratrice. Con nel cuore il ricordo del paesino lontano e con sulle labbra una sola parola: Italia, sempre Italia…

Il cantiere di Rapallo
Lungo l'odierna passeggiata a mare, proprio ove ora s'erge, fra una gloria di palme, di pinastri e di fiori, il bronzeo monumento ai Caduti, sorgeva allora il sonante cantiere navale, dal quale scesero in mare maestosi bastimenti da 1000 e più tonn. La strada delle Saline, quella dalla tipica porta secentesca, pullulava a quei tempi di calafati e maestri d'ascia. E v'erano i «ciavairi» con le massacubbie ed i ramaioli, nonché i fabbri da chiavarde per commettere i «cruammi». E gli stoppieri, i remieri e il burbero Padron Solaro, socio del camogliese De Gregori, che aveva fondachi di velerie, d'incerate e di bosselli. I costruttori che s'alternarono sull'arenile di Rapallo furono dei più valenti di Liguria: G. Merello, il Craviotto e l'Agostino Briasco. E i clienti più affezionati di quel Cantiere furono i camogliesi. Tralasciando i nominativi delle Tartane, Golette e Scune da cabotaggio, sono degni di riscontro i seguenti bastimenti, tutti da oltre 1000 tonn., e costruiti espressamente per la navigazione dei Capi.
Iside - Ship – Armat. Cap. Rocco Schiaffino di Camogli. Lo costruì G. Merello.
Expresso - Ship – Armat. F. Ferrario. Lo costruì Craviotto.
Generoso C. - Ship – Armat. Cap. Agostino Chiesa di Ruta (Camogli). Lo costruì Agostino Briasco. Andò poi a picco, nella Sonda di Montevideo, l'anno 1874. La figlia dell'armatore signora Luisa Chiesa, sposa del Capitano, del barco Filippo Ogno, si salvò con parte dell'equipaggio, dopo di tre giorni di lotta con il mare in tempesta.
Ferdinando - Ship – Armat. Cap. F. Schiaffino di Camogli. Lo costruì G. Merello.
Nicoletta - Ship – Armat. Cap. Agostino Felugo di Camogli. Lo costruì G. Merello.
Siffredi - Ship - Armat. Cap. Angelo Siffredi. Lo costruì G. Merello.
Giuseppe Emanuele - Ship - Armat. Cap. Filippo Denegri di Camogli.
E per ultimo il maestoso «Caccin», un ammirato alcione di 1500 tonn., marca «Stella», che il Briasco ideò e costruì per l'armatore di Recco Cap. G. B. Cichero.

Antiche intraprendenze dei navigatori rapallesi
Che Rapallo sia stata, fin da antichissimi tempi, mercatante e marinara, se ne ha la comprova nell'opera del De Simoni: «Actes passés à Famagouste» (Génes, 1883).
Dagli atti di notaro Pietro Lecavellum, risalta che nel marzo del 1274 Guido da Rapallo è teste di un atto notarile per un mutuo di 112 bizanti d'oro a Guglielmo De Gregorio. Il 16 marzo un Obertino da Rapallo promette, nanti notaro di consegnare a Nolaschino da Noli 200 bizanti aurei di Babilonia per merce ricevuta.
Il 5 aprile 1274 Giovanni di Ruisecco da Rapallo promette vendere, d'accordo con il socio Nicola Batofoglio di S. Ambrogio, una loro nave intitolata «Santa Fede» quando arriverà al porto di Ajaccio, ad Ansaldo Garria da Savona.
Il navigatore Guido da Rapallo figura in un atto di Gregorio Uccello, teste dei contraenti Faxino di San Siro e Giovanni Vignolo, pisano. Nel 1279, atto notaro Petro Barzoni, Armenia, Gabriele da Turri di Rapallo noleggia la sua nave a Jacopo da Bergagi, per andare, Dio volendo, al porto di Aecar. Lo stesso anno, in maggio, Gabriello di Ruisecco da Rapallo accetta una dichiarazione di credito di 42 bizantini d'oro. Un altro Ruisecco di Rapallo è fidue-commissario del morente Benvenuto, quondam Vivaldi di Quinto. Nella loggia genovese di Famagosta, atti notaro Lamberto di Sambuceto, si stesero contratti fra i seguenti mercanti-navigatori rapallini: Francesco da Rapallo promette, con atto del 6 febbraio 1300, di consegnare a Percivalle da Castro 500 «pundi» di Armenia. Il 6 febbraio 1300 un Obretino da Rapallo, figlio di Nicolò Balbani da Rapallo, dichiara di aver ricevuto da Ambrogio, figlio di Oberto Candelori, libbre tre d'oro di Genova. Il 20 aprile 1300 Oberto del Monte e Domenico da Rapallo, abitanti a Cipro, figurano in un atto notarile intercorso fra Nicolò Cavazzuto di Famagosta e Filippo di San Siro.
E un altro interessantissimo documento, per Rapallo, è quello del 24 agosto 1300. In esso i mercatanti Andreolo Tavania da Rapallo e suo figlio Pietro, domiciliati a Famagosta, nel fondaco di Bertozzi Latino speziaro, promettono di consegnare entro novembre del 1300 cento «genovine» d'oro a Simone Quaquaro ed a suo figlio Pasquale da Rapallo. E anche i testi di questo rogito figurano rapallini, figlio di Simone da Novella di Rapallo ed Ansaldo da Rapallo, di professione «camardus».

Quasi un secolo dopo, nel 1374, colui che poi doveva essere il rapallese più illustre del suo secolo, Domenico Pastine, s'ingaggia in una spedizione marittima di quelle che ogni anno, da marzo a luglio, facevano vela per le colonie genovesi del Levante per i traffici di merce che si cambiava con le spezierie che i liguri della piccola Armenia andavano ad acquistare nelle terre di Asia. Stabilitosi a Famagosta, città ricca di fondachi di spezierie, di «apoteke» e dei tanti grandi magazzeni di grano, che i mercatanti genovesi spedivano da agosto a dicembre ai porti di Liguria e di Provenza, il Pastine arrivò ad essere, dopo vari lustri di lavoro, il più grande mercante di tutta l'isola di Cipro.
Come si innalzò il rapallino a tanta potenza di censo? Una vita, tutta una lunga vita di lavoro. E forse di stenti. Viaggi di esplorazioni commerciali in Egitto, da e per i mercati della Siria, da quelli più lontani del Mar Nero e da quelli allora importantissimi del Golfo Persico. Viaggi di carovane mercantili che duravano anni. I capi genovesi di queste ricche carovane, Domenico Pastine compreso, non erano soltanto grandi «mercatores». Erano anche finissimi «osservatori» diplomatici della Repubblica di Genova, al cui Governo mandavano, regolarmente, delle interessanti relazioni di viaggio, ricche di notizie commerciali, politiche e militari. I governi dei Kanati e dei tanti Emiri dell'Arabia e della Persia erano conosciuti a Genova e dai veneti e agli amalfitani, quando gli inglesi, chiusi nella propria isola, erano soltanto agricoltori e pescatori di spiaggia. Così dicasi per l'Olanda e per la Francia e la Spagna, prima di Colombo! Ah, se Genova e Venezia prima ancora, o almeno all'epoca della vittoria di Lepanto, si fossero fraternamente associate e avessero realizzato il sogno del grande Ghibellino e del Petrarca, unificando l'Italia, tutta l'Italia, quale immenso impero del mare e della terra si avrebbe noi! Forse dalla baia dell'Hudson alla Patagonia e da Tripoli di Barberia al Capo di Buona Speranza e dall'Australia alla Nuova Zelanda e alle Filippine si parlerebbe e si penserebbe in italiano!…
Domenico Pastine, durante i quasi quarant'anni di vita a Famagosta, fu anche un Capo di «maona»: società commerciale prettamente genovese che servì di modello agli stranieri per fondare poi le Compagnie inglesi e olandesi delle Indie; la Societé Française de Chaudernagor e le potentissime Compañias de las Indias spagnuole.
I genovesi degli scali del Levante, dalla Tana a Scio, furono maestri in fatto di società di ventiquattro carature, in società di partecipamene e in quelle famosissime «implicite», le prime del mondo, nate a Genova per lo smercio in Oriente dei prodotti diciamo europei.
Domenico Pastine, da umile artigiano di Rapallo, divenne veramente un capo. Un grande capo. Forse fu anche armatore e navarca, perché le merci bisognava andare a prenderle lontano. E forse le «taride» e le sue «caracche» rotonde avranno, chissà quante volte, fatta la spola, cariche di spezierie e di esotici prodotti, dai porti di Beyruth e di Famagosta a quelli di Anzio, di Genova e Provenza. Non parliamo poi delle navi «frumentarie» adibite al solo trasporto del grano, come il nome lo indica. Il grande rapallino, arrivato povero a Famagosta, vi morì ricchissimo, nel 1411, dopo quasi quarant'anni di lavoro. E tutto il suo, proprio tutto, egli volle donare, non in morte, ma ancora in vita, alla sua Patria, al popolo di Liguria, legandolo a «moltiplico» al glorioso Banco di San Giorgio che fu, è bene non stancarsi di ripeterlo di fronte allo straniero, il primo Banco del mondo. Che servì di modello a tutti.
Primo, il più nobile ed il più importante azionista di San Giorgio il Domenico Pastine; primo del mondo il Banco genovese di San Giorgio! Un primato. Della sana e oculata finanza genovese. Che si innesta all'ormai indiscusso antico primato marinaro e culturale di nostra gente. Nelle arti, nelle finanze, nelle fortificazioni, nella scienza della contabilità bancaria, nello stesso «moltiplico» inventato da un genovese, nelle navigazioni, nelle scoperte. Genova e Italia. Sempre Italia.

Agli albori del secolo XIX, quando ancora tante bache rapalline battevano i mari per la pesca del corallo, vi furono più d'una volta dei truci fatti di arrembaggio provocati dagli agguerriti pirati di Barberia. E più d'una volta gli esigui equipaggi nostrani dovettero soccombere di fronte al numeroso ed armatissimo equipaggio degli sciabecchi algerini. Quelli dei nostri che, feriti, venivano fatti prigioni, erano portati a Tunisi ove si vendevano come schiavi. Qualche volta le famiglie riuscivano a riscattarli, generalmente per il tramite di ordini religiosi. Ma molti, disgraziatamente, morivano nelle «saline» d'Africa con la palla dello schiavo al piede. Nel 1805, quando la fregata «Incorruptible», comandata dall'ammiraglio Simone Billet, per ordine di Napoleone si presentò davanti a Tripoli e a Tunisi per la liberazione di duecentotrenta marinai di Liguria, furono anche liberati i rapallini «corallini»: Figallo, Costaguta, Pietro Solari, un Tassaro, un Macchiavello e un Delfino di San Martino. Qualche anno dopo venivano ancora riscattati: Andrea Semorile figlio di Benedetto, Noceto Gio. Batta Agostino, Grillo Gio. Batta e Casareto Francesco. E un Giuseppe Costaguta non meglio identificato. L'ultimo schiavo di Rapallo si chiamava Pino Raimondo quondam Bartolomeo. I suoi parenti pagarono lire 4563, un soldo e sei denari, prezzo della sua redenzione dalla schiavitù di Algeri. Si adoprò per la liberazione di questo rapallese il Conte G. Battista Della Torre. Questo Pino Raimondo, da un libro della Parrocchiale, risultava ancora vivente a Rapallo, ma molto anziano, nel settembre del 1832.

(continua)

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