Testata Gazzetta
    Pezzi di storia

"Ma chi vorrà mai un computer?"
di Robert Sobel

Genius - maggio 1985 (tratto dal libro "Ibm, Colossus in Transition", Bantam Books)

Oggi può sembrare incredibile. Ma negli anni Quaranta la Ibm1, che dominava il mercato delle macchine per ufficio, esitò moltissimo prima di impegnarsi nel settore dei calcolatori elettronici. Ma al primo chiaro segnale dalla concorrenza…

Come molti altri self-made men, Thomas Watson2 univa a una diffidenza quasi istintiva per il mondo accademico un atteggiamento molto prossimo alla venerazione verso i personaggi più in vista dell'ambiente universitario.

logo Il vecchio marchio dell'azienda

Considerava di scarsa utilità tutto ciò che passava per pensiero astratto e speculativo, ma ammirava le persone che si impegnavano in concreto, con quello stile e quella naturalezza capaci di comunicare idee alla gente d'azione come lui. Questo, forse, perché Watson sapeva riconoscere che il meglio nasce sotto forme diverse, o forse anche perché dietro a quella sua facciata di praticità e di amore per l'ordine si celava un'anima romantica.
La stessa persona che insisteva per un approccio agli affari di un rigore quasi puritano divenne collezionista appassionato e intelligente, mecenate di musei e orchestre sinfoniche, disposto a spendere tempo e denaro a favore delle istituzioni culturali. Watson fece parte del consiglio della Columbia University, ed ebbe intensi contatti con la New York University e altri atenei. In comune con molti altri uomini d'affari di primo piano aveva il senso dei propri compiti, e un non dissimulato desiderio di onori e riconoscimenti.
Nella sua industria, Watson fu uno dei primi a capire che i legami giusti con le massime istituzioni culturali potevano essere un buon affare. Erano proprio questi gli enti in grado di fornire alla Ibm un mercato importante (anche se ristretto) per i suoi prodotti, e di essere al tempo stesso fonte di idee da utilizzare nello sviluppo di macchine e tecniche nuove. Watson si rese conto in fretta che dare una mano agli studiosi delle varie università poteva servire moltissimo: proprio loro sarebbero diventati preziosi per la ricerca e lo sviluppo della Ibm.

Watson Thomas Watson Sr.
(1874-1956), il creatore
della potenza dell'Ibm

Uno di questi era Ben Wood, professore di psicologia alla Columbia University. L'amicizia con Watson lo portò a diventare uno dei consulenti della società e una figura di primo piano nella ricerca sulla didattica, trascinando con sé altri esponenti del mondo accademico. Stando alla sua biografa, Wood incontrò Watson nel 1927, mentre era in cerca di una compagnia che fosse interessata a produrre una macchina in grado di fare lo spoglio dei test messi a punto in università. A quell'epoca le valutazioni avvenivano manualmente, con costi e tempi elevati. Wood pensò che gli esaminandi avrebbero potuto segnare le risposte in una serie di punti particolari del questionario, servendosi di una matita di grafite il cui segno potesse essere "letto" dalla macchina attraverso cui si facessero passare i fogli. In questo modo i test si sarebbero potuti correggere in frazioni di secondo invece che in qualche minuto, e con costi unitari relativamente bassi.
Watson si rese conto subito che una macchina del genere non solo gli avrebbe aperto il mercato della didattica, ma avrebbe anche permesso di raggiungere con qualsiasi genere di test il risultato che Hollerith aveva un tempo ottenuto nei censimenti: a gruppi di impiegati semispecializzati si sarebbero sostituite macchine a noleggio di produzione Ibm capaci di far passare migliaia di schede. Watson mise a disposizione di Wood tutte le tabulatrici, le macchine da calcolo, i punzonatori e i selezionatori di cui aveva bisogno; in altre parole gli sovvenzionò il lavoro in università. Watson passava molto tempo nel laboratorio, ascoltava le idee di Wood, e cercava i modi per tradurle in prodotti e servizi. Wood lo indirizzò ad altri esperti del settore, e alcuni vennero assunti direttamente dalla Ibm o utilizzati per questo e per altri prodotti simili con un rapporto di consulenza.
Da questa esperienza nacque il "test scorer" 805, una macchina che per anni ha avuto il monopolio del settore ma che rappresentava solo una piccola parte del giro d'affari Ibm (verso la fine degli anni Trenta dava entrate inferiori alle macchine per scrivere elettriche). La nuova esperienza con il mondo accademico era decisamente più importante della macchina in sé e dello spoglio dei questionari. In quel decennio, e anche in epoche successive, la Ibm finanziò lavori di ricerca alla Columbia e in altre università, spesso in ambiti del tutto estranei alle principali linee commerciali dell'azienda, e nel campo della scienza pura. Allo stesso modo in cui, prima, aveva messo assieme la forza vendita, ora Watson raccoglieva tecnici e scienziati fornendo apparecchiature, fondi e consulenze. La maggior parte dei progetti non si rivelò di gran vantaggio economico per l'azienda, ma le procurò un'ottima notorietà che le sarebbe tornata utile più avanti, quando questioni del genere sarebbero divenute di estrema importanza. Questo rapporto tra società e università servì inoltre da stimolo per gli scienziati Ibm, oltre che per lo stesso Watson. Verso la metà degli anni Trenta, l'Ufficio statistiche della Columbia University aveva già ricevuto dalla Ibm attrezzature e finanziamenti per un valore di decine di migliaia di dollari; mentre all'Astronomical Computing Bureau "Thomas J. Watson" della stessa università, un gruppo di scienziati diretti da Wallace Eckert stava adattando tabulatrici e strumenti per il calcolo da ufficio allo studio delle stelle e dei pianeti. Insieme a Clair Lake dell'Ibm, Eckert trasformò queste macchine in un calcolatore in grado di svolgere in tempi brevi una serie differenziata di operazioni matematiche. Il calcolatore di Eckert non doveva apparire troppo misterioso a gente abituata alle macchine prodotte dalla Ibm o dalla Burroughs e altre società del settore. Si trattava in sostanza di un congegno elettromeccanico capace di risolvere problemi inseriti attraverso le famose schede Ibm.

Aiken Howard Aiken dell'Università di Harvard. In collaborazione con
la Ibm realizzò nel 1944
il calcolatore Mark-1.

Per Watson, però, questo era un nuovo punto da cui partire: fino a quel momento aveva prodotto macchine adatte alle esigenze degli uomini d'affari, in base alle indicazioni dei venditori. Eckert, che avrebbe presto lasciato la Columbia per occuparsi della ricerca alla Ibm, era studioso di matematica pura, e costruì il suo calcolatore più cercando di dare un contributo al lavoro degli astronomi che pensando al potenziale di vendita. Quanto a Watson, sembrava convinto che per i calcolatori non ci fosse mercato, e che nessun ufficio o ente governativo, per quanto grande, avesse bisogno di calcoli tanto rapidi e fosse disposto a pagare tanto.
La notizia del calcolatore di Eckert e delle attività del Watson Bureau si diffuse rapidamente nel mondo accademico. Non che questa macchina fosse l'unica realizzata negli Stati Uniti o in Europa, ma nessuna delle altre ricerche disponeva di finanziamenti così cospicui o di una sponsorizzazione così massiccia del mondo accademico e commerciale. James Conant, preside di Harvard ed egli stesso scienziato, e Harlow Shapley, della stessa università nonché astronomo di fama mondiale, andarono a trovare Eckert per sapere qualcosa di più sul suo lavoro e sulla disponibilità di Watson a finanziare il progetto. Alla Columbia andò anche Howard Aiken. Con un dottorato in fisica in corso, e membro del consiglio di facoltà, Aiken non era molto interessato all'astronomia, ma voleva capire il calcolatore di Eckert. Aveva seguito l'evoluzione della ricerca sulle macchine matematiche, e aveva idee proprie sui possibili utilizzi nel settore. Eckert e Lake gli spiegarono come stavano le cose, e Aiken capì subito che le sue idee erano in anticipo su quello che si stava discutendo alla Columbia.
Già allora Aiken voleva costruire una macchina che funzionasse automaticamente su istruzioni programmate in precedenza, senza che l'operatore dovesse dare altri input: qualcosa che stesse al calcolatore come un cambio automatico sta, nelle automobili, al cambio manuale. Parlare di una macchina pensante sarebbe dire troppo, ma Aiken aveva in testa proprio un congegno in grado di immagazzinare una serie di regole matematiche e di applicarle a nuovi dati introdotti in un secondo tempo. La differenza fondamentale tra il calcolatore e il computer sta proprio nel fatto che il computer ha la memoria (un vero e proprio "cuore"), mentre il calcolatore ne è privo.
L'idea non era nuova. Se ne trovano germi nelle opere di figure importanti della storia della scienza, come Erone Alessandrino, Blaise Pascal, Keplero o Gottfried Leibniz. Comunemente, si ritiene che il primo a cominciare a delineare i componenti fondamentali del computer sia stato Charles Babbage, che nel secolo scorso [l'articolo è del 1985] trascorse quasi tutta la vita a lavorare alla sua "macchina analitica" senza però portarne mai a termine il modello. Aiken voleva procedere sulla strada indicata da questi scienziati, anche se più tardi avrebbe sostenuto di aver scoperto l'opera di Babbage solo quando le sue ricerche erano già avanzate. Che Aiken fosse interessato alla tecnologia di Eckert è sicuro, ma è ancor più sicuro che gli interessasse la sua sponsorizzazione.

prodotti In un opuscolo promozionale dell'Ibm degli anni Cinquanta tre macchine meccanografiche. Dall'alto: la perforatrice Ibm 024, la tabulatrice Ibm 419 e il calcolatore elettronico Ibm 604.

Cominciò un fervido scambio di lettere tra Conant, Shapley e Aiken da una parte, e Eckert e Lake dall'altra; nella discussione intervennero poi anche Watson e uno dei suoi migliori ricercatori, James Bryce. Si profilava concretamente l'ipotesi di un'attività sponsorizzata dall'Ibm in cui Aiken, a Harvard, avrebbe assunto lo stesso ruolo di Eckert alla Columbia. C'erano però delle difficoltà: Watson faceva pressioni perché la macchina fosse costruita alla Ibm di Endicott dove, insieme ad altri scienziati, avrebbe potuto tener d'occhio il lavoro; Aiken, invece, voleva un laboratorio a Cambridge, nel Massachusetts. Erano tutti e due irascibili e scontrosi, e incapaci di sopportare le persone come loro. Aiken aveva bisogno dei capitali Ibm, ma non si sarebbe spostato dalle sue posizioni; Watson era interessato alle teorie di Aiken su calcolatori e computer, ma non era molto propenso a prendere contatti con una persona che aveva presto imparato a detestare. Malgrado tutto, gli interessi comuni finirono per unirli, e Aiken si arrese su alcuni punti pur di avere i finanziamenti: avrebbe avuto a disposizione tutti i fondi e le attrezzature necessarie per mettere a punto quello che avrebbe preso il nome di Automatic Sequence Controlled Calculator (più noto come Ascc o, più tardi, come Mark I), ma la macchina sarebbe stata montata a Endicott. Bryce sarebbe stato coinvolto direttamente nel lavoro, insieme ad altri scienziati Ibm diretti da Clair Lake, chiamato a svolgere le funzioni di ingegnere capo.
Il lavoro sul progetto prese avvio nel 1940, con un finanziamento di mezzo milione di dollari. Quando gli Stati Uniti entrarono in guerra, Aiken fu chiamato in servizio attivo nella Marina, ma il governo, con lo zampino di Watson, riconobbe la potenziale utilità del Mark I per l'impegno bellico e trasferì Aiken a Endicott. Nel febbraio 1943 la macchina era pronta per le prove dimostrative. Nel maggio dell'anno successivo fu smontata e trasportata a Harvard per la cerimonia ufficiale di presentazione.
Watson partì per Harvard convinto che l'occasione avrebbe significato pubblicità per la sua società e onori e riconoscimenti per sé, ma si accorse presto che così non sarebbe stato: durante una conferenza stampa, Aiken si attribuì praticamente tutti i meriti. Watson, furioso e offeso, dichiarò di essere disgustato di tutta quella vicenda, e urlò ad Aiken che l'Ibm non poteva essere trattata alla stregua di una nota a pie' di pagina ("Quello che penso io dell'Ibm è esattamente uguale a quello che pensate voi di Harvard della vostra università"). Rivolgendosi a Conant, proclamò che la macchina era un prodotto Ibm e non una creazione di Harvard, e fece capire che non c'erano da aspettarsi altri aiuti in futuro. Ad Aiken non importava molto quel che Watson pensava di lui: nella presentazione fece accenno al ruolo di Bryce e di altri dell'Ibm nella creazione dell'Ascc ma non menzionò neppure Watson, che abbandonò la cerimonia in preda a una rabbia gelida. Pochissimo tempo dopo Watson noleggiò la macchina alla Marina, e per parecchi mesi dell'Ascc e di Howard Aiken non volle nemmeno sentir parlare.
E' difficile dire che cosa Watson pensasse sulle potenzialità di mercato per macchine del genere, anche se è certo che a quell'epoca esse non costituivano una parte rilevante dei suoi programmi. Comunque, nonostante la brutta esperienza di Harvard, continuava a mostrare interesse per il lavoro di Aiken, e a incoraggiare altri ricercatori in quella direzione. Durante la guerra, la Moore School of Electrical Engineering dell'Università di Pennsylvania era stata in contatto diretto con il Ballistics Research Laboratory dei servizi di approvvigionamento dell'esercito. Un gruppo di ricercatori militari, guidato da Herman Zornig, chiese alla Ibm di costruire delle macchine moltiplicatrici speciali; l'ordine fu accettato, e le macchine realizzate e consegnate. Lavorando su questo progetto, alcuni scienziati dell'Ibm cominciarono a interessarsi delle ricerche e degli esperimenti del fisico John Mauchly e dell'ingegnere elettrotecnico J. Presper Eckert. Parecchi anni prima, Mauchly si era imbattuto nelle teorie di uno sconosciuto professore dell'Iowa State College, John Atanasoff, che aveva progettato un calcolatore elettronico con prestazioni e velocità molto superiori a quelle del futuro Mark I. Come era successo in precedenza a Babbage, anche ad Atanasoff mancavano fondi e le tecnologie necessarie a dare inizio alla costruzione; ma, grazie all'Esercito, Mauchly aveva gli uni e le altre. Partendo dal programma di Atanasoff, e con l'aggiunta di alcune loro idee, Eckert e Mauchly si misero all'opera per costruire il computer. Lo chiamarono Electronic Numerical Integrator and Calculator, o Eniac.
Nel febbraio 1944, mentre Watson si stava preparando ad andare a Harvard per quello che credeva sarebbe stato un trionfo, gli si presentò in ufficio il colonnello Paul Gillon, dell'ufficio direttivo dei servizi di approvvigionamento militare, a chiedere un contributo dell'Ibm al progetto dell'Eniac. Watson si rese conto che l'Eniac, per quanto fosse un congegno militare, e quindi più veloce e più grande, aveva prestazioni simili a quelle del Mark I. Presentò Gillon a Bryce e ad altri scienziati, che si dissero disposti a fornire all'esercito qualsiasi cosa potesse servire, e si diede da fare per avviare un rapporto diretto tra i suoi e quelli della More School. Gillon apprezzò molto, e scrisse che anche se dal punto di vista dell'Ibm il programma poteva "sembrare relativamente piccolo, la sua importanza intrinseca riguardo al problema generale del calcolo balistico era enorme".
Ma se Gillon credeva che l'Ibm si impegnasse soltanto per accelerare lo sforzo bellico, si sbagliava. Poco dopo il suo ritorno da Harvard, Watson decise che la società doveva adottare verso i computer un approccio diverso. A Bryce venne detto che da quel momento i contatti con Aiken dovevano essere ridotti al minimo, e che l'Ibm avrebbe prodotto un nuovo computer per conto proprio, in collaborazione con Wallace Eckert e altri della Columbia. Questo computer si sarebbe in parte fondato su concetti da sperimentare sull'Eniac. Il lavoro su quello che si sarebbe chiamato Selective Sequence Electronic Calculator (Ssec) partì poco dopo.
L'Ibm non era l'unica industria a impegnarsi in quegli anni nella ricerca sui computer, ed esperimenti in quella direzione si facevano anche in altre università oltre che alla Columbia, a Harvard e alla Pennsylvania. All'Instìtute for Advanced Studies di Princeton, l'eclettico John von Neumann stava mettendo a punto un congegno da utilizzare in rapporto al progetto della bomba atomica. Al Massachusetts Institute of Technology, Jay Forrester stava lavorando a una serie di computer militari. Fin da prima della guerra, George Stibitz, il responsabile dei Bell Telephone Laboratories, aveva guidato un gruppo di ricercatori che puntava a semplificare il funzionamento della comunicazione telefonica, e già nel 1943 la Bell aveva accumulato in materia più brevetti ed esperienze che qualsiasi altra società. Il colonnello Gillon aveva contattato anche Stibitz, e la Bell collaborò con l'Ibm e con gli scienziati della Moore School. Jan Rajchman stava sviluppando per conto della Rca un computer destinato al puntamento di artiglierie. Howard Aiken non aveva di che preoccuparsi per aver perduto l'appoggio di Watson: l'esercito gli forniva fondi più che sufficienti a mettere a punto prima il Mark II, e poi i Mark III e IV. Numerosi progetti erano in corso di realizzazione in Inghilterra al National Physics Laboratory di Teddington e alle Università di Cambridge e di Manchester. Scienziati del calibro di John Womersley, Douglas Hartree e L. J. Comrie avevano lavorato sui computer prima dei loro colleghi americani, e ora passavano alla Moore School idee e programmi. Alan Turing, uno dei migliori matematici inglesi, stava formulando alcune teorie che dopo la guerra avrebbero posto le basi per un'intera generazione di computer; anche Turing era in contatto con gli americani.
In tutto questo non c'era niente di strano: gli scienziati avevano una lunga tradizione di scambio di informazioni tramite convegni e pubblicazioni universitarie e ora, con la guerra, questa pratica si faceva più fitta. La stessa cosa succedeva alle aziende. Dato che si supponeva che le compagnie americane fossero in competizione tra loro, quando due dello stesso settore si accordavano per scambiarsi informazioni e brevetti - come avvenne tra l'Ibm e la Remington Rand - ci si poteva aspettare che scattasse una condanna per comportamento antitrust. Durante la guerra, però, il governo le incoraggiava a collaborare e, per di più, a utilizzare scienziati di estrazione universitaria nei loro progetti.
Queste forme di collaborazione erano in atto da parecchi decenni, ma erano poche le compagnie che consideravano la scienza prodotta nelle università parte rilevante del loro business. Certo, c'erano eccezioni notevoli - i settori farmaceutico, petrolifero, chimico e alimentare erano maturati abbastanza da recepire informazioni e idee dai professori universitari - ma la maggior parte delle volte e nella maggior parte delle industrie i ricercatori accademici impegnati a lavorare sui prodotti commerciali venivano invitati a lasciare i campus e a trasferirsi nelle aziende.
Sotto questo profilo la Ibm non faceva eccezione. Dopo la guerra Watson avrebbe offerto impiego a decine di ricercatori della Moore School, di Harvard, di Princeton e di altri centri, e molti avrebbero accettato. Chi preferiva restare indipendente, anche se impegnato in un lavoro interessante, si accorgeva che l'Ibm sapeva essere generosa in termini di contributi, o di pagamenti per consulenze part-time. Gli universitari venivano invitati a seminari e a conferenze sovvenzionate dalla compagnia, dove gli scienziati ai massimi livelli erano trattati con ogni riguardo. L'Ibm era stata all'avanguardia in questo campo fin dagli anni Trenta, e durante la guerra i rapporti con molti scienziati universitari si erano ancora rafforzati. Il risultato di tutto questo era che la compagnia era in grado di mettere insieme uno dei migliori organismi di ricerca del Paese, ed era in stretto rapporto con molti dei più quotati tecnici e teorici del suo settore a livello mondiale.
L'Ibm uscì dalla seconda guerra mondiale molto più forte di quanto fosse all'inizio del conflitto. Le entrate da vendite e noleggi si quadruplicarono fra il 1939 e il 1945, passando da 34,8 a 141,7 milioni di dollari, malgrado si fosse perduto il controllo degli impianti in Germania, in Italia e in Francia quando, nel dicembre 1941, gli Stati Uniti erano entrati in guerra. L'estensione degli impianti si era triplicata e l'occupazione era cresciuta di più del 50 per cento.
Watson era molto orgoglioso del contributo dato dalla compagnia alla difesa nazionale. Fin dal 1941 aveva organizzato la Munitions Manufacturing Corporation, che durante la guerra produsse una quantità di armi, dalle mitragliatrici alle bombe a mano. Watson limitò i profitti sulle commesse militari all'1,5 per cento, e questi profitti venivano destinati a un fondo per le vedove e gli orfani del personale Ibm morto in guerra, mentre le mogli degli impiegati Ibm che si arruolavano ricevevano il salario settimanale dei loro mariti (a livelli prebellici) per ogni mese in cui i mariti erano sotto le armi. Watson bloccò la propria remunerazione al livello del 1939 e contribuì generosamente a molte attività connesse al confitto.
Nel complesso, però, l'Ibm continuò a produrre lo stesso tipo di macchine di prima della guerra, entrando anche in nuovi mercati e ricavandone in campo militare un'esperienza che si sarebbe poi potuta applicare alla progettazione di macchine per ufficio. Solo il 10 per cento delle vendite in tempo di guerra derivò dalle munizioni e dall'artiglieria, e non più di un altro 10 per cento da altri contratti per prodotti direttamente connessi allo sforzo bellico, un fatto dovuto fondamentalmente alle richieste del governo. Altre aziende erano meglio attrezzate per obiettivi specificamente militari. Ad ogni modo, le richieste di macchine per il calcolo, di tabulatrici e di altre macchine analoghe da parte del governo statunitense aumentarono durante la guerra, e all'Ibm fu chiesto di impegnarsi su questo versante della produzione più che su quello militare. Le macchine erano noleggiate alle tariffe normali, e lo stesso tipo di politica veniva adottata per le vendite di macchine per scrivere elettriche e di schede perforate.
Se non fosse stato per le imposte sugli utili eccedenti, entrate in vigore durante la guerra, l'utile netto della Ibm sarebbe triplicato fra il 1939 e il 1945. Così, invece, aumentò soltanto del 20 per cento. Ma la cosa più importante è che in quel periodo l'attivo netto della compagnia passò da 79 a più di 134 milioni di dollari. Nel 1939 la Ibm aveva 6,5 milioni di dollari in contanti e voci assimilabili. Nel 1945 ne aveva 23,5.
Watson aveva prodotti, brevetti, ricercatori, mercati, idee e fondi per poter utilizzare a proprio favore qualsiasi occasione gli si presentasse. Se solo l'avesse voluto, l'Ibm avrebbe potuto impegnarsi ancora più a fondo nel settore dei computer. Il lavoro sul Selective Sequence Electronic Calculator stava andando avanti, e i rapporti dell'Ibm con il gruppo dell'Eniac alla Moore School erano più stretti di quelli di qualsiasi altra compagnia (con la sola possibile eccezione dei Bell Laboratories). La Bell, però, non costituiva una seria minaccia dal punto di vista commerciale, perché la casa madre - la American Telephone & Telegraph - si era impegnata, in base a una clausola di un contratto con il governo, a non mettersi in lizza in settori diversi da quello delle comunicazioni, e i responsabili della Bell avevano segnalato di essere interessati al lavoro sui computer soltanto per uso interno alla loro compagnia. Qualche tentativo era in atto alla Rca, ma su scala minore; a quell'epoca, del resto, la società era molto più interessata alla televisione che a destinare risorse ai computer.
Non c'erano quindi ragioni per pensare che altre aziende impegnate sul mercato stessero per invadere il settore dei computer. La National Cash Register (Ncr) se ne occupava a livello amatoriale, la Burroughs non faceva nemmeno questo. Comunque, sia l'una sia l'altra erano molto più piccole e più deboli dell'Ibm, e interessate più ai problemi della riconversione verso un'economia di pace che alle avventure in un settore nuovo.
Questa mancanza di competizione e di sfide può forse spiegare alcune mosse stranamente caute di Watson nello sviluppo dei computer. In quel momento, oltretutto, i clienti dell'Ibm non sembravano interessati a macchine del genere e, anche se c'erano richieste da parte della Commissione per l'energia atomica e da altri enti centrali, il mercato era chiaramente ristretto. Watson, che era pur sempre un uomo di vendite, non voleva che la compagnia si impegnasse con prodotti che i suoi rappresentanti non potessero vendere subito, e la domanda per la linea di prodotti già consolidata restava forte. Watson era interessato ai calcolatori elettronici, alle tabulatrici e alle macchine per il calcolo, e non vedeva alcuna ragione per andare avanti con i computer più di quanto non avesse già fatto. Avrebbe messo a punto il Ssec, senza superare la fase del prototipo. (Ma il sonno del gigante di Armonk è in realtà un vigile dormiveglia. Solo dieci anni dopo, quando il computer entra massicciamente nelle aziende, l'Ibm ha acquistato un'egemonia di mercato che nessuno, sino a oggi, è riuscito a contrastare [nel 1985, data dell'articolo, il mercato era decisamente diverso da quello attuale]).


1 International Business Machines Corporation (soprannominata "Big Blue") è un'azienda statunitense nel settore informatico
2 presidente e amministratore delegato dal 1914 al 1952

© La Gazzetta di Santa